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Cronologia dei fatti della 
"settimana rossa" ad Alfonsine

 a cura di Luciano Lucci                             lucci@racine.ra.it

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Domenica 7 giugno 1914                          

La festa dello Statuto

"Non v'è dubbio che se Ancona fu il centro irradiante della Settimana Rossa, Alfonsine ne rappresentò per molti aspetti l'apoteosi, il luogo insieme fisico e simbolico, dove il miraggio rivoluzionario raggiunse il culmine, rendendo il nome di questa piccola cittadina a nord ovest di Ravenna celebre in tutta Italia" (da "Settimana Rossa e dintorni di Alessandro Luparini)

La data del 7 giugno era quella in cui i monarchici celebravano la festa dello Statuto. Da socialisti, anarchici e repubblicani è vissuta come una ricorrenza di propaganda militarista. 

 Si tenne un comizio in piazza Monti "pro Masetti", su iniziativa degli anarchici locali, con l'adesione dei socialisti e dei repubblicani. Intervennero Meschi, segretario della Camera del Lavoro di Carrara e Bacci, segretario della Camera del Lavoro di Ravenna.

Analoghe manifestazioni antimilitariste si tennero da vari mesi in varie parti d'Italia, contro le Compagnie di Disciplina e per la liberazione delle vittime del militarismo: Augusto Masetti e Antonio Moroni.  Una grossa manifestazione fu attuata a Villa Rossa, sede repubblicana di Ancona, dove parlò Pietro Nenni, allora dirigente repubblicano, e Enrico Malatesta, vecchio storico esponente dell'anarchismo italiano.

La protesta fu contro la guerra di Libia e per l'abolizione delle Compagnie di Disciplina nell'esercito, motivo per cui il soldato Masetti aveva sparato a un suo superiore.

Ad Ancona (clicca per maggiori dettagli)  un comizio fissato nella mattinata, che doveva svolgersi in Piazza del Papa, ma che era stato proibito, dato che pioveva, venne spostato dai dirigenti dei partiti, al pomeriggio alle 16, a Villa Rossa, sede dei repubblicani di Ancona.
Gli aderenti ai partiti di estrema sinistra, repubblicani, anarchici, socialisti, si trovarono alla Villa Rossa per ascoltare diversi oratori. Erano presenti in circa cinquecento, in maggioranza anarchici e repubblicani.
Poco dopo le 18 il comizio ebbe termine. All'uscita della gente si formò una specie di corteo. Molti volevano andare a manifestare in piazza Roma, dove si teneva un concerto militare. Sulla strada c'erano carabinieri ed agenti che dovevano impedire il formarsi di un eventuale corteo diretto al centro. Un gruppo di giovani tentò di passare.

Nell'inevitabile scontro le pallottole dei carabinieri colpirono a morte  tre giovani lavoratori:
due repubblicani Antonio Casaccia di 24 anni e Nello Budini di 17 anni,
che morirono all'ospedale, e l'anarchico Attilio Giambrignani, di 22 anni, morto sul colpo.  Episodi tragici di questo tipo erano accaduti sovente in quegli anni. Quello di Ancona fu la goccia che fece traboccare il vaso.  

La notizia arriverà solo con i giornali del mattino seguente

I soldati dell'esercito regio di presidio ad Alfonsine non ebbero alcun motivo di intervenire.

Comizio per Masetti:
chi era
?

Contromanifestazione ad Ancona a Villa Rossa di repubblicani, anarchici e socialisti
 Contro la guerra di Libia e le Compagnie di Disciplina
Ad Ancona i carabinieri sparano sulla folla: 3 morti
Ad Alfonsine la notizia arriverà il giorno seguente  
La serata ad Alfonsine è calma

Lunedì 8 giugno 1914

La notizia viene appresa dai giornali

Quando le masse popolari alfonsinesi lessero sui giornali cosa era successo ad Ancona si diffuse commozione ed ira. I partiti si riunirono a attesero indicazioni da Ravenna.

Sciopero generale per il giorno dopo

A Forlì, Ravenna, Cesena, Faenza, Fabriano, Falconara, Senigallia e in altre città e paesi delle Marche e della Romagna, come pure Roma, Firenze, Milano e Napoli operai e masse popolari entrarono in agitazione e proclamarono lo sciopero generale per il giorno 9, a cui si accoderà la dirigenza nazionale della Confederazione del Lavoro e le Direzioni Centrali dei Partiti Repubblicano e Socialista.

Bandiere a mezz'asta abbrunate.

In paese c'era calma totale, ma era solo apparente. Furono esposte bandiere a mezz'asta abbrunate, nelle sedi dei partiti, e anche nel Municipio.

Calma apparente in paese 

Alla sera, vista la calma il plotone di fanteria partì verso la ferrovia.

Martedì 9 giugno 1914

Primo assembramento di folla in piazza Monti

Mattino:
Ad Alfonsine, come in altri paesi e città della Romagna, diffusasi la notizia dei gravi fatti di Ancona e della mobilitazione generale, si costituì un Comitato Rivoluzionario di socialisti, anarchici, repubblicani e sindacalisti che organizzò la protesta e aderì allo sciopero nazionale indetto dalla Confederazione Generale del Lavoro
.

Fu pubblicato un manifesto - come scrive Alessandro Luparini su "Settimana Rossa e dintorni"- della Camera del Lavoro repubblicana firmato da segretario Ferruccio Mossotti, in cui si esortava tutti i partiti popolari a coalizzarsi contro "il rifiorire delle novantottesche aberrazioni reazionarie" ed a levare un "severo monito ai violentatori della libertà" (La minuta di questo manifesto datata Alfonsine, 9 giugno 1914, si trova nelle carte dell'Avv. Mario Ricci, oggi di proprietà del sig. Giovanni Valentinotti. In copia presso AISREC.

Con suono di corni, fu chiamato tutto il popolo in piazza Monti. Dopo brevi discorsi e fu preparato un apposito palco per gli oratori.

Verso mezzogiorno un gruppo di rivoltosi anarchici lanciò slogan per incendiare municipio e chiesa, qualcuno scrisse sul muro del circolo monarchico “Viva Masetti, abbasso l’esercito”. 

Poi essendo mezzogiorno in punto, ora di andare a pranzo, l'esortazione a non commettere vandalismi, fatta da alcuni membri del Comitato Rivoluzionario fu ascoltata:
il pranzo ad Alfonsine è sacro!

Tutto proseguì lietamente nel primo pomeriggio.

 Comizio di Mossotti e Garavini

Prima penetrazione nella chiesa


Don Serafino Servidei col cappellano Antonio Pattuelli (Patvél)

 


"Brasulina",
dopo qualche anno dalla "Settimana Rossa" soldato nella 1° guerra mondiale.

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Il barbiere "Brasulina" davanti al negozio in piazza Monti

Alle 17 un inconsueto suono delle campane annunciò il comizio.

Pomeriggio:
In Piazza Monti si tenne un comizio, organizzato dai socialisti  in cui parlano Ferruccio Mossotti di Alfonsine, segretario della Camera Gialla (repubblicani) e il sindaco di Alfonsine Camillo Garavini, socialista. 

