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Alfonsine

| Alfonsine | Ricerche sull'anima di Alfonsine

Una famiglia romagnola di guaritori e speziali 

i Zambutè  (o Zambutèn)

(uno di loro si stabilì anche ad Alfonsine)

a cura di Luciano Lucci  e Mario Maginot Mazzotti
(sfruttando i lavori di Umberto Foschi, Aureliano Bassani, Marisa Galanti, Daniele Gaudenzi, Romano Casadei, Aurelio Angelucci, Viroli, Zelli, Antonio Mambelli, Roberto Rotondi, Emanuele Chiesi, Vincenzo Rubboli)

 

Il capostipite, Luigi Rotondi (1830-1915) Luigiòn, di famiglia contadina, apprese da alcuni frati i segreti delle erbe, e ne istruì anche tutti i figli: Augusto, Luigi, Ernesta, Antonio, Alfredo e Achille. E tutti si fecero la fama operarono come guaritori col nome "Zambutèn".

Luigi nacque nel 1830 e morì a Villanova di Bagnacavallo nel 1915 a 85 anni, nella sua casa in via Aguta. I suoi facevano i contadini. Luigi, già da ragazzo, appariva svelto ed intelligente e lo chiamavano Luigion. Amava molto ballare e si dice che fosse molto bravo nel ballo “bergamasco”. Appena libero dai lavori dei campi Luigion spariva. A Castel Bolognese c'era una scuola di danza, aperta dai francesi, quando arrivarono in Romagna alla fine del '700 e non si sa come rimasta in esercizio dopo la restaurazione. 

Le assenze del ragazzo furono notate: non andava a Messa e disertava le altre funzioni religiose.
 Il parroco si stancò di fargli capire con le buone che era suo dovere adempiere i precetti del buon cristiano. Diedero al recidivo una buona dose di “graccarelle”; la punizione consisteva nel far distendere il non devoto sopra una panca, giù le braghe e bastonate sulle chiappe nude. Visto che anche le “gnaccarelle” non facevano cambiare indirizzo ai passatempi di Luigi lo invitarono a lasciare il paese. 

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Luigi Rotondi (1830-1915) Luigiòn

Il giovane Rotondi allora fece fagotto e si incamminò verso Imola. 

La cartolina documenta la chiesa di San Francesco, situata a poca distanza dal centro del paese di Mordano. Sotto l’edificio attuale esistono i resti di un antico convento, primo centro di culto cristiano della zona, costruito con tutta probabilità prima del Mille dai monaci benedettini.

 Il convento, intitolato a Sant’Anastasio, fu menzionato per la prima volta in una bolla di Papa Eugenio III nel 1145. Successivamente abbandonato dai benedettini, forse in séguito ad un’alluvione del vicino fiume Santerno, l’edificio cadde in disuso. Nel 1478 fu però recuperato dai francescani, i quali lo ristrutturarono senza farne un vero e proprio convento. Oggi il complesso è di proprietà della Curia di Imola.

Fra Mordano e Bubano chiese ospitalità in un piccolo convento di frati francescani, che nel Medio Evo ebbe anche un momento di celebrità. Luigi Rotondi fu accolto dai frati con francescana ospitalità e lo tennero con loro. Alcuni di essi erano specialisti in erboristeria, alambiccavano nella loro piccola “officina” e confezionavano pillole lassative. A quei tempi, pure la medicina ufficiale pensava che, liberando l'intestino molti altri “disturbi” se ne andassero coi residui biologici espulsi. La funzione fisiologica dello scarico era considerata tanto importante al punto che l'andata al cesso veniva chiamata “beneficio”. “Il signore (o la signora) ha avuto il beneficio? Deo gratias!”. 

 I fraticelli lavoravano l'orto per procurarsi le erbe e, se qualcuno si prendeva l'artrite, preparavano anche gli unguenti caccia-dolori. Luigi imparò presto l'arte dei frati. Quindi li ringraziò per l'ospitalità e gli insegnamenti ricevuti e, con una certa mentalità imprenditoriale, si mise “in proprio”. 

Sicuramente pensò: “Se è tanto importante far cagare la gente, ci penserò io”. 
Seguendo l'esempio dei francescani, cominciò a fabbricare e a vendere pillole e unguenti. Le pillole fatte di erbe e impastate con la farina si chiamavano “Bcon o Pcon” - bocconi, anche perché le dimensioni non erano poi tanto contenute. 

Rotondi Luigi, Luigiòn, sposò Lucia Barattoni ed ebbero sette figli, cinque maschi e due femmine. Una delle due femmine, Eleonora, morì bambina, all'età di 10 anni.

