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| Alfonsine | Ricerche sull'anima di Alfonsine |

Lo spirito del luogo l'ho cercato in una scritta sbiadita di un muro sgretolato con  nel volto e negli occhi di una persona, in un frammento di "storia", in qualche leggenda mitologica; tutti "portatori di anima", che colpiscono per un loro potere nascosto.  

Un personaggio alfonsinese di questa ricerca è 

Leo Montanari (Pitadé)

di Luciano Lucci  

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Leo

Eleo Montanari - (Leo Pitadé)
(1901-1986)

Era nato in una casa di campagna in Destra Senio, la casa da dove proveniva la mamma Angiulina (figlia di Stefano Calderoni che abitava al Magazzeno, proprio in fondo alla via Destra Senio).
Per il parto dell'Angiulina era stato più opportuno che fosse accudita e aiutata nella casa da ragazza, dove viveva ancora la madre, in quanto la casa dei genitori di Leo era all'epoca a Fiumazzo, in fondo a via Carraretto Vecchi.

Il nome Leo, in realtà il nome fu Eleo (abbreviato in Leo) lo ebbe in memoria del nonno paterno, morto un anno prima, che era un piccolo gigante, tarchiato e forte come un leone.  

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La freccia nella foto sopra indica la casa di Fiumazzo in via Carraretto Vecchi

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La freccia della foto sopra indica la casa di Chiesa Nuova vicino a Voltana presso la via Reale, che si trova dopo la via che porta al passo dell'Anerina.

I miei cari genitori – scrisse in un'appena accennata autobiografia – erano agricoltori e vivevano tra il derelitto e il meno!” 

Erano affittavoli, cioè prendevano in locazione casa e terreni e lavoravano da coloni indipendenti. 

I nonni Leone Montanari e Marianna Argelli, avevano avuto tre figli maschi: Battista, Simone e Angelo, e due femmine.

In seguito a qualche dissidio coi fratellì Battista, questi decise di separarsi e si mise come agricoltore in proprio acquistando un terreno in via Borse.

I fratelli 'Smò' (Simone), sposato a Teresa, e 'Cencio' (Angelo) sposato con Angiulina invece acquistarono un podere a Fiumazzo, in fondo a via Carraretto Vecchi.

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Leo a 12 anni

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Leo a 16 anni.

Poi successivamente anche i due fratelli Simone e Angelo si divisero i beni, vendendo una parte del podere di Fiumazzo. Così i genitori di Leo andarono a coltivare, come affittavoli, un podere di una ricchissima famiglia latifondista dell'epoca, i conti Bastogi, residenti a Roma. Si trasferirono a Chiesa Nuova a Voltana nella la via Reale, in una casa che si trova nell'incrocio con la via che porta al passo dell'Anerina.
Con i soldi incamerati anche dalla vendita della sua parte di terreno di Fiumazzo al fratello Simone, Angelo, babbo di Leo, acquistò un terreno in Alfonsine, che da via Mazzini arrivava fino alla cosidetta "ciavga d'la pataca", più o meno fin dietro all'attuale asilo delle suore, e un piccolo appezzamento al Passetto.  

Il podere di via Mazzini

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Nel 1923 Cencio (Angelo) e l’Angiulina si fecero una casa nel terreno di via Mazzini: Angelo la volle uguale a quella del suo amico Eugenio Cavazzutti, che era in via sottofiume, quella che poi di proprietà di Aldo Pagani e figli. fu ristrutturata da Marino Marini.  

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'Cencio' e l'Angiulina

 

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A sinistra casa Cavazzutti, a destra casa Montanari, che però non ebbe il balcone.

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Da sinistra in piedi dietro: ..?, Francesco Tavalazzi (Frazché), con la bottiglia in mano, in piedi sull'ingresso a destra col cappello Santino Minarelli detto Plopi (resta il dubbio che fosse l'altro in piedi a destra), seduti davanti: resta il dubbio se fosse Sante Minarelli d'Plopi, Peppino Preti, Teramot, Giulio Tavalazzi, Bruno Bendazzi, Eleo Montanari d'Pitèda, ?..., Vito Mazzanti, e calzulèr, Roberto Marini, Gasparé e falegnam.

