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Stefano Pelloni

Il Passatore: un mito di Romagna duro a morire

di Luciano Lucci

La storia del Passatore, come quella di molti film western, è una storia truculenta e "sporca". Niente eroi. Nessun personaggio positivo. Vittime e carnefici, inseguiti e inseguitori, sono crudeli e spietati, oppure esecutori di un dominio prepotente e sfruttatore, sia poliziesco che sociale. Come nella storie dei film di Peckinpah, ('Mucchio Selvaggio'), o di Quentin Tarantino, pensate all'ultimo 'Bastardi senza gloria', tutto è sporco, polveroso, sanguinolento, e perciò appare drammaticamente vero.

Nella storia del Passatore è lui in persona il regista che opera direttamente nella realtà con azioni e gesta furbescamente messe in scena,  quasi recitate  e, paradossalmente, tutto appare drammaticamente finto. Qui scatta il gioco del mito: il pubblico vuole il finale che piace a lui, in sintonia con la sua sensibilità. Così da quegli uomini, senza Dio, patria e famiglia, artefici di tante malefatte, a volte anche con versamento di sangue a fiumi, sia nella storia vera che nella finzione filmica, deve sgorgare una scintilla di lealtà e giustizia.

 

 

 

Qui a fianco è riprodotta l'immagine di Stefano Pelloni, tracciata dal prof. Silvio Gordini di Russi (Museo del Risorgimento, Faenza).

Immagine stereotipata di come viene rappresentato oggi il Passatore. Probabilmente si tratta di un riutilizzo del ritratto di un brigante famoso della Basilicata come si può notare dalla foto a lato

Carmine Crocco, emblema del brigantaggio in Basilicata

 Il gioco del mito

Molti storici si sforzano di scrostare l'alone mitico che l'identità romagnola ha creato attorno a questo bandito delle zone di Romagna, facendo riferimento agli atti documentali, e calcando la mano sulle azioni sanguinarie del Passatore e della sua banda. Dall'altra parte altri hanno teso ad individuare una serie di attenuanti per questa figura definendo il contesto storico-sociale e politico in cui il personaggio operò, e cioè la Romagna papalina del 1848 - 49 - 50 e i bisogni che la gente povera aveva di riscatto.

Il limite di entrambi è di solito quello di dimenticare che stanno processando un mito, il che significa qualcosa che nel bene e nel male è entrato in sintonia con la sensibilità e i sentimenti della gente, al di là della realtà dei fatti. Si tratta quindi di capire di quale mito si parla e di giudicare se tale mito aveva un valore positivo o negativo all'epoca dei fatti. 

Il Passatore morì in una sparatoria finale, e spesso agì per vendicare gli amici uccisi,  o per eliminare traditori, delatori, poliziotti, guardie volontarie (le ronde dell'epoca). Depredò, e a volte uccise, quando si ribellavano, i ricchi possidenti e rimborsò abbondantemente i fiancheggiatori e quei braccianti o contadini poveri che lo accoglievano volentieri nei loro capanni, facendo sostanziosi regali alle ragazze delle case dove si nascondeva o alle donnine a pagamento che si portava dietro, o addirittura mostrando rispetto e affascinando le suore di un convento dove una volte ebbe modo di trovare asilo, oltre a ricompensarle di una notevole somma. Così gli riuscì di creare il mito di un casereccio Robin Hood, di uno che "rubava ai ricchi e dava ai poveri".

Se poi si pensa che in qualche modo le sue imprese incrociarono quelle di Garibaldi, si può capire senza bisogno di scandalizzarsi tanto, come Giovanni Pascoli, poeta di Romagna, abbia voluto alimentare quel mito (ma non è questo uno dei meriti degli artisti?) scrivendo la poesia "Romagna", di cui in molti per varie generazioni mandarono a memoria, fin dalle elementari, la strofa finale: 

Romagna solatìa dolce paese 
cui regnarono Guidi e Malatesta, 
cui tenne pure il Passator cortese 
re della strada, re della foresta
.

Che c'entra Garibaldi?

Non si deve dimenticare che nell'agosto del 1849 Garibaldi era passato per le zone dove in quegli anni stava 'operando' la banda del Passatore: l'eroe dei due mondi, inseguito da quegli stessi austriaci che davano la caccia al Passatore per conto del Papa, in fuga attraverso la Romagna dopo aver tentato la rivoluzione con la Repubblica Romana di Giuseppe Mazzini, sentì certamente parlare di quel bandito-giustiziere, una specie di Primola Rossa che umiliava le Forze Papaline e lo Stato Pontificio. 

Pensate che Garibaldi riuscì a scampare alla cattura proprio rifugiandosi in Toscana, passando per quegli stessi sentieri che usava il Passatore quando si voleva sottrarre alla caccia dei 'papalini' e degli austriaci. 

