Alfonsine

  

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 Famiglie alfonsinesi

Albero genealogico Famiglia Marini (Giuseppe detto Fitti)

Famiglia Marini
(ramo Giuseppe detto Fitti

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Foto di Domenico Marini 'Cantinori' datata nel retro 1906

Domenico Marini
detto 'Cantinori' 
(1847 –1913)
Sposa (1875)

Angela Pasini  
(1851-1934)
(ved. di Antonio Venturi che abitava in via Fiumazzo)


Angela Pasini si voleva buttare dal ponte perché era rimasta vedova di Antonio Venturi e aveva una bambina piccola (Barbara Venturi). Domenico Marini la vide e la salvò e di lì a poco la sposò. Barbara sposerà poi Pasquale Ancarani (detto Cagaròt) da cui nacquero tre figli
Antonio, Mario e Maria d'Cagaròt (maestra che divenne la moglie  di Venturini, padre del noto prof. Andrea Venturini). 
Angelina fu soprannominata la CANTINORIA dal soprannome del secondo marito. faceva la merciaia ambulante

 Ebbero altri quattro figli:
 Maria, Giuseppe, Antonio e Monica

 Domenico lavorò come birocciaio, trasportando vino dalla Romagna alle zone del Ferrarese.

 Maria Marini
sposa Giovanni Cesti

Giuseppe Marini
(1884-1945) 
Sposò Carolina Arniani  
(la Carlina)

Antonio Marini
(1896-1960)

Monica Marini

Giuseppe Marini

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Giuseppe Marini nacque ad Alfonsine nel 1884 da Domenico Marini e Angela Pasini, vedova Venturi.

Intraprendente e creativo fin da bambino lavorò come apprendista presso il fabbro Dante Casanova. Avendo questi già un altro apprendista di nome Giuseppe, per non confondere i due gli mise il soprannome di Iosafitti, da cui l’abbreviazione “Fitti”. 

Nel 1899, il giovanissimo operaio Giuseppe Marini, non certo ricco, si trovò a decidere se comprarsi un abito nuovo o dare il via a quella che sarà la sua carriera di costruttore e imprenditore: acquistare cioè I'occorrente per fabbricarsi da sé una bicicletta. 

Propese per la seconda scelta, e questo cambierà la sua vita e, col tempo, quella di un'intera comunità e quella del panorama di un vasto settore industriale. Dunque acquistò il materiale a Lugo, e lo assemblò nelle ore libere; a lavoro ultimato, vendette la bicicletta e col ricavato acquistò altri due telai da montore e rifinire, e poi per quattro biciclette e così via.

Per conto suo avviò presto un’attività artigianale, di riparazione biciclette.

La prima produzione prese il via in una stanza della casa della fidanzata del Marini, Carolina Arniani, in una zona di Alfonsine detta 'i  Sabbioni'. 

Con il sorgere del nuovo secolo, quindi, sintomi di fermento e di vivacità parevano in grado di potere mutare l'immagine stessa del nostro Paese. Non più, solamente, la terra delle magnifiche rovine di un tempo passato, ma anche quella di una popolazione attiva e intraprendente. Non più, esclusivamente, agricoltura, ma anche industria, meccanica e fervore imprenditoriale. Di questo spirito dovette essere imbevuto anche il giovane Giuseppe Marini, il quale, consapevole delle particolari esigenze dei lavoratori agricoli della zona, iniziò ad aggiustare prima, e produrre poi, biciclette.

La prima bottega "Marini"

Nel 1905 (nel frattempo Giuseppe si era sposato ed era nata la prima figlia, Marina), con la famiglia si trasferì in Corso Garibaldi, aprì il negozio che si vede nella foto qui di fianco, dove venne aperta la prima officina in cui, oltre alle biciclette, venivano costruiti, acquistati e rivenduti anche piccoli impianti di illuminazione e pure mobili.

Una mente dinamica, incapace di star fermo, brevettava in continuazione anche nuovi e vari attrezzi. 

Per un'altra coincidenza della storia, in quegli stessi mesi veniva anche fondata la Fabbrica Italiana Automobili Torino (la quale, nel 1906, avrebbe preso la denominazione, che ancora oggi mantiene, di FIAT.

