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La panchina è l’ultimo simbolo di un qualcosa che non si compra
Le panchine di Alfonsine
è nell’indifferenza generale che vanno sempre a finire le storie troppo belle
di Loris Pattuelli

Bisognerebbe scrivere la storia delle panchine, bisognerebbe farlo subito, magari alla maniera dei nomadi che non conoscono la storia ma soltanto la geografia. Tanti auguri allora al ricordo che risale il tempo e un saluto anche all’oblio che ne segue il corso. La vita gioiosa e avventurosa delle panchine alfonsinesi  incomincia con questa domanda: 'Ma negli anni cinquanta c’erano già le panchine ad Alfonsine?' Confesso la mia ignoranza: non lo so. Non lo so, ma immagino che i nostri genitori fossero troppo indaffarati con la  ricostruzione postbellica e che non avessero troppo tempo per oziare sulle panchine. Negli anni sessanta c’erano di sicuro. Anzi, se ben ricordo, Corso Matteotti era tutto un viavai di biciclette, motorini ed utilitarie fiammeggianti come draghi. 

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Negli anni ‘50 l’unica panchina era davanti all’albergo-ristorante ‘Stella’, in Corso Matteotti

Le panchine erano una specie di tribuna d’onore o, per meglio dire, l’osservatorio astronomico perfetto per lo studio e la contemplazione del mondo. Sulle panchine c’era di tutto. C’erano quelli che volevano cambiare il mondo e c’erano quelli che in questo mondo volevano fare i signori. C’erano quelli che sognavano di lavorare alla Marini e c’erano quelli che studiavano da dottore, da tornitore o da impiegato comunale. Sulle panchine c’era di tutto, ma tutto rigorosamente al maschile. Di femmine neanche l’ombra. Le ragazze stavano sull’uscio di casa, ed era lì che bisognava andare per filare. Le ragazze potevano al massimo pedalare in gruppo sui viali, ma sedersi sulle panchine proprio no, neanche per mangiare un innocente gelatino. Il perbenismo cattolico e il perbenismo comunista erano allora davvero implacabili. Non era facile ribellarsi a questo andazzo, e farlo voleva dire provocare una lacerazione nel tessuto della comunità. Questo negli anni sessanta, ma non è poi che negli anni settanta le cose siano cambiate più di tanto. I motorini passavano e ripassavano davanti alle panchine, le “cinquecento” e le “giuliette” facevano altrettanto. E tutti sgassavano e sgassavano e tutto questo sgassare era la cosa più dolce e naturale di questo mondo. Su argomenti del genere c’è poco da scherzare. Anzi, per essere più precisi, credo proprio che commetterebbe sacrilegio chi osasse definire rumore il rombo che esce dai motori. Forse per uno straniero questa cosa può risultare un pochino bizzarra, ma per un romagnolo il rombo del motore è la sola, unica, autentica ed inimitabile voce di Dio. Nel dialetto romagnolo mutor e Dio sono sinonimi. Ragion per cui, caro lettore, chi sgasa la sua vetturetta non è un maleducato, ma soltanto un bravo mistico intento a pregare Gesù, la Madonna e tutti i santi del paradiso.

Il boom delle panchine di Corso Matteotti, negli anni ‘80

Ma il vero grande boom delle panchine si è avuto nei primi anni ottanta, in Corso Matteotti. Una ventina di anni fa sulle panchine c’era di tutto e quando dico di tutto intendo proprio dire di tutto. Intanto c’erano i ragazzi e c’erano anche le ragazze. Tutti liberi e indipendenti e con una gran voglia di prendere il mondo e di metterselo in tasca. Passeggiando per Corso Matteotti, era un piacere sfilare davanti ai punk, ai rocchettari, ai discotecari. Come in una giostra si poteva passare dalla panchina dei ragazzi della parrocchia a quella dei patiti del reggae e delle erbe officinali non convenzionali. Passeggiando per Corso Matteotti, si poteva davvero incontrare di tutto e in quel di tutto erano ovviamente compresi anche i tanti bravi cittadini che semplicemente trovavano piacevole trascorrere un po’ di tempo sulle panchine del loro paese. 

Adesso tutto questo è finito, morto e sepolto. In corso Matteotti non ci sono neanche più le panchine. Per la verità, tre o quattro sono rimaste, ma sembra una presa in giro. Prima di tutto sono messe nei posti sbagliati, voltano le spalle alla strada e sono anche brutte e scomode.  Non sapendo come finire questo scritto, direi che è nell’indifferenza generale che vanno sempre a finire le storie troppo belle. E forse è giusto così.