E dall'esilio a New York dove si era rifugiato, Garibaldi nell'ottobre del 1850 scrisse una lettera che diceva così: 

"Le notizie del Passatore sono stupende... Noi baceremo il piede di questo bravo italiano che non paventa, in questi tempi di generale paura, di sfidare i dominatori"

Stefano Pelloni lasciò una scia di sangue nella sua vita "storica", ma da bravo regista riuscì comunque a creare l'altra straordinaria figura del mito. Ripensato come una luce dagli oppressi di allora alimentò la speranza del riscatto e signoreggiò nel fuoco delle lotte sociali degli anni successivi: 

'sicché, nell'Ottocento e oltre, - sono costretti ad ammettere gli autori di un libro sulla storia non romanzata del Passatore: Remo Ragazzini e Marzio e Roberto Casalini - non soltanto fiorirono centinaia di romanzi, opere di teatro, spettacoli per burattini, romanze popolari sull'eroe di Boncellino, ma anche poteva accadere che la nonna favolatrice si chinasse sulle culle dei bimbi per cantare 'la Cantlèna dla morta de Pasador'. 
Il brigante di strada era diventato - come Fra Diavolo, come Robin Hood, come Musolino, come Billy the Kid... come Che Guevara- l'eroe dei poveri, la voce della incorrotta speranza di un riscatto liberatore.'

 Tarantino potrebbe farci un film

La storia delle gesta più eclatanti e sanguinarie del Passatore copre il periodo che va dal 1842 al 1851; il 23 marzo 1851 Stefano Pelloni detto il Passatore muore a due passi da casa sua, in un campo del territorio di Russi, durante uno scontro a fuoco con un gruppo di militi. Aveva 27 anni. 

La sua storia si svolge nella Romagna Pontificia tra le Legazioni di Ravenna e di Ferrara: Russi, Faenza, Cotignola, Bagnacavallo, il Brisighellese, Forlì, Bagnara, Lugo, San Pietro in Trento, Castel Guelfo, Longiano, Villafranca, S. Lorenzo in Selva, Sant'Arcangelo, Traversara, Consandolo di Argenta, Forlimpopoli, Bizzuno, Imola: questi i luoghi delle varie imprese.

La vita e le azioni del 'Passatore' sembrano la trama di un film western, ma invece che nel Far West siamo in Romagna, e i fatti di violenza sanguinaria che l’attraversa fa il paio ai film di Tarantino. Forse sarebbe il caso di spedire la sceneggiatura al noto regista, chissà non gli venisse voglia di farne un film. 

I film già fatti

 

Il primo film sul Passatore fu realizzato nel 1947 con la regia di Duilio Coletti. La storia romanzata di Stefano Pelloni, tradotta sullo schermo da Coletti, continuava il genere dei film storico-popolari da lui precedentemente diretti, quali Il fornaretto di Venezia (1938), Capitan Fracassa (1940), La maschera di Cesare Borgia (1941), ecc. Rossano Brazzi fu l'interprete poco credibile del Passatore. Troppo delicato e raffinato per essere un bandito rozzo e analfabeta che non conosceva altra lingua se non il dialetto romagnolo. Il film, sostenuto da un cast di eccezione (oltre a Brazzi, un folto gruppo dei migliori attori del nostro cinema: Valentina Cortese, Carlo Ninchi, Camillo Pilotto, Carlo Campanini, Folco Lulli, Alberto Sordi, Carlo Tamberlani, Memmo Carotenuto, Enrico Luzi, Gualtiero Tumiati, ecc.), è vedibile se non lo si prende sul serio, se ci si dimentica, cioè, che il personaggio cui è dedicato è effettivamente vissuto. Il continuo riferimento a luoghi e città della terra del ravennate, che solo nei due casi sono veramente quelli in cui il Pelloni può essere passato nella sua breve e scellerata vita, non deve trarre in inganno; come pure le bravate al teatro di Forlimpopoli, una fantasiosa ricostruzione fatta - dopo aver scartato l'idea di riallestire il Teatro di Russi inagibile da alcuni anni - in teatro di posa a Roma.

 

Un particolare curioso, che avvalora ancora di più la scarsa attendibilità storica del film, è dato dal fatto che il personaggio del bandito Penzavolta detto l'«Innamorato», è interpretato da Alberto Sordi, doppiato da Carlo Romano: che usa uno strano connubio di linguaggi, un misto di romagnolo (o meglio, bolognese) e romanesco!

