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Genunzio Guerrini detto "Gianò" 

fu un personaggio d'indubbia importanza in seno al Partito comunista ravennate come, più in generale, nel contesto storico-politico locale degli anni della resistenza e del dopoguerra.

Nato a Santerno nel 1904 e iscrittosi al Pcd'I già nel 1921, durante il Ventennio fascista Genunzio Guerrini era emigrato all'estero,  probabilmente in Unione Sovietica. 

Negli anni del regime fascista costituì un sicuro punto di riferimento della rete clandestina comunista, (come?) per distinguersi poi nella lotta di liberazione quale commissario politico della 28° GAP e poi della 28° Brigata “Garibaldi”. 

Dopo l'8 settembre nella casa della famiglia Suzzi si rifugiarono Mario Gordini, Gino Gatta (Zalet) e Gen(n)unzio Guerrini. In seguito la famiglia Suzzi ospitò regolarmente riunioni degli antifascisti e, in alcune occasioni, del comando della 28a brigata GAP Mario Gordini. 

A quelle riunioni partecipava anche Arrigo Boldrini, che l’11 settembre 1943, aveva preso parte alla riunione fondativa della Resistenza romagnola, tenutasi all’Hotel Mare-Pineta di Milano Marittima e a cui parteciparono, oltre a lui, Mario GordiniEnnio CervellatiGiuseppe D’AlemaRiccardo FedelGiovanni FusconiGino GattaRodolfo SalvagianiAgide Samaritani e Virginio Zoffoli.

Nel giugno del 1944, nei pressi di Piangipane, in una casa di contadini, ci fu uno strano quartier generale. Il partigiano Falco incontra Bulow, Zalet, Gianò, Cervellati, e poi Luigi Fuschini, (con lui è vecchia amicizia: risale al tempo della montagna). 

Falco ed anche Fuschini portano l'esperienza dolorosa della guerriglia partigiana in montagna.

Si decide la pianurizzazione della lotta partigiana.

La 28ª brigata GAP fu costituita il 19 luglio 1944 per disposizione del Comando unico militare Emilia Romagna (CUMER) nel quadro di una generale ristrutturazione dell'organizzazione dei gruppi di azione patriottica (GAP) operanti nel territorio ravennate in vista della liberazione della provincia: i vari gruppi di paese furono difatti sciolti e i loro componenti inseriti nella nuova formazione intitolata al martire antifascista Mario Gordini. Sebbene di ispirazione comunista, la brigata fu aperta alle diverse rappresentanze politiche locali, divenendo così il centro di raccolta di tutti i partigiani della provincia di Ravenna.

La brigata, al vertice Bulow, Zalet, e posta sotto il comando militare di Alberto Bardi (alias Falco), con commissario politico Genunzio Guerrini (alias Gianò), fu articolata a sua volta in sei distaccamenti intitolati ad altrettanti caduti per la causa antifascista: "Aurelio Taroni" operante ad Alfonsine, "Umberto Ricci" operante a Conselice, Lavezzola e Massa Lombarda, "Celso Strocchi" operante a Cotignola, Faenza e Lugo, "Settimio Garavini" operante a Cervia e nelle Ville unite, "Sauro Babini" operante a Bagnacavallo, Fusignano, Russi e nelle Ville disunite, "Terzo Lori" operante nella zona valliva intorno a Ravenna.

Dai vertici nazionali del PCI le prime critiche 
ai partigiani dell'Emilia Romagna

24 luglio 1944 - Giorgio Amendola: «Noi lavoriamo già sulla linea indicata da Ercoli. Ed oggi siamo da questo ancora molto lontano almeno per quanto riguarda l'Emilia, dove prevale di fatto quella linea politica a sfondo massimalista e diciannovesca [...] che trova la sua maggiore espressione proprio nel campo della lotta armata, sia dei partigiani che dei Gap e delle Sap»

Fin dai primi giorni successivi al 25 luglio nella casa colonica della famiglia Suzzi, in Viale L. B. Alberti, angolo viale V. Randi, divenuta una delle basi operative più sicure per la resistenza locale, si tennero le riunioni degli antifascisti ravennati e in seguito alcune anche della 28a Brigata GAP “Mario Gordini”.