Il comizio fu annunciato col suono delle campane.

Infatti un gruppo di manifestanti di tutti i partiti, ma "in prevalenza anarchici" (dalle memorie del parroco don Tellarini) entrò nel cortile della canonica.

Alcuni anarchici erano entrati in chiesa, sfondando la porta della sacrestia. 

"Penetrati da lì nel campanile suonano le campane, nonostante che anche il sindaco tenti di allontanarli" (relazione della Pubblica Sicurezza).

Pare che stessero anche per strappare il grande Crocefisso appeso al muro, quando il pianto disperato di alcuni bambini presenti li fece desistere.

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Il piazzale della chiesa, com'era all'epoca in cui avvennero alcuni degli episodi descritti nel diario del parroco Don Luigi Tellarini

 Il cappellano Don Mario Bonetti, in seguito a una discussione con alcuni del gruppo, si prese uno scapaccione e una spinta violenta che lo scaraventò in mezzo al cortile. 

L'altro cappellano don Serafino Servidei fu colpito, a suo dire, da una pietra lanciatagli contro da Alfredo Ballardini, barbiere, detto “brasulina”, che gli produsse la rottura di una costola, secondo il referto del dott. Pasini che lo visitò all'ospedale. Gli atti processuali documentarono che fu un altro, e non "Brasulina", a lanciare quel sasso.

Nel comizio si usano parole di fuoco per incitare gli animi In piazza le parole degli oratori incendiarono gli animi.

Le parole degli oratori tendevano a scaldare gli animi, secondo la filosofia del socialismo massimalista del tempo: sparare alto a parole e frenare nei fatti.

Dalla sintesi del rapporto del colonnello dell'esercito si legge:  "incitamento alla guerra civile, vilipendio delle istituzioni, istigazione a delinquere".

Corteo per corso Garibaldi Finito il comizio si formò un corteo lungo Corso Garibaldi, in testa i repubblicani con Ferruccio Mossotti (alfonsinese e segretario della Camera Gialla), poi i socialisti col sindaco. Arrivati al ponte sulla via Reale, alcuni cercarono di spingere il corteo verso la Stazione, ma i socialisti tornarono verso la piazza, tirandosi dietro tutti gli altri. 
Nuovo comizio e invito all'indomani a  manifestare a Ravenna  In piazza di nuovo sul palco salì il Mossotti che terminò il comizio invitando tutti anarchici, repubblicani e socialisti per il giorno dopo il 10 giugno alle ore 9 a Ravenna, dove si sarebbe tenuta una grande manifestazione.

Il sindaco dal palco confermò l'invito del Mossotti.

Mercoledì 10 giugno 1914

10.000 manifestanti a Ravenna La mattinata scorreva tranquilla, perché in molti erano andati a Ravenna.

I negozi erano aperti. Anche il sindaco era a Ravenna e sarebbe tornato alle 11,30.

In chiesa fervevano i preparativi per la solenne processione del Corpus Domini che in quell'anno cadeva l'11 di giugno.

La chiesa era addobbata con i paramenti più belli e ricchi: tovaglie con pizzi ricamati in oro e seta dalle suore di
S. Chiara di Faenza, baldacchino pure di seta e oro, argenterie ecc...

 Primi scontri a Ravenna... A Ravenna confluirono in bicicletta, sui carri dei birocciai e su altri mezzi, più di 10.000 lavoratori, per lo più braccianti e mezzadri di fuori Ravenna. Parlarono esponenti della Camera del Lavoro, socialisti, repubblicani e anarchici.
... davanti alla Prefettura

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Muore, colpita alla testa da una bottigliata, un commissario di Pubblica Sicurezza

Al termine del comizio, gli scioperanti si portarono in massa in piazza del Popolo davanti alla Prefettura. Qui accaddero i primi scontri con le forse dell'ordine. 

Un commissario di Pubblica Sicurezza e un colonnello dei Carabinieri furono colpiti con bottiglie di vetro e bastoni. Giuseppe Miniagio, il commissario, colpito alla testa da una bottiglia di seltz, morì dopo qualche giorno.  In tutta Ravenna i soldati erano poco più di 300. In quell'occasione il tenente alla guida dei carabinieri non diede ordine di aprire il fuoco. 
Qualche devastazione e piccoli scontri Ci fu qualche scorribanda per le vie del centro di Ravenna, con alzata di barricate qua e là, devastazione di due chiese i mobili furono bruciati nella piazza, furono tagliate le linee telegrafiche, e ci fu da parte dell’esercito una scarica di 80 colpi di fucile contro la Casa del Popolo repubblicana.

Alla sera la tensione calò. 

Raduno di folla ad Alfonsine Ad Alfonsine, alle ore 16, la folla, comprese donne delle varie leghe e i bambini vocianti, si radunò in piazza Monti.

Il suono dei corni ne diede l'annuncio.

Il Comitato rivoluzionario Il Comitato rivoluzionario si presentò come un gruppo serrato al centro della piazza. A capo c'era il sindaco Garavini (secondo quanto scrive il parroco)


Bruto Marini

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Il Circolo Monarchico
distrutto: a terra i resti del bigliardo. Sul muro le scritte
"W Masetti" "M l'esercito".
A sinistra il manipolo di carabinieri di Alfonsine e a destra alfonsinesi in posa, forse gli stessi della rivolta.

Quel palazzo fu acquistato poi da Tancredi Minarelli detto Plopi, anarchico, che lo adibì deposito del suo carro funebre, a stallatico e a monta per cavalli.
Ai piani superiori creò camere da affittare a gente povera.

Giuseppe Marini acquistò nei primi anni '30 da Plopi l'edificio, per usarlo come fabbrica per la produzione delle sue biciclette, poi delle moto "Marini" e infine delle macchine stradali. La dicitura "Palazzo Marini" è un'invenzione degli anni 2000, cioè da quando si è sentito parlare di "donazione". Infatti
 recentemente (2004) l'edificio è stato donato al Comune, dai proprietari Fayat, ristrutturato, e adibito a un centro culturale.

 

Una voce incontrollata:"C'è la rivoluzione!"

Non era vero, però... ci vollero credere

Un ricco proprietario terriero di Alfonsine, il cav. Bruto Marini, che viveva a Roma dove aveva ottenuto la gestione del trasporto pubblico della città coi tram trainati da cavalli, era appena arrivato ad Alfonsine la notte precedente con tutta la famiglia. Aveva viaggiato con la sua De Dion Buton, la prima auto apparsa in paese.  

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L’auto De Dion Buton dei Marini in una foto di due anni prima, del 1912, nel parco della loro Villa di Alfonsine, con due dipendenti alfonsinesi (Malvina e Nando Troncossi)

 Qualcuno andò in giro a raccontare che fossero fuggiti da Roma perché era scoppiata la rivoluzione. Tanto bastò perché girasse la voce che il Re e la Regina erano fuggiti e che la Monarchia era caduta. Gli alfonsinesi non ci pensarono due volte (forse per paura di svegliarsi dal sogno).

La voce, incontrollata e non vera, della caduta del Re e della nascita della Repubblica si diffuse tra tutta la popolazione e nei paesi vicini, che decisero di fare come quelli di Alfonsine.

