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Le polemiche su Vincenzo Monti

  • Francesco De Sanctis stronca Vincenzo Monti:
     il giudizio di voltagabbana e di ipocrisia mitigato dall' "era un buon uomo"

Furono drammatici anni storici, quelli in cui vissero prima il maturo Monti, poi il giovane Foscolo. 
Francesco De Sanctis ci fornisce di quel periodo la situazione sia letteraria sia politica:

"L'autore della "Bassvilliana" aveva Dante nell'immaginazione e Virgilio nell'orecchio. L'abate Monti, nato fra tanto fermento d'idee, ne ricevè l'impressione, come tutti gli uomini colti. Ma furono in lui più il portato della moda, che il frutto di un'ardente convinzione. Fu liberale sempre. E come non esser liberale a quel tempo, quando anche i retrivi gridavano "libertà", bene inteso la "vera libertà", come la chiamavano?

E in nome della libertà glorificò tutti i governi.

- Quando era moda innocente declamare contro il tiranno, gettò sul teatro l'"Aristodemo", che fece furore sotto gli occhi del papa.

- Quando la rivoluzione francese s'insanguinò, in nome della libertà combattè la licenza, e scrisse la "Basvilliana". Ma il canto gli fu troncato nella gola dalle vittorie di Napoleone, ....

- e allora in nome della libertà cantò Napoleone, ...

- e in nome anche della libertà cantò poi il governo austriaco.
  Le massime erano sempre quelle, applicate a tutti i casi dal duttile ingegno. Il poeta faceva quello che facevano i diplomatici.

Erano le idee del tempo e si torcevano a tutti gli avvenimenti. I suoi versi suonano sempre "libertà", "giustizia", "patria", "virtù", "Italia". E non è tutto ipocrisia. Dotato di una ricca immaginazione, ivi le idee pigliano calore e forma, sì che facciano illusione a lui stesso e simulino realtà. Non aveva l'indipendenza sociale di Alfieri, e non la virile moralità di Parini: era un buon uomo che avrebbe voluto conciliare insieme idee vecchie e nuove, tutte le opinioni, e dovendo pur scegliere, si teneva stretto alla maggioranza, e non gli piaceva fare il martire.

Fu dunque il segretario dell'opinione dominante, il poeta del buon successo. Benefico, tollerante, sincero, buon amico, cortigiano più per bisogno e per fiacchezza d'animo, che per malignità o perversità d'indole, se si fosse ritratto nella verità della sua natura, poteva da lui uscire un poeta. Orazio è interessante perché si dipinge qual è, scettico, cinico, poltrone, patriota senza pericolo, epicureo. Monti raffredda perché sotto la magnificenza di Achille sentì la meschinità di Tersite, e più alza la voce, e più piglia aria dantesca, più ti lascia freddo.

C'è quel falso eroico, tutto di frase e d'immagine, qualità tradizionale della letteratura, e caro ad un popolo fiacco e immaginoso, che aveva grandi le idee e piccolo il carattere.

Monti era la sua personificazione, e nessuno fu più applaudito.

La natura gli aveva largito le più alte qualità dell'artista, forza, grazia, affetto, armonia, facilità e brio di produzione. Aggiungi la più consumata abilità tecnica, un'assoluta padronanza della lingua e dell'elocuzione poetica. Ma erano forze vuote, macchine potenti prive d'impulso. Mancava la serietà di un contenuto profondamente meditato e sentito, mancava il carattere, che è l'impulso morale. Pure i suoi lavori, massime su l' "Iliade", saranno sempre utili a studiarvi i misteri dell'arte e le finezze dell'elocuzione. E la conclusione dello studio sarà, che non basta l'artista quando manchi il poeta.
Monti, come Metastasio, fu divinizzato in vita. Ebbe onori, titoli, forza, molto seguito. Un popolo così artistico, come l'italiano, ammirava quel suo magistero a freddo, quella facilità e quella felicità di armonie. Dopo la sua morte ebbe gli elogi di Alessandro Manzoni e di Pietro Giordani. E l'esagerazione delle accuse rese cari quegli elogi, quasi pio ufficio alla memoria di un uomo, in cui era più da compatire che da biasimare…".

Ugo Foscolo contro Vincenzo Monti: il giovane emergente censura la Bassvilliana del Monti

Francesco De Sanctis, in quel massimo monumento che è la sua Storia delle Letteratura Italiana contrappone il "novatore" Ugo Foscolo al "conservatore" Vincenzo Monti.