La critica fu molto discorde nei giudizi. Da parte cattolica si ebbe un giudizio decisamente negativo, si legge infatti in "Segnalazioni Cinematografiche" del Centro Cattolico Cinematografico: «Il soggetto, per se stesso poco felice, non ha uno svolgimento adeguato. La vita avventurosa del leggendario bandito è raccontata qui con stile e ritmo da operetta», mentre altri trovarono il film un buon prodotto, come il quindicinale "Intermezzo" che così si espresse: «Un buon film che, a degli ottimi mo­menti, alterna qualche ingenuità [...]. Comunque non possiamo negare che Coletti se la sia cavata onorevolmente»

 

 

Un secondo film sulla storia del Passatore, fu realizzato nel 1973: il titolo era "Fuori uno sotto un altro... arriva il Passatore" regia di Giuliano Carmine. George Hilton nella parte del Passatore, con Edwige Fenech, Sal Borgese, Dante Maggio. Una commedia della durata di 90'.

 

Un terzo film sul Passatore fu portato sugli schermi televisivi, in due puntate del 28 dicembre 1977 e del 4 gennaio 1978 sulla 2° rete  RAI. Il titolo era "Il Passatore" di Piero Nelli. (qui di seguito c'è tutto) 

Il Passatore e la sua banda nella valle del Marecchia

 

Luigi Giberti nella parte del Passatore

 

Le riprese in Piazza Nuova a Bagnacavallo

In primo piano il protagonista e il regista

IL FILM IN TRE PARTI

Quasi interamente girato in Romagna: 
a Lugo, 
nel teatro comunale di Bagnacavallo e in Piazza Nuova, 
a Imola con la fucilazione dei briganti sotto le mura della Rocca, 
a Rimini lungo il Marecchia
a Latina e poi per gli interni a Roma

 

 

Il Passatore fu interpretato da Luigi Diberti, con un'interpretazione più vicina ai vini DOC che alla vera personalità del brigante. L'amante del bandito era Tina Amount. Furono ingaggiati anche attori ravennati come Luisa Fiorentini che interpretò la madre di Pelloni, e l'attore e registra teatrale Edgardo Siroli.

 
 

Il film sfiora spesso l'assurdità storica specie quando si mostra il Passatore come patriota che si fa in quattro per aiutare Garibaldi a fuggire dagli austriaci aiutandolo ad imbarcarsi a Cesenatico alla volta di Venezia.

 

 

IL 4° FILM NEL 2011

Si tratta di una rappresentazione non romanzata, di alcune vicende del brigante romagnolo (1824-1851) prodotto e realizzato da Maurizio Callegati. (2011) Gli attori sono tutte persone della zona. Giampaolo Cavallucci è 'il passatore'.

Il film dura 50'. Qui lo si propone in quattro tempi.

 

 

 

Ma la sceneggiatura vera?...

Stefano Pelloni era nato nel 1824, tra la fine di luglio e i primi di Agosto del 1824, a Boncellino tra Bagnacavallo e Russi - poche case e una chiesa.
Venne battezzato nella Chiesa Arcipretale di Russi il 4 agosto 1824 (la chiesa di Boncellino non aveva Fonte Battesimale)

Morì in territorio di Russi, a due passi da casa sua, in uno scontro a fuoco con i gendarmi di Russi che lo sorprendono in un capanno da caccia, un paretaio, fra i campi del podere Molesa (di certi Spadini di Faenza). E' con l'amico Giazol (Giuseppe Tasselli), c'è una sparatoria, una guardia viene uccisa, lui resta ucciso, Giazol riesce a fuggire. 

Aveva 26 anni e 8 mesi (scarsi)

Il padre Girolamo Pelloni detto Ziroli era custode ufficiale fin dal 1830, dell'argine sinistro del Lamone e con il cugino Mario aveva licenza di traghettare merci, viandanti e bestiame da una sponda all'altra del fiume, al guado del Muraglione, tra Russi e Boncellino. Con lui lavorava uno dei figli, Vincenzo. Passavano carri, calessi, animali, greggi, viandanti, gente normale e facce losche. Si passava a pagamento. Un lavoro di tutto rispetto, su concessione della Sovrintendenza della Dogana di Ferrara, 85 scudi netti all'anno, una bella cifra per quei tempi. Possedeva una casa e un piccolo campo di 3 tornature, (circa un ettaro), utile per la famiglia

La madre, Francesca Errani, (della famiglia dei Malandri), da cui il primo soprannome per Stefano fu Malandri - oltre a badare ai 9 figli, si sfiancava a lavorare accanto al marito. Lui morì nel `44, e lei gli subentrò nel traghetto.

Stefano (Stvané) era un ragazzo irrequieto fin da piccolo, sempre intruppato in una banda di ragazzi del paese. .

Stefano era l'ultimo di 9 figli (4 maschi e 5 femmine): ragazzo irrequieto, sempre intruppato in una banda di ragazzi del paese che, come tutti i ragazzini, scorazzavano per campi e argini e ne combinavano di tutti i colori. 

