Alfonsine

  

Alfonsine

 Famiglie alfonsinesi

Albero genealogico Famiglia Cassani (Mario)

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Famiglia Cassani (ramo Marìi e' sendic) 

Tutte le informazioni sono state date direttamente da Mario Cassani in diversi incontri (registrati) con Luciano Lucci 
nell'anno 2003, in un padellone presso CasalBorsetti.

Paolo Cassani
(?-?)

(sposò ?)

 

Paolo (Pavlètt) Cassani nacque nel ferrarese. 
Famiglia povera di braccianti, contadini

Ebbero 7 figli.

Carlo (Carlò), Pietro (Pirò), Enrico (Richett), Anna (Ninetta), Pasqua (Pasquina), Angela (Angiulina), Giovanni.

Eugenio Maestri
(1863-1937)

figlio di Giovanni Maestri e di Palma Bulzoni
nato Voghenza (comune di Voghiera)

 (contadino) 

sposò 

Elisa Mazzoni (1872-1959)

figlia di Girolamo Mazzoni e di Adelina Mazzini,
deceduta a Longastrino

ebbero 5 figli

Argia Ermelinda  Maestri (1891-1981), Ermete Maestri (1892-1966),  Giovanni Maestri (1898-1963), Ines Maestri (1903-1944), Lucia Maestri (1909-2003)

Giovanni Cassani 
(1890-1918)

Nato a Porto Verrara tra Argenta e Portomaggiore faceva il boaro (molto bravo). Alla sera dopo aver consegnato tutte le bestie alla stalla, usciva col bilancino a pescare. Quando tornava a casa verso mezzanotte andava a ricontrollare le bestie. Poi andava a dormire, ma alle tre del mattino doveva di nuovo riprendere il lavoro.

Nel 1914 sposò Argia Maestri ed ebbero una figlia Valmen che morì nel 1918 per l'epidemia di "spagnola"

Argia Maestri
(1891-1981)

Nata a Porto Verrara tra Argenta e Portomaggiore, di famiglia di contadini mezzadri, il padre si chiamava Eugenio Maestri e la madre Elisa Mazzoni. Argia ebbe una figlia illegittima prima di conoscere Giovanni che chiamò Maria. Fu affidata a un orfanatrofio

Giovanni decise, d'accordo con Argia, di riconoscere la bambina dell'orfanatrofio Maria. Iniziarono le pratiche.
Ma allo scoppio della guerra Giovanni dovette andare soldato, e la pratica per il riconoscimento fu sospesa.
Nel 1916 Giovanni tornò per una licenza e Argia rimase incinta.

Nacque il terzogenito Mario (il nome lo scelse Giovanni tramite una lettera all'Argia fatta scrivere da altri ). A Caporetto fu fatto prigioniero e inviato in un campo di prigionia in Austria. Finita la guerra tornò a casa per una breve licenza e riuscì a vedere il figlio Mario. Si riunì quindi al suo reparto che era di stanza a Cittadella. Qui fu messo in prigione perché tutta la sua compagnia fu accusata di essersi arresa volontariamente durante la ritirata di Caporetto, per salvarsi la vita. In prigione prese la polmonite: non gli venne riconosciuta. Così logorato dalla prigionia, frastornato da quelle accuse di cui neanche era consapevole, morì in carcere a Cittadella. Comunque alla fine fu riconosciuto come morto in guerra e la madre riuscì a ritirare la pensione, il suo nome fu messo anche nell'elenco dei caduti di guerra nel monumento di Portomaggiore. Il comune di Portomaggiore quando fece "rimpatriare" diverse salme dei caduti in guerra, provvide anche a far tornare Giovanni Cassani, che fu posto nel sacrario del cimitero di Portomaggiore. Il monumento di tale sacrario fu inaugurato da Duca d'Aosta e la moglie Argia fu invitata a parteciparvi col figlio Mario, che aveva cinque o sei anni. Alla fine quando tutti applaudirono al discorso del Duca d'Aosta anche Mario applaudì. Lei gli disse di non applaudire perché quelli erano gli stessi che avevano fatto morire suo babbo.

Mario Cassani 

 
(1916-2013)

La madre Argia si era divisa dalla famiglia di origine ed era andata a vivere da sola col figlio Mario, in una boaria, come casante. Il nonno Paolo Cassani sentì il dovere di prendere la moglie di suo figlio e il figlioletto Mario e l'altra figlia Maria ormai riconosciuta, sotto la sua protezione. Ma la Argia disse che le stava bene, ma che lei aveva la sua famiglia e che l'azdora sarebbe stata lei. Dopo quattro mesi di convivenza, il nonno decise di tornare col figlio Carlo e l'Argia continuò la sua vita con i due figli Mario e Maria. Mario andò a scuola. Tre chilometri a piedi tutte le mattine e tutti i pomeriggi. 

La madre faceva la bracciante e lavorava anche in risaia. I fratelli facevano i boari. Quando il fascismo andò al potere Mario frequentò la scuola elementare a Porto Verrara fino alla quinta e fu iscritto come Balilla dalla madre. Mario andava fiero di quella tessera, della divisa col fiocco e delle marce che si facevano in occasione delle manifestazioni fasciste. Ammirava il fattore quando arrivava a casa sua a sorvegliare i lavoranti, imponente sul suo cavallo, armato di bastone col quale picchiava sia il cavallo che i braccianti. 