Si legge nel « Diario Forlivese » del conte Filippo Guarini in data 15 ottobre 1896: 
«Luigi Rotondi, contadino domiciliato a Villanova di Bagnacavallo, é notissimo col soprannome di «Zambutèn» esercita da qualche anno la medicina, come ciarlatano od empirico e quando viene a Forlì ha grande concorso per certe sue polveri e pillole, che in verità hanno guarito varie persone. È uomo di modestissima apparenza e senza chiacchiere; lo aiuta suo figlio Augusto». 

Luigi Rotondi fu il primo « Zambutèn » della famiglia. Appena si diffuse la voce delle sue capacità di guaritore e gli ammalati cominciarono ad affluire alla sua casa. Da allora ebbe inizio la sua vera attività che lo portò ad esercitare verso i 65 anni anche a Forlì, con l'aiuto del figlio. 

A Forlì era vissuta, in passato, una famiglia di medici e veterinari di origine ginevrina (o francese), che avevano esercitato la loro attività, ricavandone una certa notorietà locale: la famiglia Bouttin, i cui nomi di battesimo erano spesso preceduti da “Jean”. Siccome la pronuncia francese di "Jean Bouttin" risulta simile in romagnolo a "Zambutèn", si pensa che in Romagna il termine di "Zambutèn" si andò diffondendo  per indicare in genere un "abile guaritore", ma anche  'medicastro'.

Erborista e medico empirico, la figura di Luigi Rotondi cominciò ad essere circondata da un’aureola di mistero. Alimentava la suggestione, presso la gente del popolo, l’aria assorta con cui, nella solitudine e nel silenzio della notte, al chiarore dei raggi di luna, o a lume di candela, egli procedeva alla raccolta delle erbe medicinali. Atteggiamento, questo, senza dubbio spontaneo dal momento che era opinione comune che le virtù terapeutiche delle piante dipendessero, in parte, sia dal tempo della raccolta, sia dalle modalità che riguardavano la loro manipolazione a seconda che si volessero ottenere infusi, decotti, pomate ecc.

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Visitatore pietoso 
sappi che qui vi dorme 
Rotondi Luigi, 
IL venerato Zambutino 
che tante volte interpellasti nelle 
tue sofferenze ed ei, 
come seppe, ti aiutò sempre BUono e
disinteressato

N. 17 DICEMBRE 1830 -   M. 30 GENNAIO 1915

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Nel cimitero di Villanova di Bagnacavallo ci sono le tombe (a sinistra) della moglie Lucia Burattoni e della figlia  Eleonora Rotondi deceduta a 10 anni nel 1888, e di Zambutè Luigi Rotondi (a destra)

Tutti i figli continuarono il mestiere del padre, sparsi qua e là per la Romagna. Tutti furono dei Zambuten.

... a Forlì

Augusto Rotondi, o Agostino, il più noto 'Zambutèn' o Zambutè, nato a Bagnacavallo, nel 1868 e morto a Forlì, 26 marzo 1950, sfruttando le orme del padre già affermatosi a Forlì, divenne  celebre e continuò ad esercitare in proprio la pratica di guaritore e speziale in questa città. Fu così un Zambutèn anche lui, soprannome con cui era indicata la discendenza ma anche la professione.

Augusto, chiamato dagli amici “Tamon”, a Forlì comperò una casa in Via Ravegnana. Nel fabbricato vi era anche una trattoria, gestita dalla famiglia Guidi e la figlia, una bella ragazza, serviva i clienti. Si chiamava Rachele. Spesso a cercare Rachele per corteggiarla, andava un giovane con gli occhi spiritati e dai modi bruschi. Gli avventori lo chiamavano “E mat”- il matto -. I genitori della ragazza non vedevano di buon occhio questo corteggiamento. Una sera era presente tra gli avventori anche Tamon, il giovanotto di nome Benito, entrò in trattoria con la rivoltella in pugno. Era furente per l'ostilità dei genitori di Rachele e minacciò di uccidere la ragazza e se stesso se alle riluttanze della famiglia non si dava subito un taglio. 

Durante il fascismo, Augusto, ovvero Tamon, non venne molestato, pur sapendosi in giro che non era fascista e che era il fratello di Alfredo. 

        "Zambuten", Tamon, alto, robusto, prestante, abile ballerino, come il padre e tutti i fratelli in fondo. Una voce forte, roca, un carattere brusco, ma pure gioviale ed estroverso. 