Furono sbarrate le vie – racconta il parroco Don Tellarini – con grosse catene e in capo ad ogni via stavano due guardie rivoluzionarie col fucile alla spalla con ordine di intimare « alto là » a chiunque non avesse il lasciapassare del Comitato. Il sacrestano della chiesa, Patuelli Antonio, ottenne anch'egli il suo lasciapassare che io stesso – continua don Tellarini – ebbi in mano e che era così concepito: «Si rilascia il seguente lasciapassare al sig. Antonio Patuelli perché non sia toccato nella sua roba e nella sua famiglia. Firmato: il Comitato rivoluzionario », e seguivano i nomi.”  

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Circolo Monarchico di Alfonsine
(Interno)
dopo l'assalto

Il comizio

 

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Il municipio di Alfonsine e la piazza Monti dove si radunò la folla per i comizi durante la Settimana Rossa

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Alle 17,30

Al comizio in Piazza Monti dovevano parlare il sindaco e Ferruccio Mossotti. Correva voce che a Ravenna stava scoppiando la rivoluzione. 

All'entrata del Palazzo Municipale, dove era stato eretto in precedenza un palco, iniziarono a parlare gli oratori.

Il primo fu il sindaco Garavini che, da navigato comiziante, arringò la folla (queste parole furono la testimonianza lasciata dal parroco che stava origliando da dietro le persiane della canonica e sono probabilmente state esagerate ad arte per mettere in cattiva luce il sindaco e gli altri organizzatori delle manifestazioni):
 

"Compagni! Lavoratori! Finalmente Vittorio Emanuele è caduto! Finalmente è caduto l'odiato governo della borghesia! Finalmente comandiamo noi! Siamo noi ora i padroni della situazione e del governo! Andate nelle case e tirate in petto alla borghesia ecc... ” 

Queste parole sentite da Don Tellarini, nel loro contesto vero suonano in altro modo. 

In un memoriale d'autodifesa, il Garavini scrisse di quell'esortazione rivolta ai manifestanti durante il comizio pomeridiano del 9 giugno, che era di non approfittare della circostanza (perché lo sciopero generale era "il solo giorno che passa"), ma a "colpire in pieno petto la borghesia coll'unità proletaria e colla solidarietà", per mezzo delle organizzazioni economiche e del suffragio universale.

Poi intervenne Mossotti.

Secondo testimonianze di parte (il pretore, il sig. Anselmo Alberani e il parroco Don Tellarini avrebbero udito con le loro orecchie), i due avrebbero incitato alla distruzione e alla devastazione:

altre frasi che avrebbero sentito erano

-         Tutti compatti: chi è con noi e contro di noi lo conosceremo domani.  I padroni siete voi, fate quello che volete – armatevi (Mossotti)

-         "Prendete da tutti ciò che volete"  (un anarchico)

-         "No, solo dai borghesi, rispettate i commercianti.    
Il vostro nemico è la borghesia" (il sindaco)

Alcuni anarchici avrebbero gridato "Abbasso il Tricolore!" che era stato issato a mezz'asta lì sopra il Municipio per i fatti di Ancona.

Dalla folla galvanizzata durante il comizio si sentì anche qualcuno gridare "Viva il Comunismo! Viva la rivoluzione”.

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Assalto alla stazione per interrompere le comunicazioni

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Il Circolo Monarchico di Alfonsine distrutto: a terra i resti del bigliardo. 
Sul muro le scritte
"W Masetti" "M l'esercito".
A sinistra il manipolo di carabinieri di Alfonsine con i loro cavalli a controllare i danni subiti dal Circolo Monarchico, dopo i giorni caldi; a destra alfonsinesi in posa, forse gli stessi della rivolta.

Ore 19

Terminato il comizio, dalla folla si udirono grida: "Bene! bene! Evviva la rivoluzione! Abbasso la borghesia!" e poi "Alla stazione! Alla stazione!"

Si formò un corteo spontaneo con alla testa gli anarchici (ma secondo la denuncia della polizia "dirige il tutto Mossotti e, pare, anche il Sindaco") che dalla piazza si avviò lungo Corso Garibaldi. Una specie di orda selvaggia che questa volta arrivò alla stazione, saccheggiò da un casetto alcune barre di ferro e divelse un tratto di ferrovia, oltre alla sistematica rottura dei fili di telegrafo e telefono.

Sempre al suono dei corni e alla luce delle torce a vento, i manifestanti tornarono in Piazza Monti. La scena doveva essere impressionante.

La folla si recò poi al Circolo Monarchico (o Circolo Cittadino) che era lì a due passi (oggi quel palazzo è detto "Palazzo Marini" ed è stato ristrutturato e donato al Comune di Alfonsine).

Sfondata la porta (la descrizione è del parroco) con leve e grossi pali, salirono nella sala superiore dove c'era un bigliardo e lo gettarono intero dalla finestra. Volarono fuori le immagini del Re Vittorio Emanuele III e della Regina d'Italia. Poi sedie, tavolini di marmo, bicchieri: si vedevano i giovani afferrare bottiglie piene di liquori d'ogni colore e sbatterle contro le colonne con battute ironiche e imprecazioni. L'aria era satura di vapori alcolici. Cadendo al suolo il bigliardo si spaccò in mille pezzi."

Oltre all'aspetto distruttivo e rancoroso  (furono gettati dalla finestra del secondo piano del Circolo Monarchico un biliardo, sedie e ogni suppellettile) qui troviamo anche l'aspetto ironico e giocoso con la defenestrazione dei quadri del Re Vittorio Emanuele III e della Regina: "Abbiamo buttato giù la monarchia" - gridò qualcuno con quel pizzico di ironia tipica degli alfonsinesi quando vogliono sdrammatizzare qualche evento.

Fu questo uno dei tanti riti simbolici che segnarono molti aspetti della rivolta, spesso oscillante tra il grottesco e il giocoso. 

Assalto alla chiesa

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La chiesa Santa Maria di Alfonsine dopo il saccheggio

Si notano i resti del falò. Gente di Alfonsine in posa per la foto. Nello sfondo la locanda "Al Sole" di Fed (Bonafede Minarelli) e Susanna Garavini (sorella del Sindaco). poco più avanti si intravvede la Bettola dei Cicconi (e' betulè): una delle tante osterie della piazza di Alfonsine

20,30

Giovani adolescenti scoprirono per la prima volta l'ebbrezza della festa

 

Per una volta fuori dallo stato di necessità e miseria, anche i bambini e gli adolescenti furono protagonisti, sempre in prima linea a godersi l'ebbrezza della festa.

Arturo d'la Canapira (n.1900 - m.2002), che allora aveva 14 anni, ha raccontato che lui e una sua amichetta erano entrati dentro al Circolo Monarchico durante il saccheggio. 

Impossessatisi di una bottiglia di liquore se la bevvero.

Il parroco don Luigi Tellarini che stava guardando attraverso le persiane chiuse della finestra della canonica così descrive la stessa scena: "Si vedevano i giovanetti, con un accanimento indescrivibile, afferrare bottiglie piene di liquore d'ogni colore e sbatterle contro le colonne della casa di fronte con gioia così pazza e con tale ironia che faceva fremere d'orrore e l'aria era talmente satura di odore alcoolico da non potersi descrivere."