Ma un giorno, durante una discussione sulla conduzione del lavoro, il fattore e due dei boari (padre e figlio), che erano parenti della mamma di Mario, vennero alle mani. Il figlio del boaro prese un forcone e andò contro al fattore. Questi estrasse la pistola e sparò ferendolo gravemente. Mario aveva assistito alla scena. 

Dopo qualche tempo la mamma fu invitata dai fratelli a raggiungerli ad Alfonsine, dove lavoravano a mezzadria nella tenuta di Tino Baracca, in via Carraia di Mezzo e in via Passetto.

Nell'ottobre del 1927 si trasferì ad Alfonsine. Il trasferimento fu molto sofferto dal punto di vista economico. La mamma era specializzata nella coltivazione del tabacco gestita da un'impresa la "Società Romagnola", che aveva acquisito centinaia di ettari di terreno di quella zona attorno a Porto Verrara.
Aveva il lavoro assicurato quasi tutto l'anno, tanto che, con la pensione del marito e il lavoro, era riuscita a mettere da parte oltre 3.000 £ (una cifra notevole per quei tempi). Ad Alfonsine c'era una gran quantità di manodopera disoccupata. Lei, con due figli e non avendo la forza di un uomo, temeva che nessuno le avrebbe concesso la terra a terziaria (come veniva data a quel tempo).

Comunque tutto andò bene. Ottenne tre tornature da coltivare. Mario aveva 11 anni e si inserì in quinta elementare e poi anche nella classe sesta di Avviamento al lavoro presso le Scuole Elementari Comunali dello Stradone.
Abitarono per un anno (1928-1929) in una casa di Garavini (Machì d'Garavén) nel Borghetto  (un palazzone alto, ancora oggi visibile, di fronte al caseggiato dei Pliché), di proprietà della Rosina Garavini,  La figlia di Machì era Rosina Garavini, che (allora ancora signorina) sarà poi moglie di Dradi (figlio) di Fedele. Fu questa ragazza che regalò a Mario il suo primo libro. 

La maestra di quinta elementare fu la Pescarini (la mamma di Giorgio e Angelino), poi in sesta l'Ebe Gramantieri, che era la sorella della moglie di Pliché Gentile Gramantieri, poi sposata Preda. Abbandonarono poi quella casa per l'affitto troppo alto e andarono ad abitare in via Borse.

La madre, dato che aveva bisogno, poiché il figlio era orfano di guerra, per avere i vantaggi che il fascismo poteva darle allevava il figlio entro i canoni perbenisti dell'epoca: quindi Mario partecipava alle attività di balilla, godeva del pacco della Befana fascista. 

Mario comunque aveva iniziato alcune letture con inserti settimanali del "Corriere dei Piccoli" che presentava racconti su "Buffalo Bill"; talvolta gli capitava di leggere anche la "Domenica del Corriere". 

In particolare "Buffalo Bill", che conduceva delle battaglie per la giustizia, a favore dei deboli, riuscì a mettere qualche pulce nell'orecchio di Mario, ancora balilla. Immaginava che gli uomini dovevano essere buoni, che dovevano combattere l'ingiustizia.

Intanto aveva smesso di andare a scuola e faceva il garzone da barbiere nella bottega di Armando in via Borse, in una casa di fronte al "Casone delle Macchine". Lì cominciava a sentire i primi discorsi contro i fascisti e i proprietari terrieri. Li facevano gente che lavorava e che si lamentava di come venivano trattati e mal pagati.

Un episodio di violenza fascista, che cominciò a fargli aprire gli occhi, fu durante un'adunata di balilla. Erano tutti schierati, pronti per marciare e disposti lungo la stradone, di fronte al campo sportivo del mercato del bestiame; passò avanti a loro un uomo anziano in bicicletta, col cappello e ben avvolto nella "caparèla", per il freddo che faceva.

Comandava i balilla Tonino Camanzi, un gerarca fascista, proprio presso il suo palazzo. Mentre erano tutti sull'attenti, quell'uomo in bicicletta passò lentamente davanti a tutta la fila schierata. Al che Camanzi gli gridò "Fermati!!". Lui smontò dalla bicicletta, mentre Camanzi continuò ad imprecargli contro "Perché non ti sei fermato?! Perché non hai fatto il saluto, non hai visto lo schieramento?" L'uomo rispose intimorito "Mo me aveva fredd" (Avevo freddo). " No tu sei -  e giù un insulto - .... " "Ma cosa dice signor Camanzi?" A quel punto Camanzi iniziò a dargli dei violenti calci nel sedere. Quell'uomo cominciò a correre con la bicicletta a mano, umiliato di fronte a tutti quei bambini.

Da quel giorno Mario smise di frequentare le adunate fasciste.