Il problema: incontrare gli Alleati 

I comunisti più esperti non pensavano a integrazioni facili con l'avanzata degli Alleati. 
I più aggiornati sapevano qualche cosa dell'indirizzo di Togliatti. 
In ogni caso, se si dovevano incontrare, conveniva essere pronti. L'equilibrio si doveva trovare senza illusioni e senza rifiutare opportunità. 

Nando Verdelli, segretario della Federazione comunista, con l'insediamento agli Spinaroni, del Distaccamento partigiano "Terzo Lori", dopo la debàcle collinare, capisce che questa è un'altra risorsa, dato che a dicembre ci sarà ordine di battaglia con appuntamento alleato. Bulow aveva ricevuto istruzioni dal CUMER. Già il 30 agosto '44, aveva pensato di «combattere a fianco degli Alleati fino alla definitiva vittoria». Verdelli chiedeva ai compagni del distaccamento "Lori" di affrettarne la conclusione. A Sud di Ravenna da metà novembre 1944 varie squadre del distaccamento "Sauro Babini" e del "Garavini", avevano incontrato i primi soldati alleati e preso a collaborare come esploratori o squadre di avanguardia. I Laisons Officers sostenevano queste forme di collaborazione. Argomenti che Bulow porterà per la costituzione di una formazione organica. 

Verdelli sente diversità e distanze tra i comunisti. 

 Bulow ha qualche perplessità ad accettare il comando del distaccamento "Terzo Lori", ma Zalet ed altri insistono. 
Bulow aveva già chiesto al "Lori" di tenersi in stato di mobilitazione e al Comando di rendersi cosciente della necessità di presentarsi agli Alleati come "formazione patriottica senza colore politico, perché altrimenti tutta la politica del C.d.L.N. su cui il nostro partito tanto insiste, subirebbe una grave scossa"

Nel CLN si sentiva maturità nell'impegno e nella prospettiva politica. 

Dissensi tra i comunisti che fanno riferimento a Gen(n)unzio Guerrini

 17 novembre 1944

Verdelli doveva appianare dissensi soprattutto con Genunzio Guerrini, Gianò, commissario politico della 28° Gap, al quale scriveva: «Noi non siamo su un terreno di debolezza come ti può sembrare, ma bensì sul terreno della cooperazione con tutti i partiti». In un'altra Verdelli si faceva meglio capire: «come federale ho dovuto intervenire per chiarire un po' la posizione di tutti i contendenti. Allo spirito esaltato, settario e disgregatore del compagno Gianò i responsabili militari hanno opposto uno spirito conciliativo ed obiettivo». 

A liberazione avvenuta

Uomini, transizione istituzionale ed epurazione 
in provincia di Ravenna 

La rilevanza politica di Gen(n)unzio Guerrini è dimostrata dalla delicatezza degli incarichi per i quali fu proposto a liberazione avvenuta, dapprima quello di questore, quindi quello di delegato provinciale per l'epurazione. 

I partiti politici si adeguarono alla necessità di incanalarsi lungo i binari di una reale "normalizzazione". Ma comunque per parecchio tempo, nonostante la palese supremazia del governatore alleato e l'impossibilità dei rappresentanti politici italiani di opporsi al desiderio che quest'ultimo manifestava di riorganizzare la struttura amministrativa secondo modalità canoniche, gli stessi soggetti politici avrebbero frapposto ostacoli al pieno ripristino delle giurisdizioni proprie dei differenti corpi dello Stato.

