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L'obliosa memoria alfonsinese 

ANTONIO ZAMPIGHI 
tutto di lui è svanito, ma...

di Luciano Lucci

zampighi lapide.jpg (4006648 byte) ZAMPIGHI SCRITTE OK.jpg (1013794 byte)

Questa è la storia di un personaggio che rappresenta al massimo l’obliosa memoria che permea le terre alfonsine.

La sua firma è una delle pochissime cose che rimangono di lui

Nato a Forlì nel 1825, Zampighi, ingegnere e architetto, a 34 anni fu nominato, con regolare Bando di Concorso,  Ingegnere Civile Comunale di Alfonsine.

Per 30 anni si dedicò a trasformare l’Alfonsine d’acqua, fetida e polverosa, nell’Alfonsine di pietra, come ha scritto Giovanni Zanzi nel suo libro "Alfonsine il volto e l'anima" (2014). 

Abitò in via dell’Emancipazione (oggi via Roma) fino alla sua morte. Fu anche Sindaco di Alfonsine dal 1890 al 1893 e poi consigliere comunale e provinciale.

Fu lui a creare la struttura del paese che durò fino alla sua quasi totale distruzione con la guerra: Piazza Monti con il Palazzo Comunale, le carceri, la chiesa parrocchiale, il macello, il foro annonario e il progetto per le Scuole di Corso Garibaldi. 

Oltre a vari progetti che sanarono la zona 'Sabbioni' anno 1863 (vedasi pag 14 del libro di Zanzi "Le Alfonsine il volto e l'anima"), quando fu sindaco operò per concretizzare le bonifiche tanto predicate e non ancora realizzate dai due consorzi di Bologna e Ravenna.

 

INIZIA LA STORIA

Nel 1855 si era risolto definitivamente il problema della collocazione della chiesa, quella chiesa costruita dai Calcagnini nel 1540 e dedicata a Maria Vergine delle Grazie: si era giunti ad un punto fermo e cioè che l'unica chiesa delle Alfonsine sarebbe rimasta in destra Senio. Inoltre i Corelli erano ritornati a far sentire la loro voce tanto che Vincenzo e Camillo Corelli sedevano al fianco del Priore Pietro Dall'Ara in Magistratura, corrispondente all'odierna Giunta Municipale

SI COMINCIò A INDIVIDUARE 
IL CENTRO DEL PAESE ATTORNO AD UNA PUBBLICA PIAZZA

Si andava verso la fine del governo papalino ed all'inizio del Regno d'Italia e si fece urgente il problema della costruzione di un foro annonario (le beccherie e le pescherie) e di conseguenza di una piazza centrale. 

La Magistratura e lo stesso Priore (sindaco) Dall'Ara furono propensi all'acquisto della proprietà Corelli ma nella seduta consigliare del 17 maggio 1858 il Consigliere Giovanni Minarelli ed altri sette Consiglieri, dopo aver bocciato le proposte proposero di autorizzare il Magistrato a fare acquisti del "terreno occorrente alla formazione di una pubblica spaziosa piazza nel luogo il più centrale, onde rendere del tutto libera la strada che ora con grave impedimento al libero transito serve di pubblico mercato; di prospetto alla detta piazza sarebbe poscia eretto il fabbricato ad uso di macelleria e pescheria". 

 

Suggerirono inoltre, se l'acquisizione del terreno non fosse possibile attraverso un accordo con i proprietari, di 'far uso dei mezzi dalla legge designati per devenire nel più breve termine possibile all'espropriazione forzata in causa di utilità pubblica".  

Nell'agosto del 1858, Priore Pietro Dall'Ara, veniva pubblicato un avviso che invitava "all'esibizione di offerte di terreno per parte di quei Possidenti che ne ritenessero nella centralità del Paese".  

Furono presentati tre progetti: uno da parte di Vincenzo Corelli che offrì un terreno a ridosso del Senio, tra le proprietà Venturi, l'argine del fiume, la chiesa e il caseggiato che costeggiava la Violina, con carraia per accedervi ed offrendo anche una ghiacciaia di sua proprietà, altri due da parte di Pietro Lugaresi che offrì terreni situati uno in strada Pia e l'altro in un orto a fianco della proprietà di Francesco Marini con accesso dallo Stradone della Chiesa.  

Anche i fratelli Camerani che possedevano un grande orto con fabbricati posto all'angolo dello Stradone superiore con la Violina, di fronte alla chiesa, furono sollecitati ma non accettarono. 

UN VERO CENTRO DEL PAESE, 
 CON UNA PIAZZA E locali ad uso di Pescherie e Macelleria

(DISTRUTTO NEL 1945)

Il Consiglio Comunale a proposito della scelta del luogo ove erigere "le beccherie e le pescherie", aveva indicato chiaramente la necessità di individuare il centro del paese attorno ad una pubblica piazza da collocarsi adiacente alla chiesa.

Il terreno era, anche se non nominato, l'orto dei fratelli Camerani, quello che darà vita a piazza Monti. 

Fu questo l'atto con cui i rappresentanti della città designarono il loro centro. 
Per vizio di forma, anche allora la proposta non fu accettata, ma l'idea restò e crebbe, tanto che il 12 settembre 1861, il Consiglio Comunale, Sindaco Camillo Corelli, nominò "una Speciale Commissione ... per determinare coi Signori Matteo e Giuseppe Camerani le massime riferibili ad una loro proposta di cessione di Fabbriche e terreno ortivo per lo smercio di commestibili e alla costruzione di locali ad uso di Pescherie e Macelleria

Così il 14 aprile 1862 fu stipulato l'atto di compravendita tra il Comune ed i fratelli Giulio e Matteo Camerani dell'appezzamento di terreno e fabbricati urbani del valore, secondo la stima dell'Ing. Zampighi, di £ 37.942,500. 

Insomma, il luogo dove sorgeranno piazza Monti ed i pubblici edifici, come nella figura. 

Dai pochi documenti ritrovati si è in grado di affermare che il 19 agosto 1862 "il sindaco trasmette al prefetto per l'approvazione l'atto Consigliare con cui è designata la località per l'impianto della Pescheria, Macelleria e per la nuova piazza di mercato in quel comune". 

Il progettista è l'Ingegnere Comunale Antonio Zampighi ed in quella occasione, probabilmente, si decise anche di costruire una "Tettoia nell'area della pubblica piazza" lungo il confine Lugaresi che dalle pescherie giungevano fino allo Stradone della Chiesa, forse adibita al mercato dei bozzoli. Nel tempo quella tettoia verrà in parte inglobata nei locali del palazzo comunale e parte trasformata in botteghe.

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Questo è il disegno progettato da Antonio Zampighi per il nuovo centro del paese

C'è da aggiungere che in seguito lo Stradone della Chiesa verrà denominato via del Corso, la piazza del mercato diverrà piazza Vincenzo Monti, la Violina diverrà strada del Commercio "... da ponente a levante selciata in ciottoli con marciapiedi laterali in lapillo di fronte la contermine piazza Monti"

Ma questo atto è particolarmente importante perché è l'inizio di un piano organico di riordino della città. Non più un paese sparso, con case sparse, con funzioni sparse, ma un centro organico con una pubblica piazza attorno a cui erigere le pubbliche emergenze architettoniche, un luogo in cui riconoscersi tutti, insomma ... un paese e non più un "villaggetto" come lo vollero i Calcagnini.
(tratto da "Alfonsine il volto e l'anima" di Zanzi)    

 

 

UN FORO ANNONARIO 
(CON PESCHERIE E BECCHERIE) 

ANNO 1863 (DISTRUTTO NEL 1945)

Si può indicare il 1863 come l'anno della costruzione del "nuovo fabbricato Pescherie e Macellerie" per il quale il nuovo Sindaco Vincenzo Samaritani nominò un membro della Deputazione alla sorveglianza dei lavori (23 maggio 1863), lavori appaltati per la somma di £ 39.800 al sig. Giacomo Massaroli (20 giugno).