In quegli anni la bicicletta rappresentava il fondamentale e insostituibile mezzo di locomozione. La sua linea di bici ottenne un notevole successo anche fuori del paese di Alfonsine 
Le “bici Marini” diventarono un marchio riconosciuto a livello provinciale e anche nazionale. 

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Sopra i tendoni di questo negozio in piazza a Bagnacavallo c'è scritto " bici "Marini", accanto alla "Bianchi e alla Maino"

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La prima bottega con qualche operaio era in corso Garibaldi, dove oggi c’è il Caffè del Corso. 

Nel 1909 fu presente alla Fiera di ”Esposizioni Riunite di Firenze” con le sue biciclette.

Sposò Carolina Arniani (la Carlina) da cui ebbe tre figli Marina, Marino, Roberto.

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Carolina Arniani e Giuseppe Marini

 

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Una bici "Marini" del 1915 ancora in vita, in possesso di un collezionista: Paolo Marchioni Via Provinciale per Finale, 55 Formignana  FE 3358132446 paolomarchioni@libero.it



 La vetrina del negozio nella nuova casa

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Un esemplare della moticicletta «Marini Turismo» 
(propr. Farolfi)  

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Marino Marini figlio di Giuseppe in tenuta da motociclista
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Giuseppe Marini

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La prima bottega di Giuseppe Marini, nel 1905 in corso Garibaldi, dove oggi c'è il cosidetto "Caffé del Corso", già Bar Riminucci e nel dopoguerra il Caffé Minarelli di Tereo e Gigino (nipoti d'la Beatriz che gestiva il bar sotto la casa del Fascio prima della guerra), mentre i fratelli Minarelli  (Tereo e Gigino) gestirono il Cinema Corso (già Littorio) in corso Garibaldi, sempre prima della guerra.

A destra sotto i portici il negozio di filati delle sorelle Gramantieri che poi si trasferirà vicino al ponte, per lasciare il posto alla farmacia di Lugaresi.

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La bottega di Marini (qui sopra) sembra essere collocata dove prima vi era un negozio di Pompe Funebri. Lo si deduce dalla scritta "pompe" nella parte sinistra della foto, e dal fatto che vi sono sopra l'arco due ali in volo a cui è stato appiccicato un disegno di due ruote da bicicletta.

L'insegna sopra recita 
"MARINI GIUSEPPE COSTRUTTORE E NOLEGGIATORE CICLISTICO ALFONSINE"

 

Nel 1914 iniziò la costruzione della propria casa e del negozio laboratorio

Nel 1914, proprio durante i giorni della "Settimana Rossa", iniziò a costruire un “palazzo” a tre piani in piazza Monti (ancora oggi visibile), dove installò un laboratorio per sperimentare e produrre oltre alle bici, anche le motociclette. Tra l'altro si mise anche a vendere mobili. 

LE MOTOCICLETTE MARINI

All'inizio degli anni Venti costruì un motore che montò su un telaio: entrambi risultarono prodotti da lui. Realizzò così il primo prototipo di una bicicletta a motore. Si trattava d'un blocco motore applicato a ridosso della corona, provvisto d'una propria catena, posta in parallelo all'altra. Una seconda modifica era costituita dal serbatoio che era inserito tra la sella ed il manubrio.

Nel 1923 fu presente con una gamma di motori al salone dell’Auto della Fiera Campionaria di Milano. Per oltre un quinquennio la produzione di motociclette proseguì ad Alfonsine, non più nella piccola bottega artigianale sottostante l'abitazione del suo fondatore e manager, ma in nuovi attigui locali, illuminati dai bagliori dei successi agonistici e dalle lusinghiere commesse provenienti dalle più importanti esposizioni alle quali la ditta Marini partecipava con propri stands alla stregua delle più conosciute marche di motociclette.

Fu chiamato 'motocicletta' e vide la luce nel 1925, anno nel quale Giuseppe Marini iscrisse la propria ditta all'Albo nazionale Case costruttrici. Questo modello, interamente creato, dai metalli di fusione alla verniciatura, nella bottega di Alfonsine, era provvisto d'un avanzato motore monocilindrico, a due tempi, con caratteristiche d'avanguardia, come i due carburatori che consentivano sentivano al mezzo brillanti prestazioni. Tanto che si creò il modello "Sport" e "Super Sport", idoneo alle competizioni.