In quegli anni dal 1924 al 1925 Leo cominciò a frequentare il centro cittadino di Alfonsine e cioè Piazza Monti, e in particolare il caffé Tavalazzi.

La foto qui di fianco fu scattata nel 1925, come si deduce dal manifesto che annuncia un concerto sinfonico al teatro Alighieri di Ravenna per il 27 giugno 1925. 
(Così sembra dall’ingrandimento, ottenendolo con un
click sopra la foto).

Siamo di fronte allo storico Caffè Tavalazzi (cliccami) in Piazza Monti.

 

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Cristina e Leo in fuga a Viareggio

 

Nel 1926 Leo conobbe e si innamorò di Cristina Tavalazzi, figlia dei proprietari del bar di piazza Monti. Per vincere le resistenze dei genitori di lei, dato che Leo aveva 25 anni e lei dieci di meno, decisero la "fuga". Furono aiutati dal cognato Angelo Casali, marito di Emma, la sorella di Leo.

Durante la “Festa Grosa”, quando al bar Tavalazzi c’era gran lavoro, la ragazzina Cristina scappò in "via della Fame" (via Roma), dove l’aspettava un’auto con Leo e Angelo Casali. Se ne andarono così a Viareggio, ospiti di parenti.

 

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Cristina e Leo in fuga a Viareggio

Eseguita la fuga d'amore, il matrimonio religioso fu d'obbligo. Leo, che non era mai andato in chiesa, non vi andò neppure per il suo matrimonio, che così avvenne in chiesa, ma ‘per procura’. Lo sostituì  all'altare il babbo 'Cencio'.

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Francesco Tavalazzi (Frazché), padre di Cristina

Leo e Cristina abitarono insieme ai genitori di lui in via Mazzini, mentre contemporaneamente nella casa già di proprietà (forse) di Luigi Mariani d'Frèra, che dava in piazza Monti, di fianco al bar Tavalazzi, acquistata in quegli anni da Frazché Tavalazzi, padre di Cristina, gestirono la vecchia bottega-spaccio "sali e tabacchi", già tenuta in precedenza dell'Augusta Alessandri Turchetti, (la spazièra), dopo che questa si era sposata e aveva abbandonato l'attività. 

Pagavano l’affitto della licenza a un signore che abitava nella zona della Cilla, lungo il canale Destra Reno.

Durante il periodo del fascismo Eleo e Cristina vissero dal guadagno della bottega 'e spazi', la più importante di Alfonsine, più che dalla coltivazione dei terreni del padre 'Cencio'. Eleo, carattere indipendente, sognatore e amante dell’arte, della musica e delle amicizie di persone indipendenti.

Non aderì mai al fascismo e fu definito come un ‘anarchico stravagante’. Lui stette a questo gioco ed ebbe vita abbastanza tranquilla, anche se era tenuto strettamente sotto controllo dai fascisti locali. Fu anche arrestato insieme a Guido Errani e ad altri repubblicani alfonsinesi e inviato in un carcere a Modena per alcuni giorni.

Nel 1929 Leo e Cristina (Tina) ebbero il primo figlio Angelino, poi nel 1936 Francesco.  Nel 1938 andarono ad abitare nella cas-bottega di Piazza Monti.

Leo fu collezionista di radio con grammofono,libri e dischi di musica, e radunava a casa propria circoli di amici ad ascoltare musica, non visti bene dai capi fascisti locali.  

Questi incontri era momenti in cui si discuteva di cultura, di politica e di antifascismo, e furono stimolo di formazione per diversi giovani tra i quali anche il maestro Alberoni, (qui si ascoltava clandestinamente Radio Londra). 

Quando ad Alfonsine fu inviato dal CNL Sergio Telmon,  del Partito d'Azione, questi si recò nello 'spaccio' di Leo, per prendere contatti con simpatizzanti locali. 

Nel 1943 nacque il terzo figlio Roberto. Ma cominciarono in quegli anni ad arrivare le prime bombe del vicino fronte di guerra e furono costretti a chiudere il negozio e a stabilirsi prima nel rifugio creato nei sotterranei comunali, sempre in piazza Monti, e poi nella primavera del '44 presso la famiglia della Cia ad Giazol, sottofiume, ancora oggi (2016) abitata dalla Cia e dalle famiglie dei figli Mazzotti. 