Infatti nella letteratura italiana del periodo cosiddetto "napoleonico", due figure campeggiano: uno è Ugo Foscolo, l'altro è Vincenzo Monti  che pur avendo nel 1798 (epoca della Cisalpina) 46 anni e una grande fama di poeta, si trovò davanti un giovane che aveva 20 anni, che gli censurò con furore la sua "Bassvilliana"; il giovane ventenne era proprio Ugo Foscolo.

La Bassvilliana:

una Cantica del 1793, dove Monti celebra il martirio del Re di Francia Luigi XVI e la sua famiglia,
dà contro Voltaire, Diderot e la plebe.

La "Cantica", fu subito cara alla reazione europea antifrancese, e soprattutto al clero;
non dimentichiamo che Monti era un uno stimato abate della Curia Romana.

Monti la sua "Cantica" l'aveva scritta nel '93, ed era un catalogo delle "pene sinistre dell'inferno" riservate ad UGO BASSVILLE (segretario della legazione del governo rivoluzionario francese, inviato a Roma per sostenere la causa repubblicana, morto accoltellato a Roma dai reazionari), pene riservate alle "accigliate anime ree", ai "regicidi" che con il loro esempio incoraggiarono il misfatto, a Voltaire ("l'empio maligno/filosofante"), a Diderot ("il furibondo e torbo/Diderotto") e alla "plebe".

Alla fine nel canto IV, Monti celebra il martirio di Luigi e della sua famiglia, e simbolicamente le sue esequie, dove la Fede e la Carità raccolgono in cielo il regio sangue sparso nelle coppe, lo affidano a quattro angeli che dall'alto dei cieli lo spargono sull'Europa ai quattro venti, e questo ricade copioso sulla Francia. Era quell'anno il primo della coalizione, ed è ovvio che la "Cantica", fu subito cara alla reazione europea antifrancese, e soprattutto al clero; non dimentichiamo che Monti era un uno stimato abate della Curia Romana.
Monti fu subito salutato -per quella patina dantesca- col nome di "Dante ingentilito"; fu un successo travolgente, però… fino al '97, quando le armi francesi con Napoleone iniziarono ad avere fortuna proprio in Italia. Un bell'imbarazzo per il Monti, poi perfino agitato.
Ma il Monti, la Cantica non l'aveva terminata, ma lasciata in sospeso. Allo spettacolo della guerra che nel '93 si preannunziava, il Bassville dall'altro mondo, "pentito" dei suoi orrendi misfatti, chiede piangendo all'angelo "a chi propizie volgeran le sorti?". L'angelo non risponde, ma promette una risposta, e qui il poema termina.
Monti aveva fatto bene a non dare la risposta e a quel punto interrompere.

Il giovane Foscolo scrive l'apologia di Ugo di Bassville

Così scrive il De Sanctis:

"…Fondata la repubblica cisalpina, in quel primo fervore di libertà Monti fu censurato per la sua "Basvilliana" con lo stesso furore che l'avevano applaudito.

"Un giovane scrisse la sua apologia. L'atto ardito piacque. E il giovane entrava nella vita tra la stima e la benevolenza pubblica. Parlo di Ugo Foscolo, formatosi alla scuola di Plutarco, di Dante e di Alfieri.
L'Italia, secondo il solito, se la contendevano francesi e tedeschi. Ritornava la storia, ma con altri impulsi. Non si trattava più di diritti territoriali. La sete del dominio e dell'influenza era dissimulata da motivi più nobili. Venivano in nome delle idee moderne. Gli uni gridavano "libertà e indipendenza nazionale": dietro alle loro baionette c'era Voltaire e Rousseau. Gli altri, proclamatisi prima difensori del papa e ristoratori del vecchio, finivano promettitori di vera libertà e di vera indipendenza. Le idee marciavano appresso ai soldati e penetravano nei più umili strati della società. Propaganda a suon di cannoni, che compì in pochi anni quello che avrebbe chiesto un secolo. Il popolo italiano ne fu agitato ne' suoi più intimi recessi: sorsero nuovi interessi, nuovi bisogni, altri costumi. E quando dopo il 1815 parve tutto ritornato nel primo assetto, sotto a quella vecchia superficie fermentava un popolo profondamente trasformato da uno spirito nuovo, che ebbe, come il vulcano, le sue periodiche eruzioni, finche non fu soddisfatto."

Quando Foscolo difese il Monti nel 1798 apprezzandone uno scritto

Monti scrisse vari componimenti minori, il più impegnativo dei quali fu la lettera a nome di Francesco Piranesi al generale Giovanni Acton, composta nel 1794 per difendere Piranesi, rappresentante della Svezia a Roma ed accusato di aver congiurato contro il reazionario barone d’Armfelt, ex ministro svedese. L’opera, il cui autore doveva restare segreto, e scritta per calcolo politico, è connotata dalla forza polemica della prosa che denuncia le ingiustizie e le sopraffazioni di un governo dispotico ed esalta la sovranità popolare (Foscolo l’apprezzò e, nel 1798, ne rivelò l’autore).