Il 3 settembre il Sindaco trasmise al Prefetto l'atto relativo alla collocazione negli spazi "del pesce e carni fresche ed affittanza delle botteghe a ciò destinate"`. 

Le due palazzine furono costruite su disegno dell'ing. municipale Antonio Zampighi.

Il Dottor Achille Lanconelli, Delegato Scolastico Mandamentale di Alfonsine, scrisse che 

"nel 1863 furono edificate a foggia di foro annonario le beccherie e pescherie ... che mirabilmente si prestano coi loro ampi portici interni ed esterni ... e colle botteghe, al commodo ed alle bisogna del pubblico, mentre offrono allo sguardo la gradevole ed allegra forma di un anfiteatro ... 

Al pian terreno numeriamo nella parte dei due edifizi prospicienti la piazza quattro negozi: nella forma semicircolare interna di prospetto vedesi a forgia di tempietto un ben disposto locale a pescheria, e ai lati ben dieci negozi a beccheria"`. 

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Le pescherie e beccherie

 

 

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Uno dei due edifici prospicienti la piazza, 
ai lati del foro annonario

I due massicci avancorpi erano alleggeriti, al pianterreno, da un porticato scandito, ognuno, da sei colonne, quattro delle quali poste centralmente a coppie e le altre adiacenti ai pilastri laterali, ornati da bugnature, che sostenevano un architrave mentre ai lati il porticato si apriva con un arco a tutto sesto. Al piano superiore scorreva, sopra due linee aggettanti (marcapiano e marcadavanzale), un ordine di finestre incorniciate su una liscia superficie creando così una scenografia di pieni e di vuoti contrappuntati da forme diversamente disegnate che davano ai due gravi edifici un senso di armonica leggerezza. Tra i due edifici era ubicato l'ingresso principale che conduceva alla piazzetta interna circoscritta in forma semicircolare dalle botteghe a cui si accedeva attraverso un porticato le cui colonne erano state edificate con mattoni speciali a quarto di cerchio ed il cui basamento, pure in cotto, era costituito da pezzi speciali sagomati come sagomati erano pure i capitelli in sasso, in un sol pezzo. 

IL fontanone
(
‘e munumént dla pégna’

anno 1874 (SALVATOSI DALLA GUERRA)

 

Presso il “Fondo Piancastelli” custodito nella biblioteca “A. Saffi” di Forlì c'è un documento “Situazione materiale e morale del Comune delle Alfonsine - relazione del  Dott. Achille Lanconelli (1878)” da cui si capisce l’origine di quello che noi oggi chiamiamo ‘e munumént dla pégna’, e che in realtà fu ideato come una monumentale fontana: ‘e funtanò’, come appunto veniva chiamato nei primi anni del novecento. Infatti si legge; “nel 1863 furono edificate a foggia di foro annonario le beccherie e pescherie” cioè spazi al coperto per vendita di carne e pesce. “che mirabilmente prestano con i loro ampi portici interni ed esterni, e colle botteghe, al commodo ed alle bisogne del pubblico, mentre offrono allo sguardo la gradevole ed allegra forma di un anfiteatro.”

E poi la descrizione del fontanone: “Di fronte al primo di questi fabbricati (quello di destra ndr) trovasi un pozzo pubblico di acqua eccellente, che il Municipio, per impedire a chicchessia di gettarvi immondizie, od altro, nel 1874 fece munire di pompa a tre getti e coprire in marmo d’Istria da abile artista Ravegnano sulle forme di elegante monumento”.

Il disegno di quel monumento fu dell'ingegnere comunale Antonio Zampighi, ormai chiaro autore di tutta la evoluzione urbanistica di Alfonsine di quel periodo, e anche futuro sindaco. 

L'autore fu Tobia Bagioli un “abile artista Ravegnano”, che lo si trova nominato nel "Ravennate"  del 19 novembre 1874. Nato a Ravenna nel 1821 ed ivi morto nel 1902, fu allievo presso l'Accademia di Belle Arti di Ravenna, poi si trasferì a Massa Carrara dove studiò presso quell'Accademia. Rientrato a Ravenna, espose alle mostre annuali dell'Accademia locale. La sua attività fu di realizzare opere scultorie, lapidi e busti per le tombe del cimitero di Ravenna.

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L'installazione di una pompa e la copertura del pozzo con monumento in marmo d'Istria 

1° Sappiamo anche che in un punto della piazza di fronte alla palazzina di destra c’era un vecchio pozzo pubblico di acqua ‘eccellente’.

Ecco come poteva essere quel pozzo

2° Per evitare che cadessero immondizie o altro nell’acqua si decise di coprire il pozzo con una fontana monumentale: ciò conferma che si trattava di un pozzo di acque superficiali, e che la gente tirasse su l'acqua coi secchi.

3° Questo monumento fu quindi collocato nella grande piazza del paese nel 1874, dove era stata appena terminata la costruzione del Foro Annonario. 

4° Una volta coperto il pozzo si dovette mettere una pompa a mano che rimase esterna al monumento, sul quarto lato, a parete liscia  rivolto alle palazzine e foro annonario, dove ancora si nota il segno di entrata del tubo della pompa. (foto sotto)

Il disegno qui sopra è del 1884, di proprietà del maestro Luigi Mariani: 
si nota l'orologio nel campanile, non ancora trasferito sul municipio, e nel punto della freccia il monumento della pigna. Ancora non c'è la canonica che sarà costruita nel 1898-1900 circa, essendo Rettore Don Antonio Costa

 

Nelle due foto sopra il monumento è ancora davanti alle due palazzine, il municipio ha l’orologio, quindi siamo dopo il 1901.

Perché e quando il monumento fu spostato e disattivato come fontana?


Sappiamo che nel 1876 alcuni ‘protestatari’ in occasione delle elezioni imbrattarono il fontanone “con stampiglie e iscrizioni derisorie”, allusive all’amministrazione precedente che ne aveva proposto la costruzione. 

è da escludere l'ipotesi che per questo motivo il 'fontanone' venisse eliminato, come qualcuno ha ipotizzato. Innanzitutto il monumento lo si ritrova ancora in un quadro del 1884 e in alcune cartoline databili ai primi anni del '900. 

L'unica ipotesi plausibile è che l'acqua del pozzo si fosse andata esaurendo dopo più di trent'anni di utilizzo da parte della popolazione dell'intero centro del paese. Esaurito o inquinato il pozzo lo si dovette chiudere, probabilmente coprendolo con un tombino. Forse in quel punto il pozzo c'è ancora oggi. 

Fino al 1901 (anno  dell’inaugurazione delle scuole elementari in Corso Garibaldi) il fontanone rimase dov’era, Solo in seguito venne spostato nel giardino delle nuove scuole. A quei tempi la capacità di perforazione per creare un pozzo artesiano non era sufficiente per trovare da subito acqua potabile nel sottosuolo della piazza. Quella fontana monumentale quindi fu destinata ad arredare il giardino del le nuove scuole, senza più avere il ruolo di fontana. 

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Si nota che dalla fotografia sopra è stato tolto il monumento della pigna con un'azione correttiva sul negativo, come era in uso in quel tempo. Probabilmente il fotografo, per poter riprodurre le cartoline della piazza dopo che il fontanone era stato spostato, decise di riutilizzare quella foto già impressionata anni prima apportando il ritocco.

