Alfonsine

| Alfonsine | Ricerche sull'anima di Alfonsine |

Voglia di volare: dal novecento ad oggi sono numerosi gli alfonsinesi volanti

Ugo Antonellini, l'aviatòr

Una storia emblematica

di Luciano Lucci

Una lunga schiera di alfonsinesi (dodici per l'esattezza, una media di gran lunga superiore a qualsiasi altro paese o città della bassa Romagna), negli anni '30 prese il brevetto di pilota aeronautico,  e quando furono chiamati al servizio militare pilotarono aerei da guerra. Ma anche dal dopoguerra fino ai nostri giorni vi sono altrettanti ragazzi e ragazze alfonsinesi che hanno conseguito il brevetto di volo. Si tratta di una vera e propria passione che caratterizza gli abitanti di queste antiche zone paludose, dove aleggia ancora lo spirito di Fetonte, il semidio che tentò di volare col carro del Sole, e precipitò alla foce del Po, proprio qui sulle terre alfonsine, e di cui si è a lungo raccontato in precedenti numeri di questo giornalino.

antonellini1.jpg (121360 byte)

Il Serg. Magg; Ugo Antonellini

 Ugo Antonellini, l'aviatòr

 Molti alfonsinesi ricordano Ugo Antonellini, quando nel dopoguerra abitava in via Roma, col soprannome 'l'aviatòr'.

Ugo Antonellini era amico d'infanzia e di scuola di Pietro Cesti. “Un giorno strabiliò tutti. - ricorda il Cesti, a cui si deve gran parte di questo articolo.  - Arrivò in volo su Alfonsine con un aeroplano della scuola della Spreta di Ravenna (La Runa), volando davvero basso e salutando, tra l'ammirazione e lo stupore di bambini e amici. Fu un grande avvenimento, anche perché Ugo, soprannominato da ragazzo Meazza per le sue doti calcistiche, non aveva mai detto a nessuno di voler fare il pilota di aeroplano.” 

Fu così che tanti altri giovani alfonsinesi del tempo lo vollero imitare.

antonellini3.jpg (156023 byte)

Antonellini nella primavera del 1939, 
durante il corso per il brevetto di pilota militare

Ugo conseguì a pieni voti il brevetto civile di primo grado il 19 ottobre del 1937. Entrò come militare nella scuola della Regia Aeronautica e ottenne il brevetto civile di secondo grado. Con l'inizio della guerra fu richiamato in servizio come secondo pilota dei modernissimi velivoli da trasporto, i SIAI Marchetti S.82, allora i più grandi del mondo. Più volte atterrò in Libia, alla base di Tamet, a Tobruk, Bengasi e Derna, dodici voli quasi quotidiani da Roma ad Addis Abeba, e molti altri fino ad Asmara e Massaua in Eritrea. Volò anche in Tunisia, Grecia, Pantelleria, Albania, Sicilia, ovunque ci fosse necessità di portare soldati e rifornimenti di ogni genere. Voli difficili, sul territorio nemico, voli notturni, senza alcun ausilio per la navigazione che non fossero la bussola e l'orologio. Ottenne così la promozione a sergente maggiore. Aveva un fisico eccezionale e tante volte accadeva che, dopo uno di questi voli in cui il personale arrivava sfinito, per il viaggio di ritorno non ci fossero piloti disponibili. Si doveva partire e tornare e Antonellini, senza batter ciglio, si sedeva sul seggiolino e affrontava senza timori il viaggio di ritorno. Man mano che le sorti della guerra si fecero sempre più sfavorevoli all'Italia, gli aeroconvogli pagarono un tributo altissimo nel tentare di rimpatriare quanti più uomini possibile, feriti in particolare, e di portare in Nord-Africa rifornimenti volando a pelo d'acqua sul mare, nella speranza di non essere avvistati dagli apparecchi nemici ormai padroni del campo. 
antonellini2.jpg (134180 byte)

Antonellini al posto di pilotaggio. 
Cronometro al polso e bussola erano gli strumenti per la navigazione aerea

 

Per il servizio reso alla patria in guerra e per le sue capacità di pilota, il Ministero della Difesa Aeronautica lo decorò di una medaglia d'argento, una di bronzo e due Croci di Guerra più un encomio che così recitava: “Secondo pilota di velivolo da trasporto prendeva parte a numerosi voli svolti in difficili e rischiose condizioni per l'intenso contrasto con il nemico. In uno degli ultimi voli di trasporto dalla Tunisia, il suo velivolo era costretto a un atterraggio notturno fortunoso che ne causava la distruzione con incendio. Si prodigava con particolare senso di responsabilità e valore per il salvataggio dal rogo dell'equipaggio e di gran parte dei passeggeri” (10 maggio 1942-7 maggio 1943).

Dopo l'8 settembre

 Il caos che si abbatté sull'esercito l'8 settembre del 1943 portò alla costituzione di due aeronautiche, una con gli inglesi, l'altra con i tedeschi. Antonellini decise di tornarsene a casa e tra varie peripezie arrivò ad Alfonsine, alla sua famiglia. Qui manifestò la profonda delusione per tanti sacrifici affrontati inutilmente, per la pochezza di idee, di risorse e persino di valore che troppo a lungo si era nascosta dietro la propaganda fascista. Fu un risentimento il suo che lo portò a simpatizzare e a collaborare con l'antifascismo locale. Rimase nascosto in paese, riuscendo in più circostanze a sottrarsi alla cattura e alla deportazione. In una circostanza fu addirittura un soldato tedesco a preavvertirlo di un imminente rastrellamento, al quale riuscì a sfuggire travestito da donna, con la moglie che teneva in braccio una figlioletta di pochi mesi.

 Nel dopoguerra

 “Nel dopoguerra avrebbe potuto facilmente fare il comandante o l'istruttore, ma nessuno si ricordò di lui” - continua il racconto di Pietro Cesti - “Così restò senza stipendio. Svolse diversi mestieri per tirare avanti. Non chiese niente a nessuno, nonostante in molti cercassero di convincerlo a mettere a frutto la sua lunga esperienza di pilota”. La nuova aviazione civile stava allora nascendo e uno come lui avrebbe potuto trovare un lavoro certo come pilota. Forse la tentazione ci fu, ma prevalse la decisione di non mettersi al servizio di un ambiente nel quale ormai non si riconosceva. Acquistò un automezzo e con questo fece dapprima il trasportatore di un'orchestra, poi come camionista entrò in una cooperativa di trasporti e visse a lungo lontano da casa, seguendo i cantieri dell'autostrada in costruzione in Liguria. Si impegnò molto a far crescere le sue figlie con dignità e decoro, facendole studiare. Fu sempre accanto alla moglie Sina Galvani, che aveva conosciuto fin da ragazzina. Rimasto vedovo, ormai pensionato, andò a vivere a Marina di Ravenna, dove abitava una figlia. Dal 1996 riposa nel cimitero di Alfonsine e sulla sua tomba giacciono quattro stellette argentate, testimoni delle sue quattro decorazioni.

| Alfonsine | Ricerche sull'anima di Alfonsine | /a> | Ricerche sull'anima di Alfonsine |