Fra i 12 e i 15 anni fu spedito a scuola a Cotignola, presso un maestro locale Biserni. Forse lo mandarono per allontanarlo dalla banda, oppure aspiravano ad avviarlo alla carriera ecclesiastica. Così Stefano fu mandato  in seminario. Con profitto quasi nullo e spirito ribelle non sopportò però la dura disciplina imposta a chi voleva divenire sacerdote, tanto che a 15 anni, biasimato da parenti e amici, abbandonò il collegio religioso e si diede a mestieri umili e poco remunerativi: giornaliero di campagna, scarriolante, muratore e via dicendo. 

Suo fratello maggiore Matteo era l'altra preoccupazione della famiglia Pelloni. Nato nel `13, già nel `31, a 18 anni ebbe la prima bega. Litigò con un vicino e lo ferì con un falcetto. Rinviato a giudizio e fuggito, venne preso dopo un anno e scontò qualche mese di carcere. 
Poi nel `41, ebbe un violento diverbio con il promesso sposo di una ragazza di cui si è innamorato (non corrisposto) e con il padre di lei. Li minacciò con la do
ppietta e fu denunciato. Se la cavò con una solenne ammonizione. 
Gli andò peggio un mese dopo. Ferì uno e si fece un anno di carcere. Escì e tornò dentro per altri tre anni, questa volta per furto.
Uscito di nuovo e  di nuovo in tribunale per furto e ferite a un certo Tabanelli. Fu assolto per " indizi insufficienti". 
Più avanti entrerà nella banda del fratello Stefano.

1839 

Francesco Serantini autore nel 1929 del volume, piú volte riedito

 Nel 1839 (era il 6 maggio) Stefano Pelloni ebbe un diverbio con una ragazza che lo sorprese a falciare erba del suo campo. Mentre lei inveiva contro di lui, le tirò un sasso che le ruppe un braccio. La faccenda finì in tribunale a Faenza dove Stefano subì solo un'ammonizione severa, forse grazie alla sua età- aveva 15 anni. 

La tradizione piú popolare e simpatizzante narrò poi un'altra storia: durante una festa Stefano venne a diverbio con alcuni amici e conoscenti. 

(Qualche fonte di fine Ottocento, un periodo in cui la lotta politica era in Romagna aspra e diffusa, inserì poi che all'origine della lite ci fossero motivi politici).

 Il giovane avrebbe lanciato un sasso contro gli avversari. Ne sarebbe rimasta colpita una donna estranea alla rissa. Essendo incinta, avrebbe abortito sia per il colpo che per lo spavento. Dall'aborto sarebbe conseguita un'infezione che avrebbe portato rapidamente a morte la sventurata.

 

Sempre in quell'anno, durante un diverbio con un pastore sparò una fucilata con la sua doppietta. Ma il fucile gli scoppiò in faccia, e una spolverata di zolfo sullo zigomo sinistro gli marchiò il viso per tutta la vita, rendendolo facilmente riconoscibile. 

1842 

Nel 1842 il padre lo fece assumere come sorvegliante ai lavori di consolidamento degli argini del Lamone, che un'impresa di Piangipane del signor Paizzini (Paiazé) aveva avuto in appalto dallo Stato Pontificio. Un buon lavoro, ma Stefano pensava a stare più coi compagni e a divertirsi che a lavorare. I compagni erano quelli di sempre che lo seguiranno poi in tutte le sue drammatiche avventure: i Giazul (Giuseppe, Matteo e Pietro Tasselli di Barbiano); Basei (Antonio Basili); Schelz (Giuseppe Golfieri, un povero scemo che girava sempre scalzo); Bi-sò (Giuseppe Bassi); Marafò (Giacomo Bedeschi); Bas-cié (Giuseppe Cortesi); Pot (Giacomo Vassura); Ruscitel (Angelo Montanari). 

L'imprenditore Paizzini non si fidava di quel sorvegliante che aveva sempre attorno un gruppo di ragazzacci e assunse due guardie armate di Boncellino a sorvegliare il cantiere: Tambini Luigi e Custode Cini. Una notte tre ladri coperti dalla 'caparèla' rapinano i fucili ai due sorveglianti, minacciandoli con una doppietta. Al Tambini sembrò aver riconosciuto Bi-sò e sospettò che gli altri due fossero Giazol e Stvané de Passador (Stefano Pelloni), che la sera della rapina sono stati visti a confabulare insieme. Ma la Giustizia Papalina andava a rilento e il caso sembrava destinato a chiudersi senza colpevoli se non fosse che un giorno, ad Argenta, fu arrestato un ricettatore di Villanova di Bagnacavallo, tale Bonafede Manetti, con una doppietta uguale a quella rubata al Cini. Messo alle strette, confessò che gliel'ha venduta Giuseppe Tisselli (Giazol).  Bi-sò e Giazol furono arrestati, Stefano, rimasto libero, (non si sa perché...), avvicinandosi la data del processo andò a cercare il Tambini per convincerlo a non fare il suo nome e che lui non c'entrava con la rapina, e lo lasciasse in pace. 