Sotto un mastello del bucato

Leo in età matura

Ogni tanto i tedeschi facevano dei controlli per trovare persone adatte al lavoro (ragazzi e uomini), quindi in queste occasioni tutti quelli abili al lavoro scappavano nei campi in cerca di rifugio. 

Durante uno di questi rastrellamenti Leo si attardò troppo, non riuscì a scappare e si rifugiò, all’ultimo momento, sotto un mastello del bucato che era, capovolto, nel cortile. Su quel mastello, però, si sedette il graduato del gruppo e, in attesa che i soldati controllassero la casa, i bassocomodi, ecc..., si  mise a fumare una sigaretta con una gamba appoggiata a terra e l’altra penzoloni con il piede, e lo stivalone che batteva ritmicamente sul mastello. 

Quando i tedeschi se ne furono andati, le donne dovettero tirarlo fuori a braccia perché lui, bianco come un cencio, non aveva la forza di muoversi.  

Quando poi i tedeschi il 1° gennaio 1945 obbligarono tutta la popolazione a sfollare dalla piazza e da corso Garibaldi, Leo con tutta la famiglia si stabilì nella casa del babbo di via Mazzini, la quale in parte era occupata dai vecchi del ricovero 'Boari'. Lì nacque nel marzo del 1945 il quarto ed ultimo figlio Daniele, il cui nome fu poi mutato in "Rino" in onore di Rino Bendazzi, cugino di Cristina, giovane partigiano alfonsinese che morì il 28 aprile 1945 sul Brenta, in uno scontro coi tedeschi.

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Piazza Monti distrutta. la freccia indica la casa della bottega 'è Spazi' di Tina e Leo

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Dopo la caduta del fascismo Leo fu invitato a far parte del Comitato di Liberazione. 

La foto qui di fianco mostra la tessera del CLN. di Alfonsine, firmata da Giuseppe Bedeschi (Pinaz)

Finita la guerra, nel 1946, fu eletto nel primo consiglio comunale di Alfonsine.  

 

Tornarono con la famiglia nella casa  miracolosamente risparmiata dal minamento che i tedeschi avevano fatto di quasi tutte le abitazioni di Piazza Monti, compresa la chiesa.
Per la ricostruzione del paese, Leo, che faceva parte del consiglio comunale, accettò, per coerenza, il piano regolatore che prevedeva gli espropri delle terre alla sinistra del Senio. Il babbo di Leo, Cencio, subì così l'esproprio del terreno annesso alla sua casa di via Mazzini, per una cifra modesta con la quale acquistò da Fulvia Gessi (sorella di Mino e Ottorino Gessi) un podere di 10 ettari a Fiumazzo.  Sarà Leo a continuarne qui   l'attività di agricoltore verso la quale si sentiva veramente portato, più che a fare il 'bottegaio', attività questa che lasciò quasi totalmente alla moglie 'Tina', che era la titolare. 

 

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Tessera di Congressista di Leo 
al primo congresso del Partito d'Azione

Nell'immediato dopoguerra Leo era del Partito d'Azione. Alla sconfitta di quest'ultimo alle prime elezioni nazionali, non fece più attività politica di partito. 
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La casa di piazza Monti, ancora dei Tavalazzi, negli anni '60 con la vecchia scritta che ricordava il partito di "Unità Socialista", che poi si dividerà in 'socialdemocratico' (PSDI) e socialista (PSI).
Al centro la tabaccheria gestita da Cristina e Leo. A destra il negozio di elettricista di Pino Vecchi, Piretto Bassi e Rino Faccani, a sinistra la bottega di Walter Marri (macellaio).

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ll programma del concerto di Arturo Toscanini

Il Partito d'Azione si sciolse e si formò una coalizione socialista di nome "Unità Socialista", seguita da Luigi Mariani (Gigino il maestro), che ottenne di mettere la scritta nella casa da abitata dalla sua famiglia.  La scritta rimase fino ancora agli anni '60.