Si formò in quegli anni la scuderia Marini con il figlio Marino, il veterano­ Giovanni Basigli - che aveva già corso nel 1912 nella scuderia "Reve" e poi con la "Frera" - e Virgilio Finessi, i quali divennero corridori ufficiali della Marini. 

Nel 1926 Finessi giunse primo nel circuito dei Tre Monti, una prestigiosa quanto difficoltosa gara sulle colline imolesi, cui partecipò con una "Marini Super Sport". Anche al nazionale Circuito del Savio una motocicletta Marini giunse vittoriosa al traguardo. La pilotava Basigli che poi vinse nelle gare di Faenza Forlì e tante altre.

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La casa di Giuseppe Marini 
(Una delle poche che si è salvata dalla distruzione della guerra)

 

Giuseppe Marini sopra una delle sue moto in piazza Monti davanti alla sua casa. Anno 1923: il ragazzino con la maglia a strisce è Antonio Grilli, babbo della prof. Angela Grilli, che diventò uno dei primi operai della fabbrica Marini.

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iuseppe Marini aderì al fascismo, per poter meglio portare avanti la sua attività di imprenditore, non fu tra i partecipanti alla Marcia su Roma né sembra aver avuto alcun ruolo specifico, né assunto cariche particolari. La sua adesione al fascismo si intravede dalla nomina a Presidente della Congregazione di Carità, (una specie di Ausl dell’epoca) negli anni ’30, nella carica di Segretario della Gioventù Fascista del figlio Marino, oltre che in una foto durante una manifestazione fascista in piazza Monti e la sua presenza sul palco delle autorità durante la sfilata dei carri della Festa dell'Uva.

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Giuseppe Marini dopo una gara con la sua «Super Sport», condotta da Finessi (1926).

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Gara Motociclistica sul Circuito dei “Tre Monti” Imola
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Un gruppo di amici davanti alla casa del Fascio: alcuni erano gerarchi del fascismo locale.

Da sinistra Pasi direttore del Credito Romagnolo, Giuseppe Marini, ?, Mario Monti, Romano Gagliardi, ?, Faustino Vecchi, Aurelio Tarroni (segr. PNF), ?, Dott. Enzo Sgarbi (veterinario comunale)
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Giuseppe Marini: 
(particolare della foto a destra)

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Una manifestazione fascista: Giuseppe Marini il primo da destra.

 

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Macchine "Marini" alla Fiera di Tripoli

 

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Le prove della spruzzatrice "Marini" in corso Garibaldi ad Alfonsine. 
A sinistra il palazzo Lugaresi-Camanzi

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Macchine Marini in una Fiera degli anni '30

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Giuseppe Marini con la figlia Marina

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Dai motori alle macchine stradali 
per stendere l'asfalto

Alle soglie del '29, anno della grande crisi economica, la ditta Marini si buttò nella costruzione di altre macchine, quelle per la costruzione di strade. Era accaduto che simili prototipi erano già apparsi sulla scena artigianale, ma agli occhi del geniale meccanico, erano lenti ed imperfetti e lui già vedeva come porre rimedio per migliorarli. 

Negli anni ’30 costruì un primo prototipo di macchina asfaltatrice  che ebbe un immediato successo. Da lì a poco sviluppò la produzione di queste macchine stradali che ebbero grande successo, stante anche la necessità di coprire le bianche strade attraversavano l'Italia, alla luce della diffusione delle prime automobili. Fu presente alla Fiera di Tripoli, e ottenne appalti per la costruzione di strade asfaltate sia in Italia che all’estero, tramite l’A.N.A.S.. La genialità di Giuseppe Marini migliorò ulteriormente i suoi prototipi, tanto che il suo nome divenne sinonimo più di macchine per far strade che di motociclette.  

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La realizzazione di una serie di brevetti coincise con la decisione di abbandonare la produzione delle moto che pure tanta soddisfazione gli aveva dato. 

Oggi i pochissimi esemplari conservati in prestigiose collezioni, sono l'ultima testimonianza di questa splendida avventura conclusasi nell'arco di un decennio, foriera però di quella grande e straordinaria impresa delle macchine per costruire strade, che con il nome Marini significò il fiore all'occhiello dell'industria nazionale.