Fu assalito l’ufficio delle poste, poi anche quello del telegrafo e del telefono che erano collocati al pian terreno, in alcune stanze del Municipio.  

L'assalto alla chiesa


La folla si spostò poi nel piazzale della chiesa, preceduta da uno stuolo di ragazzi festanti. 

I manifestanti si arrestarono davanti alla porta laterale della chiesa e iniziarono una sassaiola contro i vetri della canonica. Con grossi pali un gruppo di anarchici ne abbattè la porta: entrati gridarono "in dov'el clu c'cmanda!" (dov'è quello che comanda?".
Passarono quindi in sacrestia e appiccarono il fuoco ovunque: tre grandi armadi pieni di arredi sacri, il banco che serve ai sacerdoti per mettere gli apparati, gli sgabelli, le porte, le panche e le statue. 

In chiesa furono incendiate le grosse porte esterne, i confessionali e un gran mucchio di sedie (160), che appartenevano al sacrestano Antonio Pattuelli (Patvèl). 

I banchi di noce massiccio furono ammucchiati all'esterno, spaccati e fu fatto un gran falò. Nel rogo finirono anche varie statue di legno:

il San Giuseppe e il Sant'Antonio e l'Addolorata, opere degli antichi Graziani di Faenza, poi la statua della Beata Vergine di Lourdes, San Francesco Saverio, la B. V. del Rosario.

Gran parte della gente assistette muta e stupefatta, in lontananza, ma nessuno osò fermare il gruppo di devastatori, probabilmente anarchici, ma non solo. 

Il sindaco accorse davanti alla chiesa per esortare i più scatenati a non commettere tali eccessi. 

Poi fu trascinato via da sua moglie e dall'assessore Dradi, che temettero per la sua incolumità.

Il gran falò durò parecchie ore: una  folla festeggiava intorno cantando inni rivoluzionari e anarchici. Si udirono frasi come "Viva la rivoluzione sociale!", non solo dagli anarchici ma anche dai repubblicani e dai socialisti.

I carabinieri restano chiusi in caserma


 Caserma dei carabinieri di Alfonsine in corso Garibaldi

Il delegato di Pubblica Sicurezza si era dato ammalato fin dal pomeriggio, fuggito nel giardino del Dott. Filose medico condotto del centro. Questi lo trovò sotto un albero in preda al panico, a febbre, a vomito... Il dottore lo accompagnò all'ospedale dove fu colpito da dissenteria.

 

I Carabinieri a cavallo erano in 13 e rimasero chiusi nella caserma in fondo al Corso Garibaldi, con le porte barricate: il maresciallo, quando venne a sapere dell'incendio della chiesa sarebbe voluto uscire.

Il dott. Filose lo dissuase dicendogli "che era assurdo contrastare le migliaia di persone intente alla distruzione".

 

ore 22

 

Alle 22 arrivò il Pretore che guidò i carabinieri alla chiesa per aiutare i volontari a spegnere l'incendio nella sacrestia,"mentre i facinorosi si trovavano ancora in piazza attorno al falò"

Alle 23 il fuoco ardeva ancora dentro la chiesa, in diversi punti, sul sagrato (e questo era il rogo maggiore), in sacrestia e anche nel cortile interno. 

Il parroco e la sorella riuscirono a fuggire a casa del cappellano Don Serafino Servidei che abitava a poche centinaia di metri metri. 

Poi a mezzanotte il parroco tornò e trovò gli stessi che avevano fatto quel disastro che si offrirono di spegnerlo. Lui fece buon viso a cattivo gioco e per tenerseli buoni offrì loro un fiasco di vino. 

“Era di poco passata la mezzanotte e quasi tutti se ne erano andati al riposo; pochi restavano ancora i quali, appena mi videro e certi di essere da me riconosciuti, vigliaccamente si profersero di fare opera di spegnimento, mentre poi essi medesimi erano di quelli che dianzi avevano appiccato il fuoco. Ricordo benissimo che io, sia perché li ritenni veritieri, sia per cattivarmi l'animo loro, ebbi il pensiero di offrire loro alcuni fiaschi del mio vino migliore. All'una erano tutti a dormire."

Ma il parroco sentì ancora qualcuno che si avvicina al campanile, deciso a suonare le campane: “Poco dopo, nel cupo silenzio, interrotto soltanto dal continuo abbaiare dei cani, scorgo altre due ombre avanzarsi verso la Canonica: non fui capace di riconoscerli... Andiamo sul campanile, dice l'uno di essi, andiamo a suonare il campanone. Mi corse un brivido per le vene. Mi precipito allora ad avvertire la sorella che era andata a riposare, prevenendola ed assicurandola a non aver paura: era tanto terrorizzata! E le campane cominciano a suonare nella notte triste e lugubre, non già per invitare i fedeli alla preghiera e al sacro tempio, ma per avvertire che i rivoluzionari erano essi  padroni del campo!!”

Giovedì 11 giugno 1914

Nuovo assalto alla chiesa


Chiesa Santa Maria di Alfonsine
Questa è l'ancona (tabernacolo in legno) al centro dell'altare su cui era incastonata la ceramica della Madonna delle Grazie.


Ceramica della Madonna delle Grazie di Alfonsine
Questa è una ceramica del '500 ancora esposta nell'attuale chiesa parrocchiale Santa Maria di Alfonsine. Durante la Settimana Rossa subì alcuni spari nel tentativo di distruzione da parte dei manifestanti. I colpi lasciarono alcuni segni ancora visibili, ma il quadro non si ruppe. Questo fatto divenne una leggenda alfonsinese.

Il quadro superò anche la distruzione totale della chiesa avvenuta durante la seconda guerra mondiale.


Chiesa Santa Maria di Alfonsine
(fototeca Archivio Istituto Storico della Resistenza di Alfonsine)
Interno della chiesa prima del saccheggio della Settimana Rossa.
Si notano i lunotti con vetrate da cui arrivava la luce

 

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L'immagine di S. Andrea, 
da un quadretto di un'altra chiesa italiana


E' betulè
La bettola dei Minguzzi (detta dei Ciconi). Si tratta di un chiosco-osteria della famiglia Minguzzi, posto di fianco alla chiesa.

Qui sopra la foto  di 
Antonio Minguzzi

  uno dei figli di Ciconi, All'epoca dei fatti era il bambino dodicenne di cui parla don Tellarini. Sarà poi il babbo della maestra Maddalena Minguzzi.

Il caffé degli anarchici detto “dla Niculéna”

E’ il giorno del nuovo assalto alla Chiesa Santa Maria: ateismo, spirito pagano e superstizione, bambini festanti in prima fila, donne danzanti con i vestiti del prete.
Al di là della violenza e della furia sacrilega di qualcuno,
ci fu anche la magia di un carnevale fuori stagione e tutto da inventare. 

 
Ore 7

Fin dal mattino ripresero gli atti vandalici contro la chiesa.

Fu distrutto l'organo della ditta Strozzi di Ferrara, che era fatto di 800 canne in stagno nella facciata, e altre di piombo e di zinco.