Il Tambini lo scacciò in malo modo e lo insultò. Poi verso sera, mentre se ne tornava a casa col fratello, davanti alla chiesa di Boncellino, dal buio arrivò una fucilata che fece secco il Tambini. Fu convinzione diffusa che a sparare fosse stato e Schelz (Giuseppe Golfieri), l'amico scemo di Stvanì e pasador che odiava a morte il Tambini, e che il mandante non poteva non essere che Stefano Pelloni. 

Fu così che il Passatore da quella sera si diede alla macchia. Dopo qualche tempo fu segnalato come appartenente a una banda scalcagnata locale di Ferdinando Cottignola di Santerno detto Tagiò, che operava nella zona di Santerno, Villanova, Glorie assaltando viandanti, taglieggiando i contadini, saccheggiando case isolate e a volte incendiandole. Stvané de Pasador (cosi si farà chiamare da ora in poi) non si ritrova in quella banda e si mette in proprio. Ma un giorno a Russi fu riconosciuto da una pattuglia (tipo le ronde di oggi) capitanata da una guardia volontaria, Apollinare Fantini (lo stesso che 8 anni dopo gli sparerà uccidendolo).  

1843

Il carcere di Russi era un piccolo carcere a conduzione familiare, lui giovane, la moglie del guardiano piacente, un giorno si presero sul pagliericcio della cella e nei giorni a seguire lei gli prestò tante attenzioni. Capitò che un giorno, "per caso" l'uscio della cella "restò sbadatamente aperto" e il nostro "volò via".

Un volo breve, qualche ora e una pattuglia lo riconobbe e lo rinchiuse a Bagnacavallo, nella Torre dell'Orologio. Questo carcere era abbastanza grande, con una quarantina di carcerati e la solita conduzione familiare.

Qui incontrò i resti della banda di Tagiò, che nel frattempo era stato ucciso dalla Forza in uno scontro a fuoco a S. Potito di Lugo, e con essi il vecchio compagno Bi-so (Giuseppe Bassi) e e Cont (Francesco Emiliani). Questi stavano tramando una fuga, a cui si aggregò subito Stefano. 

1844

Il 29 gennaio '44, quando scapparono, Stefano Pelloni era dei loro. Con uno stratagemma, i due rinchiusero il guardiano nella cella, e il Pelloni costringe i familiari ad aprire il portone. I tre fuggirono a gambe levate verso la campagna. I familiari urlarono, alcuni muratori accorsero, Pelloni e Emiliani Furono bloccati. Fra chi lo bloccò il Pelloni riconobbe un certo "'Baghè'" a cui giurò vendetta. E la vendetta arriverà con una fucilata mortale, anni dopo.

Il 24 novembre '44, in Tribunale a Ravenna, a rispondere di violenze a mano armata, omicidi, rapine, incendi e grassazioni c'erano i 55 della banda "Tagiò". Stefano Pelloni ritrovò qui tutti i compagni d'infanzia, la famiglia Conti (i Carera) e anche quel Gaetano Morgagni (Fagot) di Forli, che sarà un elemento di spicco della Banda del Passatore e che, catturato, sarà il primo a"cantare ".

L' intera Banda del "Tagiò " fu assolta per "insufficienza di prove". Stvané si beccò l'esilio dalla Provincia di Ravenna.

"Figlio di Girolamo, custode del fiume Lamone, del Boncellino [...]. Surnomato: Malandri. Condizione: bracciante. Statura: giusta. D'anni: venti. Capelli: neri. Ciglia: idem. Occhi: castani. Fronte: spaziosa. Naso: profilato. Bocca: giusta. Colore: pallido. Viso: oblungo. Barba: senza. Corporatura: giusta. Segni particolari: sguardo truce".

Questi i connotati di Stefano diffusi con circolare del 30 dicembre 1844 dalla direzione provinciale di polizia della Legazione di Ravenna per far eseguire la condanna inflitta al giovane: l'esilio dalla provincia "sotto comminatoria d'un anno d'opera [lavori forzati] in caso di trasgressione"

Non uscì però dal carcere perché la Giustizia della Legazione di Ferrara lo volle processare per la rapina dei due fucili a Tambini e Ciani e per la fuga dal carcere di Bagnacavallo. 

 

1845

Il 28 giugno 1845 il tribunale di Ferrara lo condannò a 4 anni di opera pubblica per la rapina dei fucili e a 3 anni di carcere per l'evasione, da scontarsi nei lavori forzati per la sistemazione del Porto di Ancona.

II 5 agosto del '45, dalle parti di Cattolica, stava marciando verso Ancona a piedi, insieme ad altri galeotti e insieme all'amico Matteo Tasselli, fratello di Giuseppe (Giazol). Lui e Matteo riuscirono ad eludere la sorveglianza e a darsi alla fuga. Prima si nascosero a Russi a casa di uno "fidato", poi si trasferirono dalle parti di Monte Mauro, nel Brisighellese, ai confini con la Romagna Toscana, perché vi eranoi molte grotte e molti briganti. E per un anno non se ne sentì più parlare.