 La fabbrica crebbe e si sviluppò, sorsero i primi capannoni e gli operai assunti furono una decina, ma già alla fine degli anni trenta i dipendenti erano già circa trentacinque.

Dalla caduta del fascismo alla guerra

Alla caduta del fascismo Giuseppe Marini continuò la sua attività in fabbrica. Ma la guerra e i bombardamenti impedirono lo sviluppo della produzione.Durante l’occupazione tedesca operò con l’organizzazione TODT in attività che l’esercito tedesco richiedeva, e che non potevano essere rifiutate. Il lavoro con la “Todt” in Italia, e anche ad Alfonsine, fu per molte persone una vera fortuna, in quanto lavorando lì non sarebbero state deportate in Germania.  
La TODT  una struttura fondata dall’ingegnere tedesco Fritz Todt e dall'architetto Albert Speer, che gestiva servizi per l’esercito in Germania, e che durante le varie guerre estese questa attività in tutte le nazioni occupate.  

Non risulta che Giuseppe Marini aderisse alla RSI.

 

 

Alla fine della guerra viene sequestrato con altri quattro: il suo corpo sarà sarà trovato solo sedici anni dopo

Sfollato con la famiglia al di là del Po Vecchio (Reno), ad Anita, tornarono nel febbraio del 1945 in paese, alloggiati presso la casa della figlia Marina sposata a Fausto Vecchi, in via Mazzini. A guerra finita, senza nulla temere, si trasferirono nella seconda casa in via Roma, dato che quella in piazza Monti era diventata inagibile.

La sera del 5 maggio 1945, mentre era in casa con la moglie Carolina (la Carlina) e tutta la famiglia, sentì fermarsi un autocarro davanti a casa. 
Nel cassone coperto da un telo c’era già qualcuno. Secondo le fonti, non rese note, del periodico “Il Romagnolo,  n° 32 maggio 2005 p. 1009,  "scesero in tre e bussarono alla porta, vestiti con giacche a vento e scarponi. Quando Giuseppe Marini aprì gli ordinarono di uscire e seguirli al comando di Ravenna. La moglie si spaventò ma Giuseppe Marini la rassicurò col proverbio “male non fare, paura non avere”. In tasca aveva un portafoglio con ottanta mila lire. L’autocarro partì in direzione della via Reale. Sull'autocarro c'erano, già prelevati, quasi certamente il Mingazzi e anche i due fratelli Santoni."

Poiché l'unico comando ufficiale del territorio, oltre al "Comando Alleato" e al CLN, era quello della Polizia ausiliaria partigiana, che aveva la sede nella Questura di Ravenna, presumibilmente era come dire 'lo portiamo in questura a Ravenna'. 
Comunque l'articolista Gianfranco Stella, come al solito, non cita la fonte di tale testimonianza. 
Però... tutto ciò non toglie che la cosa sia plausibile, dato che in quei giorni potevano circolare ad Alfonsine e nelle altre zone appena liberate, con mezzi come auto o camioncini e con armi, solo persone inquadrate e riconosciute da Alleati e CNL, e cioè la Polizia ausiliaria creata appositamente nei territori via via liberati e composta quasi per intero da ex-partigiani, alla dipendenza della Questura di Ravenna. A capo di tutto c'era stato il nuovo questore nominato da CLN, Genunzio 'Gianò' Guerrini (già commissario politico della 28° Brigata partigiana), e in quei giorni passato a dirigente del "Commissariato per l'epurazione". 

La testimonianza della sorella dei Santoni

Altre testimonianze dirette di quella tragica sono di Marino Faggioli (Natalino) e di sua moglie Germana Santoni, che pubblicò nel 1969 un libro “... e poi riprendemmo a vivere”, entrambi presenti al prelevamento dei fratelli Santoni. 

