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Lisco

Da un riadattamento dei racconti su Lisco di Lucia Berti dal libro 
1- ATORN A E' FUGH pag. 9, 
e di Marcella Cavallini  (Alfonsine 1896- Ravenna 1970) da 
2- Quaderni Alfonsinesi n° 8 giugno 1982 pag. 94
pubblicati

1-  nel 1990 Ed. Gabriele Lucherini 

2-  dal Centro Culturale Polivalente Comune di Alfonsine

Lisco è un personaggio che ha riempito le giornate dei bambini alfonsinesi dei primi 40 anni del '900.

Fu ricordato (fino agli anni 2000) come il "barbone" di quei tempi, per la barbetta e i capelli bianchi, che tuttavia teneva puliti, dai lineamenti regolari, certamente bello in gioventù, vestito poveramente, con gli inseparabili zoccoli a scarpone, dalla figura snella e un pò ricurva, forse per l'età e l'abitudine a portare dietro le spalle un sacchetto ripieno delle sue provviste di accattonaggio.

"Il volto atono, lo sguardo spento - così lo ricordava Marcella Cavallini (Alfonsine 1896-Ravenna 1970) "il petto incavato nell'arco delle spalle sporgenti, le braccia e le mani agitate nei gesti scomposti con cui accompagnavava il suo perpetuo soliloquio, camminava senza tregua, a onde e a strattoni, scalzo. Lacero, irsuto, dilavato dalla pioggia e asciugato dal sole e dal vento, nella polvere e nel fango, negli ardenti pomeriggi, o sulla neve intatta, al fantastico lume della luna."

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Innocuo e sinistro, spuntava improvvisamente da lontano e via dileguava, spasso di monelli, spauracchio dei più piccini. ("Se sei cattivo, chiamo Lisco" minacciava la mamma; e il piccolo ribelle le si rifugiava in grembo, ammansito e tremante). A quei tempi dire "sei come Lisco!" significava brutto sporco e cattivo; i bambini cattivi venivano calmati sotto la minaccia del suo arrivo; era bersaglio di scherni e beffe, citato come uomo strano e scorbutico. 

Era sempre affamato. Appariva sulle aie, nei campì, nelle risaie quando i braccianti, interrotto il lavoro e presa la loro sporta e la cesta, sedevano qua e là a mangiare e a riposarsi.

Solitario, riflessivo, sottilmente ironico, - così lo descrive Lucia Berti - sempre presente alle feste paesane, chi era quest'uomo che alloggiava in una stanzetta delle squallide catapecchie comunali, a fianco del Parco della Rimembranza? (la "Busa nel dopoguerra)

Per i bambini che abitavamo proprio là, in quel tratto di strada che va dal Ponte Nuovo al Macello (ora via 2 Giugno) Lisco era la loro curiosità quotidiana.

INCANTATO DALLA MUSICA

Purtroppo non si sa nè il suo vero nome, nè le sue origini, nè il perchè di quel soprannome.

In realtà era un uomo inoffensivo e sensibile, che amava molto la musica: il suo continuo canticchiare, e il  seguire, col suo passo cadenzato e rumoroso, i funerali accompagnati dalla banda; puntuale in piazza vicino al palco della banda comunale.

Ma quando da uno strumento musicale qualsiasi si levavano nell'aria le note dì una qualsiasi melodia quella era la sua vita: allora il suo volto si illuminava, gli occhi appannati diventavano limpidi e sereni, e sulle labbra spuntava il sorriso.

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Talvolta giungeva ad Alfonsine un organetto di Barberia, uno di quei malinconici sfiatati organetti fissato su un carretto tirato da un asinello.

 Seguito da un codazzo di monelli, l'organetto faceva il giro della piazza e poi in tutte le strade, fermandosi davanti ad ogni casa. L'uomo girava la manovella e Lisco era lì. Una scia di  ragazzi schiamazzava e lui era in mezzo ad essa, urtato e beffeggiato, travolto, ma insensibile a tutto, ascoltava rapito e beato. E non s'allontava mai dal piccolo gruppo vagabondo. Con esso sostava nei luoghi popolati, trotterellava dietro l'asinello nei tratti deserti, sedeva sul ciglia del. fossato, poco discosto dal padrone dell'organetto, seduto a mangiare un boccone.