Dal dopoguerra ad oggi

Durante la guerra tra le macerie dell'edificio delle scuole comunali l'unica costruzione rimasta in piedi fu il monumento della pigna. 

Così quando nel dopoguerra al posto delle scuole distrutte furono costruite case popolari, queste si trovarono ad avere in mezzo al cortile il loro bel monumento.

Rimase lì, fino ai primi anni '60, quando fu ricollocato nel giardinetto appena rifatto nella parte nord della vecchia Piazza Monti.

 

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Anni '60: Riccardo Montanari, Oberdan Savioli e Paola Pazzeschi

 

 

 

 

 

Nel 2009 è stato restaurato

 

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Dov'era posizionato il monumento nell'immediato dopoguerra, fino agli anni '60

Luciano Lucci, Giampiero Beccari, Rino Montanari

 

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In stile neoclassico costituito da tre elementi quali il piedistallo decorato su tre lati da tre maschere antropomorfe al centro delle quali usciva l'acqua raccolta da vasche sottostanti, la colonna, su cui si trova scolpito lo stemma di Alfonsine in un ovale, contornata di foglie di acanto e festoni con frutta e fiori, la pigna, simbolo di fertilità, a coronamento del tutto.

LE GRADINATE 
DALLA PONTICELLA VERSO LA 'VIOLINA' 


Dal 1863 al 1874 si discusse anche di come sistemare ‘la ponticella’, il vecchio ponte che univa la sinistra Senio alla destra, scendendo lungo la ‘Violina’. 
Zampighi aveva in mente di spostare il ponte, ma dopo varie discussioni e proposte, intervenne Camillo Corelli, alfonsinese che abitava a Bologna, inviando al Prefetto una lettera in cui si invitava il Consiglio Comunale a non attuare alcuna delibera che modificasse la posizione del ponte. Il Corelli citava una vecchia convenzione e una delibera comunale del 1844 tra la sua famiglia (proprietaria della via Violina) in cui il tutta la strada detta ‘Violina’ veniva alienata al comune con le clausole “che il detto ponte fosse mantenuto in perpetuo all'uso e transito come era allora, e che il ponte non potesse essere mai di una larghezza maggiore né minore di quello che aveva a quel tempo"
Il 5 giugno 1874, Dott. Achille Lanconelli F.F. di Sindaco, il Consiglio prende atto dell'obbligo che il Comune ha "a mantenere perpetuamente la ponticella sul Senio in corrispondenza alla via Violino e all'uopo e transito come al precedente dei pedoni e rotabili leggeri".
Il manufatto verrà ricostruito in continuazione alla ‘Violina’, le rampe alla sinistra del fiume saranno due, ma la rampa di destra resterà inalterata. 
Per rendere "più comodo accesso dei pedoni senza impedimento al transito dei veicoli leggeri" l'Ingegner Zampighi progettò due comode gradinate laterali larghe ciascuna m. 1,90. Quelle magnifiche scalinate che qualche scrittore con eccessiva enfasi, negli anni '80 affermò essere "così simili a quelle di Montmartre

 

 

 

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Le due scalinate dal ponte alla 'violina', anni '30 del '900

 

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Le due scalinate dal ponte alla 'violina', fine '800

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La 'violina', fine '800

 

La scalinata di sinistra, anni '30 del '900

 

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Le due scalinate dal ponte alla 'violina', anni '30 del '900

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La rampa fine anni '50 del '900

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La nuova rampa in costruzione primi anni '60 del '900

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Il Municipio di Alfonsine 
dal 1878 al 1945

Fatta la piazza e il foro annonario furono stanziati nel frattempo i soldi per realizzare il progetto di un vero nuovo Municipio, e nel 1872 se ne avviò la progettazione, sempre con l'incarico all'ing. Zampighi. 

Il progetto prevedeva un unico edificio, in linea con le due palazzine. Per alcuni anni vi furono interventi e modifiche del progetto, dovute a spinte e resistenze varie, e solo nel 1874 si annunciò la costruzione del palazzo comunale  'in maggior mole', cioè ingrandito. Alla fine risultarono costruiti due edifici : uno 'Fabbricato ad uso Uffici Comunali e Pretura' prospiciente la piazza, l'altro, le 'Carceri Giudiziarie', sul retro, avendo inglobato la tettoia preesistente.

Al palazzo comunale progettato all'inizio come blocco unico a fianco delle due palazzine del foro annonario, si erano quindi aggiunte modifiche successive per realizzare carceri e ufficio pretura. Comunque solo tra il 1876 e il 1877 vengono appaltati i lavori e inizia la costruzione, che terminerà nel 1878.

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Come si presentavano

 il Municipio  e la piazza Monti nel 1884

Qui sopra piazza Monti nel 1884. A sinistra il Municipio e le due palazzine delle pescherie. Si nota anche il monumento della pigna. Questa immagine di piazza Monti è tratta da un quadro disegnato nel 1884-85 E' un disegno dal vero  realizzato da Giuseppe Marzocchi; è di proprietà di Luigi Mariani. 
Al centro la "Violina" con i pilastrini o fittoni. A destra la chiesa senza ancora la canonica.
Nel campanile c'è ancora l'orologio.
In fondo sulla sinistra una ciminiera da dove esce fumo (una fabbrica di carbone o di mattoni o un'industria di produzione liquori ?) Il futuro Palazzo Santoni è costruito solo per metà.

... e ancora pochi anni dopo.

Quel palazzo comunale progettato da Zampighi si sviluppava su tre piani, più mezzanino posto tra il pianterreno ed il primo piano. "I muri perimetrali avevano uno spessore di cm 45 ... Il prospetto principale era in mattoni speciali stuccati ed ornato con abbondanza di fregi quali colonnette, trabeazioni, corniciature ecc..."

L'edificio, in elegante stile neorinascimentale, presentava una facciata sorretta da un porticato a sette luci più due laterali con archi a tutto sesto sostenuti da otto pilastri più due laterali. Su quelli d'angolo, tre per parte, corrispondevano sei lesene con capitello composito a base sagomata. Ad ogni luce corrispondeva un doppio ordine di finestre tutte delimitate da cornici e, al primo piano, da cimase salvo la centrale timpanata. Mentre una doppia corniciatura aggettante (marcapiano e marcadavanzale) divideva il primo piano dal pianterreno ed il primo piano dal secondo. La parte retrostante era priva di ornamento, salvo le corniciature. I pilastri della facciata erano interrotti, in prossimità dell'arco, da una modanatura che dava un forte senso geometrico come, d'altronde, tutto l'edificio. La parte inferiore della facciata era decorata a falso bugnato liscio. (tratto da pag 82 di "Le Alfonsine il volto e l'anima" di Mariafrancesca Zanzi e di Giovanni Zanzi).

Nel frattempo anche per la vecchia chiesa si era avviata un’opera di risanamento fino a cambiarne l’orientamento, ruotandola di 90° gradi in senso orario, con la facciata principale rivolta verso il nuovo Municipio.

Nel 1885 un incendio distrusse completamente una delle vecchie case Camerani, che si trovavano al bordo della piazza e che era stata adibita in parte a sede del vecchio archivio comunale, in parte per la Scuola Femminile. In quello stesso anno venne poi demolita. 