I fratelli Corrado e Giannino Santoni avevano avuto il loro palazzo di piazza Monti totalmente abbattuto dai tedeschi. Sfollati a Bologna con le famiglie erano tornati in bicicletta, con la sorella Germana  e Natalino Faggioli, proprio la mattina di quel 5 maggio. Si erano sistemati tutti a casa dei Faggioli. Anche la casa dei Faggioli si trovava in via Roma, poco distante da quella di Giuseppe Marini.  Quella sera inoltrata del 5 maggio si presentarono due persone, “in divisa tipo militare”, (secondo quanto scritto da Germana Santoni, “due sconosciuti sono entrati nell'ingresso con un foglio in mano. Cosa vorranno? Leggono un nome che non corrisponde esattamente, ma corrisponde il cognome. Domandano: "Qual è Giovanni Santoni?" e precisano "di Giuseppe"? Si risponde che non c'è. Rivolti a mio marito ripetono la domanda: "Siete voi Giovanni Santoni?" "No io sono Natalino Faggioli" "E voi?". "Io sono Corrado Santoni di Sebastiano" La risposta evidentemente non li convince. Borbottano fra loro e nell'incertezza Corrado viene trattenuto. Io e Giannino dalla cucina tendiamo l'orecchio ma non riusciamo ad afferrare la conversazione. Paura e presentimento ci scuotono nell'animo, ci paralizzano. I due uomini vengono avanti e mio marito è con loro. Corrado non lo vedremo più da quel momento purtroppo il suo destino è segnato.

Dopo un breve interrogatorio Giannino è costretto a seguirli. Chiede un attimo di tempo per mettersi le scarpe che aveva tolte per andare a dormire; si china, indugia guardandosi intorno furtivo, forse medita qualcosa - non lo sapremo mai.

I due uomini appoggiati allo stipite della porta seguono i suoi movimenti, la mano sul calcio dell'arma infilata nella tasca dei pantaloni. Hanno blusotti scuri, il fazzoletto rosso annodato al collo.

Non erano alfonsinesi e avevano una pronuncia leggermente meridionale. (Secondo quando raccontò Natalino Faggioli a Angelo Montanari, che raccontò poi al sottoscritto Luciano Lucci). Sull’autocarro erano rimasti in due: uno alla guida e uno al posto vicino al finestrino. Quest’ultimo sembrava voler nascondere il volto con la mano. 
Nel “cassone” al sig. Faggioli sembrò di vedere una sola persona.  

Continua il racconto della signora Germana Faggioli Santoni:

"Mi avvicino lentamente e li osservo. Un tremito convulso mi agita mentre ascolto l'assurdo dialogo che si svolge a voce bassa tra mio marito e i due uomini in attesa. Imbarazzato e titubante Natalino chiede: "Scusate chi vi manda?". Silenzio. Lui insiste: "Avete documenti?". Risposta secca: "Ma voi chi siete?". Natalino dice il nome, io tremo. E loro: "A voi non interessa". Breve pausa e ancora: "Posso venire con voi?". I due sono sorpresi: "A far cosa?". "Per chiarire. Qui c'è un equivoco - forse uno sbaglio di persona; i miei cognati non c'entrano". La risposta dopo un attimo di perplessità è decisamente dura: "No, dovreste tornare a piedi". Io continuo a tremare, le gambe quasi non mi reggono. Ho la netta sensazione che quelle domande non sono gradite. Segue un silenzio pesante finché Giannino sollecitato si avvia e il suo sguardo è sgomento; nell'incerta luce della stanza cerca noi, che lo guardiamo smarriti mentre esce coi due sconosciuti. Il cuore scoppia nel petto. Tesi nell'ascolto percepiamo il rumore dell'automezzo che si allontana e poco oltre si arresta. Natalino va sulla strada, non c'è luna ma riesce a intravederne la sagoma davanti a una casa poco distante (ndr la casa dei Marini): poi lo sente ripartire. Furtivamente, nonostante il coprifuoco, si porta fin là e trova la famiglia degli industriali Marini, nostri amici, in preda all'angoscia. Hanno prelevato il padre e come noi sono sconvolti."

L'esecuzione di Giuseppe Marini, 
dei due fratelli Santoni e di Stefano Mingazzi

"Forse, le buone relazioni fra l'imprenditore e il passato regime, necessarie allo sviluppo della ditta, erano state giudicate come la prova della sua fede fascista; oppure, anche, la sua condizione di industriale lo aveva reso un nemico "di classe" agli occhi dei suoi carnefici. In ogni caso, dato che i responsabili della sua morte non furono mai ritrovati, l'uccisione restava in parte avvolta dal mistero; certo è che Alfonsine e la Romagna perdevano uno, degli imprenditori meccanici di maggior talento"'

Il sequestro di Giuseppe Marini finì con il paralizzare completamente l'azienda. Una parte degli operai ne occupò i locali e si costituì in cooperativa, con il beneplacito del CLN

Contemporaneamente, però, anche i figli dell'imprenditore, Marino e Roberto, presero in mano le redini dell'impresa e provarono a riattivare la produzione: la prima macchina ad essere prodotta fu uno spandigraniglia.

