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Mario Cassani, sindaco della ricostruzione di Alfonsine

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(1916-2013)
 

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di Luciano Lucci

Mario Cassani era alto poco più di un metro e cinquanta, ma non ebbe paura ad assumersi a soli trent’anni il compito enorme di governare la ricostruzione di Alfonsine, che usciva quasi completamente distrutta dalla guerra. Svolse il suo ruolo con fermezza e notevole capacità decisionale. 

Solo dal 2002 avevo avuto modo di conoscerlo. Di lui sapevo che era stato un personaggio importante per la storia di Alfonsine nel ‘900. Così mi feci raccontare tutta la sua vita, e diventammo anche amici. Con lui e Luigi Mariani andai a trovare Ottorino Gessi a Ripoli nell'appennino bolognese. Non si erano più incontrati dall'immediato dopoguerra.

Tu non sei di origini alfonsinesi, dove sei nato?  
“Sono nato nel 1916 a Porto Verrara, nel ferrarese, da una famiglia di boari. Mio padre Giovanni era in guerra, fui concepito durante una licenza. Alla disfatta di Caporetto fu fatto prigioniero e inviato in un campo di prigionia in Austria. Finita la guerra tornò a casa per una breve licenza e riuscì a vedermi per pochi giorni. Ma fu messo in prigione perché tutta la sua compagnia fu accusata di essersi arresa volontariamente durante la ritirata di Caporetto. Logorato dalla prigionia, frastornato da quelle accuse di cui neanche era consapevole, morì in carcere a Cittadella per una polmonite non curata. Comunque alla fine fu riconosciuto come morto in guerra e mia madre riuscì a ritirare la pensione, il suo nome fu messo anche nell’elenco dei caduti di guerra nel monumento di Portomaggiore”.

Da “balilla” ad antifascista

La madre di Mario Cassani faceva la bracciante e lavorava anche in risaia. I fratelli di lei facevano i boari. Dopo qualche tempo fu invitata dai fratelli a raggiungerli ad Alfonsine, dove avevano trovato lavoro a mezzadria nella tenuta di Tino Baracca, in via Carraie di Mezzo e in via Passetto. Era l’ottobre del 1927. Mario aveva 11 anni e si inserì in quinta elementare presso le scuole elementari comunali dello Stradone.

Dove trovaste casa?  
“Abitavamo in affitto in via Borse, da Armando, di fronte al ‘Casone delle Macchine’. Mia madre, dato che ero orfano di guerra, per avere i vantaggi che il fascismo poteva darle mi allevava entro i canoni perbenisti dell’epoca: quindi partecipavo alle attività di balilla e godevo del pacco della Befana fascista”.


Il mestiere di barbiere

Intanto Mario aveva smesso di andare a scuola e faceva il garzone da barbiere nella bottega del suo padrone di casa. “Lì cominciai a sentire i primi discorsi contro i fascisti e i proprietari terrieri. Era gente che lavorava e che si lamentava di come venivano trattati e mal pagati”.

Come diventasti antifascista?  
“Dopo aver assistito a vari episodi di prepotenza, di violenza e umiliazione commessi dai fascisti locali contro povera gente non favorevole al fascismo, con il solo scopo di mantenerli in uno stato di paura, smisi di frequentare le adunanze fasciste. Poi ebbi alcuni incontri casuali con Battista Centolani, un repubblicano antifascista, che era tornato dalla Francia, e l’amicizia con la famiglia Calderoni, di vecchia tradizione socialista. Tutto ciò contribuì a creare una formazione critica contro il fascismo”. 

Di comunisti non ne aveva ancora incontrati

Di comunisti Mario all’epoca non ne aveva ancora incontrati. Nel 1936 prese in gestione una bottega di barbiere già avviata, sotto i portici del Municipio. Poi a seguito della dolorosa e prematura morte di Pino Pattuelli, padre del Profés, la vedova gli chiese di acquistare il suo negozio, e così Mario iniziò a lavorare in proprio, in via Borse. Da quel momento cominciò ad avere i primi difficili rapporti coi fascisti locali, che lo tenevano sotto osservazione.

Come mai ce l’avevano con te?  
“Intanto non avevo più voluto la tessera del Partito fascista, poi decisi di non frequentare al sabato pomeriggio le attività cosiddette ‘di sevizio premilitare’. Non potevo andarci perché il negozio doveva funzionare soprattutto di sabato. Mi rivolsi ai capi dei gerarchi fascisti, dicendo che io non potevo andarci, ero barbiere, con famiglia, orfano di guerra... Nulla da fare nel mio negozio arrivarono i carabinieri a prendermi e mi portarono in caserma, perché avevo violato la legge, essendo obbligatorio alla mia età il servizio premilitare. Il problema fu risolto solo con l’aiuto di Marcello Polgrossi, l’istruttore del servizio premilitare, che era stato anche il mio maestro di ginnastica in quinta e in sesta classe: ‘Non ti preoccupare, io ti segno presente e tu fai il tuo lavoro da barbiere. Però non dire niente a nessuno. Questa cosa la sappiamo solo io e te. Tu risulterai presente come se avessi frequentato regolarmente il corso’ - mi disse”. 

Ancora screzi coi fascisti locali

Una seconda occasione di screzi con un fascista locale, che era guardia municipale, capitò quando Mario si rifiutò di esporre la bandiera italiana nel suo negozio in occasione della presa di Madrid da parte delle truppe franchiste. 