Nel dicembre 1944 il Cln della provincia di Ravenna aveva indicato il repubblicano Vito Baroncini alla carica di prefetto, il comunista Genunzio Guerrini a questore e il socialista Giacomo Caletti a presidente della Provincia. Il giudice Alberto Spizuoco era stato messo a capo del Tribunale. Ma pochi giorni dopo gli Alleati avevano fatto sapere di non volere il comunista Guerrini a capo della Questura di Ravenna. Il 26 gennaio 1945 sarebbe giunta la nomina di Barile a Questore.

Il Guerrini passò a delegato nella “Commissione di inchiesta ed epurazione”, a cui era affidata dal CLN di Ravenna l’individuazione e la punizione dei criminali fascisti. 

 Poiché le azioni di tale Commissione risultarono estremamente blande, in conseguenza di una linea politica di pacificazione nazionale, voluta da Togliatti, alcuni componenti della Commissione – il comunista dissidente Genunzio Guerrini e l’anarchico Domenico Zavattero – furono isolati per la loro intransigenza antifascista. 

E guarda caso, nell’illegalità, si registrarono alcune decine di esecuzioni sommarie di noti fascisti e repubblichini.

Comunque tra la liberazione di Ravenna il 4 dicembre 1944 e l’estate del 1945 fu attiva, parallelamente all’attività della Questura, il Reparto ausiliario della polizia partigiana, come diretta emanazione del Comitato liberazione nazionale di Ravenna nell’ambito delle attività di pubblica sicurezza.

Un episodio rivelatore

Un episodio rivelatore, la cui eco sarebbe risuonata anche all'interno dei palazzi romani (Togliatti, segretario nazionale del PCI, dal 1945 al 1946 era  Ministro di Grazia e Giustizia, nei governi di coalizione che ressero l'Italia dopo la caduta del fascismo) fu quello che coinvolse il procuratore Angelo Maria Gasbarro e Genunzio Guerrini, "Gianò", delegato provinciale dell'Alto commissariato per l'epurazione. 

Ma andiamo ai fatti. 

Nella riunione del Cln provinciale del 7 agosto 1945, dopo aver ribadito la necessità di poter contare su elementi «di provata fede antifascista o da elementi che hanno combattuto nelle formazioni partigiane», vendicò quindi a sé "la posizione di unico responsabile del funzionamento della Commissione", asserendo di essere "il solo rappresentante dell' Alto commissariato, investito dei più ampi poteri". Nulla di eccentrico nel suo comportamento, dal momento che ragionamenti in gran parte simili venivano fatti al più alto livello della gerarchia comunista come dagli stessi compagni sovietici. Proprio questi ultimi, abituati a considerare l'epurazione quale fondamentale strumento di lotta politica interna, in quegli stessi mesi si chiedevano perché Togliatti tardasse ad impossessarsi del processo italiano d'epurazione; perché si temporeggiasse nel fare ciò che avrebbe consentito ai comunisti italiani di acquisire il controllo sul processo di cambiamento del personale della pubblica amministrazione e dunque influire sull'evoluzione dì vari altri settori della vita nazionale. Si capisce quindi perché il Partito comunista rivendicasse con tanta energia la possibilità di riservare naturalmente a sé il privilegio di indicare, di volta in volta, nelle diverse situazioni, chi fosse "vero" antifascista e chi fosse o agisse da fascista, anche se era stato o dichiarava di essere antifascista

Di tale mentalità Guerrini fu senza dubbio alfiere, con lo sprezzante atteggiamento nei confronti del metodo democratico di divisione delle responsabilità tra i partiti del Cln e con l'arrogante pretesa di potere dettare le regole - essere stati antifascisti della prima ora, avere combattuto nelle formazioni partigiane, ecc. - di selezione del personale che avrebbe dovuto affiancarlo. 

Se proprio grazie al controllo del processo di epurazione i partiti comunisti dell'Europa orientale riuscirono ad affermarsi come guida politica e forza dominante, in Italia le forze antifasciste moderate - supportate dal decisivo dato della presenza militare anglo-americana - seppero ostacolare i tentativi del Pci di "impossessarsi" delle leve dell'epurazione. Ne è dimostrazione la vibrante reazione del Cln provinciale di Ravenna contro la pretesa dí Guerrini di operare quale "commissario investito dei pieni poteri" e di poter rifiutare - quali membri della Commissione provinciale per l'epurazione - i nominativi indicati dal CLN.