In quel tempo il parroco don Gardini (futuro Monsignore e Vescovo) che voleva molto bene a Mario, anche su suggerimento della maestra spingeva per far andare Mario in Seminario: lo scopo era quello di permettergli di continuare a studiare, visto che a scuola andava abbastanza bene. "Mo me an n'ho voja ad fèr e prit" così replicava Mario a don Gardini. "Ragazzo mio, non dico che tu devi fare il prete, questa è una scelta che fari poi tu da solo... Tu devi continuare a studiare." Così anche la madre spingeva per convincere Mario ad andare in Seminario. Mario comunque, per la paura di farsi condizionare dal vivere in quell'ambiente, decise di non andarci. Lui insomma non voleva fare il prete, il suo sogno era fare il falegname. Per ora faceva il barbiere da Armando, che era anche il suo padrone di casa. Fu lui a chiedere alla madre di darlo come garzone.

Un altro episodio che lo spinse a non andare più in chiesa.

Un giorno c'era la festa del Corpus Domini. In quell'anno la processione si sarebbe svolta per via Borse (ogni anno un quartiere diverso). Si era in giugno, ed era il periodo del raccolto del grano. Mario oltre ad imparare il mestiere da barbiere aiutava sua madre nei lavori dei campi ad essa assegnati col contratto di "terzieria". Erano nei campi a mietere il grano, a Chiavica di Legno, da dove prendevano il traghetto del Passo dell'Anerina. La mamma voleva finire di mietere il grano e riuscire a tornare a casa a mettere fuori le lenzuola per il passaggio della processione.

Avevano una bicicletta in due. Così si lanciarono per arrivare a casa in tempo. La processione aveva già superato la loro casa. La mamma diceva "Alé ecco che figura ci faccio". Mario pedalava forte per poter almeno esporre le lenzuola al ritorno della processione. I carabinieri alla testa della processione alzarono le braccia per fermarli, perché era mancanza di rispetto non fermarsi al passaggio della processione. Mario aveva una bici a scatto fisso, i carabinieri lo bloccarono, ma lui, non riuscendo frenare, incespicòe caddero. Erano tutti impolverati e a stento riuscirono ad alzarzi, mentre tutta la gente li guardava, compatendoli. Gente benestante, che non andava certo mietere il grano, li squadrò seria come ad incolparli di qualcosa. Nessuno li aiutò. "Se questa è la religione, allora - pensò Mario - io non vengo più a Messa". E così fu.

L'incontro con un antifascista repubblicano

Battista Centolani, fratello di Aldo, medaglia d'argento della Resistenza, era un repubblicano, che tornò in quei giorni dalla Francia. Era un antifascista, e casualmente si incontrarono nel negozio. Era uno che leggeva molto. Da quegli incontri Mario cominciò a parlare con la gente in modo critico verso il fascismo. L'amicizia con la famiglia Calderoni, di vecchia tradizione socialista (Gigì d'Gioti- Luigi Calderoni era stato consigliere comunale socialista nell'amministrazione di sinistra precedente il fascismo). Diventò molto amico di Alvaro Calderoni, il primogenito di Luigi. Tra di loro parlano di cose  politiche e si autodefiniscono "comunisti", senza sapere qual era il significato di tale termine, ma usandolo per definirsi "ribelli", come oggi qualcuno usere il termine "anarchico". Di sicuro si sentivano anti-fascisti, ma non sapevano la differenza tra comunisti, repubblicani, socialisti, anarchici. Si formò così nelle Borse un nucleo di amici che avevano per filarine alcune ragazzette e che erano tutti di famiglie ex-socialiste o ex-repubblicane. Una di queste era la Tonina che diventò poi moglie di Mario: Antonia Valicelli, il cui padre aveva un'osteria nelle Borse. Facevano feste da ballo a casa dei Calderoni. Quando furono più grandi la festa da ballo più desiderata era il memorabile Veglione di Capodanno sia al "Teatro del Littorio" sia all'"Aurora". 

Quelli come lui però preferivano andare all'Aurora, sia perché era un ambiente più popolano, e anche perché sapendo delle persecuzioni fasciste che c'erano state contro la famiglia Gessi, proprietaria del cinema, esprimevano cosìuna certa forma di solidarietà: in particolare verso Mino Gessi, esule in Francia, martire antifascista, che morirà nel campo di concentramento di Dachau, nel febbraio del 1945.

All'"Aurora"  faceva i biglietti "Fiscett", che però disponeva i ragazzini dietro al palcoscenico. Questi vedevano così il film in modo speculare e dato che era cinema muto ancora a quei tempi, i dialoghi scritti erano illeggibili. 

Quando fecero il Centenario Montiano venne un grande attore a recitare una tragedia greca di Monti al Teatro del Littorio.

Di comunisti Mario all'epoca non ne aveva ancora incontrati. I giovani sapevano che c'era certa stampa che non bisognava leggere, che certe cose andavano fatte di nascosto... Ad esempio un gruppo di loro, Mario Cassani e Alvaro Calderoni e Luigi Pattuelli (e' profes), iniziò a scrivere su carta gialle a pennello "Abbasso il fascismo" e buttò una dozzina di tali volantini sul ponte vecchio. Ogni volta regolarmente dopo questi fatti i fascisti andavano e mettevano in prigione qualche anarchico come Frazcò d'Preda o altri segnalati nella lista nera.

Mario prese in gestione una bottega di barbiere già avviata, sotto i portici del Municipio, che era detta la butéga d'Ciuchi ed era gestita da Primo Guerrini (Primo d'Guaré), il quale era stato richiamato nei soldati. 