Burbero in particolare con le donne, specie quelle di Schiavonia; si dice che avesse avuto una promessa sposa di quel rione, che al momento del matrimonio lo abbandonò. Da allora per lui le donne erano "tutte puttane"! «Toti putan da Sciavanì» urlava, per vendicarsi in qualche modo della fidanzata di quel quartiere.

Curava i poveri chiedendo onorari modesti o addirittura per niente. Arguto e generoso era così  amato dai poveri. 

          Egli  "faceva ambulatorio" il lunedì ed il venerdì, la visita era una visita breve, in uno stanzino spoglio, attiguo ad una sala d’aspetto sempre sovraffollata, che era uno stallatico col voltone con qualche sedia mezzo spagliata e un divanetto sgangherato. La sua casetta era in via Ravegnana, (allora era Sobborgo Mazzini), presso la chiesa di Santa Maria in Fiore. Lui sentiva il polso, guardava negli occhi del paziente e poi lo faceva parlare. Infine formulava, con le sue argute battute, la diagnosi  e la prognosi, consegnando i rimedi che conservava sparsi nella stanza. La clientela, numerosissima, veniva a lui da ogni parte della Romagna. Gli sarebbe stato certamente facile arricchire, ma a chi gli chiedeva l'ammontare della parcella, rispondeva sempre, senza esitare: « Dasìm quel ch’ uv pé! ». E c’era chi gli portava un coniglio, chi delle uova, chi niente. Nei giorni di mercato, non solo la stanza, ma anche il cortiletto erano stipati di gente.

 Le sue pillole e i suoi intrugli funzionavano davvero. O almeno erano a un prezzo abbordabile per quella povera gente che non poteva nemmeno permettersi di rivolgersi al medico. Pagare Zambutè non era un problema: credito, dilazioni, ‘sconti’ erano all’ordine del giorno. Se qualcuno, particolarmente riconoscente, voleva dargli di più lui quasi si arrabbiava e sibilava «S’et fat de marché nigar te?» (hai fatto il mercato nero? cioè: hai troppi soldi fatti in modo disonesto?).

         «Alto, robusto, un poco ingobbito, il volto raso sì da mettere in evidenza solchi e sporgenze sbozzate d’impeto da uno scalpello vigoroso - così lo descrive Antonio Mambelli - Zambutè si aggirava tra decine di pazienti in attesa fiduciosa della sua diagnosi e della fatidica prescrizione di pillole». Comprensivo e alla mano coi più poveri, era anche però spesso burbero, stizzoso e crudele con qualche malcapitato.

A un giovanotto pieno di foruncoli in viso Zambutèn suggerì il matrimonio come rimedio sicuro per eliminare il fastidioso inconveniente che lo affliggeva. 

Poiché era convinto che non bisognava nascondere la verità ai malati, era pure capace di impietose sentenze. Come quella rivolta ad un contadino di Carpinello, che covava un brutto male ormai inguaribile. Rotondi se ne accorse e glielo fece capire, rigorosamente in dialetto, prima in modo “soft” (“sei venuto da me troppo tardi”) e poi, vista la sua insistenza, in maniera a dir poco grossolana e feroce: “C’è un falegname a Carpinello?”. Alla risposta affermativa del pover’uomo, continuò con queste parole: “Allora torna a casa, ma prima fatti fare una cassa da morto”

Poi, se gli girava male, deliziava i presenti con una diagnosi pubblica del tipo «T’è na faza culor dal scurez» oppure  a chi lo pregava in ginocchio di dar fondo a tutta la sua sapienza per l’ennesima miracolosa guarigione, magari dopo essersi rivolto inutilmente a qualche medico famoso, Zambutè poteva persino rispondere: «Trop tard e mi oman.. Tsi avnù da me dop che lè stè stachè la buleta» (Troppo tardi, sei venuto da me dopo che è stata staccata la bolletta, cioè è già stata segnata la ‘partenza’).



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Processi, successi e riconoscimenti.

Ebbe frequenti grane con la giustizia e spesso, come fra l'altro i fratelli e prima di loro il padre, fu colpito, sempre però blandamente, dalla Legge per esercizio abusivo dell'arte medica. Una condanna per esercizio abusivo della professione medica già nel 1896 così lo aveva bollato : 'Zambutè, ciarltatano ed empirico’: 

           E pochi anni più tardi, nel 1904, altri guai giudiziari per quello strano tipo. In quel processo fu difeso dal sindaco di Forlì, l'avvocato e futuro senatore del Regno Giuseppe Bellini; Zambutèn fu condannato al pagamento di una multa. In effetti, però, le condanne rimasero sempre inefficaci: il Rotondi continuò a operare secondo la sua “professione”.