Il rapido fallimento della cooperativa operaia consentì di riprendere pieno possesso delle strutture aziendali e riassumere personale qualificato. Nel 1948, poi, esauritesi le speranze di ritrovare Giuseppe Marini in vita, la società fu rifondata dai figli con il nome di Officina meccanica Marini. Solo nei primi anni Cinquanta, grazie alla riavviata produzione di macchine stradali, la ditta poté dirsi sostanzialmente uscita dai lunghi e profondi traumi del conflitto e dell'immediato dopoguerra. In quegli anni, le maestranze raggiunsero le ottanta unità, mentre i contatti con importanti clienti garantirono un più elevato nu­mero di commesse. A tal proposito, è importante sottolineare come i crediti maturati nei confronti della pubblica amministrazione o di aziende statali potessero essere ri­scossi in tempi ragionevolmente brevi, anche se "in natura", sotto forma, cioè, di attrezzature belliche dismesse, che potevano essere sfruttate per la componentistica o altrimenti avviate alla fonderia." (tratto dal libro dell'Istituto Storico della Resistenza "L'eredità della guerra a Ravenna- Fonti e interpretazioni per una storia della provincia di Ravenna dal 1940 al 1948”)

Nessuno saprà più nulla dei quattro fino al settembre del 1961 quando un contadino, durante i lavori di aratura del suo campo in zona Passetto, vide apparire tra la terra dei resti umani. Erano le ossa appartenute a quattro persone, i cui crani erano bucati dal colpo di un proiettile all’altezza della nuca. Furono trovati anche bossoli di calibro 9 e pezzi di filo di ferro usato per legare le mani ai sequestrati. I famigliari dei quattro prelevati nel maggio del 1945 riconobbero i loro cari da brandelli di vestiti e altri oggetti.

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Anno 1950

Gli eredi di Giuseppe Marini, dopo aver valutato la possibilità di spostare la loro attività altrove, decisero, per volontà soprattutto della moglie di Giuseppe Carolina (la Carlina) e del figlio Marino Marini, di continuare ad Alfonsine. La fabbrica decollò con la produzione delle macchine stradali e fu uno dei centri vitali per l’economia alfonsinese, giungendo ad occupare fino a mille dipendenti, senza contare l’indotto.

Questo fatto ha sempre destato forte impressione tra la gente di Alfonsine, perché i quattro che furono uccisi erano stati, durante il fascismo, persone tra le più in vista del paese. 

Erano stati sostenitori del fascismo, ma non risultava – e non risulta tuttora - che essi avessero mai avuto ruolo in alcuno degli episodi di violenza che sono disseminati lungo il ventennio fascista, e nel periodo della Repubblica di Salò. Tant’è che, a differenza di altri gerarchi fascisti, che avevano qualcosa da temere per le violenze distribuite qua e là lungo tutto il ventennio, loro, a guerra appena finita, erano tornati alle loro case.

Resta il fatto che, della loro sorte non si seppe più nulla fino a quel settembre del 1961.

La gente comune di Alfonsine non tardò a farsi un’idea di quel che poteva essere successo e da subito non condivise affatto una simile azione, anche se in quel tempo molti erano i concittadini morti da piangere. 
Non si può certo pensare, in quel tormentato periodo, qualcuno scoprisse o denunciasse eventuali esecutori o mandanti, anche perché, non trovandosi i corpi, non si aveva la certezza di nulla. Pochi i riferimenti concreti, nonostante le “voci” che negli anni, con crescente insistenza, presero a circolare; ma di voci si trattava, allora come oggi. 

Nessuno ha mai potuto o voluto raccontare più di tanto, ieri forse anche per paura, oggi perché nulla di certo è ancora emerso. La dinamica del fatto poteva far pensare a qualche gruppo militarmente attrezzato: si presentarono a casa delle vittime con un autocarro e, pare, con la divisa militare tipo inglese. Quasi inevitabile che nell’immaginario collettivo si potesse far strada l’idea che potevano essere partigiani.