Foscolo e la moglie di Monti

Ugo Foscolo ottenne l’incarico (1800) di redigere le relazioni dell’Assemblea legislativa sul Monitore Italiano, soppresso dopo pochi mesi (vi conobbe Parini e Monti). S’invaghì senza fortuna di Teresa Pichler, moglie di Vincenzo Monti, e fu spinto persino ad un tentativo di suicidio. 

Partì per Bologna, forse anche per sfuggire a quel ricordo, dove trovò impiego in tribunale, collaborò al Monitore Bolognese e al Genio Democratico, pubblicò un’opera di ampio respiro: Ultime lettere di Jacopo Ortis.

ll vecchio Foscolo, rotto ogni rapporto col Monti, lo apostrofò duramente

Lo scontro con il Monti avvenne per un malinteso, essendo stata erroneamente attribuita al Foscolo la stroncatura di un poemetto didascalico di un poeta amico del Monti. Da lì iniziarono battute a colpi di poemetti, satire, epigrammi

Quando il Foscolo fu attaccato con satire ed epigrammi da maligni avversari e dal Monti, con lui  ruppe ogni rapporto, rispose alle accuse e, consapevole della sua indole dignitosa fino all'estremo, rivolse allo stesso Monti queste memorabili e schiette parole:

"Discenderemo entrambi nel sepolcro, voi più lodato certamente, io forse più compianto; il vostro epitaffio sarà un elogio; sul mio si leggerà che, nato e cresciuto fra tristi passioni, ho serbato la mia penna vergine di menzogne."

Botta e risposta tra Monti e Foscolo

Ugo Foscolo  contro Vincenzo Monti (ma non si ha piena certezza che sia stato proprio scritto dal Foscolo)

Questi è Monti poeta e cavaliero, 
gran traduttor dei traduttor d’Omero.

Il Foscolo scrisse l’epigramma contro Vincenzo Monti che nel 1810 pubblicò la traduzione dell’Iliade, condotta in gran parte di seconda mano, utilizzando versioni latine ed italiane.

Il Monti si rifece, mettendo in ridicolo la tragedia Aiace del Foscolo, rappresentata con scarso successo a Milano l’anno dopo.

Vincenzo Monti contro Ugo Foscolo

Per porre in scena il furibondo Aiace
il fiero Atride e l’Itaco fallace
gran fatica Ugo Foscolo non fè:
copiò se stesso e si divise in tre.

Il Monti ancora

Questi è rosso di pel Foscolo detto:
sì falso che falsò fino se stesso,
quando in Ugo cangiò Ser Nicoletto.
Guarda la borsa se ti vien d'appresso!

Il Foscolo ancora (ma non si ha piena certezza che sia stato proprio scritto dal Foscolo)

Dio Monti il Bardo andrà col Tasso al pari.
Firmato Eugenio, e un po' più giù Vaccari

 

Fin dall'inizio del '900 il Monti fu giudicato molto severamente

Scrive il Cesareo, forse un po' esagerando

"La sua arte è una continua menzogna. Per parer sincero dà in iperboli sgangherate; per parer magnifico cerca amplificazioni ventose; per parer ispirato sfoggia figurazioni eccessive; per parer armonioso riesce uniformemente sonoro. Fu un tenace assimilatore, ma dei grandi poeti, che egli imitò, non ritenne se non le abitudini esterne: della Bibbia l'accento profetico, di Dante il cipiglio vendicativo e la terza rima, del Klopstock la decorazione soprannaturale, dell'Ossian la falsa sublimità. Come tutti gli immaginifici, vale a dire i falsi poeti, ogni sua cura egli rivolse alla tecnica, e se ne rese veramente signore. Seppe la varia ricchezza della lingua italiana, trattò tutti metri con agile maestria, fu elegante e spesso potente coloritore d' immagini sparse, ebbe 1a frase pronta e fedele. Appunto per ciò riuscì molto meglio in qualche sonetto, come quello per il ritratto della figliuola, il cui pensiero si compie tutto dentro un'immagine sola; nel poema didascalico della "Feroniade" ove per la natura stessa dell'argomento ciascuna immagine sta da sé e nelle traduzioni, in quella dell' "Iliade" e nell'altra più bella, quantunque meno famosa, della "Pulcella d'Orléans", in cui non si tratta che di lucidare, con perspicacia evidenza, l'espressione dell'originale…"

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