Fra i molti ammalati che ricorrevano alle sue cure, alcuni spesso erano così gravi che nulla era umanamente sperabile. « Sa m’aviv ciap par Sant’ Antoni? », diceva burbero a coloro che l’imploravano di fare 1’impossibile e a chi gli si presentava piuttosto malandato: «Un gn’è un falgnam dal tu pert?»; ma poi concludeva, per consolarlo: « Dì a e’ tu dutòr che e’ cancar u l’ha lò! »

Sia per la lunga pratica, sia per innata predisposizione, era divenuto un diagnostico d’eccezione, così da eguagliare e a volte superare i medici anche migliori. Riusciva a guarire talora mali ritenuti incurabili e a chi lo ringraziava, profondamente commosso e insieme meravigliato, rispondeva, quasi interrompendo l'interlocutore: « Us ved ch’l'aveva da guarì! » 

Clienti, anche illustri, non mancarono. Tra questi, la moglie del medico chirurgo  e Rachele Guidi, moglie di Benito Mussolini. 

Alcune delle sue guarigioni ebbero il clamore della notorietà: perfino la consorte di un primario dell’ospedale Morgagni Sante Solieri recuperò la salute per opera di Augusto Rotondi. 

Aurelio Angelucci,  che lo riforniva di ramarri per le sue misture segrete, ricevendone in cambio due soldi, ricorda che ‘E Sgnòr Avgusto’ curò anche la moglie di Mussolini. Per questo fu considerato di casa alla Rocca delle Caminate dove ogni pomeriggio d’estate soleva recarsi colla sua motocicletta.

C'è poi un racconto che assume i colori della leggenda: «Donna Rachele si rivolse a lui dopo aver consultato senza successo i luminari dell’epoca per via di fastidiosi dolori di stomaco che la tormentavano da mesi. A Zambutè bastò guardarla negli occhi per arrivare alla diagnosi: voi avete bevuto l’acqua di un fosso e nella vostra pancia si sono sviluppate le uova di una rana!

Dalla prescrizione della pillola giusta alla guarigione fu un lampo. E così su Zambutè piovve la riconoscenza del duce sotto forma di una potente Moto Guzzi 500. 

Da quel giorno la inforcò ogni giorno per far visita ai suoi pazienti e anche per andare a ballare al sabato, visto che restò sempre ‘zovan’, come si diceva allora, cioè celibe. C’è però da immaginare che non facesse proprio un figurone come centauro: non aveva la patente e viaggiava solo in prima!»

Non fu mai fascista e per lui i Mussolini erano soltanto i signori delle Caminate, clienti come gli altri bisognosi delle sue cure. Una volta fu denunciato per un aborto che si diceva procurato dalle sue pillole. Mussolini, informato, ne rimase sorpreso: « Ma come, un uomo come lui? Non è possibile ». Fece indagare: la denuncia l'aveva fatta il medico che era il vero responsabile dell’aborto. 

Passata la guerra egli non si adeguò al valore mutato del denaro e continuò a farsi pagare come una volta; finì così per ridursi in estrema indigenza, povero più di quei poveri che tante volte aveva soccorso e non solo colle sue medicine, i suoi « b’côn ». 

Non fu però abbandonato dalla gente, ebbe grandi dimostrazioni di affettò, specie dai suoi poveri che gli furono vicini negli ultimi anni. 

 

Il terribile bombardamento del 19 maggio, che portò distruzione e lutti in tutta Forlì, danneggiò gravemente la casa dove abitava. Sarebbe stato troppo costoso per lui rimetterla in sesto e il 1 giugno 1944, Zambutèn decide di venderla. Si riservò una stanza.

Quando mori, il 26 marzo 1950, il manifesto composto da Adler Raffaelli ed il necrologio di A.P. Piraccini pubblicato sul « Pensiero Romagnolo » ci dicono dell’uomo buono, generoso come un romagnolo antico, benefattore dei poveri ed anche « signore della generosità verso i sofferenti ». 

Si spense in assoluta povertà e dietro al suo feretro sfilarono praticamente tutti i forlivesi. 

Ad Augusto Rotondi il Comune di Forlì ha dedicato una via.

ZAMBUTEN CONDANNATO

Augusto Rotondi, detto Zambuten, medico ben noto, non munito del brevetto governativo, è stato condannato mercoldì dal nostro tribunale a L. 500 di multa per contravvenzione. Era difeso, nientemeno, dal nostro Sindaco Bellini. Si fanno dei commenti, ma Zambuten sa bene che al ciacar ‘d Furlé al dura tri dé e spera di non perdere i suoi amici.