L'unica testimonianza è di Germana Faggioli Santoni, presente all'evento:"Hanno blusotti scuri, il fazzoletto rosso annodato al collo.",  è pubblicata in un suo libro: "... Poi riprendemmo a vivere" stampato nel 1974 da Regione Letteraria

Esecuzioni di quel tipo, in quei giorni, in Alfonsine ce ne furono altre, e il loro numero appare sproporzionato rispetto a possibili vendette personali per violenze subite nel periodo 1923-1943, e attribuibili a fascisti.

Quel che è certo è che Giuseppe Marini, alla caduta del fascismo, continuò la sua attività in fabbrica. Ma la guerra e i bombardamenti impedirono lo sviluppo della produzione.

Durante l’occupazione tedesca operò per conto dell’organizzazione “TODT”, con attività che l’esercito tedesco richiedeva, e che non potevano essere rifiutate. Il lavoro con la “Todt” in Italia, e anche ad Alfonsine, fu per molte persone una vera fortuna, in quanto lavorando lì non sarebbero state deportate in Germania.

Ma, per tornare all’oggetto del nostro indagare, diciamo subito che nel tentare di individuare le motivazioni per le quali furono attuate, a guerra finita, le esecuzioni di Giuseppe Marini e degli altri tre, si incontrano ipotesi e chiacchiere che variano in tutte le direzioni. Si fece strada un’idea, in Alfonsine, (ed è tuttora presente) che fossero stati uccisi perché imprenditori, agricoltori, possidenti e quindi “borghesi capitalisti”, “padroni”, “nemici di classe” e quindi “nemici del popolo” – secondo una logica classista che aveva nella ideologia comunista di quei tempi un certo retroterra culturale, e che potrebbe aver trovato il suo braccio armato tra giovani alle prese con confuse spinte rivoluzionarie.

E se si fosse trattato di iniziative prese da classiche schegge impazzite dell’area partigiana, sulla spinta di una possibile vendetta da consumare nell’ora “ics” (“L’ora sbaracuclòna”)?

Altre ipotesi sono che “dietro la pretesa esistenza di motivi politici, si celassero solo ragioni di risentimento personale o sociale” come scriveva l’articolista del “Resto del Carlino” nel 1961.

Di certo c’è che mai alcuna prova arrivò agli inquirenti circa i nominativi dei mandanti e degli esecutori di quegli omicidi.

Ciò che oggi lascia un poco perplessi è il fatto che nessun giornale locale, nessun partito politico o un qualche storico abbia mai scritto qualcosa su un episodio di tale rilevanza. Il silenzio purtroppo ha lasciato spazio all’uso strumentale di quei fatti. 

Oggi ci sarebbe la necessità di sapere qualcosa di più anche su quei tragici avvenimenti, ma la difficoltà è enorme, non per omertà degli alfonsinesi, ma al contrario, perché di chiacchiere e “sentito dire” ce n’è in abbondanza, tutti ti raccontano una loro verità, mentre la verità, quella che dovrebbe far luce definitiva, sembra svanire nella nebbia. 

Occorre indagare, non con l’intento investigativo di trovare dei colpevoli, ma per aiutare a capire come e perché tutto è successo. Non può bastare la formula “bisogna capire il clima di quei tempi”, o “erano tutte vendette personali”: occorrono al contrario testimonianze, documentazioni per dimostrare, capire caso per caso. Essere uccisi in quel modo può lasciare nella gente una somma di dubbi, di interrogativi del tipo: “chissà mai di quali crimini quelle persone si saranno macchiate...”: per questo è utile cercare ancora più a fondo, e dare a quei morti la dignità personale che spetta loro, come gli alfonsinesi hanno già decretato nel loro immaginario.  

Questo è l'articolo su "Il Resto del Carlino" apparso il 4 settembre 1961

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Il cippo, fatto posare dal figlio Marino Marini segna il punto dove furono trovati i poveri resti dei quattro scomparsi 16 anni prima. 
Era il campo dell'agricoltore Alfredo Garavini, che, arando nel proprio podere in via Passetto 110, portò casualmente alla luce alcuni resti umani, nella campagna alfonsinese, lungo il canal Vela.

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Albero genealogico Famiglia Marini (Giuseppe detto Fitti)