1846

1° dicembre 1846:  Stefano Pelloni, il Passatore affronta a Boncellino un caporale delle Guardie Volontarie Pontificie, Lorenzo Folicaldi detto Bisaca, un prepotente spocchioso nella sua divisa coi gradi, noto delatore che lui conosceva bene. Lo colpisce alla testa violentemente e ripetutamente col manico del coltello, questo fugge e lui gli spara ma non lo colpisce.

 Il Governatore emise una prima taglia di 10 scudi sulla sua testa, ma non ottenne risultato. Nell'ambito dei 3 anni di vita della Banda ce ne sarà una seconda il 7 gennaio '50 di 200 scudi, poi una di 1000 scudi, poi una serie di altre di varie cifre e l'ultima, dell' 11 marzo 1851, poco prima della fine, di ben 3000 scudi, (una cifra astronomica per l'epoca).

1847

Gennaio 1847 All' inizio del '47 si ebbe notizia che in Romagna c'era una nuova Banda, "La Banda del Passatore "
Nella zona di Zattaglia tra Riolo, Brisighella e Casola  il Passatore, insieme ai Marafé, padre e figlio, a Giazol, a Skelz e Basei fecero rapine e si nascosero in una rete di case amiche nel territorio, che pagavano bene per il disturbo (sembra pagassero uno scudo a testa, al giorno).

Lo scrisse un Parroco alle Autorità Faentine e segnalò che nei boschi della Zattaglia (tra Riolo, Brisighella e Casola Valsenio) si era aggruppata una banda di assassini condotta da un capo che andava dicendo essere evaso dalle Carceri Pontificie e si faceva chiamare `STVANÌ DE PASADOR»

Il primo fattaccio

15 marzo 1847: a Camerlona, vicino a Mezzano, nell'osteria 'da l'Ost', oggi 'Osteria di du cantù', seduto a un tavolo il passatore è solo col fucile e sta mangiando. Sembra uno dei tanti cacciatori. Entrano un carabiniere e un suo aiutante "volontario" e all'istante il Pelloni imbraccia il fucile e ammazza il primo carabiniere, poi corre fuori e insegue l'altro e ammazza pure lui. Diventa un mito tra i banditi e tra la gente.

 

Da ora in poi "o la vita o la morte". Per il Passatore non ci fu più scampo. Le Autorità cominciarono a muoversi. Gli diedero la caccia, e lui le sfidò.

Fra la malavita, e non solo, Stvanì de Pasador cominciò a diventare un mito. Aveva il coraggio di colpire lo Stato Papalino e di sfidare i suoi sgherri.

23 agosto 1847: la nuova banda assaltò tre case dalle parti di Imola ma recuperò solo 10 scudi, imbestialiti alla quarta casa trovata resistenza da parte dell'agricoltore, lo massacrarono barbaramente. Seguirono vari scontri con le guardie dove morironoo molti briganti. La banda si scioglie e il Passatore restò solo coi fedelissimi.
(In una lettera circolare del 17 marzo 1847 il Direttore  della Polizia di Ravenna Cav. Orlandi  segnala agli uffici e comandi interessati il duplice omicidio perpetrato dal contumace Pelloni nell'Osteria della Camerlona e sollecita la cattura dell'assassino. Tale documento si trova nell'Archivio di Stato di Ravenna, ma una copia si può consultare all'interno del menù dell'attuale gestione dell'Osteria.)

2 novembre 1847: la nuova banda si fece viva a Bagnacavallo, rapinò per strada un possidente, il bottino fu 213 scudi.

Fino alla fine dell'anno varie rapine da strada e in case sparse, ma nessun fatto eclatante

Brigantaggio e scontro finale

1848

21 gennaio 1848:  Per fare un favore ad altri briganti a cui era andata male una rapina a casa dell'agricoltore Zanzi di Cotignola, fa uccidere dai propri compagni, per 30 scudi, un certo Mignani che aveva fatto da palo alla rapina, e che era stato indicato come la spia che aveva chiamato le guardie. Il tronco del suo corpo fu trovato nella neve davanti al cimitero di Granarolo, senza gambe, mani, testa e genitali. Sul petto a croce un fucile e una pistola, tenuti fermi da un pugnale infilato nel corpo fino al manico, i vari arti sparsi a caso lungo la strada per Faenza, una gamba appesa a un bivia al pilastro di una Madonna. La testa se la trova sulla soglia di casa l'agricoltore di Cotignola Luca Zanzi.

28 gennaio 1848: la banda assalta alla sacrestia di San Prospero di Imola, con violenze sul parroco per sapere il nascondiglio e se ne va con un pingue bottino di 1400 scudi.