Poi a seguito della dolorosa e prematura morte di Pino Pattuelli, padre del Profés, dove aveva fatto il garzone, la vedova gli chiese di acquistare il suo negozio, e così Mario iniziò a lavorare in proprio, in via Borse.

I primi difficili rapporti coi fascisti locali

Intanto nel suo negozio da barbiere veniva gente anche da fuori delle Borse. Uno di questi era un operaio della Marini che abitava alla Tosca: un bravo giovane che anche lui leggeva. Mario gli diede da leggere "La fossa di Kruptin". Quel giorno Mario stava tosando questo giovane mentre era in attesa di farsi la barba uno che era sospettato di essere una spia dei fascista, dell'OVRA: un brav'uomo comunque. Quando ebbe finito di tosare il ragazzo, Mario lo invitò nel retro-bottega (un tempo reparto da sartoria di Pattuelli, che all'epoca oltre al barbiere faceva anche il sarto), per dargli il libro, avvertendolo di metterselo sotto la giacca e di non farsi vedere. Dopo una settimana quel ragazzo fu chiamato in caserma e fu interrogato sul perché con tanti barbieri in giro lui dalla Tosca andasse proprio a tosarsi da Mario. Quando quel ragazzo andò da Mario e gli racconto il fatto, subito Mario andò in caserma per protestare dal Maresciallo. "Se io come orfano di guerra mi fossi iscritto al Fascio sarei a lavorare allo zuccherificio di Mezzano" (uno dei posti più ambiti, infatti la segretaria del Patronato Orfani di Guerra aveva sempre detto alla madre di Mario che se lui si fosse iscritto al fascio avrebbe sicuramente avuto il posto fisso allo zuccherificio di Mezzano)

"Allora perché lei Maresciallo chiama i miei clienti e li intimidisce con quei discorsi strani? Io non ho mai chiesto nulla a nessuno. Ho rifiutato quello che mi veniva offerto, vivo del mio lavoro e della mia attività, e voi chiamate i miei clienti e dite loro che devono spiegare perché vengono nel mio negozio? Così volete affamare la mia famiglia". 

Il Maresciallo rispose "Avete ragione. Mi hanno detto di controllarvi e auguratevi che sia sempre io a farlo e che non vi chiamino alla Casa del Fascio... comunque sì, voi avete ragione" E lì finì il discorso

Una prima persecuzione da parte dei fascisti

Il giorno della presa di Madrid (1939) Mario  si vide arrivare in bottega Giuseppe Argelli (Scussé), che era guardia municipale e braccio armato dei fascisti locali:" Et savu ch'ja ciap Madrid? e bsogna t'metta fura la bangiéra" (Hai saputo che hanno preso Madrid? devi esporre la bandiera" "Perché hanno preso Madrid, non credo di dover esporre la bandiera... E poi io non ce l'ho...". 

Argelli ribatté "Non l'hai o è perché non la vuoi esporre?"

Mario era già riconosciuto come antifascista, in quei giorni. 

Argelli insistette - "Se non ce l'hai vuol dire che tu sei poco italiano"  
- "Io sono convinto di essere italiano, tanto che mio padre è morto in guerra per fare l'Italia, ma ciò non significa avere la bandiera" 
-" Se tu dici che non hai la bandiera, fra dieci minuti te ne porto una io" e così se ne andò subito con la bicicletta".

Mario cercò di finire in fretta la barba al cliente che aveva sotto, poi chiuse la bottega e andò dalla fidanzata Tonina (futura moglie) raccontando cosa gli era successo e che si sarebbe rifugiato dai Calderoni, amici di famiglia che abitavano lì vicino nelle Borse: si sarebbe nascosto per non prendere le botte. 
Intanto Argelli arrivò e vedendo il negozio chiuso andò a casa di Tambini (Piulò) che era sua amico ma anche questi amico e cliente di Mario: "Tu che sei un suo cliente fagli sapere che quando l'incontro gli darò un mucchio di botte, così impara a fare lo sbruffone a non esporre la bandiera".

Tambini (Piulò) il giorno dopo andò al negozio e disse a Mario che aveva fatto male, che avendo una famiglia, era meglio essere prudente, che mettere fuori la bandiera non era niente...

Mario rispose "Vo a duvì fem un piasé, a duvì dij che un m'ha brisa da de dal bot, mo um'ha d'amazé (Voi dovete farmi un piacere, gli dovete dire che non mi deve dare delle botte, ma mi deve ammazzare), parché se lo um bastona, me dop pu hai feg la posta e hai deg do sciupté (perché se lui mi bastona, io dopo mi apposto e gli sparo due colpi) parché me al bot an li voi brisa. Se me ajo viulè la lez c'um denuzia (perché io le botte non le voglio e se io ho violato la legge che mi denunci se io sono poco italiano che prendano i provvedimenti che devono, ma se lui dice che mi bastona voi ditegli che se mi lascia al mondo lui poi ci rimette la vita (la gabana).