La sua grande passione rimase ascoltare la musica e anche essere un punto di riferimento per incontri importanti  tra intellettuali alfonsinesi: i fratelli Pescarini, Franzcòn d’Preda l’anarchico, Oreste Rambelli (Suster) e Giuseppe Bedeschi (Pinaz). 

Leo aveva salvato una potente radio a valvole con tanti dischi di musica classica, e tra un bicchiere di vino e una fetta di ciambella trascorrevano la serata ascoltando buona musica e facendo due chiacchiere di politica. 

ALCUNI ANEDDOTI 

LEO AL TEATRO 'LA SCALA' 
NEL 1952

 

Leo era solito recarsi a Bologna per acquisti di merce per la bottega-tabaccheria. Usava un valigione che riempiva poi di tutti gli acquisti. Poichè era venuto a sapere di un concerto alla Scala di Milano diretto da Arturo Toscanini, non  ci pensò due volte e terminati gli acquisti a Bologna si recò in treno a Milano, acquistò il biglietto di 2° Galleria. Con sé aveva sempre il valigione stracolmo. Nell'affannarsi per raggiungere il proprio posto, mentre tutti correvano, si aprì la valigia e ne uscirono le palline di terracotta che Leo aveva acquistato. che ruzzolarono lungo la scalinata. Così perdette i primi posti. 

Ma pur dovendo assitere dall'ultima fila del loggione, utilizzò il valigione per sedercisi sopra, insieme a un giovane compagno australiano, appena conosciuto, poi rimasto amico epistolare per lungo tempo. 

A MONTECATINI A UNA MOSTRA DI DE CHIRICO

Leo durante una villeggiatura a Montecatini visitò una mostra di quadri del celebre pittore De Chirico. Ad ogni quadro faceva i suoi commenti e osservazioni, tanto che diversi visitatori gli si erano messi intorno come fosse una guida. Tra questi c'era lo stesso De Chirico. Quando casualmente Leo lo riconobbe rimase perplesso e si scusò un po' di quel suo blaterare. Ma De Chirico, con un certo interesse e bonarietà, lo pregò di continuare.

Il figlio Angelino si sposò con Maria Montanari (d'Marlé)

Quando nella metà degli anni '50 il figlio Angelino si sposò con Maria Montanari (d'Marlé), questi si trasferirono nella casa di via Mazzini, coi vecchi, mentre Leo Cristina e i figli Francesco Roberto e Rino vissero nella casa di piazza Monti dietro e sopra la tabaccheria. Da lì a pochi anni morì l'Angiulina.

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Matrimonio di Angelino Montanari e la Maria d'Marlé, 
con Don Vitt

Agricoltore innovatore, ma poco amministratore...

Per l'impegno nella gestione dello spaccio-tabaccheria e accudire ai due figli più piccoli da parte della mamma Tina, questi furono entrambi "messi" in Collegio, dai Salesiani di Faenza, dove continuarono gli studi medi. 

Alla morte di papà 'Cencio', Leo e la sorella Emma si divisero i beni: il terreno di Passetto fu venduto e il ricavato servì per saldare la parte di eredità della sorella Emma e quello di Fiumazzo fu ereditato da Leo, mentre la casa era già stata donata anni prima al figlio Angelino da 'Cencio' e 'Angiulina'.

Leo, spirito anarchico e creativo, si impegnò a sperimentare forme nuove e moderne per l'agricoltura di quei tempi. Acquistò in proprio  macchine trebbiatrici e trattori moderni. Dall'amico e sindaco Oreste Rambelli gli fu chiesto di utilizzare due ettari dei dieci di Fiumazzo per trovare la soluzioni ai rifiuti urbani comunali.  Venne così attrezzata la prima discarica controllata nei suoi terreni di Fiumazzo. (chissà dove andavano prima)
Leo si impegnava molto anche nel lavoro manuale e gli piaceva sempre spendere le
proprie energie nella cura dei campi. Contadino-innovatore più che  contadino-imprenditore, quindi non ci guadagnava molto, anzi!

Nei primi anni '70, razionalizzando il lavoro, il figlio Angelino, liquidata la Società "Romagnol Frutta", fabbrica di lavorazione frutta di cui era socio, si affiancò a tempo pieno a Leo nella gestione dei terreni agricoli di loro proprietà. La produttività crebbe notevolmente. 

