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Il palazzo Marini di Alfonsine

a cura di Luciano Lucci

 

Il cosidetto  “Palazzo Marini” è situato in via Roma. Lo storico edificio del XVIII secolo, tra i più antichi del patrimonio architettonico del comune di Alfonsine, sopravvissuto alla guerra, è stato sottoposto a un risanamento conservativo. Il tutto è stato finanziato dall'amministrazione comunale, con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio e Banca del Monte di Lugo e della Regione Emilia Romagna. La sala degli archi, a pian terreno, viene utilizzata per valorizzare iniziative musicali, convegni, conferenze, mostre di esposizioni ar­tistiche e fotografiche, ed altre iniziative culturali e letterarie.

La sala superiore viene utilizzata, tra le altre cose, come laboratorio di attività ginniche varie.

 Un po’ di storia del palazzo

 L’edificio in questione è presente in una mappa del 1735 come un complesso unico con la casa che dava sulla piazza. Edificio antico denominanto 'Locanda' o 'Osteria' in seguito detto 'della Colombina', fu tra il '700 e i primi dell'800 l'unica locanda del paese. (In seguito 'Tabaccheria e Spaccio'). Oggi 2015 ancora in piedi.
Di proprietà di Ercole Calcagnini e della moglie (per questo la locanda era anche detta 'locanda della Marchesa') fu acquisito da Giacomo Massaroli, e gli fu accorpato un edificio nuovo  (l'attuale Palazzo Marini). 
Un "Fabbricato a due piani con stalla annessavi, sovraposta a questa una sala ad uso di spettatacoli pubblici" a cui si accedeva "per apposita scala', come si legge in un atto notarile del 8 luglio 1888'.
Pag. 96 dal libro "Le Alfonsine, il volto e l'anima" di Giovanni Zanzi e MariaFrancesca Zanzi (2014).

 La cosidetta ‘Sala Massaroli’ fu uno degli 'ambienti dove furono date feste memorabili e rappresentazioni drammatiche da varie compagnie.' Attivo dalla seconda metà dell'800 si trovava in via Roma, (‘oggi magazzino dello Stabilimento Marini – scrive il Ballardini nel 1941). 

Il fabbricato detto "Sala Massaroli" è descritto in un atto testamentario del 30 aprile 1874 del defunto Giacomo Massaroli in favore del figlio Antonio, ancora minorenne all'epoca, e di lui tutrice la moglie madre Francesca Pasi. 
Si legge: 'Locanda e Stallatico detto 'della Colombina' ed attinenze, la parte anteriore del fabbricato costituente la locanda è di antichissima costruzione ... A Mezzodì del fabbricato evvi una corte nella quale il pozzo a metà muro di altro nuovo corpo di fabbrica, contermine alla corte ed al fin qui descritto ad uso scuderia il pian terreno con scompartimento interno di colonne sostenenti le arcate e volte a vela superiori.
Sopra vi corrisponde una gran sala con soffitto a ciel di carrozza (a volta n.d.r.) lunettato incompleto per ciò che riguarda gli infissi e la scala per ascendervi'.
 pag. 96 dal libro "Le Alfonsine, il volto e l'anima" di Giovanni Zanzi e MariaFrancesca Zanzi (2014)

Il complesso "nelle Mappe Censuarie del Leonino (1811) è demarcata col n° 627 del catasto urbano" e confina "a ponente collo Stradone della Chiesa, a settentrione con altra Strada Comunale detta Pia (la futura via Roma n.d.r.)"

Non v’è dubbio che si tratta dell’attuale Palazzo Marini: quindi al pian terreno c'era una scuderia, e gli scomparti per i cavalli che erano separati da colonne che sostenevano arcate, e con il soffitto a volte con vela. (Ancora oggi si possono vedere). Sopra la grande sala per feste, rappresentazioni, balli, spettacoli pubblici, e anche sala da biliardo (1914).

Le Mappe Censuarie del Leonino (1811) Catasto Gregoriano

http://www.cflr.beniculturali.it/Gregoriano/mappe.php  

Si vede la Violina la Chiesa. Non c'è ancora quella che sarà Via Pia ('detta anche Via della 'Fame'), poi Via dell'Emancipazione (1904), e durante il fascismio Via Roma.

Si vede l'edificio antico denominanto 'Locanda' o 'Osteria' in seguito detto 'della Colombina', che qui era ancora di proprietà di Ercole Calcagnini e della moglie (per questo la locanda era anche detta 'locanda della Marchesa').

Fu tra il '700 e i primi dell'800 l'unica locanda del paese.

 

Stessa mappa ingrandita dove si vede col numero mappale 627 tutto il complesso denominato 'osteria' che nel sua parte più a est aveva uno 'stallatico'. 

Quando nella metà dell'800 divenne di proprietà di Giacomo Massaroli oltre allo stallatico, sopra vi fu allestita la sala per spettacoli. Alla sua morte passò al figlio Antonio Massaroli (1874) e la sua descrizione si legge nell'Atto Testamentario e in un successivo Atto Notarile del 1988, pubblicati a pag. 96 nel libro "Le Alfonsine, il volto e l'anima" di Giovanni Zanzi e MariaFrancesca Zanzi (2014).

Qui si vede meglio il numero mappale 627:

È l'attuale Palazzo Marini e consisteva in un "Fabbricato a due piani con stalla anno savi, sovraposta a questa una sala ad uso di spettata pubblici" a cui si accedeva "per apposita scala', com si legge in un atto notarile del 8 luglio 1888'' .
Si tratta di un blocco unico (il 627), separato poi dal 626. Anche questo fu poi acquisito dal Massaroli e affittato all'ing. Zampighi.