Intanto Mario si procurò una pistola. Passarono i giorni e non successe niente, finché un giorno che andava a fare la barba a casa di gente lungo la Stroppata che era in "macadam" (strada ghiaiata),  incrociò proprio Scussé. Aveva la pistola nella sporta. Avanzava guardando cosa avrebbe fatto Scussé, il quale fece finta di non vederlo e così non successe nulla. Da quel giorno non ha mai avuto più nulla a che fare con Scussé, che non gli fece più alcuna provocazione.

Un'altra volta mentre era ancora in quella bottega gli mandarono l'avviso di presentarsi al sabato pomeriggio al "premilitare". Lui non poteva andarci perché il negozio doveva funzionare soprattutto di sabato, e si rivolse a Mario Monti che era uno dei capi dei gerarchi fascisti, che era presente sul campo dove avvenivano le esercitazioni premilitari, dicendo che lui non poteva andarci, era barbiere, con famiglia, orfano di guerra....

Il Monti lo guardò e gli disse che lui doveva andarci. Mario rispose che era impossibile, l'altro di nuovo disse impassibile "Tu devi venire". Mario riprese dicendo "Allora non volete capire, ho la gente in negozio che mi sta aspettando, mi dispiace ma io devo andarmene ora, vado a lavorare non posso fare altrimenti" In quel momento il Monti iniziò a rincorrerlo per dargli un calcio nel sedere. Mario veloce come un fulmino scappò via.

Dopo mezz'ora, nel suo negozio arrivarono i carabinieri a prenderlo e lo portarono in caserma, perché aveva violato la legge, essendo obbligatorio alla sua età il servizio premilitare. Il maresciallo in caserma gli dice che aveva fatto una cosa che non doveva. Mario disse "Mi posso spiegare?". Il maresciallo lo guardò poi si alzò e andò a chiudere la porta. Mario gli spiegò la situazione. Il maresciallo lo invitò ad andare a parlare con il federale del Fascio di Ravenna Rambelli. Decise così di andare a Ravenna a parlare col Federale Rambelli. Lo accompagnò un altro barbiere, Cerini, che aveva gli stessi problemi. Davanti a Rambelli raccontò la situazione. Rambelli disse: "Ci penso io, non preoccupatevi, avete ragione, voi fate il lavoro, siete dei bravi ragazzi... alla vostra età avete già un negozio. Potete andare, risolvo io il problema": I due stavano per uscire dalla stanza quando il Rambelli li richiamo dicendo "Naturalmente siete giovani fascisti iscritti!" Mario rispose:" No non siamo iscritti" Arrabbiatissimo il Rambelli urlò: "Andate via, vi dovete vergognare, perché siete venuti a parlare con me? Cosa c'entro io?".

Tornato a casa Mario si rivolse al maestro Marcello Polgrossi, suo maestro di ginnastica in 5° e in 6°. l'Istruttore del servizio premilitare, che era stato anche il maestro di ginnastica di Mario in quinta e in sesta classe. Polgrossi gli disse: " Non ti preoccupare, io ti segno presente e tu fai il tuo lavoro da barbiere. Però non dire niente a nessuno. Questa cosa la sappiamo solo io e te. Tu risulterai presente come se avessi frequentato regolarmente il corso. Così io risolsi il mio problema."

Intanto una nuova generazione di antifascisti si stava lentamente formando, senza però incontrare i "comunisti" veri. Quelli erano controllati, in una realtà che sembrava ormai essere totalmente in accordo col fascismo vincente. I comunisti della vecchia generazione ancora attivi nel presente (Bonetti Rubilant e il fratello, Galamè, Fidéna che aveva fatto della galera e del confino, Picculé, Rambelli e suster, lavorava insieme a Rubilent con è Mor, Arturo d'la Canapira anche lui uno dei primi comunisti, tra i nuovi Alessandro Montanari, ecc...) stavano nascosti il più possibile, defilati, si incontravano nel modo più clandestino perché avevano paura di farsi prendere. Si davano così degli appuntamenti a due a due...

Un giorno venne contattato da Sandrino (Alessandro Montanari), che era uno dei capi del PC clandestino di Alfonsine, e gli fu proposto di far parte del partito. Mario accettò.

Conobbe qui Annibale Manzoli col quale si alternerà come rappresentante dei comunisti nel CNL locale.

A lui fu dato l'incarico di costruire una rete nella zona di Madonna Bosco, e Passetto, anche per il mestiere che faceva e che favoriva spostamenti e contatti senza dettare sospetti.

Nel 1939 Mario ebbe l'opportunità di aprire un negozio alla Madonna del Bosco dove si era liberata una stanza nella casa osteria dei Bernabè (oggi Osteria del Reno).

Aveva già una clientela vasta nella zona a cui andava a fare la barba a domicilio.

Si trasferì con la compagna e la madre nel Chiavicone della Canalina, in affitto. Vi abitavano altre tre famiglie di braccianti. Il proprietario era un certo "Richezza", che abitava in via Puglie.

L'attività andava a gonfie vele: riusciva a guadagnare anche 1600 £ al mese.

Ma durò poco. Nel 1943 con la caduta del fascismo e con la guerra dovette abbandonare l'attività e dedicarsi totalmente alla lotta clandestina.