Nel 1901, sei anni dopo la morte di Zampighi, sindaco Giuseppe De Maria, fu aggiunta una torretta con una macchina-orologio acquistata dalla Ditta "Cesare Fontana di Milano" al costo di 2.231 Lire 

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Il Municipio, le Palazzine e a destra, dietro, il loggiato del “Foro annonario” ai primi del '900 
(Si notano la torretta e l'orologio del 1901)

 

Un ammodernamento nel 1915

Nel 1915 (Zampighi era morto da 20 anni),  il sindaco socialista Garavini avviò un ammodernamento e ingrandimento del Municipio, vista anche la maggior dimensione del Consiglio Comunale.

Ma il dio del fuoco Vulcano soggiornava ancora lì...

Fatto, approvato e finanziato il progetto, iniziarono i lavori, ma durante lo scoppio della Settimana Rossa, alcuni rivoltosi sfruttando le impalcature entrarono nel Municipio a provocarono un incendio. I danni furono enormi.

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1915: il Municipio ancora coi segni del l’incendio della Settimana Rossa

Pur con una perdita di finanziamento per le riparazioni, fu ugualmente portato avanti il progetto.

 I soldi mancanti furono sottratti in da altri investimenti previsti e in parte anticipati dalle due cooperative a cui vennero assegnati i lavori. 

All'inizio del 1921 finalmente il perito comunale Antonio Preda firmò lo stato finale dei lavori. 

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1914: il Municipio dopo l’incendio della Settimana Rossa

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un click sull'immagine per vedere la foto ingrandita 
1914: il Municipio dopo l’incendio della Settimana Rossa

 

Il lavoro voluto, progettato e iniziato da Antonio Zampighi per il Municipio di Alfonsine e la piazza Monti lo si vede come risultato finale in questa mappa del 1920. Erano passati  25 anni dopo la sua morte.

 

 

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Il 1° febbraio del 1945 il Municipio e quasi tutta la piazza e le opere di Zampighi vennero distrutte (questa volta definitivamente) dai tedeschi 
che minarono quasi tutta la piazza Monti

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Lato sud-ovest di Piazza Monti nel 1945

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Lato sud-ovest di Piazza Monti 
dove c'era il Municipio nel 1945

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Oggi, là dove c'era il Municipio

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un click sulle immagine per vedere le foto ingrandite

Piazza Monti nel 2004

LA NUOVA CHIESA  

(Progetto Zampighi ANNO 1864, Costruzione Grezzo ANNO 1868, Abbattimento chiesa vecchia ANNO 1879, Completamento a stralci ANNI 1881- 1893-1903)

(DISTRUTTA NEL 1945)

Già dal 1838 fino al 1855, si era cominciato ad affrontare il problema della chiesa parrocchiale di Santa Maria soggetta al "Giuspatronato della Nobil famiglia Calcagnini Estense di Fusignano che ne ha il diritto di nomina", chiesa "piccola, cadente ed anche indecente".

La chiesa era in origine una chiesuola edificata nel 1502, e poi via via ampliata fino a quando nel 1752 il Rettore  Paolo Guerrini aveva fatto aggiungere all'unico corpo centrale due navate laterali e un campanile dotato dal 1825 di "armoniose e lodate campane".

Abbiamo un'immagine di tale chiesa settecentesca in un affresco proveniente dalla casa dei Conti Samaritani, e trasferito poi (quando la casa andò demolita negli anni '70) nella sale della casa di Vincenzo Monti, per iniziativa di Marino Marini.

In tale affresco si nota che la chiesa aveva la facciata rivolta a est verso lo Stradone detto della Chiesa (poi Corso Garibaldi)

 

 

 

Si iniziò a pensare una vera centralità del paese oltre che col nuovo foro annonario (le beccherie e le pescherie), con nuova chiesa e un nuovo Municipio. 

Nel 1863 con decreto pontificio fu istituito l'economato che doveva reperire fondi. Il Comune di Alfonsine contribuì con una somma di £ 1.596 annue (portata a £ 2.000 nel 1875 ) e chiese a Mons. Vescovo la costituzione di una Deputazione composta dal Sindaco Presidente, tre membri di nomina vescovile e tre di nomina del Consiglio Comunale, che doveva verificare l'andamento delle rendite parrocchiali. 

 

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In questa mappa del 1838 si nota in nero la parte della vecchia chiesa settecentesca

Il 1° aprile 1864 l'Ing. Antonio Zampighi scrisse nel suo "Prospetto in prevenzione della nuova Chiesa Parrocchiale da erigersi in Alfonsine" datato : 

"Volge un decennio che per l'insufficiente capienza dell'attuale Chiesa Parrocchiale e progressivo deperimento della medesima l'Autorità Ecclesiastica e la Municipale Rappresentanza riconosceva necessario un radicale provvedimento pel decoro del Santuario e comodità dell'aumentata crescente popolazione. Fu ritenuto possibile con lavori di grande riparazione raggiungere il prefisso scopo, di provvedere cioè al deperimento assieme all'ampliamento dell'edificio con convenienza e decoro. A formare il cumulo dei fondi perciò occorrenti fu allora proposto ed ottenuto l'economato delle rendite della Prebenda Parrocchiale concorrendovi il Municipio con annua retribuzione".  

 

Il progetto disegnato e realizzato qui sopra da Antonio Zampighi fu utilizzato a partire dal 1868 al 1875

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Ecco come diventò il centro di Alfonsine dalla fine '800  fino al 1944

Ancora una volta l'incarico del disegno e della progettazione fu affidato all'Ing. Antonio Zampighi che intervenne in modo decisivo all'interno della logica che aveva mosso l'amministrazione comunale nella definizione urbanistica del nuovo centro. 

"Per la difettosa pianta e per la poca solidità dei muri principali, l'edifizio non era suscettibile di ampliamento, senza di che per conseguenza tornava inutile la spesa non indifferente da sostenersi pel semplice restauro... Convenendo in tale principio la pregata Ill.ma deputazione amministrativa incaricava lo scrivente (Antonio Zampighi ndr.) di presentare una nuova chiesa sull'idea dell'arcipretale di Renazzo introducendovi quelle modifiche che l'arte suggerisce a miglioramento assieme e diminuzione di spesa fermo però la capacità di 3.000 persone."

Infatti il nuovo tempio non prevedeva più la facciata rivolta verso lo Stradone ma di fronte a piazza Monti. La vecchia chiesa prima dava sul sagrato che, in realtà, costituiva, nel passato, l'unica piazza del paese.

L'appalto fu dato a Ricci Maccarini di Lugo per la somma di 24.000 scudi e con l'accordo di ultimarla all'esterno e di lasciarla grezza all'interno.

 La nuova chiesa fu fondata nel 1868,  ma terminata solo all'esterno e ancora grezza all'interno, mentre era Economo Sp. don Giuseppe Massaroli, morto poi a Bagnacavallo, Arciprete della Pieve. Costò la somma di L. 120.000, e rimase così per mancanza di fondi.

 

Intanto il governo ordinò poi la chiusura della vecchia chiesa, pericolante, che era rimasta in funzione attaccata alla nuova. Nel 1875 il marchese Calcagnini concesse che la chiesa fosse demolita purché fosse collocato sulla facciata della nuova il suo stemma gentilizio.

ALPHONSUS. ET. THEOPHILUS. CAL
CAGNINI. FRATRES. COMITES.
ET.
DOMINI. TERRITORI. LEONINI
TEMPLUM. B. VIRGINIS. DE. JURE
PATRONATUS.
SUAE. FAMILIAE
A. FUNDAMENTIS. EREXERUNT
ANNO MDXL

(Alfonso e Teofilo Calcagnini, fratelli, conti e signori del territorio leonino, il tempio della Beata Vergine, di diritto patronato della loro famiglia, dalle fondamenta eressero l'anno 1540)

 

Nel 1879 fu fatto un secondo appalto per abbattere la chiesa vecchia, fare una sacrestia e un selciato nella nuova chiesa per potervi entrare, (l'appalto lo ebbe il sig. Antonio Camanzi). 