Augusto Rotondi

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Il manifesto funebre lo scrisse Adler Raffaelli 

La testimonianza di Aurelio Angelucci

Zambuten l’éra un parsunag rumagnôl che e’ staséva a Furlè e ch’e’ curéva tota la zenta cun agli erbi. L’éra ecezjunêl par indvinê al malatì che e’ curéva cun dal pèlul ch’ e’ praparéva da par lo. E’ staséva int la Vi Ravgnâna, döp e’ “Pont de’ vapór”, drì a un stalàtich che a e’ lon e a e’ vènar l’éra pin ad zenta che la-s faséva curê da lo cun du bulen: tot i j avléva ben, fura che i dutur. Cun e’ mi amigh Farnéti, che e’ staséva pröpi int la ca d’Zambuten, a i purtegna i mër [ramarri] e al lusértal ch’a ciapegna int la mura de’ campsânt, e lo u-s daséva du suld par cumprê una matunëla ad gelè da De Fanti. U-s ciaméva Augusto Rotondi. Durânt al visiti i-l ciaméva Sgnór Avgusto, mo par tot l’éra Zambuten (da e’ nom d’un frê franzés, Jean Butin, ch’u j avéva lasê al rizëti segréti). Par i puret e par i cuntaden l’éra e’ màsum dla midsena: e’ gvaréva cvési tot e u-s faséva paghê pôch o gninta. L’ambulatôri, u-s fa par dì, l’éra un camaron che e’ funziunéva nenca da sêla d’aspët; Zambuten u-t gvardéva int j oc, senza smanêt, e ut daséva la midsena; e’ scuréva seri, mo in manira aligra… (“Va-t a ca ch’l’è finì la gvëra!”, “ Dat una böta!”, “Toti putan da S-ciavanì!”, “ T’è una faza culor dal scurez!” … Acsè al vìsiti agli éra nenca un divartiment par cvi ch’ taséva d’asptê e’ su tùran. L’avéva una batuda par tot, còma ch’l’avéva un rimegi par tot i mél. 

L’éra famos in tota la Rumâgna, mo e’ dvintep grand quant che e’ fasè gvarì la moj ad Muslen, Donna Rachele, ch’la javeva dbu dl’acva int un fòs, e la javeva di grènd dulur ad pânza che incion l’éra stê bon ad gvarì. Sicoma u n’avleva ësar paghê, e’ Duce u i rigalè una “Moto Guzzi 500” e lo, sicòma ch’u n’avéva la patenta, u la mandéva sól in prèma, cvânt ch’l’andéva a visitê in campâgna o a balê e’ sàbat sera, parchè l’éra un “zòvan”, cioè on ch’u n’éra spusê! Nenca döp a la gvëra e’ cuntinuè a fês paghê pôch o gninta, tânt ch’ e’ murè senza un bajöch i 26 d’mêrz de’ 1950, parò unurê da tot e’ pöpul ad Furlè, da tota cla zenta gvarida dal su érb e dal su pèlul. Ânzi e’ frê suparior ad Sânta Marì de’ Fiór, Padre Ireneo, e’ fasè un grând scórs e u-l cumemurè dgènd ch’l’avéva fat de’ ben a tot e’ pòpul: “Un pueta dagli érb, brosch e benëfich, môrt int la su ca bumbardêda, in puvartê còma Sa’ Franzesch”. Furlè u j à intitulê una strê pr’arcurdêl a tot: “Via Augusto Rotondi”. Purtröp scvési incion e’ sa chi ch’l’éra, parchè par tot l’éra sulament Zambuten.

... a Lugo

Luigi Rotondi (Gigì),  esercitò a Lugo di Romagna, int la veja de’ Pér, (ove poi esercitò, fino a qualche decennio fa, un celebre chiropratico detto Supremo). 

(la seguente testimonianza è del figlio Dioscoride Rotondi, dal libro "Don Piren" a pag. 84)

«Era un uomo generoso. Credeva nel suo lavoro, nelle sue erbe, nelle ricette di Dioscoride. Era di idee socialiste. Ricordo che un giorno a Bologna comprò il giornale l'Avanti! all'edicola. Lo ripiegò, se lo mise in tasca, lasciandone, com'era solito fare, una parte fuori con la testata in vista. Eravamo sotto i portici di via Rizzoli, vicino all'angolo dove si gira verso il Pavaglione. Si chiama ancora l'angòl d'i'imbezél! 

Incontrammo un gruppo di fascisti, che notarono l'Avanti!, emergente dalla tasca della giacca del mio babbo. Gli diedero tante botte. lo rimasi lì, impotente, atterrito, mi pareva di sognare. Lo portarono al pronto soccorso del S. Orsola, il dottore di guardia che lo medicò era Romeo Galli, un imolese. Mio padre, a causa di quella bastonatura, in seguito morì. Non era ricco».