Leo si dedicò comunque sempre alle sue terre, lavorando sodo, ed ancora a 80 anni guidava il trattore. 

Alla morte di Frazché, padre di Cristina (Tina), i tre figli Tavalazzi (Tina, Guido, Giulio) ebbero in eredità il patrimonio. A Cristina spettarono i due terzi dell'edificio di piazza Monti.

Poi nel 1962 Leo e la moglie Tina si costruirono una seconda casa nel terreno edificabile di via Mazzini, col frontale in via Bovio. Il negozio della vecchia casa della piazza fu dato in affitto, la licenza venduta, le camere sopra rimasero vuote per anni. 

"A fugare il diavolo ci penso io"

Leo non era credente ed era del tutto critico nei confronti della chiesa istituzionale (negli ultimi suoi giorni riuscì, a fatica, a ricordare ai parenti il testamento di Garibaldi perché, come lui, non voleva che qualcuno approfittasse di una sua sopravvenuta incoscienza per impartirgli una qualche benedizione).

Però ha sempre avuto conversazioni gradite con dei sacerdoti, don Vitt. e don Marcucci. L’arciprete era solito, nel suo giro di benedizioni pasquali, fermarsi da Leo per farsi una bella chiacchierata senza naturalmente accennare alla benedizione. Dopo la morte di don Marcucci, essendoci un nuovo arciprete, Leo da un lato non voleva la benedizione e dall’altro non voleva mettersi a discutere con una persona che non conosceva quindi, nel periodo delle benedizioni, appese alla porta di casa un cartello con su scritto: "A fugare il diavolo ci penso io".

Nella nuova casa portò avanti per anni l'esperienza conviviale di incontri culturali, coinvolgendo tanti cittadini alfonsinesi come Adis Pasi, Don Vittorietti, Don Marcucci, poi Vittorio Pagani allora sindaco, il maestro Costa, un ex sindaco di Fusignano.  Venivano persone anche da Lugo (ad es. Goffredo Guerra, con dei suoi studenti) ed erano primi esempi di quel dialogo tra cattolici e marxisti che in quegli anni, dopo il concilio, si stava sviluppando.

Non fu legato a nessun partito

Leo, non essendo legato a nessun partito dopo lo scioglimento del partito d’azione, non era facilmente incasellabile dal punto di vista politico. 

E’ sempre stato aperto e curioso di quanto succedeva, aveva conversazioni quasi quotidiane con Suster e  con Pinaz  di cui condivideva quasi sempre le valutazioni politiche; ha sempre commentato negativamente le varie invasioni da parte dell’Unione sovietica (ebbe conversazioni abbastanza concordi su questi argomenti anche con Angelo Pescarini che continuava a venire a trovarlo malgrado i numerosi impegni professionali e politici). 

Gli fu naturale, pertanto, simpatizzare con i fondatori del Manifesto, giornale che cominciò a leggere regolarmente oltre ai periodici Il Ponte e l’Astrolabio. Li leggeva e ne riempiva i margini di annotazioni personali. Aveva visto favorevolmente anche il movimento studentesco del ’68 e, negli anni ’70, non mancava di partecipare a manifestazioni politiche (ad es. contro la guerra; quando ritornava a casa, però, diceva “indo ch’a veg, a so sempar e piò vec).

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Leo intento nella lettura del "Manifesto" (1976)

Leo con i nipoti Matteo e Valeria. A destra il figlio Rino

Leo rimane vedovo nel 1973. 

La morte della moglie Tina, dopo che Leo ne era stato un assistente premuroso ed assiduo, lo gettò in una grande angoscia da cui riuscì a sollevarsi anche grazie alla musica.

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Paolo Olmi a casa di Leo: il piano a mezzacoda è quello che Leo aveva comperato per queste occasioni. Oggi è ancora ben tenuto e di proprietà di uno dei figli di Leo, Riccardo.

Fece nuove amicizie in questo campo, soprattutto un certo Olmi di Ravenna, di cui Leo elogiava molto il figlio Paolo Olmi, un pianista che diventò poi un famoso direttore d'orchestra. 