Tutto ciò durò fino al 1881 quando il 12 maggio fu nominato Rettore il reverendo Don Gianbattista Ricci Bitti, il quale in undici anni pagò la somma di 60.000 lire. Con quei soldi costruì la sacrestia, l'ancona della Madonna, intonacò le navate, costruì gli altari, il coro, i confessionali e tutto l'arredo interno.

(dal libro di Zanzi "Le Alfonsine, il volto e l'anima") 

"La nuova chiesa che misurava 52 m x 25 m a tre navate, si presentava esteriormente strutturata a salienti con una facciata solare e razionale, articolata su due piani, caratterizzata da una lineare chiarezza, nella parte inferiore, grazie all'appiattimento di due coppie di lesene che tripartiscono l'edificio su cui si aprono la porta centrale e le due laterali. Sopra le lesene dal bel capitello composito è posta una cornice su cui si organizza, rispetto alla navata centrale, un frontespizio definito da linee di contenimento lungo il perimetro e soprattutto attorno alla lunetta, motivo ripreso nelle pareti esterne delle navate laterali. La facciata, poi, era conclusa da un elegante timpano, il tutto rimandando a modelli neoclassici...

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Morto Ricci Bitti nel 1893 lo sostituì per quell'anno un economo don Paolo Scioni, e quindi il Rettore Don Antonio Costa dal 1893 fino al 1903. Fu quest'ultimo a completare la chiesa nuova spendendo 30.000 lire e facendo costruire la canonica e il teatro con altre 20.000 lire.

"Rispetto all'esterno, l'interno, ornato dall'Architetto Vincenzo Pritelli, si organizzava su una struttura di sapore settecentesco, a tre navate, ed era programmato mediante una composizione verticale dai forti accenti plastici su cui furono modulati i vuoti, i falsi vuoti e le evidenze di possenti pilastri che sostenevano ampie arcate e che inglobavano, ciascuno, due lesene a forma di semicolonna ornate di capitelli a stile composito tra le quali si componevano, come contrappunti, nicchie con statue settecentesche dei santi. La plenitudine dei muri di contenimento della navata centrale si stemperava nel chiarore che superiormente derivava dalle lunette che esaltavano la modanatura decorata ad intagli su cui si alternavano le lunette stesse e ghiere decorate a stucco che ritmavano le volte a vela della navata centrale. Il tutto si concludeva con un evidente accento scenografico nella zona presbiteriale dove quattro colonne abbinate ad altrettante pilastri (tutti ornati di capitelli) sorreggevano i pennacchi che portavano il catino sovrastante l'altare e dove l'emiciclo dell'abside consentiva un respiro spaziale non retorico e comunque contenuto. Nelle navate laterali erano posti gli altari devozionali mentre l'abside trovava il suo fulcro nell'altare e nell'ancona sovrastante ed era vivacizzata da due vetrate a tutto sesto caratterizzate da motivi geometrici...  

(dal libro di Zanzi "Le Alfonsine, il volto e l'anima") 

 

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In un Pro Memoria (raccolto da Adis Pasi) datato Alfonsine 9 giugno 1913 e firmato da Paolo Randi si chiede il saldo dei debiti contratti per i lavori finali:

"Don Antonio Costa venne rettore ad Alfonsine nel 1893 e col pieno consenso del suo vescovo iniziò subito i seguenti lavori, cioè:
1)- costruì ex-novo la canonica a tre piani con 21 ambienti... canonica che non esisteva perché la vecchia fu tutta demolita per ingrandire la nuova chiesa unica del paese.
2)- terminò de tutta la nuova chiesa di metri 52x25 a tre navate che era tutta greggia e appena coperta, decorandola di molti arredi sacri e di un organo del valore di L. 4.000
3)- attiguo alla canonica e alla chiesa sempre ex-novo costruì i proservizi, un locale pel Circolo Cattolico ed una sala ad uso teatro di metri 22x11 con tutto l'occorrente, impianto di gas, per concorrenza al festivale
del paese, e per la preservazione della fede e dei buoni costumi. Attori erano i giovanotti del paese, le bambine del Ricreatorio, ed altri del mestiere.
4)- Costruì di pianta due case coloniche
5)- Pagò circa 15 mila lire di debiti vecchi. Opera tutta che gli costava senza esagerazione oltre le cento mila lire...
6)- Dietro il lascito del signor Antonio Barattoni che lasciava al vescovo... la sua casa civile con un podere di tre ettari per un Istituto religioso di educazione adattò la suddetta casa... ad uso di un asilo infantile, di scuola di studio, di religione, di lavoro femminile, e di Ricreatorio festivo, tutto diretto dalle suore Apostole del S. Cuore... 

... entrò signore ed uscì coi soli panni che aveva indosso, e ai 27 febbraio 1908 fu costretto a rinunziare alla parrocchia compianto da tutti.

 

(Anno 1884). La chiesa venne girata di 90° verso la nuova piazza nel 1874. 
Si nota l'orologio del campanile. La canonica non è ancora costruita.

Nel 1898, a destra della chiesa, fu costruita la canonica.

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In questa foto del 1910 si vede che la canonica è stata aggiunta alla chiesa.
tale costruzione fu fatta tra il 1901 e il 1903

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Nel lato sul piazzale presenta solo qualche cambiamento dal 1910 al 1930, con la conversione di alcune camere a negozi: il primo era il negozio di tessuti d’la Tangàna (Ida Bruni sposata Faccani), che fino agli anni ‘20 era stato di Natale Pescarini con vendita di oli e macchine da cucire. Poi c’era il negozio di ferramenta d’Marlén (già di Cesare Baldi). Nell’angolo c’era l'ingresso al cortile interno della Canonica dove c'era il campanile e il teatro parrocchiale. Sul lato successivo del piazzale si incontrava la casa di Ennio Salvatori, con due negozi: il primo dell’orologiaio Zannoni, e il secondo del barbiere ‘Brasulina’. A seguire casa Lanconelli (dove abitavano in affitto varie famiglie tra le quali quella del fotografo Luciano Tazzari con la moglie maestra ..........)
Poi casa Altini con un negozio dal 1930, che fu di “Mobili Antichi” e poi di “Barbiere”, quindi il “Caffé Nazionale” detto “d'la Niculéna”, moglie di Pietro Altini, e che in seguito ebbe solo la scritta di “Caffé”.

Incendio e distruzione della chiesa durante la 'Settimana Rossa'

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(Anno 1914) Davanti alla facciata della chiesa durante la 'settimana rossa', 
con i resti delle suppellettili distrutte e incendiate. 

La Chiesa Santa Maria distrutta dai bombardamenti americani e dal minamento dei tedeschi
gennaio febbraio 1945


La chiesa ancora in piedi e la canonica colpita da una bomba

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Inizio febbraio 1945 – La chiesa cadde minata da 30 bombe di mezzo quintale l'una, appostate lungo la navata e le colonne da alfonsinesi costretti dai tedeschi. Poi toccò alla canonica, all'asilo e via via tutto il resto, specialmente corso Garibaldi. Nella foto la chiesa e il caffè d’Cai sono un cumulo di macerie. Si vedono sullo sfondo il teatro “Aurora”, l’asilo parrocchiale e in primo piano la Canonica.