E pure quando, ricorrendo una solennità religiosa, nella chiesa di Alfonsine le funzioni sacre erano accompagnate dal suono dell'organo, si era certi di scorgerlo là, davanti a tutti, immobile ed estatico, perduto nell'onda sonora che saliva. 

Ma allorché gli era dato ascoltare la banda o una fanfara, quella sua gioia diventava tripudio, diventava delirio.

Nel giorno della festa del paese egli passava tutte le ore del pomeriggio e della sera ritto in mezzo alla piazza, presso il palco dei suonatori, gesticolando e battendo il tempo, ridendo con se stesso; e se un bandista, incuriosito e divertito, lo invitava a salire la breve scaletta, permettendogli poi di restare sulla piattaforma sopraelevata, addossato al parapetto, egli dava segni non dubbi di essere assunto al gaudio delle supreme sfere

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A volte arrivava  improvviso nella via un gran frastuono di tamburi e di trombe, e lui era lì dietro ai soldati in marcia, il viso trasfigurato, pieno dell'espressione più trionfale della felicità.

Quando ad Alfonsine moriva un giovane o una fanciulla, si soleva accompagnare il funerale con la banda. Quella musica lenta, grave, triste, Come obbedendo ad un richiama, Lisco accorreva ai luoghi più lontani e seguiva il mesto corteo dalla casa della sventura fino al camposanto, camminando sempre a fianco del gruppo dei suonatori, sul margine della via.

Il cappellaccio gettato indietro su quei radi ed irti capelli, la faccia raggiante di beatitudine, egli accompagnava la melodia funebre col passo, coi gesti, coi movimenti della testa, con la trombetta ed il tamburo delle labbra: Tararararòm, trom, trom!... tarararararòm, trom, trom!...

Amava i bambini, infatti accettava, senza mai arrabbiarsi i loro sberleffi, le risate, il "Lisco barabum-bum-bum" che ogni sera gli ripetevano in coro, seguendolo nel suo ritorno a casa, dopo la giornata di accattonaggio.

LA SUA CASA

Una rete metallica separava l'orto di "Ramó" (per chi lo ricorda) dalla sua abitazione: l'ultima stanzetta di quel misero caseggiato comunale.

"Era là dove noi, - racconta Lucia Berti -  combriccola di bambini anche un pò cattivelli, spesso andavamo, mani aggrappate alle maglie della rete, visi impertinenti, per chiamarlo a gran voce, per ripetergli in coro: «Lisco, barabum», o per aspettarlo quando ancora non era tornato con la carriola, dalle sue uscite quotidiane.

Il nostro comportamento nei suoi riguardi era tipico di quella curiosità insistente e sadica, propria dei bambini, verso qualcosa o qualcuno che appare diverso dalla realtà comune.

Nonostante le nostre impertinenze, dalla sua bocca non uscì mai nè un rimprovero, nè una minaccia: forse le nostre voci riempivano il vuoto della sua casa e il religioso silenzio che aleggiava dai cipressi del vicino Parco della Rimembranza.

Un giorno, uno di quei bambini lanciò una proposta: «Andiamo a fare la "sbatuléda" a Lisco?»

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Proposta accolta.

Muniti di bidoni, bastoni e gran voglia di fare chiasso, si trovarono di nuovo vicino a quella rete.

Lisco era in casa, usciva per andare nel capanno che aveva nel recinto del cortiletto, poi rientrava, usciva di nuovo per sistemare le sue cose, col suo abituale silenzio, o, qualche volta, canticchiando, senza curarsi di loro.

La musica incominciò: fu una gara di strilli, di sbidonate a colpi sempre più forti, di sassaiole con zolle di terra nella finestra, davanti alla porta, nel cortiletto, nel recinto.