Curiosa questa descrizione "A Mezzodì del fabbricato evvi una corte nella quale il pozzo a metà muro di altro nuovo corpo di fabbrica"
Il cortile che separava le scuderie dall'altra costruzione successiva aveva un pozzo a metà muro. Sembrerebbe, del disegno, un quadratino attaccato al muro della scuderia, e non dell'altra costruzione. Chissà... il cortile c'è ancora oggi.

In una mappa del 1838 si legge che in questa zona vi era uno stallatico, cioè un luogo dove veniva custoditi e alloggiati i cavalli, forse per i viaggiatori, specialmente quei venditori che frequentavano il mercato della piazza alla domenica. 

Secondo una testimonianza scritta da Vincenzo Ballardini

 La cosidetta ‘Sala Massaroli’ fu uno degli 'ambienti dove furono date feste memorabili e rappresentazioni drammatiche da varie compagnie.' Attivo dalla seconda metà dell'800 si trovava in via Roma, (‘oggi magazzino dello Stabilimento Marini' – scrive ancora il Ballardini nel 1941). 

Nel 1914, quella sala fu la sede del Circolo Cittadino frequentato dai monarchici e dai conservatori di Alfonsine. Per questo era conosciuto come “Circolo dei Monarchici”, dalla gente del popolo. E fu il primo ad essere assalito e saccheggiato dai rivoltosi della “Settimana Rossa”.

Le foto qui sotto (1914) sono le più vecchie che si hanno del palazzo e furono scattate in occasione di quei fatti.

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Il Circolo Monarchico di Alfonsine dopo l'assalto
(fototeca Archivio Istituto Storico della Resistenza di Alfonsine)

I militari che si vedono nella foto sono i carabinieri di Alfonsine, coi loro a cavalli, usciti di caserma per registrare i danni al circolo monarchico solo dopo che tutto era finito.

Si nota la scritta "viva Masetti abbasso l'esercito". In terra i resti del biliardo, e dei quadri del Re e della Regina scaraventati giù dalla finestra del primo piano. A destra gente di Alfonsine in posa, probabilmente gli stessi dimostranti.

I Minarelli d'Plopi

Nel periodo successivo il palazzo fu acquistato da Sintiné e dal figlio Tancredi Minarelli (detti entrambi Plopi, anarchici per spirito e cultura). Questi gestivano una monta di cavalli, in casotti attigui al palazzo. Presero in affitto il palazzo, ormai abbandonato, e vi collocarono una carrozza funebre, e sei cavalli bianchi, per i funerali speciali. Carrozza e cavalli erano quindi custoditi al piano terra del palazzo nella ex sala Massaroli, dove ora si tengono le conferenze e le mostre.

Al piano superiore vennero create camere per famiglie e gente povera, a cui Plopi  faceva pagare un affitto proporzionato ai loro redditi.

I Plopi andarono ad abitare con tutta la famiglia in locali di fronte al palazzo che acquistarono insieme a un terreno attiguo, dove oggi c’è la mensa dell’officina Marini-Fayatgroup. Intanto erano nati due figli, Santino (Tino) Minarelli e Licio. Spesso a casa sua venivano ospitati viandanti, ambulanti, gente senza casa, e tutti trovavano un tetto dove alloggiare. La zona divenne una specie di corte dei miracoli, un luogo simpaticamente ricordato e accettato da tutti gli alfonsinesi. 

Negli anni ’30 Giuseppe Marini, artigiano costruttore di biciclette, motori e macchine stradali, aveva la sua casa attigua al palazzo di Plopi. I suoi operai (una decina in tutto) lavoravano sotto una tettoia nel retro della casa.

Avendo bisogno di più spazio chiese e ottenne l’acquisto del palazzo, e qui fece il reparto dei tornitori. L’edificio prese il nome di “Fabbrica Marini”, più che “Palazzo”. Risparmiato dalle bombe e dalle mine della guerra, fu fino agli anni ’60 uno dei vari capannoni della “Fabbrica Marini”; in seguito con lo spostamento dell’attività di tornitura in altri nuovi capannoni fu adibito semplicemente a magazzino.

Il cancello in ferro, a destra, era l’ingresso alla fabbrica e nell’insegna si trovava ancora l’iniziale G (Giuseppe) mentre la M è andata distrutta.

Il nome di “Palazzo Marini” gli è stato attribuito solo di recente, da quando cioè si è deciso di ristrutturarlo.

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Foto aerea di piazza Monti anni '60

Il cancello d'ingresso alla fabbrica "Marini" dagli anni '30

L'insegna con la G di "Giuseppe"

Palazzo "Marini" 

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Palazzo "Marini" oggi...

... com'era nel 1914, dalla stessa inquadratura 

La ristrutturazione

La ristrutturazione, pur avendo il merito di aver conservato un edificio, forse è stata troppo tesa a eliminare le "cicatrici". 

Il cancello con la vecchia insegna è stato sostituito da un nuovo cancello con l'insegna "PM" cioè Palazzo Marini (il riferimento "Marini" è dovuto al nome della nuova società spa che gestisce ora la fabbrica e che appartiene per una quota di maggioranza al gruppo francese Fayat-group). Il palazzo ha perso la sua anima...

Ma all'interno l'umidità riesce a far capolino e a ridare fascino a quel luogo.

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