Un gruppo dei più esagitati scaraventò di nuovo sulla piazza altre panche, statue e suppellettili per alimentare un nuovo falò. Non tutta la popolazione li seguì, ma non erano certamente in pochi; ad Alfonsine gli anarchici erano un numero considerevole; ad essi si unirono anche i “mazziniani intransigenti” e i socialisti rivoluzionari.

Durante il saccheggio della chiesa si videro donne, uomini e ragazzi inscenare una festa zingara con danze e musiche davanti al falò.

Molti ragazzi si vestirono con camici, cotte e stole, e le donne con tovaglie da altare e biancheria d'ogni sorta.

Poi tutti a ballare nella festa dionisiaca davanti al fuoco alimentato con le suppellettili e le statue della chiesa.

Li accompagnava una musica tribale suonata con le canne dell'organo.

Infatti dopo aver distrutto l'organo della chiesa, i saccheggiatori avevano tolto dal loro posto le magnifiche canne di stagno, di piombo e di zinco (in tutto circa 800);
poi le avevano date ai bambini della piazza che le fecero suonare soffiandoci dentro. 
 

Casella di testo:  Suonando a tutto fiato- così descrisse la scena don Tellarini - corrono nella piazza e incomincia allora quella musica barbara, quella nenia che i poveri Selvaggi dell'Africa sogliono fare durante le loro feste cannibalesche

"E malet da j azident" di S. Andrea

 Uno dei saccheggiatori stava tentando di colpire l'immagine di S. Andrea, per spezzarla e distruggerla: un quadretto di legno scolpito che ritraeva il santo cappuccino in atteggiamento devoto, con la corona in mano e la bisaccia che gli pendeva davanti e di dietro a mo' dei frati questuanti.

A forza di colpi contro il quadretto appeso al muro, stava per tirarlo giù, quando arrivò di gran corsa un compagno il quale, con fare disperato, gli disse:

Ma cosa fai? - Che faccio? - rispose l'altro meravigliato.

Ma non vedi che è S. Andrea?  Se S. Andrea apre il sacchetto degli accidenti, non siamo rovinati? 

(Il dialogo avvenne in romagnolo: Se sant'Indrei l'arves e malet da i azident, an sen arvinée?).

  Così il quadro di S. Andrea, a cui la credenza popolare attribuiva da sempre facoltà iettatorie, si salvò; ma solo fino al 1945, quando la vecchia chiesa andò distrutta con la guerra, e tutto l'arredo fu perduto per sempre.

Furono però spezzati i candelieri, il battistero e l'altare; bruciati gli arredi sacri, rotte le cassette delle elemosine.

Fu forzata la porta di casa del parroco e rubata l'argenteria, l'ostensorio, l'archivio, abiti e una cassa di candele.

Armati di pistole e fucili spezzarono tutti i vetri (circa 300) del coro, dei lunettoni e del teatro parrocchiale.

Il saccheggio continuò per tutta la mattinata.   

I prodigi della S.S. Vergine Maria

Sopra l'ancona (tabernacolo in legno) del coro, ad un’altezza di circa cinque metri, circondata da una bella cornice, era collocato un quadretto di terracotta raffigurante la B. V. delle Grazie col Bambino.
I rivoluzionari salirono sui gradini dell'altar maggiore e cominciarono a tirare colpi di sasso contro l'immagine: il quadretto, appeso ad un cordoncino, dondolava, ma non si spezzava: non cadde. Visti inutili i sassi, allora provarono con un fucile. Spararono, il quadretto dondolò ancora, ma non si spezzò. Visto inutile ogni tentativo, abbandonarono l'impresa e il quadretto rimase fermo al suo posto, salvo.
Questa storia raccontata dal parroco diventò di dominio pubblico e fu trasmessa di generazione in generazione, alimentando così una vera e propria leggenda alfonsinese.

Un’altra leggenda, legata a quei giorni, riguardò una donna che, durante il saccheggio della chiesa, si mise davanti al quadro della B. V. delle Grazie col Bambino e chiese di avere un segnale dell’esistenza della Madonna. Quella donna era incinta: pochi mesi dopo le nacque una figlia che era priva del braccio sinistro, tanto che fu soprannominata dagli alfonsinesi “la moncaréna”.

Il parroco si era rifugiato a Fusignano, dai suoi famigliari: “Ricordo che nell'allontanarmi dalla piazza, passando avanti alla bettola dei Minguzzi (detta dei Ciconi), uno dei figli, Antonio, mi seguì per spiare ove andavo a rifugiarmi ed io dovetti fare parecchi giri e parecchie svolte per fargli perdere le mie traccie. Come infatti così avvenne”.  

Il parroco tornò ad Alfonsine: 

“Mi premeva assai constatare quale sorte avevano corso le mie personali suppellettili di casa e infatti solo, solo mi avviai verso la piazza. In prossimità delle scuole comunali vidi venirmi incontro il capo dei rivoluzionari, Mossotti Ferruccio.
Era rosso in viso, aveva gli occhi fuori dell'orbita che sprigionavano scintille di fuoco, procedeva dondolando la sua persona a destra e a sinistra: l'ho ancora presente alla mente: si fermò, mi diede una terribile occhiata e passò oltre.
Giunto che fui presso il Caffé degli anarchici, detto il Caffé della Nicolina, scorsi una moltitudine di persone che stava
ai tavolini a godersi il fresco, ed a contemplare la scena sorbendo il caffé e centellinando bicchierini di liquori
con un'allegria indescrivibile.

Appena mi videro fecero un gesto di sorpresa e ricordo uno che disse: Bé! non è mica fuggito! Ma se è ancora qui!, e tutti gli occhi si appuntarono su di me.

Io tirai innanzi per la mia strada”.

Assalto alla pretura e incendio del Municipio




15 giugno: il municipio di Alfonsine incendiato
(fototeca Archivio Istituto Storico della Resistenza di Alfonsine)
Si vede che è stato tolto l'orologio del municipio in alto.
 La foto fu pubblicata sul Resto del Carlino del 17 giugno 1914

Ore 8,30

Alcuni dei più esagitati decisero di assaltare la sede della Pretura, che si trovava in un locale al piano terra del Municipio.

In quei giorni, l'Amministrazione Comunale socialista aveva deciso di avviare lavori per un ingrandimento del Palazzo Municipale: ciò perché con il nuovo sistema elettorale i consiglieri erano passati da 23 a 30 e non c'era più spazio nella vecchia sala consiliare.

Di fianco al Municipio c’erano le impalcature dei muratori per erigere il fabbricato. Usando alcuni di quegli attrezzi fu sfondata la porta della pretura e incendiati tutti i documenti. Poi l’incendio diminuì e si spense lentamente. 

Il sindaco Camillo Garavini si trovava al Circolo Socialista, di là dall’argine del Senio, con gli altri assessori lì riuniti per decidere cosa fare nelle giornate successive: la linea fu di lasciar fare oppure sarebbe stata guerra civile (era questa la vecchia strategia di Giolitti), ma qui indica che i dirigenti socialisti erano assolutamente contro ciò che la massa della gente stava determinando. Quando seppero dell'incendio si recarono tutti in piazza.