 

Il 24 ottobre 1945 Genunzio Guerrini, accompagnato da due membri del Cln di Lugo, si era presentato dal procuratore Gasbarro per protestare contro l'arresto di quattro gappisti. Secondo Guerrini il mandato di arresto, riferibile a un omicidio compiuto in tempo di guerra, era da ritenersi illegale e quindi doveva essere revocato. 

Esisteva infatti un Decreto Legislativo che all’articolo 1 recitava: 

[…] non può essere emesso un mandato di cattura e se è stato emesso deve essere revocato, nei confronti di partigiani, dei patrioti e (degli altri cittadini che li abbiano aiutati) per i fatti da costoro commessi durante l’occupazione nazifascista e successivamente sino al 31 luglio 1945 […]”, escludendo i casi di rapina. 

Il Decreto fu poi ratificato anche con la Legge n. 73 del 10 febbraio 1953 (Ratifica di decreti legislativi concernenti il Ministero di grazia e giustizia, emanati dal Governo durante il periodo dell’Assemblea Costituente).

Questa lettera di Arrigo Boldrini, già eletto a Deputato della Costituente, fa riferimento ai quattro lughesi che avevano avuto il mandato di arresto e per i quali Genunzio Guerrini nell'ottobre del 1945 aveva preteso l'annullamento di quell'ordine, creando un caso politico nazionale. Boldrini accoglie qui come valide le ragioni di Genunzio Guerrini

Il Guerrini entrò furioso senza bussare, nello studio del procuratore, a Palazzo di Giustizia, Angelo Maria Gasbarro, pretendendo l’annullamento di quegli ordini perché, a suo dire, i partigiani erano i “liberatori del Paese dal nazifascismo”. 

Con molta tranquillità il procuratore richiese prontamente il fascicolo relativo all'episodio. Nell'attesa rispose che se un ordine era stato emesso nel rispetto della legge, significava che doveva essere eseguito senza tante storie. 

Il Guerrini si infuriò. Si abbandonò a offese e minacce e disse: «Se lei non revoca quei mandati di cattura io la faccio arrestare!». «E lei farebbe arrestare me?» 

Il procuratore alzò il telefono per chiamare il maggiore Argenziano e due graduati. Guerrini uscì precipitosamente per ritornare qualche istante dopo accompagnato da un individuo armato che si presentò come segretario provinciale dell’ANPI. Il procuratore lo invitò a ripetere la frase – se non avesse revocato gli ordini lo avrebbe fatto arrestare – ed il Guerrini replicò la frase con la stessa veemenza ma notando la mani del militi sulle armi e, sbraitando altre minacce, uscì gesticolando dall’ufficio.

 

La cosa avrebbe potuto innescare una guerra aperta tra Carabinieri e partigiani. Il procuratore Angelo Maria Gasbarro non era certo rimasto inerte. Informò la presidenza del Consiglio e il ministro di Grazie e Giustizia che era Togliatti.

Nella lettera, dopo aver sottolineato l'inadeguatezza culturale di Guerrini ed avere protestato per il carattere offensivo delle accuse di filo fascismo rivoltegli, il procuratore fu abile nel sollecitare Togliatti sul punto a lui molto caro della necessaria collaborazione tra apparati dello Stato e nuovo regime politico: 
"
A Lei, Sig. Ministro della Giustizia, voglio rivolgere preghiera di spiegare il Suo personale autorevole intervento per efficacemente tutelarci nel compimento della nostra santa ma durissima fatica quotidiana. Io sono vicino al tramonto della mia vita di magistrato: ma, come ebbi a dire vanamente al Guerrini che offendeva e minacciava, alla viltà (sempre ripudiata nel passato) di sottostare nell'esercizio dei miei doveri di giustizia all'arbitrio e alla prepotenza altrui, preferirei mille volte anche oggi vedere in un qualsiasi modo anticipata nel tempo la conclusione terminativa non solo della mia vita di magistrato ma anche della mia esistenza fisica.
   Qualche giorno dopo Togliatti rispose con una lettera di scuse. 
"... mi associo al deploro dei magistrati di codesto ufficio per l’increscioso incidente. Le giunga all’occasione la mia parola di incoraggiamento e di solidarietà nella difesa delle istituzioni dell’Ordine Giudiziario. Cordialmente, Togliatti".