16 febbraio 1848: Venti banditi capitanati dal Passatore entrano al primo buio della sera in Bagnara. Con l'aiuto del capo delle guardie sequestrano le guardie stesse e 'visitano' varie case di possidenti: bottino 1000 scudi

1849

5 giugno 1849: gli austriaci occupano militarmente la Romagna e reinstaurano il potere papale là dove c'erano state manifestazioni per la Repubblica Romana appena proclamata da Mazzini e Garibaldi.

Impongono una legge marziale che condanna a morte chiunque sia trovato in possesso di un'arma, chi commette rapine e chi da nascondiglio ai banditi.

Estate 1849: Stvané e pasador, insieme a Giazòl, va a cercare Baghé, quello che l'aveva bloccato a Bagnacavallo durante la fuga e a cui aveva giurato vendetta. Lo chiama sotto casa e, appena quello si affaccia, lo ammazza con una fucilata.

31 ottobre 1849: a San Pietro in Trento assaltano con mannaia il portone di due case di possidenti che vengono malmenati violentemente fino a che indicano dove tengono i soldi: bottino 157 scudi dal primo e 400 dal secondo.

1850

9 gennaio 1850: A Russi assaltano la diligenza Faenza-Ravenna, che era scortata da gendarmi: rapinano ingenti somme.

27 gennaio 1850: dopo essersi travestiti da guardie si fanno aprire le porte della città di Cotignola, sequestrano le vere guardie entrano in casa di alcuni possidenti e se ne vanno con 4.500 scudi. Ma due delle guardie civiche vengono riconosciute per aver fatto parte tre anni prima di un gruppo che in uno scontro a fuoco aveva ucciso uno dei fratelli Giazòl, Pietro Tasselli. Vengono accoltellati e buttati dal ponte nel fiume Senio. Uno muore il mattino successivo e l'altro pur ferito si salva.

28 gennaio 1850:  Di sera la banda entra a Castel Guelfo (Imola) e dopo uno scontro a fuoco dove rimangono uccise due guardie sono costretti alla fuga senza bottino.

7 Febbraio 1850: Con la stessa tecnica assaltano, sempre di sera, Brisighella: si travestono con le divise delle quattro guardie immobilizzate epassano di casa in casa. In cinque ore rapinano 6510 scudi.

6 marzo 1850: Romeo Sangiorgi, segnalatore e cacciatore di banditi, viene ucciso a coltellate dal Passatore stesso. "Erano in quattro" testimonierà un certo Zoli che non visto assistette al fatto.

25 maggio 1850: Mentre si recano a Longiano, a Villafranca di Forlì hanno uno scontro a fuoco in cui muoiono tre guardie papaline

28 maggio 1850: Assaltano Longiano con la solita tecnica, lasciano in mutande le guardie, si travestono, uccidono un milite e due cittadini. 6632 scudi il consistente bottino. Escono da Longiano a notte fonda completamente ubriachi, in paese hanno bevuto e pagato l'oste. Si dirigono verso la Romagna Toscana e tra i boschi incontrano dei carbonai. Uno va loro incontro e li saluta credendoli guardie. Il Passatore lo ammazza con una fucilata e gli altri lo straziano con i coltelli, lo mettono su una catasta di legna e gli danno fuoco. Poi si mettono a ballare intorno al fuoco.

19 agosto 1850: Mettono un blocco stradale sulla strada fra Roncadello e Villafranca di Forlì dove rapinano 26 passanti, di cui 19 contadini, ma il bottino è irrisorio.

26 agosto 1850: A S. Lorenzo in Selva uccidono due coloni benestanti perché la sera prima non avevano aperto le porte al bussare del Passatore.

23 settembre 1850: A Santarcangelo assaltano in pieno giorno la diligenza armata diretta a Roma. Bottino 2.000 ducati.

2 ottobre 1850: Entrano a Lugo, in pieno giorno, in tre (il Passatore, Giazòl, Tigiò), elegantemente vestiti su un calesse lussuoso, senza dare alcun sospetto. Vanno nel Ghetto e il Passatore, con false generalità, si fa ricevere dall'usuraio. Lo minaccia col coltellaccio e lo deruba di 2337 scudi.

4 novembre 1850 a Traversara il Passatore, Giazòl e un altro, vestiti da gendarmi, stanno commissionando affari con un certo Giuseppe Contessi. Un giovane mugnaio vicino di casa poteva aver subodorato qualcosa e per paura che denunciasse il Contessi, questi chiede che venisse messo a tacere. Lo uccidono con 28 colpi di baionetta davanti alla madre e ai nipotini. Il Passatore poi gli stacca la testa con l'accetta e la calcia via.

1851

9 gennaio 1851: Attacco al paese di Consandolo, nel ferrarese, con la solita tecnica. Ammazzano un possidente e ne feriscono un altro che morirà il giorno dopo. Se ne vanno con 1.200 scudi.