Garavini scrisse una lettera a Giovanni Bacci, che era a Ravenna: il messaggio venne affidato ad un giovane ciclista, il quale fu fermato a Porta San Biagio dai soldati (si ricordi che Ravenna si trovava in stato d'assedio) e non poté portare a compimento la propria ambasciata. Questo il testo:

"Caro Bacci, qui imperversa la violenza della folla contro le cose. Temo che degenererà contro le persone. La chiesa e il municipio vennero incendiati, la situazione più che grave è disperata. Noi facciamo del nostro meglio, siamo fra la massa, ma oramai il movimento è irrefrenabile. Prima di sera sarebbe indispensabile la tua presenza e quella di [Umberto] Bianchi per tentare di pervenire l'incognita di questa notte" (Carte Ricci, "Lettera di Camillo Garavini a Giovanni Bacci [ma Alfonsine], s.d. [ma 11 giugno 1914]. In copia presso l'AISREC. Questa appare anche su un articolo del 24 giugno 1914 del "Giornale del Mattino" dal titolo "I 'misteri' di Alfonsine e le accuse del'Carlino"

I dirigenti socialisti alfonsinesi furono quindi assolutamente contrari a ciò che la massa della gente stava determinando.  

La vicenda di Garavini è emblematica come quella di tanti altri dirigenti politici e sindacali, socialisti e repubblicani: per quanto moderati, si lasciarono contagiare, almeno in un primo momento, dall'esaltazione rivoluzionaria, finendo poi per restare soggiogati dagli avvenimenti.

Il sindaco si dichiara impotente a controllare la folla

 

Lì il dottor Filose si avvicinò al sindaco e gli disse
- "Questa è anarchia!"  

Al che il Garavini rispose: - "Non ho più alcuna autorità per trattenere la folla".

Il signor Bruto Marini (Maré) e il signor Monti chiesero al sindaco: - “Perché non impedite tutto questo?", ma non ebbero risposta.

Poi Garavini si rivolse alla gente gridando loro:

- "Se c'è la rivoluzione abbiamo vinto: non fate altri vandalismi!"

Assalto alle case private

 

.... dai Marini


Bruto Marini

ore 10

Altri nuclei di rivoltosi capitanati da Mossotti si recarono nelle abitazioni dei più ricchi del paese e sequestrarono beni alimentari, a volte con l'intimidazione delle armi.

A casa di Violani, (Pasaré) il mugnaio, sequestrano 98 quintali di farina. Presero “in prestito” anche l'automobile con cui il Mossotti si sposterà poi da un punto all'altro del paese.

Andarono poi alla Villa di Maré, antico palazzo in Corso Garibaldi dove alloggiava il sig. cav. Bruto Marini e il suo fattore Luigiò (Luigi Randi). Quando i rivoltosi arrivarono, il Marini non oppose resistenza, ma ordinò ai suoi dipendenti di spalancare le porte e ricevere a braccia conserte. Lasciò prendere un po' di vino qualche sacco di farina. Pare che prelevassero al fattore Luigi Randi i denari che aveva in tasca e l'orologio, ma non recarono danni. (I Marini dopo quell’esperienza vendettero tutte le loro proprietà: 48 poderi più la villa e la cantina).

... dai Massaroli

Si recarono alla villa dei Massaroli nei Sabbioni alla sinistra del Senio, (la Villa della Marchesa Giuditta Gallerani Passeri in Massaroli) che sarà poi, nel dopoguerra, adibita ad Asilo Parrocchiale e poi abbattuta e trasformata in un condominio negli anni ’70). Qui furono lasciati entrare. Ottennero del denaro e se ne andarono senza fare danni.  

... dagli Alberani

 

"As cavarèn la fàm / cun la pignata d'j Alberàn"

Alla casa della famiglia del Dott. Anselmo Alberani, uno dei più ricchi proprietari terrieri di Alfonsine, in via Reale (dove oggi c’è la fabbrica di trasformazione “Contarini”) un gruppo guidato dal capo degli anarchici locali, armato di mannaia, mazze di ferro e bastoni scavalcò il cancello e fracassò tutto per entrare.

Ad Anselmo Alberani fu puntata una pistola al petto e, sopra il suo capo, un giovane teneva sospesa un'accetta, (secondo la testimonianza dello stesso Alberani, quindi di parte).

Fu perquisito, gli furono tolti i denari, fracassati tutti i mobili della casa, specialmente quelli della stanza matrimoniale. Requisirono tutto ciò che era commestibile.

Portarono via un gran pentolone che stava sulla tavola imbandita per il pranzo, e come trofeo lo portarono alla testa del corteo, di ritorno lungo “e stradò”, ritmando in coro:

"As cavarèn la fàm cun la pignata d'j Alberàn".

(testimonianza Filippina Tamburini, su racconti della nonna)

I ragazzini festanti precedevano la folla, rendendo almeno un po’ più giocosa e allegra la festa della rivoluzione.

... da Violani A casa di Violani, il mugnaio, sequestrarono 98 quintali di farina marca 2°. Presero anche l'automobile, con cui il Mossotti si sposterà da un punto all'altro del paese
... dai Mingazzi Andarono dai Mingazzi, dove vennero sequestrati 45 quintali di grano, vino e denari. Fecero molti danni.
... dai Faggioli Da Faggioli asportarono 30 quintali di grano. 
... da vari bottegai Da bottegai come la sig. Carolina Mirri, sul ponte nuovo, presero salami e prosciutti, da Antonio Ricci requisirono armi, benzina, cartucce per pistole e fucili, dal ramaio Grazioli, in piazza Monti, presero tutte le catene di ferro che servirono per sbarrare le strade. A tutti dicevano di mettere nel conto del Comitato e del nuovo governo.

I magazzini del popolo

Alla sinistra del Municipio si vede il foro annonario, dove vi erano anche magazzini del comune, oltre a negozi affittati ai privati

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La lapide a ricordo dell'Albero della Libertà del 1849.
(Il punto esatto è davanti al ristorante-albergo "Gallo", esattamente sopra al dosso rallenta-traffico)  

Quella vecchia lapide,  in cui si ricorda l'albero della libertà, fu posta  nel 1904 quando Alfonsine fu governata per la prima volta da una giunta di sinistra composta da socialisti e repubblicani. Durante la ristrutturazione di una strada a cui diedero nome "via Giordano Bruno", gli operai urtarono una vecchia radice rimasta sotto il terreno della strada fin dai tempi dei loro nonni, quando in nome di Mazzini e Garibaldi avevano fatto la rivoluzione sostenendo la Repubblica Romana e piantando proprio in quel luogo l'"albero della libertà". 

La Repubblica Romana fu annientata, l'Albero della Libertà fu abbattuto e i sogni degli alfonsinesi riposti nel cassetto in attesa di tempi migliori. 