 Dioscoride Rotondi, «Mio nonno m'ha dato anche il nome: Dioscoride. Era il maggiore farmacologo dell'antichità, nato presso Tarso, in Cilicia, nel I secolo dopo Cristo. Siamo pochi in Romagna, e forse in Italia, con questo nome».

 Dioscoride fu medico a Lugo, ebbe due figli:
uno medico nell'ospedale di Lugo e l'altro Roberto Rotondi avvocato a Bologna.

Dioscoride rimase in possesso di tre antichi tomi ricevuti dal padre, che ora sono custoditi dal figlio Roberto.

Le pagine sono ingiallite, punteggiate da quelle macchioline color ruggine, che il tempo fa fiorire nelle vecchie stampe. Ogni volume si compone di due libri. Dunque sono sei libri e in gran parte raccolgono le ricette chissà quante volte compulsate da Luigi Rotondi, il vecchio Luigiòn, capostipite dei guaritori che portarono il soprannome di Zambutèn. 

 

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Luigi (Gigi), figlio di Luigiòn e padre del dottor Dioscoride Rotondi.

 

 

 

 

Sul frontespizio del primo tomo si legge: «Dei discorsi di M. Pietro Andrea Mattioli, Sanese, Medico Cesareo et del Serenissimo Principe Ferdinando Arciduca d'Austria etc., nelli sei libri di Pedacio (Pedanio) Dioscoride Anazarbeo della materia medicinale - In Venezia 1604 ». 

Sono le pagine segrete dei Zambutèn, la fonte del loro sapere, le sacre scritture.

 
... a Ravenna

Achille Rotondi (Chìloti o anche e’ sgnór Chileto), nato a Bagnacavallo nel 1873 fu l'ultimo superstite di questa « dinastia » di erboristi, morto a Ravenna nel febbraio del 1965 a 91 anni.

Tipo alquanto strano ed originale nella vita privata e pubblica, seminava figli a destra e manca; appassionatissimo di ballo fino a pochi anni prima di morire. La passione per il ballo fu ereditata dal padre, che fu un bravo e noto ballerino.

 Non rendendosi conto dell'età, frequentava le balere ed invitava al ballo, riuscendoci, donne molto più giovani di lui. Faceva meraviglia vedere Chiloti volteggiare nelle sale da ballo con quelle leggiadre ragazze giovani che, nonostante la differenza d'età, apprezzavano ugualmente le capacità danzanti del cavaliere.

 Aveva casa e bottega a Porta Serrata, in un edificio (già casa di contadini) all’angolo fra la Via di Sant’Alberto e la Circonvallazione San Gaetanino. 

La casa si trovava a qualche decina di metri dalla strada maestra e giaceva vari metri sotto il piano stradale. 

Lì convenivano i pazienti in numero tale che e’ sgnór Chileto spesso durava a visitare fino a notte inoltrata. Esistono ancor oggi persone che possono testimoniare di aver ricevuto benefici dalle sue cure che si fondavano principalmente sulla convinzione che gran parte dei malanni dipendesse dal cattivo funzionamento dell’intestino. Per questo elargiva a piene mani bcon (bocconi) o pillole che confezionava lui stesso, avvolta in un’ostia e che si deglutiva col sussidio di un bicchier d’acqua.

Dopo la scomparsa del fratello Augusto a Forlì, aveva visto notevolmente accrescersi la sua già numerosa clientela ed addossarsi sul suo capo tutto il peso della tradizionale attività familiare. 

Ed egli continuò a curare i malati collo stesso spirito disinteressato che aveva sempre caratterizzato la sua famiglia. 

E’ sgnór Chileto dispensava anche unguenti per i 

Fisicamente imponente, era poco bello e rude nei modi come pare la tradizione imponesse a chi esercitava quell’arte; sul lavoro vestiva solitamente un lungo grembiule grigio che gli arrivava alla caviglia e incuteva alquanta soggezione a coloro che ricorrevano alle sue cure. 

 

Aveva il coraggio di dichiararsi impotente di fronte ai mali più gravi che pure riusciva a diagnosticare con precisione, avendo sempre un chiaro concetto dei propri limiti e dei propri compiti, senza mai avventurarsi in diagnosi di malattie che non gli erano note, ma dedicando tutte le sue cure a quelle affezioni che gli erano familiari e che riconosceva a prima vista. 