25 gennaio 1851

A Forlimpopoli, travestiti da guardie in transito si fanno aprire le porte, sequestrano guardiani e guardie, e si fanno accompagnare in teatro dove quella sera c'è spettacolo e ci sono i benestanti della cittadina. Bloccano le uscite e dal palcoscenico li chiamano uno ad uno. Si fanno accompagnare a casa loro e li rapinano. Il sacco di Forlimpopoli dura 4 ore e alla fine se ne vanno con 5611 ducati, che sono spartiti subito presso una casa di San Bartolo, vicino a Ravenna.  

L'inizio della fine

Febbraio 1851: Per una spiata cade nelle mani del comandante delle guardie austriache Fagòt (Gaetano Morgagni), uomo di punta della banda. Per salvare la pelle si mette a raccontare tutto quello che sa. Rivela dove sono le case amiche, la casa dei piatti, la casa delle donne, la casa dell'osso, i rifugi, gli informatori, i ricettatori e i fiancheggiatori. Viene fucilata un enorme massa di gente e si fa il vuoto attorno alla banda del Passatore.

L'ultima festa

Carnevale 1851: La banda braccata comincia a vagare dalle parti di Boncellino sperando nei parenti e amici fidati. Arrivati a Traversara a casa dei Mattiolino organizzano una grande festa di Carnevale. Sono in sei, Pasador, Giazòl, Lisagna, Tagiò, Matiaza e é Calabres. Si sono procurati tre suonatori e dieci donnine: tre giorni di gozzoviglie sfrenate. Per il Passatore, ma anche per i Mattiolino, è l'ultima festa.

17 marzo 1851: Dopo Fagòt, è la volta di 'Lamella' (Giacomo Emaldi di Fusignano) che porta alla perquisizione della casa di Giovanni Minguzzi, l'ortolano dove in un nascondiglio segreto in un doppio muro viene scovato Antonio Farina detto Dumandò, uno dei fidelissimi del Passatore. Anche lui comincia a 'cantare' per aver salva la vita.

19 marzo 1851: A Prada, presso il mulino Ladelchi, Giazòl, Lisegna e Stvané de Pasadòr a cavallo si incontrano con 4 gendarmi: nello scontro a fuoco sono costretti a fuggire e ad abbandonare i cavalli

20 marzo 1851: L'ortolano viene fucilato a Bagnacavallo, alle 5 del pomeriggio. Aveva ospitato spesso la banda e si calcola avesse accumulato una fortuna.

22 marzo 1851: Si rifugiano a Bizzuno di Lugo ma qui di nuovo dopo una spiata hanno uno scontro a fuoco coi gendarmi, che lasciano sul campo due morti e i banditi riescono a fuggire. E' ormai sera i cinque si dividono. Matiaza e Carera vanno per conto loro. Pasador, Giazòl e Lisegna camminano tutta la notte verso Russi.

 Lo scontro finale

23 marzo 1851: Arrivano nella "Tenuta Molesa" degli Spadini di Faenza. Si nascondono in un capanno da caccia. Lisegna se ne va e Pasador e Giazol rimangono da soli. Un mendicante che era in giro a far stecchi vede tre uomini armati di fucile e avvisa le guardie di Russi, sperando in qualche beneficio, vista la legge contro le armi. Parte un gruppi di militi (5 gendarmi, 4 papalini e 4 sussidiari) al comando di Achille Battistini. Del gruppo fa parte anche quell'Apollinare Fantini che per primo nel 1844 aveva arrestato l'allora Stefano Pelloni. Il comandante piazza i suoi uomini e poi prova a sfondare la porta del capanno, ma non ci riesce. Guarda dentro a un finestrino e in quel mentre gli arriva una fucilata che gli squarcia il petto. la porta si spalanca e i due fuggono sparando all'impazzata. Il Fantini riconosce il Passatore e gli spara una fucilata che lo lascia secco. Nel trambusto Giazòl anche se ferito riesce a fuggire.

Il corpo del Passatore viene caricato su un carretto trainato da un ronzino e portato in giro per i paesi della Romagna, e poi a Bologna dove, dopo il riconoscimento formale, la notte del 26 marzo viene sepolto alla Certosa, in territorio sconsacrato.

Lauretana Pelloni, (nella foto)
sorella del Passatore,
che più di ogni altro è testimone  attendibile, Confessò : «Non ha mai dato niente a nessuno: se dava qualcosa lo faceva perché aveva bisogno di complicità o altro».

Non diversa immagine di sé doveva dare, sul finire della sua vita, la sventurata Francesca Errani, madre del brigante.

Giuseppe Afflitti detto "il Lazzarino", 
uno della banda del Passatore.

 

Questa foto, spacciata da qualche giornalista come foto del Passatore, è invece del brigante Agostino Sacchitiello di Bisaccia, uno dei più fidati luogotenenti di Carmine Crocco (Foto del 1862)

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