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Pirý dla Palmina

di Giovanni Ballardini                                                         

Si chiamava Pietro, Ŕ vero, ma il suo nome era stato tradotto in dialetto e per tutti, non solo per gli abitanti del cortile del Borghetto, il figlio della Palmina - uno dei due maschi, l'altra era una femmina - era conosciuto come Pirý.

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Pirý con Ezia, figlia di sua sorella Giovanna (1957)

Spiccavano, sul volto, due occhi neri, leggermente strabici e un sorriso quasi ironico; parlava mangiandosi le parole, a voce generalmente alta - dava l'impressione di essere sempre arrabbiato - ed anche nell'andatura procedeva a scatti.

Dire che era un po' strano Ŕ un eufemismo, ma era assolutamente incapace di fare del male a chicchessia, sempre pronto a dare una mano e a cercare di rendersi utile: le biciclette erano il suo forte e quando bisognava provvedere a una foratura o a registrare qualche ingranaggio ecco che si faceva avanti e si prestava a rendere funzionante il prezioso mezzo di locomozione.

Allora non era difficile trovarlo nel cortile, davanti ad una bicicletta appoggiata per terra con le ruote in alto, armeggiare con le mani nella catena, svitare mozzi, togliere copertoni e camere d'aria, smontare pezzi: e mentre faceva ci˛, sudava e bofonchiava, si tergeva il sudore dalla fronte con il braccio nudo e, non di rado, lasciava un lungo baffo di morchia sulla fronte stessa o da qualche altra parte.

La morchia, d'altra parte, non era un problema; e se capitava di dover interrompere il lavoro per entrare in casa a mangiare, tranquillamente si metteva a tavola anche senza lavarsi le mani, rispondendo, a chi gli faceva notare che era meglio pulirsi un po', che la morchia non a mai ammazzato nessuno, anzi che disinfettava.

Succedeva, a volte, che durante l'esecuzione dei suoi lavori gli venisse a mancare o dovesse sostituire qualche pezzo: nonostante che ad Alfonsine ci fossero negozi di ferramenta anche ben forniti, Pirý inforcava la bicicletta - la sua bicicletta! - e si recava a Ravenna, dove sapeva lui, per cercare quello che gli mancava.

Non era difficile, allora, incontrarlo lungo la via Reale mentre sudando, pigiava sui pedali per percorrere i non pochi chilometri di strada, a volte con un copertone o una camera d'aria incrociati sulla schiena, come si vede nelle vecchie fotografie dei corridori dei primi giri d'Italia: e questo con qualsiasi tempo, d'inverno o d'estate.

Aveva, per la sua bicicletta, una cura maniacale: interveniva con un pennello e con nafta per prevenire macchie di ruggine sui raggi e sui cerchi, oliava con cura i mozzi e tutti i cuscinetti a sfera, la teneva sempre tirata a lucido e perfettamente funzionante.

Pirý e la Mille Miglia

Ai primi di maggio, un avvenimento scuoteva per un po' il torpore della vita paesana: il passaggio della "Mille Miglia".

Partendo da Brescia e percorrendo l'Adriatica da Ferrara in gi¨, le automobili transitavano per forza da Alfonsine: quelle con minore cilindrata - le prime a prendere il via - transitavano nel cuore della notte e solo verso il mattino transitavano le macchine pi¨ potenti, quelle, per intenderci, di Nuvolari, di Biondetti, di Taruffi, di Fangio.

Pirý si autoproclamava tutore dell'ordine pubblico e per tutta la notte, all'incrocio di via Mazzini con la Reale , gridava a uno di stare indietro, ad un altro di non attraversare: a tutti di stare ben ai margini della strada, quando percepiva da lontano il rumore di una macchina che stava sopraggiungendo.

Memorabile fu quella volta che pass˛ Nuvolari e, proprio all'incrocio, sollev˛ un braccio per un saluto agli spettatori.

Pirý, come al solito di "servizio", cominci˛ a urlare di gioia che quella appena passata era la macchina di Nuvolari, il quale aveva perfino fatto un cenno di saluto: pi¨ che agli spettatori, a lui, a Pirý.

E questo l'aveva riempito di una gioia immensa: una gioia perfetta.

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