Il 26 luglio alla caduta del fascismo organizzò le manifestazioni e guida la folla ad Anita e a Longastrino. Il movimento però acquistò ben presto un aspetto di massa spontaneo che sfuggiva al controllo: ad Anita venne incendiata la Casa del Fascio, cosa che lui tentò di impedire, cercando di convincere i più determinati a non distruggere le cose che un giorno sarebbero state utili a chi avrebbe governato la nuova società. Ma non ci riuscì e dovette desistere per non essere ritenuto un pavido.

La manifestazione si diresse a Longastrino dove fu bloccata dai carabinieri. Lui trattò con il maresciallo e chiese che potessero semplicemente sfilare per Longastrino: così fu concesso il permesso e tutto finì lì.

Per quell'azione dopo qualche giorno fu arrestato e portato in prigione dal nuovo governo Badoglio a Ferrara (carceri di Piangipane).

Rilasciato dopo un mese tornò ad Alfonsine.

 Fu nominato responsabile dell’attività partigiana della zona del Passetto e Madonna Bosco, si adoperò nella creazione e gestione di rifugi segreti, e nel  1944 organizzò il passaggio di 400 partigiani che andarono a formare la Colonna Wladimiro oltre il fiume Reno, nella zona della valli. 

Con l'arrivo dei tedeschi Mario e sua madre erano 'sfollati' in una casa di contadini al Passetto (i gali). 
Una bomba incendiaria colpì la casa  e bruciò tutto: morì la figlia di Galli.

Poi operò su incarico del Cln nella realizzazione e gestione del pronto soccorso nei locali del Municipio di piazza Monti coi giovani medici dott. Errani e dott. Minarelli, e poi nella Casa di Fumì (Argelli) nel Borghetto. 

Insieme all'anarchico del CNL Frazcò d'Preda, con cui gestiva il pronto soccorso ospedaliero, fu costretto ad abbandonare il palazzo Comunale. Si trasferirono tutti nella casa di Fumì (Argelli), in via Mazzini, dietro al palazzo Ferné. 

Da allora Mario dormì con Frazcò d'Preda tante notti nei sotterranei della casa Ferné. Nel periodo del fronte era sempre lì in giro a dare una mano e a rendere decisioni importanti

Sindaco dal 1946 al 1951  

Dopo la liberazione di Alfonsine, con le prime elezioni amministrative a suffragio universale del 1946, fu eletto un Consiglio comunale a stragrande maggioranza comunista, e una coalizione tra Pci, Psi e Partito d’Azione nominò sindaco di Alfonsine proprio Mario Cassani.

Qual è l’opera di cui vai più fiero?  
Per sfruttare la legge dello Stato che finanziava la ricostruzione, con l’aiuto determinante del capo-ufficio tecnico Rino Montanari (d’Marlén), feci dotare in tempi rapidissimi il comune di Alfonsine di un piano di ricostruzione, incaricando lo studio degli architetti Parolini-Vaccaro. Ciò rese possibile accedere rapidamente ai fondi statali per i ‘danni di guerra’. Per questo Alfonsine fu tra le prime città ad avviare la propria ricostruzione”.

La decisione di spostare il centro del paese dalla destra alla sinistra del fi ume Senio fu una scelta sostenuta dalla nuova giunta di Cassani, oltre che indicata dal progetto Vaccaro. Tale scelta ebbe strascichi polemici, ancora oggi non sopiti.
  Lo scontro politico su questo tema fu molto aspro. Si formarono due schieramenti: uno voleva il paese alla sinistra del Senio e l’altro mantenerlo alla destra. I democristiani erano per la destra, e tutti gli altri per la sinistra, compreso l’arciprete Don Liverani. 

Il tutto fu risolto con un referendum tra i delegati delle giunte di strada, una struttura ereditata dall’esperienza di guerra del Cln locale. Naturalmente vinse a stragrande maggioranza chi volle spostare il paese alla sinistra del fi ume.  

Tra le opere fortemente sostenute da Cassani abbiamo la costruzione del cinema Aurora, che fu realizzata con investimenti notevoli da Ottorino Gessi, in piazza Gramsci, l’attivazione delle scuole elementari, medie e di avviamento al lavoro presso la Casa del Popolo, il palazzo d’Baiuché e le scuole del Passetto, non essendo ancora pronte le scuole nuove in corso Matteotti, che furono inaugurate solo nel 1952. Determinante l’opera di Cassani e dell’Uffi cio tecnico del Comune per avviare le pratiche burocratiche e avere i finanziamenti per la realizzazione di case popolari (la Casa dei Reduci e le case in Corso Repubblica e via Don Minzoni), comprese le case U.N.R.A di via Fratelli Rosselli.  

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Nel 1951, esaurito il suo mandato di sindaco, fu eletto consigliere provinciale. Fu nominato assessore alle Finanze della Provincia di Ravenna, e la sua attività si spostò nel capoluogo.  Alla fine del 1959 fu nominato vice presidente della Federazione delle cooperative. Successivamente, e per trent’anni di seguito, lavorò nella Federazione provinciale del Pci, dove ebbe il ruolo di tesoriere.

In seguito per la Lega delle cooperative seguì il settore agricolo. Il suo legame con Alfonsine rimase intatto, tanto che veniva invitato a iniziative varie, come quella di quattro anni fa al Centro sociale “Il Girasole”, per festeggiare i suoi novantadue anni.  