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Le macerie della chiesa

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(Anno 1945) La chiesa e la piazza distrutte dalla guerra

  

Piazza Monti 

e tutta la zona del centro della vecchia Alfonsine, dovuta all'azione di Antonio Zampighi

 

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UNA NUOVA VIA, VIA DELL'UNIONE
(poi via Pisacane)
e un progetto di spostamento del ponticello 

Nel 1862, a seguito dell'innalzamento degli argini del Senio e conseguente loro allargamento, strada Sottofiume superiore fu parzialmente ostruita tanto da ostacolare il transito di carri e carrozze. Si rese così necessario attuare una deviazione stradale dalla rampa della ponticella che collegasse strada Sottofiume a strada Borse.

L'Ing. Zampighi presentò tre progetti (come si vede nella mappa a lato): uno partiva da sotto il ponte con una strada che dopo venti metri girava a sinistra fino a via Borse, il secondo partiva più avanti sotto fiume, dopo la rampa e dopo 20 metri girava a sinistra (si doveva però abbattere una casa che era di fianco al vecchio macello, poi il terzo progetto (il più costoso e quindi subito bocciato) che pur partendo dallo stesso punto del secondo andava dritto per oltre 50 m. e deviava poi a sinistra fino alla via Borse. 

Fu scelto il primo progetto e così nacque via dell'Unione (oggi via Pisacane). Si abbattè,  all'imboccatura della nuova strada, una casa di proprietà comunale che sorgeva a fianco (lato nord) del vecchio macello. (vedi mappa a lato)

Vi furono alcune difficoltà legate agli espropri ma nel 1864 l'opera venne compiuta:

L'Ingegnere Capo del Genio Civile, nell'approvare l'opera scrisse:

"Se un giorno volesse prolungarsene l'ultimo tronco fino all'incontro della via Sabbioni, su questa nuova e retta strada potrebbero sorgere nuove case che per l'aumento della popolazione locale tosto o tardi diverranno una vera necessità" e intervenne sulla mappa, tracciando con segno rosso tratteggiato le indicazioni per una nuova strada che avrebbe potuto congiungere la nuova via con il Borghetto.

La nuova strada fu chiamata strada dell'Unione forse in omaggio alla Società dell'Unione sorta ad Alfonsine che, come le prime associazioni post-unitarie, " hanno per iscopo l'unione e la fratellanza, il mutuo soccorso materiale, intellettuale, morale ed è rivolta alle famiglie dei lavoratori senza distinzione di classe e, per questo, senza ingerenze politiche."

Quando nel 1873 si discuteva sulla costruzione di un ponte che sostituisse la vecchia 'ponticella' del 1760, ormai pericolante, che portava da sinistra Senio alla 'Violina', in destra Senio, Zampighi presentò il progetto di spostamento del ponte ma trovò forte opposizione, e alla fine non venne realizzato.

Ecco qui a destra il progetto firmato dall'Ing. Zampighi che prevedeva di spostare il ponte o di fronte a via Tramvia o comunque un po' più a sinistra.

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Zampighi presentò il progetto di spostamento del ponte ma trovò forte opposizione, e alla fine non venne realizzato.

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L'Ing. Zampighi presentò tre progetti, fu approvato il meno costoso.

L'ing. capo del Genio Civile intervenne sulla mappa di Zampighi con un segno rosso tratteggiato. 

"Se un giorno volesse prolungarsene l'ultimo tronco fino all'incontro della via Sabbioni, su questa nuova e retta strada potrebbero sorgere nuove case che per l'aumento della popolazione locale tosto o tardi diverranno una vera necessità. con segno rosso tratteggiato le indicazioni per una nuova strada che avrebbe potuto congiungere la nuova via con il Borghetto

 

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Il vecchio macello diventò poi un negozio per la "VENDITA FARINE SALSAMENTERIA SALAMI E TRIPPA"
Infine negli anni '70 fu realizzato un palazzo a più piani da Gimelli.

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Risistemazione e ampliamento dell'ospedale

 

Nel 1885 l'Ing. Zampighi realizzò la risistemazione e ampliamento dell’ospedale. 

Nel febbraio 1882 la Congregazione di Carità su proposta del Dott. Giulio Gamberini aveva fatto presente al Comune che l'ospedale degli Infermi era inadatto per la cura dei malati. 

Il 3 novembre (Sindaco Aristide Lugaresil fu approvato il progetto di ristrutturazione e ampliamento, curato dall'Ing. Zampighi, che consisteva nella risistemazione dei vani interni e I'attivazione di un "nuovo porticato con soprastante corridoio da costruirsi aderente al muro posteriore dell’attuale fabbricato"

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IL NUOVO MACELLO

(SALVATO DALLA GUERRA MA VENDUTO E ABBATTUTO NEL 1985)

 

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Nuovo macello: la firma è di Antonio Zampighi

(un click sulle foto per avere ingrandimenti e scaricarle)

 

Il 10 maggio 1886, il Consiglio Comunale,  Anselmo Alberani F.F. di Sindaco, sulla base della delibera consigliare del 13 dicembre 1885 "riguardo al tramutamento del macello per ragioni di pubblica igiene" ed in riferimento alla relazione della commissione municipale di sanità che denuncia "il grave pericolo che possono cagionare alla salute di questi abitanti le pestifere esalazioni provenienti dalle materie organiche in putrefazione esistenti in questo pubblico macello che oltre a essere male costruito ha altresì il grave inconveniente di essere situato nel centro del paese", 

deliberò  

"di costruire il nuovo e pubblico macello nella località a sinistra del Canale Navile Zanelli a metri cinquanta inferiormente alla strada provinciale Reale con apposita strada di accesso al medesimo, a partire dalla provinciale predetta".

Infatti Alberani precisò che "la posizione prescelta per l'erezione del nuovo macello in prossimità al canale, portando a scolare in questo le lavature sanguinolenti e putride del macello stesso, è l'unica che possa soddisfare alle condizioni igieniche richieste"'.

Tale collocazione trovò l'opposizione, però, dell'Assunteria del Canale Pasolini-Zanelli che si oppose allo scarico delle acque nel canale.

Pertanto il 26 giugno 1888, Giovanni Vistoli F.F. di Sindaco, viene approvato l'acquisto del terreno dei soci Poletti-Ortolani lungo la via Reale a destra del Senio e posto tra la stessa Reale e la ferrovia, a metà strada fra il Senio e lo stesso Naviglio, e qui fu costruito il nuovo macello.

Il progetto, redatto dall'Ing. Zampighi prevedeva la collocazione del nuovo edificio lungo la via Reale e "s'impianterà alla distanza di m. 50 a valle di questa e li fabbricati componenti il complesso del medesimo si disporranno intorno e chiuderanno i lati di un perimetro rettangolare avente di fronte la larghezza di m. 24,40 e la lunghezza di m. 25,30 nell'interno del quale rimarrà intercetto un proporzionale cortile coperto".

Sul fronte furono previste "due casette" adibite a casa del custode, ufficio, sede del dazio e annona e della commissione sanitaria. "Le due casette verranno collegate con un muro di cinta con vano in mezzo. All'interno due bassi comodi sorgeranno ai lati del cortile ed all'estremità l'edificio preposto per la macellazione dietro il quale verrà costruita una grande vasca che raccolga le lavature e le lordure del locale comprese le viscere animali di rifiuto".

Per quest'opera, la Cassa Depositi e Prestiti aveva concesso la somma di £ 30.000. Il 14 ottobre 1890, Sindaco Antonio Zampighi che in quell'anno aveva ricevuto la nomina regia dopo le elezioni del 1889, il Consiglio Comunale deliberò l'apertura del nuovo edificio.