Curava specialmente le malattie intestinali, i raffreddori, alcune affezioni epatiche con i miracolosi « b’con » preparati nel suo piccolo laboratorio di via San Gaetanino. Ma anche dolori reumatici, i foruncoli, nonché la psoriasi; e contro questo fastidiosissimo malanno qualche volta ebbe partita vinta là dove tanti medici avevano regolarmente fallito. 

Prodigioso anche un suo « ont ‘d manéla » per i calli e la cicatrizzazione delle ferite e un preparato contro la caduta dei capelli

Fra le erbe di cui si serviva maggiormente vi erano i fiori « ad gata pozla », il ranuncolo d’acqua, l'ortica, i rametti di « pimpinela » e tante altre piante che troviamo indicate nel commento del Mattioli ai libri di Dioscoride ed anche nel libro « Le piante medicinali della Romagna » di P. Zangheri e V. Nigrisoli. 

Anch’egli, come i fratelli, amava parlare sempre in dialetto, la stessa lingua della maggior parte dei suoi clienti, gente umile che avvertiva nella bonaria competenza di questi erboristi un calore umano di gran lunga preferibile alla soggezione ed al timore da cui si sentivano prendere di fronte ai discorsi dotti, ma tanto distaccati, di medici anche illustri nei loro freddi ambulatori.

La ca d’ Zambuten d'Ravenna
(scritto da Vincenzo Rubboli)

La casa di Zambuten di Ravenna
(scritto da Vincenzo Rubboli)

A jò vest ajr, pasènd par Pórta Srê, \ 
ch’i butéva zo la ca d’ Zambuten \ e u m’è pêrs 
ch’i purtes vi a scariulê \ i mi ricurd ad quând a séra 
znen. \\
Quand che la mi mâma, la pureta, \ la-m mandéva a 
cumprê da e’ sgnór Chilet \ du french ad bcon \  e una scatuleta \ d’un ont ch’l’avéva un fjê, cun bon
rispët… \\

Lo e visitéva in grambjalon barten dri a la stuva econömica,\
  in cusena òman, dòn, zùvan, vec e burdel znen \ 
e par ignon l’éva la su mingena, \ parché lo l’éra un cvël eceziunêl, \ l’éra dutór e l’éra nenca pzjêl. \
Casia, tamarend, sóifna, pimpinëla, \ gramegna, 
urtiga, ziga-sorgh e ont d’Manëla… \
Tota röba fena cvela t’a j mititja! mo e’ fjê, 
sit banadet, \ d’in do’l tulitia? 
Ho visto ieri, passando per Porta Serrata, \ 
che buttavano giù la casa di Zambuten \ e mi è sembrato 
che portassero via a carriolate \ i miei ricordi di quando ero bambino. \\ 
Quando la mia mamma, poveretta, \ mi mandava a comperare dal signor Chiletto \ due lire di pozione \ e una scatoletta \ di un unguento che, aveva un puzzo, con buon rispetto… \\

Lui visitava con un grembialone grigio  accanto alla stufa\ 
in cucina uomini, donne, giovani, vecchi e ragazzini \
e per ognuno aveva la medicina adatta, \ perché lui, cosa eccezionale, \ era dottore e anche farmacista. \
Erba cassia, tamarindo, zolfo e pimpinella, \ gramigna, ortica, pungitopo e unguento di Manëla… \ 
Tutta roba fina gli ingredienti che ci mettevi! \ ma quel puzzo, – che tu sia benedetto! – da dove lo ricavavi? 

... da Bagnacavallo 
fino a Bologna

Ernesta Rotondi (la Zambutèna), la primogenita stava a Bagnacavallo, ma in alcuni giorni della settimana si recava a Faenza, Imola e Bologna,  in via S. Donato, dove possedeva una casa e qui riceveva i pazienti. Faceva le diagnosi e distribuiva pillole, unguenti e sciroppi purgativi, ma si dice che fosse specializzata soprattutto in aborti.

A Faenza l'Ernesta riceveva in una stanza al primo piano di una abitazione in via Filanda Vecchia, oltre il cavalcavia verso Ravenna. 

A Imola chi voleva farsi «visitare» dalla Zambutèna, doveva andare in una casa, forse ancora oggi esistente, in fondo a via Piave, col lato a est che s'affaccia sulla Selice a pochi metri dal sottopassaggio della ferrovia.

Si presentava come una signora anziana, avvolta in tanti scialli, una testa candida di capelli ricciuti, da sembrare un personaggio tolstoiano. La sua voce aveva un forte timbro, a tratti dolce e a volte autoritario.