Il giovane Olmi venne alcune volte, "nelle sere conviviali", a suonare il piano a mezzacoda che Leo aveva comperato appositamente per occasioni come queste. 

Leo era un grande estimatore anche di musicisti alfonsinesi, la giovanissima Paola Bruni che andava ad ascoltare col nonno, e di Gianni Valentini. Fu tra i fondatori del gruppo locale alfonsinese "Amici della musica"

Ha sempre colpito, di Leo, la sua profonda cultura (da completo autodidatta) sia in campo musicale che letterario; sapeva discutere  di Dante e Manzoni,  alla pari con studenti universitari, che studiavano lettere.  

Alla morte dell'amata moglie la di lei casa di Piazza Monti fu ereditata dai quattro figli.
Le camere del piano superiore furono utilizzate come laboratori fotografici da Giuseppe Masetti, un negozio del piano terra fu dato gratuitamente al gruppo politico de "Il Manifesto" e nel 1977 alcuni spazi del piano superiore servirono come sede di Radio Mariposa.
In seguito, alla morte di Leo, la parte della casa di Cristina fu venduta dagli eredi a Renzo Tavalazzi, un nipote di Cristina.

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A Chianciano Leo con Camnillo Bedeschi

Leo è morto all'età di 85 anni, nel 1986, sempre fedele ai suoi principi.

Ricordo di Leo 
di Adis Pasi

In silenzio, con la discrezione di sempre, Leo se n’è andato e con lui è scomparso un altro importante brandello della vecchia Alfonsine. 

Ho rispettato Leo in vita e non vorrei mancare ora che non c’è più, ma tacere mi parrebbe ingrato. Non so per gli altri, ma per me Leo era un punto fermo con cui colloquiare mentalmente anche da lontano, a cui fare riferimento in ogni momento difficile o felice. 

Potere dire: adesso vado a parlarne con Leo, voleva già dire esaminare con obbiettività il problema che mi stava davanti. Leo sapeva ascoltare con passione partecipe e sapeva esprimere tutta la sua umana solidarietà colle espressioni del volto così eloquenti, così innocenti. 

Se mi abbandono ai ricordi, vive tornano alla mente le serate trascorse in casa sua a dibattere di problemi politici, di morale, a commentare gli articoli apparsi su “Il Ponte” o sull’”Astrolabio”. E in mezzo a tutto questo comparivano squarci autobiografici inattesi: il viaggio in treno col grande Calcaterra verso quel malinconico congresso del Partito d’Azione in cui Piero Calamandrei avrebbe dichiarato chiusa quella grande esperienza che la mia generazione non ha vissuto, ma di cui sente una immensa nostalgia. 

O Leo alla Scala per il primo concerto del dopoguerra diretto da Toscanini. E qui era epopea. Leo che rideva fino alle lacrime e diceva: chiedetelo a Libero (d’Bagaten) com’è andata; il fatto bello lo sa lui. O Leo con De Chirico che gli spiegava i suoi quadri a Montecatini. 

Vorrei dire tante, troppe cose e non so come mettere ordine nei miei pensieri. 

Leo con me fu gentile, buono, generoso e io lo vorrei ricambiare. Cercherò di ricordarlo, come tante volte l’ho visto, a un concerto alla Rocca Brancaleone, seduto vicino alla sua Tina. 

Lo ricorderò uomo di grande onestà, di quella che si impara quando, a dieci anni, ti regalano “I doveri dell’uomo” di Mazzini. Cercherò di mantenermi fedele ad una sua volontà: che gli amici amassero la sua famiglia come avevano amato lui. 
Ma, soprattutto, porterò dentro di me l’uomo retto che sapeva chiedere scusa dei propri errori, che non si gabellava per quel che non era tanto da far stampare sui biglietti da visita:  Leo Montanari / agricoltore.

Perché Leo, il professore, come voi con stile d’altri tempi mi chiamavate, è venuto a scuola da voi e, come un figlio, da voi ho imparato solo cose belle e buone. Forse voi non lo sapevate, ma eravate uno degli ultimi rappresentanti della comunità educante d’un tempo. 

Col magone: ciao, Leo.        Adis Pasi

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