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Il nuovo macello, insieme al monumento della pigna era l’unico manufatto legato a Zampighi rimasto in piedi ad Alfonsine, dalla fine della guerra in poi. Ma sorprendentemente nel 1985 fu demolito da parte del Comune, per vendere il terreno alla Ditta Filippi che poi non ne ha fatto niente.

ANTONIO ZAMPIGHI SINDACO DI ALFONSINE

Nel gennaio 1890 Antonio Zampighi dopo aver vinto le elezioni del 1889 era stato nominato Regio sindaco, con una Giunta che un anonimo, in una lettera spedita al Prefetto, accusa, fra le altre cose, con fare dispregiativo, di essere composta di 'tutti socialisti'

Comunque uno dei primi atti di Zampighi fu quello di proporre al Consiglio Comunale in data 22 maggio 1890 di "ottenere l'autorizzazione necessaria per affidare ai braccianti stessi tutti i lavori di cui questo comune potrà disporre in via di trattativa privata, piuttosto che per asta pubblica"

Forse è anche per favorire ciò che il 1° giugno 1890 era nata l'"Associazione operai-braccianti del Comune di Alfonsine" che aveva come scopo "l'assunzione di lavori pubblici e privati" e che annoverava, com'era consuetudine del tempo, gli illustri personaggi del paese come Anselmo Alberani ed il Sindaco Zampighi: "tra i soci vi sono dei repubblicani, socialisti e monarchici, ma la politica è affatto esclusa"

Zampighi, attraverso il Consiglio Comunale, nel giugno del 1890, per provvedere all'occupazione dei braccianti, lanciò un appello ai sindaci per la costituzione di una commissione da recarsi al Ministero.

"La difficoltà di trarre innanzi la vita restando per molto tempo disoccupati, spinge a chiedere il pane" scrisse il 10 novembre 1890 il Vice Ispettore di P.S. di Alfonsine al Prefetto.

Zampighi fu un Sindaco a cui stava a cuore le sorti della classe operaia. Ma...

Ma ... il Consiglio Comunale del 13 maggio 1892 "informa ... che nel pomeriggio del giorno 11 corr.te numerosi braccianti del Comune invasero la residenza municipale e con ingiuste pressioni pretendevano lavori dal Comune. Non vollero persuadersi degli uffici fatti presso l'Ill.mo Sig. Prefetto per ottenere lavoro e misero in dubbio anche le buone intenzioni del Sig. Prefetto stesso il quale ad onore della verità assoluta si interessa costantemente con ardore e profitto (come nessun Prefetto fece mai) presso il Ministero a beneficio delle classi lavoratrici. 

Quegli operai non sapevano che parlare un linguaggio solo: Vogliamo lavoro dal Comune e qualcuno di essi si contenne con poco rispetto. Finalmente se ne andarono dietro promessa che il Consiglio sarebbe informato oggi sulle loro condizioni, ma non credette anche lusingarli invanamente conscio dell'insufficienza dei mezzi del Comune. Promise ancora una volta di insistere, a costo di divenire importuno, presso l'Ill.mo Sig. Prefetto per ottenere qualche altra assicurazione. È dolente dell'accaduto perché ha la coscienza di avere compiuto mai sempre il proprio dovere di Magistrato, di essersi mostrato zelante della sorte dei braccianti e fare ironia di essere gratificato in tal modo. È sua opinione che qualche mestatore tenti commuovere la massa a scopo di disordini. Diversi consiglieri deplorano l'accaduto e pur ammettendo che le critiche circostanze degli operai siano una delle cause dei reclami, concordemente credono che l'opera insana di qualche provocatore di dissidii cittadini possa agitare i facili popolani. Riconoscono che l'Egregio Sindaco Zampighi non si stanca di promuovere il bene del paese malgrado che ad arte si tenti di far credere diversamente. 

Il consiglio unanime conferma la propria solidarietà e la propria fiducia all 'Egr. Sig. Ing. Antonio Zampighi R., Sindaco.

Intanto Antonio Zampighi iniziò a denunciare qualche problema di salute, e fu spesso sostituito da Antonio Massaroli, la personalità più forte della Giunta. Nel 23 aprile del 1894 in apertura di Consiglio il Massaroli riferisce che il Zampighi è assente perché "ammalato seriamente"

Eppure nel dicembre 1894, un anno prima di morire, Zampighi assunse l'incarico di progettare la nuova scuola comunale. 

Cercò di portarne a termine la progettazione (1894) e la costruzione ma ci riuscì solo nella parte grezza, sia per impedimenti burocratici sia perché si ammalò gravemente e morì prima di concludere il lavoro. 

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Il Sindaco Zampighi terminò il suo mandato nel 1894, ma era da tempo in precarie condizioni di salute e morì l'anno successivo.

Zampighi abitava, almeno negli ultimi anni, in via Pia divenuta via dell'Emancipazione, (oggi via Roma), in una casa in affitto di Antonio Massaroli, al n. 11, casa a "due piani con vani 9, numero di mappale 1366" (come dal Registro n. 3 degli Atti del Vecchio Catasto di Alfonsine), poco oltre l'attuale "Palazzo Marini", "Sala Massaroli". tale casa che in futuro fu la casa di Giuseppe Marini. 

Era rimasto con tre figli Maria, Girolamo e Giuseppina, dopo aver perso la moglie Teresa (1890) e un nipotino Antonio, di Girolamo (1893).

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In quella casa morì il 31 dicembre 1895 alle ore quattro: "Nella casa posta in via Emancipazione al n. 11 è morto Zampighi Antonio di anni settanta, pensionato comunale, residente in Alfonsine, nato in Forlì, da fu Luigi e da Cicognani Geltrude, vedovo di Bianchedi Teresa"

Nella seduta consigliare del 13 gennaio 1896, Sindaco Giuseppe De Maria, all'inizio del dibattito prende la parola l'Assessore Cassiano Meruzzi: 
"Certo di interpretare il sentimento della Rappresentanza Comunale, commemora 1 Ing. Antonio Zampighi. Egli, nativo di Forlì, nominato Ingegnere del nostro Comune sino
dal 1859 e pensionato dopo trenta anni d'incensurabile servizio fu dal voto del popolo eletto Consigliere Comunale e Provinciale e dal volere del Re innalzato per ben due volte alla carica di Sindaco del Nostro Comune. Dell'eletta intelligenza dell'lng. Zampighi sono a noi e saranno ai nostri nipoti prova evidente le migliori fabbriche sparse per il nostro paese e la sua vita privata e quella d'amministratore della pubblica cosa ci sono testimoni di quanta scrupolosa fosse la sua onestà, di quanto grande fosse l'amore da lui nutrito per il nostro paese. A nome quindi di tutti noi, o Egregi colleghi, invio ai desolati figliuoli dell'lng. Zampighi una calda, viva, sincera parola di condoglianza"

Purtroppo "le migliori fabbriche" non saranno "prova evidente ... dell'eletta intelligenza dell'Ing. Zampighi".

Le vicende umane hanno cancellato quelle opere e di loro resta uno sbiadito ricordo nelle cartoline sbiadite delle vecchie Alfonsine. 

Triste destino, cinico e crudele che con le opere ha cancellato anche la memoria di quest'uomo e di quelle vicende di fine ottocento.