... ad Alfonsine

Antonio Rotondi  nato nel 1865 a Bagnacavallo, dal 1899 sposato a Mariangela Mazzari di Fusignano, figlia di Dionigio Mazzarri e Laura Bentini, (morta nel 1951) nel 1898 si era stabilito ad Alfonsine, in via della Fame (poi via Roma). Morì di influenza spagnola nel maggio 1919. Ebbero nel 1899 una figlia Eleonora Rotondi che sposò nel 1921 il maestro Luigi Amadei, nell'immediato dopoguerra direttore delle Scuole Elementari, con cui ebbe un figlio: Antonino (Amedeo).  Antonino fu partigiano e poi nel dopoguerra impiegato contabile. Si trasferì a Bologna nel 1952: sposato con Renata Ballardini.

 

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Anagrafe di Antonio Rotondi e moglie.
Eleonora Rotondi (figlia di Antonio).
Luigi Amadei (marito di Eleonora).
Antonino Amadei (figlio di Luigi ed Eleonora).
Antonio Rotondi nel 1898 si era stabilito ad Alfonsine, in via della Fame (poi via Roma). La figlia Eleonora (Norina), che ereditò la casa nel 1919 alla morte di Antonio, sposò nel 1921 il maestro Luigi Amadei; nello stesso anno ebbero un figlio, e qui visserò fino al dopoguerra

 ... a Portomaggiore

 

Alfredo Rotondi andò a Portomaggiore

Egli ebbe poca fortuna. Erano tempi in cui il fascismo aveva preso il sopravvento. Alfredo, antifascista, venne coinvolto in una rissa politica ed accusato di aver preso parte ad uno scontro a fuoco durante il quale fu ucciso uno squadrista. Fu condannato dal Tribunale speciale a 20 anni di carcere durissimo assieme a quasi tutti gli avventori dell'Osteria dove si trovava al momento del fatto. 
            La moglie e la figlia, a seguito della condanna e in considerazioni delle ovvie ripercussioni nei rapporti sociali, lasciarono l'Italia per trasferirsi in Sudamerica. La moglie era maestra e la figlia maestra di piano. 

           Alfredo fu scarcerato dopo 10 anni, perché in fase terminale per malattia di tubercolosi e tornò nella casa paterna a Villanova, in Via Aguta, dove fu accolto dall'amico Tuné; per via dell'accaduto infatti nessuno voleva o poteva dargli ospitalità. Morì dopo pochi mesi senza più rivedere né la moglie, né la figlia, ma con vicino l'amico Tuné.

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Sulle capacità dei Zambuten come esperti erboristi, si è dubitato molto, ma ciò non è del tutto esatto. I Zambuten ovviamente, a fronte della credulità popolare, non mancarono di darsi un certo atteggiamento, soprattutto come persone in possesso di particolari capacità terapeutico-taumaturgiche. 

              Questo era solo un atteggiamento col quale spesso si presentavano dinanzi a chi chiedeva un aiuto, o un sollievo contro la malattia. 

              I preparati dei Zambuten erano, per la maggior parte, preparati farmaceutici tali e quali a quelli che venivano preparati dei farmacisti d'allora. Le sostanze che usavano e mescolavano erano le medesime sostanze chimiche che venivano mescolate poi vendute nelle farmacie. Il prodotto maggiormente tipico e forse più legato alla dinastia dei Zambuten è il famoso “pcon o bcon”. 

             Questo pillolone conteneva gialappa, rabarbaro cinese, genziana e aloe: tutti ingredienti lassativi e rinfrescanti. L'efficacia del preparato veniva, oltre che dalle proprietà degli ingredienti, dalla quantità dei medesimi, in quanto i “pcon” erano pastiglioni di notevoli dimensioni. In genere erano loro stessi i produttori delle sostanze che coltivavano nell'orto dietro casa. L'odore ed il sapore di tali boli erano disgustosi, attenuati spesso da un'ostia che li avvolgeva. Avevano spesso effetto lassativo, per eliminare le tossine e ridurre l'infiammazione. 

           I "Zambuten" usavano esporre tre antichi libri per dimostrare come nelle loro "pozioni" fosse stata travasata la medicina antica, da loro studiata. Esempio di ciò era il salasso praticato nell'antichità sino alla fine dell'Ottocento. Quindi gli erboristi curavano per bocca con pillole, bocconi, perle, sciroppi, infusi e decotti; oppure per via cutanea attraverso unguenti, creme, ricordiamo "l'unto di manela". Oppure si curava per via rettale attraverso clisteri medicali, o con il digiuno o diete medicali.

Tra la gente era consuetudine, in caso di necessità, ricorrere prima al guaritore, poi, se le cose non miglioravano, al farmacista, nei casi gravi si andava allora in ospedale.

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