La foto a fianco è del 1951: riunione inaugurativa dell’anno scolastico nella Casa del Popolo. 

Si riconoscono da sinistra don Liverani, la direttrice scolastica, un ispettore scolastico con la moglie e il sindaco Mario Cassani, poi il maestro Pescarini 
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Il suo nome coinvolto in un'inchiesta su 'Maritalia'

Un giorno del 1992  in un notiziario della radio Mario Cassani sentì associare il suo nome allo scandalo della Maritalia, un' agenzia marittima che aveva accentrato i trasporti di merci con l' URSS dal porto ravennate, grazie anche a un accordo con la flotta mercantile sovietica. 

( ndr. Riporto questa notizia perché Mario Cassani durante i nostri colloqui aveva manifestato l'intenzione di chiarirmi la questione 'Maritalia'. Ma dato che all'epoca non sapevo nulla di quella storia, non mi impegnai a chiedergli alcunché, anche se mi ero sempre ripromesso di farlo. Oggi che Mario non c'è più, ho trovato articoli su internet e in particolare uno apparso su Repubblica del giugno 1992 in cui Mario espone la sua opinione. Credo inoltre che tutta la questione sia stata archiviata e che non siano state trovate prove incriminatorie)

Così scrissero i giornali dell'epoca 
 Paolo Valentino - Pagina 3 (16 giugno 1992) - Corriere della Sera

 Secondo le “Izvestia”, la storia della Maritalia comincia nell’ estate del 1977. Un membro del Comitato centrale del PCI, Gianni Giadresco, accompagnato da Mario Cassani, uno degli amministratori di Botteghe Oscure, e da Giovanni Beletti, direttore amministrativo della compagnia di Ravenna, giungono nella capitale sovietica per un incontro supersegreto ai piani alti della Piazza Vecchia.

 In URSS scoppiò un vero scandalo dopo il crollo del Pcus. Il magistrato Stepankov, indagando sulla corruzione dei dirigenti politici sovietici, scandagliò i business con l' estero alla ricerca dei fondi neri che da Mosca finivano su conti segreti nelle banche svizzere. E individuò denaro diretto all' estero a personaggi collegati alla Maritalia. 

Stepankov denunciò un complesso meccanismo, approvato dai big del Pcus, che pur ne conoscevano l'illegalità per la legge sovietica e italiana. In pratica, per evitare di pagare al fisco italiano troppe tasse sui guadagni della Maritalia, sarebbero stati effettuati pagamenti fittizi a Mosca, giustificati come penali per ritardi di consegna o danni sulle merci trasportate, e come spese promozionali. Le somme, secondo Stepankov, venivano poi restituite in nero su conti segreti di banche svizzere. Il tutto sarebbe stato concordato a Mosca nel ' 77 dal fondatore della Maritalia, Giovanni Belletti.

 30 miliardi di fatturato, un container su cinque nel porto di Ravenna passava per le mani, un monopolio ancora saldo sulle rotte del Mar Nero, da dove ogni anno 230 bastimenti venivano a caricare il 70 per cento dei macchinari in partenza via mare per l' ex Urss. Che le rapide fortune della società, alla fine degli anni 70, siano dipese dai "buoni uffici" dei comunisti, questo ormai non lo nega più nessuno. 

 La Maritalia, che fra l’altro assicurava i suoi servizi alla compagnia di navigazione sovietica “Mar d’Azov” a condizioni molto vantaggiose, vedeva ogni anno i suoi profitti decurtati fino al 40 per cento dalle imposte italiane. Insomma si sarebbe proposto alla compagnia sovietica di concludere con Maritalia un contratto nel quale la società italiana si impegnava a pagare alla “Mar d’Azov” penali sui tempi morti delle navi in riparazione, il danneggiamento dei container, i ritardi nelle operazioni di carico e scarico. Le penali sarebbero ritornate poi in Italia attraverso la Vnesheconombank, la Banca del Commercio Internazionale. 

Nel maggio del 1978 la Banca del Commercio Internazionale aprì un conto intestato a Cassani e Beletti dove cominciano ad affluire le penali “pagate” da Maritalia. Di conti nella Vnesheconombank, scrivono le “Izvestia”, ne vengono aperti diversi nel corso degli anni. L’ultimo, secondo il giornale, viene aperto da un italiano senza volto che però ha una firma molto simile a quella di Belletti. “Probabilmente – scrive il quotidiano – quella volta ha viaggiato con documenti falsi”.

Per dieci anni tutte le direzioni succedutesi al vertice della Marina mercantile sovietica avallano e fanno proseguire l’accordo truffaldino. “I soldi erano prelevati da Cassani e Beletti nei loro frequenti viaggi a Mosca e la maggior parte veniva trasferita all’estero attraverso banche svizzere e inglesi”. “Trasferita a chi?”, si chiedono le “Izvestia”. L’idillio finisce nel 1989.

Così si difese Cassani in un'intervista su Repubblica del 16 giugno 1992

"Non abbiamo niente da nascondere e non nasconderemo niente, ma dateci il tempo di vederci chiaro", dice il segretario Fabrizio Matteucci. La giovanissima guardia occhettiana che da un anno guida il Pds di Ravenna non nega nulla, non smentisce nulla, temporeggia, fruga nervosamente fra le carte ereditate dal Pci. 