Avrebbero  meritato chissà quale reazione da parte sua.

Invece, una prima volta si avvicinò alla rete con gran calma e, parlando italiano come faceva con tutti,  disse: «Bambini, guardate che mi arrabbio!» Poi, viste le loro insistenze, ci ripetè: «Ma mi arrabbio, mi arrabbio davvero!»

Non si arrabbiò, perchè? Gli piacevano i bambini e forse gli piaceva anche il ritmo che usciva dalla loro "sbatuléda". Lui che amava tanto la musica.

Qualche giorno dopo ritornarono e, questa volta, fu lui a fare una

proposta: «Bambini, volete vedere la mia casa?»

Chi aveva il coraggio di andare? Sorpresi si guardarono in faccia, si  consultarono, ma senza sapere cosa decidere: francamente avevano paura! 

"Poi, io decisi, - continua la Berti -  accettai e con me un'altra bambina, (non ricordo quale del gruppo) perchè sentivamo per lui qualcosa che non poteva  ancora chiamarsi fiducia, ma nemmeno paura. E andammo. 

Ci accolse con gioia, ci fece entrare, scendemmo un gradino abbastanza alto e ci trovammo in una stanzetta rettangolare di pochi metri quadrati, su di un pavimento di terra battuta senza mattoni, ma pulitissimo.

Appoggiato alla parete di destra, il letto in ferro verniciato, di stile antico, ben rifatto e protetto da una coperta di cotone, pulita e ben tesa; vicino alla parete di sinistra, sotto un finestrotto chiuso da una rustica imposta in legno, c'erano: una "matra", una sedia, un piccolo tavolo; 

nell'angolo, vicino alla porta, un caminetto con la legna già pronta per essere accesa, la cenere raccolta con cura e, oh meraviglia! Dalla mensola pendeva una pulita mantovana di tela di sacco, come si usava a quei tempi nelle umili case, per impedire al fumo di uscire nella stanza.

Appesi alle pareti, zucche per il vino, un setaccio, un "val" per il grano che lui spigolava e uno per il granturco, una "sesla" , filze di cipolle, qualche pannocchia e, sopra il caminetto, tegami in rame ben lucidati. Tutto accuratamente ordinato.

Noi guardavamo intorno in silenzio, estasiate e incredule di tanto ordine; lui, in disparte, seguiva il nostro sguardo e scrutava l'espressione dei nostri visi.

Ci chiese: «Vi piace la mia casa, bambine?»

Se ne avessimo avuto il coraggio, l'avremmo abbracciato, almeno io l'avrei fatto!

Gli rispondemmo con un festoso :«Sì»

E ce ne andammo ripetendogli: «Grazie, Lisco, grazie!» Mentre lui diceva: «Ritornate ancora, mi farete piacere!»

Noi, non ritornammo alla sua casa e non ritornammo nemmeno più vicino a quella rete per gridargli le nostre canzonature: la curiosità era stata appagata, avevamo capito che in quella cameretta viveva un uomo, non un pezzente, con una intelligenza, un cuore, una sensibilità, una vita tutta sua, con le sue ansie, i suoi segreti, le sue scelte.

Qualcuno mi ha raccontato che da più giovane, per due volte, è stato a Roma a piedi, in udienza dal Papa e che per quell'occasione possedeva un elegante abito nero. Io ci credo.

Poi io sono cresciuta, il tempo e gli uomini hanno cambiato tante cose, di lui non è rimasto più nulla, ma niente è riuscito a cancellare in me il ricordo di quelle emozioni.

Grazie, Lisco!"

UNA LEGGENDA: Lisco da Alfonsine a Roma.

Non si sa per quale occasione ma a Roma erano convenute molte bande musicali. Lisco si avventurò a piedi spinto soltanto dalla sua passione. Come riuscisse a trovare la via, a percorrere un così lungo cammino, fu un mistero. E la popolazione di Alfonsine ne fece una specie di leggenda

Nessuno sa come morì nè dove sia sepolto (probabilmente nell'ossario comune del cimitero di Alfonsine

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