Per chi volesse approfondire l’argomento, si consiglia la lettura di CROSSTOWN TRAFFIC dell’Alfonsinese-Bolognese Mauro Baldrati, un gran bel romanzo delle ALLORI EDIZIONI che parla proprio dei sogni e degli incubi di un gruppo di panchinari di provincia.

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Anno 1960: le prime panchine ad essere utilizzate da giovani ribelli alfonsinesi non furono quelle di Corso Matteotti ma del giardino di Piazza Monti: nella foto da sinistra Luciano Lucci, coperto Oberdan Savioli, Roberto Montanari, Sergio Manzoni, Pietro Gessi (tagliato a metà)

Le panchine sono la più bella isola democratica di questo pianeta

Qualcuno ricorda quando tre anni fa il sindaco di Treviso fece segare tutte le panchine di una piazza della sua città? E quando l’inverno scorso dei vigili armati di sega fecero la stessa cosa in Piazza Venezia a Trieste?

A Treviso nessuno ebbe qualcosa da ridire, a Trieste ci fu invece un po’ di discussione.

Ha scritto recentemente Beppe Sebaste su LA REPUBBLICA : “La panchina è l’ultimo simbolo di un qualcosa che non si compra, di un modo gratuito di trascorrere il tempo e di mostrarsi in pubblico, di abitare la città. La panchina è il margine del mondo, vacanza di chi non va in vacanza, ma anche il posto ideale per osservare quello che accade: ovunque sia è il centro dell’universo”.

Le migliori sono quelle verdi a onda, di legno, oggi in via di estinzione. Le uniche capaci di sopportare beatamente il peso di un cartello con la scritta “vernice fresca”.

Ma come può venire in mente a qualcuno di segare le panchine? Domanda retorica: nell’Italia del terzo millennio succede anche questo. Dice Claudio Magris, “le panchine sono quelle cose dove quasi tutti, grazie a Dio, abbiamo passato momenti felici, e non certo in compagnia di assessori o scrittori”.

In les amoureux des bancs publics Georges Brassens dice: “le panchine verdi non sono lì per gli invalidi e i pancioni, ma per accogliere temporaneamente gli amori esordienti”.

 Le panchine sono il posto giusto, e sempre in prima fila, per contemplare lo spettacolo del mondo.

 E poi sulle panchine, oltre ai senza fissa dimora e agli extracomunitari, siedono anche i sognatori, i vecchi, le mamme con il pancione o il passeggino, per non parlare degli studenti, dei disoccupati, degli sfaccendati e degli innamorati. Le panchine sono la più bella isola democratica di questo pianeta, un posto per cittadini e non per clienti o consumatori. Ma noi oggi ci divertiamo a mangiare senza fame e a bere senza sete, e per certi lussi non abbiamo più tempo.

Nei libri e al cinema

Nasce su una panchina  il Primo amore  del romanzo d’esordio di Samuel Beckett, si chiude su una panchina l’amore che Dostoevskij racconta ne  le notti bianche. E’ su una panchina che si incontrano Bouvard e Pecuchet  di Flaubert, ed è su una panchina che si svolge uno dei racconti  più esilaranti di Thomas Benhard. E poi c’è  La panchina della desolazione di Henry James, senza dimenticare il Marcovaldo  di Italo Calvino. Ma il capolavoro umano della poetica delle panchine lo scrisse Georges Simenon in  Maigret e l’uomo della panchina, noto ai lettori come  l’uomo dalle scarpe gialle. Anche il cinema è pieno di panchine. Forrest Gump racconta la sua storia seduto su una panchina mentre aspetta l’autobus. 

Storica la scena in cui Stanlio, seduto su una panchina con Ollio, è confuso per aver compiuto più azioni “aiutato” da braccia nascoste che sbucano dalla siepe alle sue spalle. Ne La venticinquesima ora di Spike Lee, Edward Morton passa le ultime ore prima della prigione sognando un’altra chance nella New York post 11 settembre. C’è una gioiosa panchina nel parco in cui si incrociano i destini dei futuri sposi (e dei loro cani) ne  La carica dei101. E poi, a pensarci  bene, la serie televisiva Friends  (un bar di Manhattan che si alterna a un appartamento) non è forse anche una grande metafora  delle panchine pubbliche? Indimenticabile poi la panchina di Sutton Place  che Woody Allen ha  immortalato in Manhattan, dove lo si vede in smoking seduto di schiena ad aspettare l’alba con Diane Keaton sotto Queensborough Bridge, ammirando  come il viandante del romantico Friederich non le Alpi ghiacciate, ma lo skyline di New York

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