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Voglia di volare: un altro dei 12 giovani alfonsinesi volanti del novecento

Serg. Giovanni Ravaglia

di Luciano Lucci 

(tutte le informazioni e le foto sono tratte dal libro "Sulla scia di Baracca-Gli aviatori del lughese" di A. Emiliani, M. Antonelli e D. Filippi. Bacchilega editore)

Il Serg. Giovanni Ravaglia

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 Giovanni Ravaglia 

Serg. pilota nato ad Alfonsine il 5 maggio 1920

Dell'allegra comitiva di giovani che lungo la Reale si recava in bicicletta alla Spreta per frequentarvi il corso della RUNA faceva parte anche Giovanni Ravaglia, per gli amici Gianoti d'Casantón.

Veniva da una famiglia di agricoltori che "stanno sul suo", come si usava dire in Romagna per distinguere i proprietari del proprio podere dai mezzadri, e a differenza dei molti coetanei che non erano andati oltre le elementari, lui fu iscritto alle scuole superiori. 

Il brevetto di pilota civile di 1° grado lo ottenne nel '39. Poi presentò subito domanda per arruolarsi come volontario nella Regia Aeronautica. Richiamato all'inizio di febbraio del '40, fu assegnato alla Scuola di pilota di Aquino. Ravaglia superò questo passaggio e giunto ormai al termine della prima fase di istruzione, effettuò il raid sul percorso Aquino-Capodichino-Aquino. 

In settembre, quando era alla Scuola di Jesi, il suo libretto registrava un totale di 52 ore e 35 minuti di volo. L'addestramento a Jesi proseguì fino a giugno con voli in coppia, in pattuglia e in formazione, di notte e simulando il puntamento e lo sgancio delle bombe. Poi, quando fu ormai in grado di entrare a far parte di un reparto d'impiego, Ravaglia venne invece mandato a casa.

Il richiamo arrivò all'inizio del '42 con l'assegnazione al 37° Stormo - Gruppi di Bombardamento Terrestre schierati sui campi siciliani di Gerbini e Fontanarossa. L'11 agosto, a causa di un guasto all'altimetro, fu coinvolto durante un'esercitazione notturna in un serio incidente di volo che avrebbe potuto costargli la vita. Se la cavò con ferite lievi e qualche ustione, ma uscì dalla brutta esperienza profondamente segnato, tanto da confessare ai familiari che della guerra non ne poteva davvero più.

Una volta rimesso lo spedirono invece in Russia, a combattere e in condizioni ancora più difficili di quelle che aveva dovuto finora affrontare. Di quel periodo, come in generale della sua partecipazione agli avvenimenti bellici, ricorderà in seguito volentieri solo i gesti umani e di solidarietà dei quali era stato testimone (e protagonista). Sul Fronte orientale si ammalò di polmonite e a soccorrerlo fu un soldato tedesco; si persero di notte in un freddo tremendo, quando lui faceva parte di una pattuglia in ricognizione, e furono accolti e rifocillati come figli da una famiglia di contadini russi. 

8 Settembre 1943

L'8 settembre arrivò quando Ravaglia si trovava a Caselle Torinese: abbandonò tutto, si rifugiò presso amici e poi tornò ad Alfonsine. Fra familiari, parenti e sfollati, in una casa semidistrutta da bombe e granate arrivarono ad essere in 150. Sfamare ogni giorno un gruppo tanto numeroso non era facile e Giovanni, assieme al padre, fu fra quelli che più si diedero da fare in favore di tutti. Collaborò con i combattenti della Resistenza ma non tornò ad imbracciare le armi; fu costretto a lavorare per alcuni periodi agli ordini dei tedeschi nell'Organizzazione Todt, poi finalmente l'incubo finì.

Tornata la pace, potette finalmente completare gli studi, conseguire il diploma di geometra e costruirsi una strada nel commercio di vini e bevande. Della guerra non amò mai parlare: gli aveva portato via gli anni migliori. 

Morì il 13 marzo 1983.

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