Contattato dai comunisti clandestini

Con questa reputazione Mario venne contattato da Sandrino (Alessandro Montanari), che era uno dei capi del Partito comunista clandestino di Alfonsine, che gli propose di far parte del partito. Mario accettò. Conobbe qui Annibale Manzoli, col quale si alternò poi come rappresentante dei comunisti nel Cnl locale. Gli venne dato l’incarico di costruire una rete nella zona di Madonna Bosco, e Passetto, anche per il mestiere che faceva e che favoriva spostamenti e contatti senza destare sospetti. 

Nel 1939 Mario ebbe l’opportunità di aprire un negozio alla Madonna del Bosco dove si era liberata una stanza nella casa osteria (oggi Osteria del Reno). Si trasferì con la compagna e la madre nel molino in fondo a via Passetto, in affitto.  

Dal 1943 con la caduta del fascismo e con la guerra dovette abbandonare l’attività e dedicarsi totalmente alla lotta clandestina. Fu responsabile dell’attività partigiana della zona del Passetto e Madonna Bosco, si adoperò nella creazione e gestione di rifugi segreti, e nel far passare 400 partigiani che andarono a formare la Colonna Wladimiro oltre il fiume Reno, nella zona della valli. Operò col Cln nella realizzazione e gestione del pronto soccorso nei locali del Municipio di piazza Monti coi giovani medici dott. Errani e dott. Minarelli, e poi nella Casa di Fumì (Argelli) nel Borghetto.

Sindaco dal 1946 al 1951

Dopo la liberazione di Alfonsine, con le prime elezioni amministrative del 1946, fu eletto un Consiglio comunale a stragrande maggioranza comunista, e una coalizione tra Pci, Psi e Partito d’Azione nominò sindaco di Alfonsine proprio Mario Cassani.

Qual è l’opera di cui vai più fiero?  
“Per sfruttare la legge dello Stato che finanziava la ricostruzione, con l’aiuto determinante del capo-ufficio tecnico Rino Montanari (d’Marlén), feci dotare in tempi rapidissimi il comune di Alfonsine di un piano di ricostruzione, incaricando lo studio degli architetti Parolini-Vaccaro. Ciò rese possibile accedere rapidamente ai fondi statali per i ‘danni di guerra’. Per questo Alfonsine fu tra le prime città ad avviare la propria ricostruzione”.

La decisione di spostare il centro del paese dalla destra alla sinistra del fiume Senio fu una scelta sostenuta dalla nuova giunta di Cassani, oltre che indicata dal progetto Vaccaro. Tale scelta ebbe strascichi polemici, ancora oggi non sopiti.
 Lo scontro politico su questo tema fu molto aspro. Si formarono due schieramenti: uno voleva il paese alla sinistra del Senio e l’altro mantenerlo alla destra. I democristiani erano per la destra, e tutti gli altri per la sinistra, compreso l’arciprete Don Liveran
i. 

Il tutto fu risolto con un referendum tra i delegati delle giunte di strada, una struttura ereditata dall’esperienza di guerra del Cln locale. Naturalmente vinse a stragrande maggioranza chi volle spostare il paese alla sinistra del fiume.  

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Tra le opere fortemente sostenute da Cassani abbiamo la costruzione del cinema Aurora, che fu realizzata con investimenti notevoli da Ottorino Gessi, in piazza Gramsci, l’attivazione delle scuole elementari, medie e di avviamento al lavoro presso la Casa del Popolo, il palazzo d’Baiuché e le scuole del Passetto, non essendo ancora pronte le scuole nuove in corso Matteotti, che furono inaugurate solo nel 1952. Determinante l’opera di Cassani e dell’Ufficio tecnico del Comune per avviare le pratiche burocratiche e avere i finanziamenti per la realizzazione di case popolari (la Casa dei Reduci e le case in Corso Repubblica e via Don Minzoni), comprese le case U.N.R.A di via Fratelli Rosselli.  

Nella foto a sinistra del 1951 si vede riunione inaugurativa dell’anno scolastico nella Casa del Popolo. 

Si riconoscono da sinistra don Liverani, la direttrice scolastica, un ispettore scolastico con la moglie e il sindaco Mario Cassani, poi il maestro Pescarini

(un click sull'immagine per averne un ingrandimento)

Tesoriere della Federazione di Ravenna del PCI per 30 anni

Nel 1951, esaurito il suo mandato di sindaco, Mario fu nominato assessore alle Finanze della Provincia di Ravenna, e la sua attività si spostò nel capoluogo. 

 Alla fine del 1959 fu nominato vice presidente della Federazione delle cooperative. In seguito per la Lega delle cooperative seguì il settore agricolo. Successivamente, e per trent’anni di seguito, lavorò nella Federazione provinciale del Pci, dove ebbe il ruolo di tesoriere.

 Il suo legame con Alfonsine rimase intatto, veniva ad Alfonsine ogni volta che qualcuno lo invitava, vuoi per un ricorrenza, vuoi per un incontro coi bambini delle scuole, oppure per realizzare un dvd sulla storia della Resistenza nelle nostre zone, o per una festa in suo onore come quella nel 2006 al Centro sociale “Il Girasole”, per festeggiare i suoi novant'anni anni.  

è deceduto nel gennaio del 2013  all'età di 96 anni.

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Nel 2005 a Rispoli in visita da Ottorino Gessi con Mario Cassani, il sindaco Antonellini e Luciano Lucci

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