 "Il Faro Romagnolo" di sabato 4 gennaio 1896 in prima pagina riporta: 

"Alfonsine 1 gennaio. La morte dell 'Ing. Antonio Zampighi. Ieri è morto alle ore 4,30 di emorragia cerebrale l'ing. Antonio Zampighi nell'età di 70 anni. Fu Ingegnere Comunale per oltre 6 lustri e da 7 anni godeva la pensione di riposo. È morto povero dopo di aver lavorato assai. Era insignito d'una medaglia di incoraggiamento e di una menzione onorevole conferitagli da Re Vittorio Emanuele per lavori straordinari compiuti. Dalle elezioni generali amministrative del 1889 usciva Consigliere Provinciale e Comunale e per due volte nominato Sindaco Regio e Giudice Conciliatore. L'opera sua tecnica fu dedicata specialmente a costruire le strade comunali e si deve a lui se il nostro territorio è fornito ora di una rete viabile comoda e abbondante. Godeva meritatamente fama di buon idraulico e di architetto distinto. Devonsi a lui il Palazzo comunale, le Carceri, la Chiesa Parrocchiale, il Macello, Foro Annonario. Fu lui che diresse i lavori del magnifico Palazzo Piancastelli di Fusignano. E quando la sua fibra povera, affievolita, radunata con isforzo la sua energia, compilò il progetto delle scuole del Paese, il quale riscosse il plauso del Consiglio Provinciale scolastico. Egli finì il ciclo della sua vita operosa colpito come dal fulmine. Spirò fra le braccia dei suoi, quando essi si ripromettevano di averlo ancora al loro affetto. 

Stamane alle ore 8 hanno avuto luogo i funerali e quantunque egli non appartenesse da un anno alla vita pubblica, pure il Consiglio Comunale gli ha reso onoranze ufficiali intervenendo al suo corteo a cui faceva seguito la Società Operaia e un numerosissimo pubblico. Il F.F. di Sindaco Sig. Meruzzi Cassiano coll'animo commosso ha pronunziato un eloquente discorso in memoria del povero estinto. L'attestazione di affetto e di compianto di tutto il paese possa lenire il dolore della desolata famiglia alla quale noi mandiamo le nostre vive condoglianze ed un ultimo saluto alla salma del caro estinto"'. 

Nello stesso numero, inoltre, si legge 

"Alfonsine 2 gennaio 1896. Ringraziamento. Maria, Girolamo e Giuseppina Zampighi ringraziano dal profondo del cuore quanti ebbero parole di conforto e porsero loro attestati di benevolenza nella triste occasione della perdita del loro amato genitore ing. Antonio Zampighi. Fanno poi speciale ringraziamento alla società operaia, al Consiglio Comunale, che in forma ufficiale intervenne al mesto corteo e all'egregio f.ff di sindaco Sig. Meruzzi Cassiano che con sentite parole illustrò la virtù del loro Caro Estinto". 

Il 24 gennaio 1896 il Consiglio Comunale concederà un sussidio a Giuseppina Zampighi, figlia dell'Ingegnere, con l'obbligo, da parte della Giunta "di ritirare dall'archivio del fu Ing. Zampighi le carte ed i progetti spettanti a questo Municipio"

Nell'aprile del 1896 l'Architetto Enrico Gui di Roma, il progettista che a partire dal 1889 progettò il palazzo Piancastelli di Fusignano, nelle sue memorie scrisse: "Mercè lo sviluppo di tutti i dettagli sì costruttivi, sì decorativi ... si vide compiuta l'opera sul finire dell'anno 1894, dopo un lavoro quasi mai non interrotto di circa quattro anni. E per amor di verità e per debito di giustizia tengo qui a dichiarare come l'attuazione perfetta (per quanto perfetta possa ottenersi umana cosa) del mio progetto io la debba alla cooperazione ed alla lunga esperienza dell'Ingegner Antonio Zampighi di Alfonsine (testè mancato ai vivi ed all'arte), che molti ed importanti lavori progettò e diresse nella Romagna ..."

 

Ecco qui di seguito le cinque tappe dell'obliosa memoria che hanno segnato il destino di  

Antonio Zampighi

1° tappa - Alla sua morte avvenuta nel 1895 le carte e i progetti da lui realizzati furono consegnate al Municipio. Dove sono quelle carte? Probabilmente furono bruciate durante il rogo della Settimana Rossa, (oppure sono finite disperse e dimenticate in qualche archivio privato?)

2° tappa - Le sue opere furono cancellate dalla guerra e di loro resta solo qualche sbiadita cartolina.

3° tappa - Antonio Zampighi, la moglie Teresa e il nipotino Antonio, morto a soli 10 mesi nel 1893 erano sepolti in terra nel vecchio camposanto alfonsinese. Nel 1911, per concessione del Comune, vennero esumati e posti in un loculo n° 41, nella parte sinistra del nuovo cimitero. Nel 2008 quella parte fu ristrutturata e le salme rimosse e custodite , MA DOVE?.  

4° tappa - Oggi 2017 la lapide è quasi illeggibile e abbandonata fra un mucchio di altre lapidi, dritto in fondo al cimitero di Alfonsine, dove sono i bagni. (vedi foto iniziale)  

5° tappa - Oggi (2018) ad Alfonsine quasi nessuno si ricorda di Antonio Zampighi. Ma si può sempre rimediare...


… SORPRESA!!! TROVATE LE OSSA DELL’ING. COMUNALE 
ANTONIO  ZAMPIGHI, DEL NIPOTINO E DELLA MOGLIE!..
 

E ADESSO TOCCA AL COMUNE…
"Curioso e triste destino di Antonio Zampighi. Ombra tra le ombre del passato, tutto di lui è svanito. Così “come lacrime nella pioggia”" ha scritto Giovanni Zanzi.
Finché ci siamo messi in moto noi di “Alfonsine mon amour”

L’ing. Comunale Antonio Zampighi, progettatore e costruttore di tutto il centro di Alfonsine, (che andò poi distrutto con la guerra), nel 1890 era pure stato eletto sindaco di Alfonsine, ma la cosa gli portò sfortuna: la moglie Teresa Bianchedi morì in quello stesso anno. Nel 1893 morì il suo nipotino Antonio di appena 10 mesi. Lui stesso, ammalatosi fin dal 1893, morì il 31 dicembre 1895. 
Tutti e tre furono sepolti nel vecchio camposanto. Quando poi dal 1899, inaugurato il nuovo cimitero, via via i corpi inumati furono traslocati, nel 1910 per concessione dell’amministrazione comunale i resti di Zampighi e dei suoi due famigliari furono esumati e composti nel loculo 41, alla parte sinistra del nuovo cimitero.


MA NEL 2008 QUELLA PARTE FU RISTRUTTURATA E LE SALME RIMOSSE E CUSTODITE IN SACCHETTI APPOSITI PER ALMENO 10 ANNI. 

La lapide rimossa fu abbandonata tra le tante e da noi ritrovata, su indicazione di Giovanni Zanzi. 
E le ossa di Zampighi e dei suoi cari? 
Anche quelle riposavano dimenticate in qualche angolo della città dei morti, finché nel 2017 uno 007 alfonsinese ha trovato il sacchetto delle ossa di A.Zampighi, della moglie Teresa Bianchedi e del nipotino Antonio Zampighi di Girolamo, conservate in un sacchetto, in mezzo a tante altre, esumate dal Comune, per rivendere i loculi ristrutturati (quando i parenti o eredi non si fossero resi disponibili). Ma in questo caso erede era l’amministrazione comunale che doveva decidere dove ricollocarle. Già, perché, come si legge dalla lapide che fu rimossa dal Comune stesso nel 2008, si trattava di un loculo di proprietà del Comune, per cui spettava (e spetta) al Comune stesso decidere dove ricollocarla, dopo averla distrutta. 

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