Il tutto era durato appena 5 mesi da 9 febbraio del 1849 al 5 luglio dello stesso anno, quando le truppe francesi, al comando del generale Oudinot, invasero le sale dell'Assemblea, ordinandone lo scioglimento. Nelle due settimane di bombardamenti e combattimenti che precedettero la fine, la partecipazione popolare fu scarsa, disorganizzata, e numerose furono le diserzioni. Come tante altre volte vedremo nella Storia nazionale, rifulsero alcune figure, Luciano Manara, Giuseppe Garibaldi e altri, ma i romani, per lo più restarono alla finestra. L'utopia era finita, le baionette avevano riportato ordine, il papa era tornato a Roma. 

Ma in quei cinque mesi attorno a quell'albero di Alfonsine vi furono matrimoni laici, in cui i promessi sposi girandovi attorno  così recitavano:

Sotto quest’Albero / Di verdi foglie,
O cari amici, / Questa è mia moglie.
Sotto a quest’Albero /  Bello e fiorito, 
Questi, il vedete, / E’ mio marito

E alla fine erano marito e moglie!

Quella radice era tutto ciò che rimaneva di quell'albero e lì sopra fu posta la lapide.

Tutto venne portato nel foro annonario presso le Pescherie di piazza Monti, dove fu istituito un "magazzino del popolo" per provvedere all'approvvigionamento della popolazione. Una parte di questi beni di prima necessità fu lasciata all'ospedale, perché serviva agli ammalati. Un'altra parte di generi alimentari (prosciutti, farina) fu distribuita alla gente radunata nella piazza. Il rimanente fu immagazzinato nel foro annonario, per poter rivendere a prezzi calmierati, onde evitare speculazioni possibili per i beni di prima necessità, che in quel periodo si sarebbero potute verificare. Le gente gridava "Viva il comunismo (secondo il parroco, che scrisse le sue memorie qualche anno dopo), viva la rivoluzione!" Qualcuno fra la gente esclamò: - “Oh se durasse sempre così!"  

La rivoluzione come una festa

In quella frase "Oh se durasse sempre così" s’intravede lo stato di ebbrezza e felicità in cui si trovarono quegli uomini, donne e ragazzi, per l'eccitazione di vivere una situazione collettiva di euforia rivoluzionaria, e la consapevolezza nello stesso momento che non durerà tanto, ma che importa, conta l'intensità delle esperienze forti, e non la durata.

Si videro in giro crocchi di persone non più preoccupate ma allegre: il paese assunse un aspetto festivo, si discuteva facendo pronostici sull'esito della rivoluzione in Italia. Alcuni ritornarono con la memoria al 1849, quando i loro nonni, nella stessa piazza, avevano piantato l'albero della libertà.

Dal diario del parroco Don Tellarini: “Ed era uno spettacolo veramente singolare e comico assieme vedere quella folla andarsene con sacchi sul dorso, con prosciutti sotto le braccia e pane e vino ed ogni ben di Dio. Anche un ragazzetto, soprannominato Baratieri, orfano di padre e di famiglia veramente povera, che di giorno faceva servizi al parroco, anch'egli chiese di andare a prendere la sua parte ed infatti si ebbe un bel prosciutto.

Anche i repubblicani furono trascinati in quel clima che prefigurava la nascita della Repubblica.

Pieno d’orgoglio ed euforia il repubblicano Beno Gessi, veterinario, fu inviato dal Comitato Rivoluzionario con la sua moto a Fusignano e nei paesi vicini a diffondere la notizia della presunta rivoluzione.

Il Gessi, col cognato Ferruccio Mossotti e il fratello Mino Gessi, fu tra gli attivisti della rivolta di Alfonsine e qui ebbe il compito di staffetta: tentò di convincere anche i fusignanesi a sequestrare le armi per andare a Ravenna, a liberare gli amici circondati nel cortile della casa del Popolo. Così anche a Fusignano la folla si scatenò al grido “Facciamo come quelli di Alfonsine!”

('Gli avvenimenti fusignanesi della settimana rossa 9-10 e 11 giugno 1914, ricordati dal sottoscritto che vi partecipò personalmente e con funzioni direttive', s.l., marzo 1917, [p.7] di Pino Grossi)

La requisizione delle armi


Giacomo Gessi

Ore 13

Il Comitato rivoluzionario decise che si dovevano requisire tutte le armi. Aderirono tutti, secondo la testimonianza di Alberani - monarchico e del maestro Ballardini - repubblicano.
L'obiettivo era organizzare una spedizione su Ravenna per la liberazione dei prigionieri della Casa del Popolo. Questa fu la voce che circolava.

In realtà a Ravenna fu attuata una rapida uscita  dalla cavalleria per disperdere i dimostranti, i quali si erano sì rifugiati nella Casa del Popolo. Ma quando i soldati furono passati, tutti uscirono tranquillamente.
(Alla sera, terminata la rivolta, tutte le armi furono restituite)

Minacce ai Carabinieri e secondo incendio del Municipio


Caserma dei Carabinieri, 
in Corso Garibaldi. 
Andò distrutta con l'ultima guerra.

ore 15

Una folla sfilò minacciosa e armata di fucili davanti alla caserma dei carabinieri in fondo al Corso Garibaldi

ore 16

In Municipio intanto qualcuno cercava di salvare documenti e oggetti: erano il sindaco Garavini, con il segretario comunale Avv. Samarelli e suo figlio Pasquale, il capoufficio Massaroli, il rag. Melandri e pochi altri cittadini, che riuscirono attraverso le fiamme a salvare tutti gli atti dello Stato Civile e parte dell'Ufficio di Ragioneria; si salvò anche interamente la Posta, il Telegrafo e l'Esattoria Comunale. Accortisi però di ciò i rivoltosi ripresero ad incendiare.
Questa volta il fuoco si propagò fino al primo piano e il mezzanino. Tutto andò distrutto. Alla sera (ore 21) caddero anche i tetti.

Progetto di assalire la caserma dei carabinieri

ore 17

Un gruppo di rivoltosi discusse come dare l'assalto alla caserma dei Carabinieri. Coloro che abitavano vicino alla caserma (tra i quali il dott. Filose) furono sollecitati ad allontanarsi per permettere di sparare dalle loro case. Si decise che una delegazione di cittadini benestanti avrebbe dovuto parlamentare con i carabinieri per ottenere il disarmo, prima di dare l'assalto.

Il comportamento dei 13 carabinieri Durante tutta questa giornata i tredici carabinieri non uscirono mai dalla caserma. Erano troppo pochi e rimasero a difesa del presidio, che, avendo due entrate, una anche sul retro verso l'argine del Senio, con fienile e scuderia per i cavalli, necessitava di tutti i militi presenti per la difesa.
Fine della rivolta

ore 20

Il Sindaco aveva ricevuto, fin dalle ore 17, dalla Confederazione del Lavoro l'ordine che lo sciopero era sospeso dalla mezzanotte.

Nessuno del Comitato Rivoluzionario se la sentì di propagare una tale notizia.

Fu proprio il sindaco Garavini in prima persona a dichiarare alla folla, anticipando di quattro ore l’orario, che da quel momento, ore 20, lo sciopero era cessato, accompagnandolo con la frase "Siamo stati traditi!
(secondo il parroco Don Tellarini - ma non sembra credibile che l'abbia detta proprio Garavini, molto più probabile che sia stato qualche altro socialista o anarchico. Anche perché in un suo memoriale il Garavini sostenne di aver fatto il possibile per contenere gli eccessi degli scioperanti e cita, tra gli altri episodi, quello di aver annunciato per le ore 20 la fine dello sciopero, tacendo il fatto che invece l'indicazione era a partire dalla mezzanotte).  