E' grossa la bomba che viene da Mosca, troppo grossa e forse troppo verosimile per essere liquidata subito e a cuor leggero come "speculazione". Quella che esce dagli archivi dell' ex Pcus, stavolta, non è una storia di aiuti fraterni in rubli freschi, ma una enorme frode fiscale che per una dozzina d' anni avrebbe avuto come protagonista una società di spedizioni marittime controllata dal Pci di Ravenna, la Maritalia Srl, con i ministeri di Mosca a fare da sponda compiacente. 

Semplice il meccanismo: la Maritalia, raccomandataria per l' Italia delle sedici compagnie armatoriali sovietiche, avrebbe pagato ai russi false fatture e penali fasulle, per farsi poi girare quei quattrini su conti correnti all' estero, mettendo così i profitti d' azienda al riparo dal fisco italiano e a disposizione del Pci. L' accordo (che secondo le notizie da Mosca avrebbe retto fino all' 89, quando fu sciolto per decisione sovietica) sarebbe stato stipulato nel luglio del ' 77, in un ministero moscovita, da tre dirigenti comunisti di Ravenna: il direttore generale della Maritalia Giovanni Belletti, l' amministratore della federazione Mario Cassani, l' allora deputato Gianni Giadresco. Quest' ultimo, oggi direttore del settimanale di Rifondazione comunista, ha già smentito ogni ipotesi di "affari poco leciti".

 E lo stesso ieri mattina ha fatto Cassani, 76 anni: "Sono sciocchezze, c' è un clima da inquisizione che mi amareggia. Ho la certezza e l' orgoglio di essermi sempre comportato con onestà". E quell' incontro a Mosca? "Ce ne furono molti, ma non parlammo mai di fatture false e cose del genere, solo di accordi commerciali". E quel suo conto corrente a Mosca, intestato a lei, su cui i sovietici avrebbero riversato i soldi? "Prendo atto di questi documenti, attendo di verificarne il contenuto". 

Maritalia, fondata nel ' 71 (ndr '77) da due uomini di fiducia del Pci, oggi è controllata da una finanziaria del Pds ed è una piccola potenza commerciale: 30 miliardi di fatturato, un contanier su cinque nel porto di Ravenna passa per le sue mani, un monopolio ancora saldo sulle rotte del Mar Nero, da dove ogni anno 230 bastimenti vengono a caricare il 70 per cento dei macchinari in partenza via mare per l' ex Urss. Che le rapide fortune della società, alla fine degli anni 70, siano dipese dai "buoni uffici" dei comunisti, questo ormai non lo nega più nessuno. 

Anzi, Cassani lo rivendica con orgoglio: "E' stato un bene per il porto e la città di Ravenna". Ma è proprio a lui che Giovanni Belletti, direttore generale di Maritalia, passa la patata bollente: "Non smentisco che ci siano stati conti correnti segreti, smentisco che fossero intestati alla mia società". E a chi, allora? "C' è il nome sui giornali...". Ma quell' incontro a Mosca, ci fu o no? "Può darsi, devo controllare gli appunti. In ogni caso, tutte le nostre attività sono sempre avvenute tramite normali canali bancari". Il resto, precisa una secca nota della Maritalia minacciando querele, sono "illazioni". "Abbiamo sempre pagato le tasse, fino all' ultima lira", assicura il direttore amministrativo Claudio Visani. 

Una sicurezza che nella sede del Pds, dove ieri sera s' è riunita d' urgenza la direzione politica, non sentono ancora di avere. 

"Nulla", della faccenda di Ravenna, dice invece di sapere Paolo Bufalini, uno degli ultimi esponenti della vecchia guardia togliattiana. Ma la sua è una rivendicazione piena della legittimità politica dei contributi sovietici al Pci: "In primo luogo, l' attività varia, grande, di massa che ha meriti fondamentali per la democrazia italiana, del Pci - premette al Gr1 il vecchio dirigente riformista - è stata generosamente finanziata dai lavoratori e dal popolo italiano. 

In secondo luogo, la solidarietà internazionalista dell' Urss verso di noi ha una profonda radice storica ed è il fatto che il Pci ha avuto l' onore di meritare questa solidarietà attraverso decenni di lotta antifascista non solo eroica, ma durante la quale ha dato un contributo alto di iniziativa politica e di pensiero.

 Per quanto riguarda tutte queste notizie che ora vengono date, io ci credo ben poco". "Non so nulla di tutto questo - prosegue Bufalini - perché di queste cose non mi son occupato. Io stavo vicino a Togliatti, stavo vicino a Longo, stavo vicino a Berlinguer nella segreteria del partito. Ho conosciuto solo questo partito italiano. Ignoravo che c' era un altro partito di stupidi che si andava a fare la plastica facciale in Unione sovietica. Ma si vergognino di questa campagna la cui strumentalità è così evidente...".

Massimo D'Alema con Mario Cassani. 
Mario aveva conosciuto durante la Resistenza il padre di Massimo, Giuseppe D'Alema.

 

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