Questa fu, infatti, la posizione di Mussolini, allora socialista rivoluzionario, sostenitore e attivista alle manifestazioni e agli scioperi per la zona di Milano, che accusò la Confederazione Generale del Lavoro di aver tradito le aspettative del popolo.

La gente però si sentì veramente tradita. Quasi tutti ad ogni modo obbedirono e tornarono a casa tra i mugugni. Restarono i più arrabbiati che però, vistisi in pochi, si dileguarono, consci forse di aver compiuto enormi atti vandalici, oppure rassegnati al fatto che la festa era finita.
I negozi riaprirono, la piazza Monti era deserta.

Il giornale "Pensiero Romagnolo del giorno dopo cercava di attenuare l'amara delusione scrivendo: "Lo sciopero è finito, la rivoluzione è cominciata!" Ma era un'affermazione ben lontana dal vero.

Sabato 13 giugno 1914

La Giunta Comunale si riunisce nelle scuole elementari

Commento e condanna del Sindaco Camillo Garavini 
per le violenze dei giorni precedenti

Il sindaco riunì la giunta municipale (socialista) e dichiarò, sebbene avesse sostenuto le manifestazioni dello sciopero generale, “la totale condanna degli eccessi inqualificabili che subito stigmatizzammo senza poter intervenire a porre un freno”. Dichiarò quindi nemici giurati dell’Amministrazione coloro che si lasciarono andare ad atti vandalici.

"Assistemmo impotenti alla distruzione della Chiesa, della Pretura, del nostro Palazzo Comunale, alle interruzioni delle comunicazioni telegrafiche, telefoniche e ferroviarie".

Denunciò il mancato intervento della forza pubblica e raccontò del loro tentativo di intervenire e delle minacce ricevute dai manifestanti; "fummo financo minacciati per aver biasimato gli atti vandalici ed inconsulti che la folla commetteva".

Sabato 21 giugno 1914

Arresti 

Foto degli esuli a San Marino, processati per la Settimana Rossa
Esuli a San Marino

Profughi politici a San Marino ritratti il 7 settembre 1914: da sinistra Brunetti (repubblicano di Fabriano, Camillo Garavini (sindaco di Alfonsine, socialista), Vincenzo Gironzi (repubblicano di Falconara), Umberto Bianchi (socialista di Ravenna) ed infine i fusignanesi Renato Emaldi (studente universitario, indipendente), e Giuseppe Grossi (impiegato comunale, repubblicano)

Sabato 21  Giugno 1914:  200 soldati di cavalleria

Si scatenò da parte dei conservatori e reazionari una campagna di denigrazione contro le persone più in vista del Partito Repubblicano e Socialista, come campagna in preparazione delle elezioni amministrative, che si tennero ad Alfonsine e Ravenna, la domenica 26 luglio.

Camillo Garavini fu ingiustamente accusato degli eccessi avvenuti nei giorni 10 e 11. E le testimonianze del parroco Don Tellarini (e di altri) furono rilasciate, a volte con qualche falsità e quindi non del tutto attendibili, certamente anche per le elezioni imminenti.

La mattina di sabato 21 giugno giunse da via Roma un reparto di ben 200 soldati di cavalleria. I soldati alloggiarono in chiesa e il tenente colonnello Riccordi prese il comando supremo. Iniziò così la retata. Furono invase e perquisite le case di coloro per i quali c'era un mandato di cattura. Molti però erano già in fuga. Riuscirono a fuggire il sindaco Camillo Garavini a San Marino, Ferruccio Mossotti e Beno Gessi in Svizzera a Locarno, dove conobbero di persona Mussolini, anche lui esule per gli stessi motivi.

Ci fu una serie selvaggia di arresti, in tutto 19 (9 repubblicani, 5 anarchici, 5 socialisti). Tra gli arrestati, Giacomo Gessi, fratello di Beno, che rimase in carcere a Pesaro per sei mesi.

Domenica 26 luglio 1914

Le elezioni amministrative di Alfonsine


Municipio di Alfonsine durante i lavori di ristrutturazione

La domenica 26 luglio 1914 ci furono le elezioni amministrative comunali, tutte giocate da parte dei conservatori sui fatti della “Settimana Rossa”.

Ad Alfonsine governava ancora una giunta socialista, anche se il sindaco era stato costretto a fuggire a San Marino. 

I Repubblicani scelsero di astenersi non presentando alcuna lista per non intralciare gli “amici” socialisti. 

I liberali conservatori non presentarono alcuna lista consapevoli di non poter competere, e mirando all’insediamento di un commissario prefettizio, come di fatto avvenne.

La vittoria della lista dei socialisti, fatti passare per "sovversivi", fu totale: 30 consiglieri su 30.

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Alberto Alberani
primo sindaco fascista nel 1922

Ultimo paradosso: tutti amnistiati per la nascita di una principessa.  

I molti alfonsinesi processati e condannati per quella rivolta, quelli che fuggirono in Svizzera e quelli che andarono in carcere, dopo sei mesi, alla nascita di una principessa reale, Maria Francesca di Savoia, ebbero un'amnistia generale e furono liberi. 

La nuova amministrazione con a capo Camillo Garavini dopo due anni fu commissariata. Riuscì comunque a realizzare la prima opera: la ristrutturazione del Municipio.  

Poi scoppiò la 1° Guerra Mondiale.

Gli alfonsinesi, di leva o volontari, ("ah!... quelli della settimana rossa") per punizione furono inviati quasi sempre in prima linea.

Quando nel 1922 andò al potere il fascismo anche ad Alfonsine e il nuovo sindaco fu Alberto Alberani (foto a destra), figlio dell’Anselmo Alberani già citato, per molti di quelli della “Settimana rossa” fu dura, molto dura.  

 

Conclusione

  Ad Alfonsine durante la “Settimana Rossa” non ci fu neanche un morto. La violenza fu simbolica, più contro le cose che contro le persone. Quella rivolta fu un primo slancio creativo, un tentativo di essere al di là dei confini.

Ma per muoversi in questa zona calda dell'evoluzione è necessaria una radicalità non più ideologica e rancorosa (come c’era in gran parte in quei tempi), ma biologica, cioè capace di attivare dall'interno del proprio corpo energia e vitalità, (in alcuni momenti di festa di quei giorni sembra intravedere che quegli alfonsinesi di un secolo fa in parte ci riuscirono).

Purtroppo l'assortito banchetto delle ideologie anarchiche, socialiste e repubblicane, che fece da cornice a questa rivolta, spinse in modo accentuato verso il radicalismo ideologico.

Le successive critiche e autocritiche cancellarono quasi completamente l'esperienza di festa, carnevale e di voglia di vita che in parte aveva caratterizzato quei giorni di metà giugno 1914.

La "settimana rossa" passò alla storia come qualche cosa da dimenticare. Essa fu rimossa completamente dalla memoria storica degli alfonsinesi di allora, e di oggi.

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