Togliatti quindi prese molto seriamente gli avvenimenti ravennati. Non solo scrisse una lettera di solidarietà a Gasbarro, ma domandò a Nenni di riprendere con severità il delegato provinciale. Nonostante il Guerrini fosse «un compagno, responsabile della nostra federazione di Ravenna», Togliatti riteneva che «il suo comportamento fosse da deplorare». Consapevoli dell'importanza dell'autorità magistratuale ai fini della transizione verso il consolidamento di un regime di tipo democratico, sia Togliatti che Nenni preferirono affidarsi ai rappresentanti delle istituzioni statali.

Togliatti, in contrasto con l'orientamento intransigente degli azionisti e dei socialisti, ma anche di altri dirigenti comunisti, assunse un atteggiamento in complesso moderato nei procedimenti a carico dei tecnici nelle industrie e nella pubblica amministrazione; non perseguì a fondo neanche l'epurazione del proprio ministero. In sostanza, l'adozione di una linea morbida evidenzia l'esigenza sentita da Togliatti «di evitare uno scontro frontale con le masse ancora legate al fascismo, per favorirne il reinserimento nella società e far apparire il PCI come un partito rispettoso della continuità dello stato». 

Tale scelta non veniva però compresa dalla base, spesso caratterizzata da un atteggiamento massimalista e rivoluzionario, che si aspettava un'azione decisa nei confronti degli ex fascisti e una politica di totale rovesciamento dell'ordine esistente. 

Le parole di Guerrini consentono di chiarire quali poteri l'ex commissario politico della 28a Brigata Garibaldi riteneva gli spettassero; contribuiscono a meglio definire quale funzione "Gianò" attribuiva alla Delegazione provinciale per l'epurazione. 

La precedente esperienza politica, vissuta tra l'Unione Sovietica e l'impegno quale commissario politico partigiano, aveva probabilmente avuto un ruolo decisivo nel formarne le convinzioni rispetto ai compiti, ai modi e alla funzione dell'epurazione. 

Così come avveniva per tanti altri comunisti è ipotizzabile che Guerrini Genunzio "Gianò" (commissario politico della 28° GAP e poi della 28° Brigata Garibaldi, sempre al fianco di Bulow) considerasse la defascistizzazione come una particolare forma di lotta di classe, giustificata dalla teoria che il fascismo era stato espressione dell'ultimo stadio del capitalismo e l'espressione di dominio della parte più agguerrita della borghesia. 

Conseguentemente a ciò anche l'importanza dell'atto di punire i criminali fascisti finiva per risiedere, più che nell'eliminazione di singoli individui resisi colpevoli durante il ventennio del regime, nella possibilità di procedere alla sostituzione della vecchia classe dirigente con una nuova leadership in cui il Partito comunista fosse pienamente rappresentato. 

Spesso nei suoi interventi Guerrini faceva rilevare che nella lotta di liberazione molti Patrioti avevano sacrificato la vita: a questa considerazione andava quindi legata l'epurazione. Intervenendo in una riunione della Commissione fece presente che l'epurazione era stata assegnata ai comunisti e socialisti e non agli altri partiti e che quindi non si desideravano persone che intralciassero l'epurazione stessa e che comunque avessero biasimato l'operato dei Gapisti nel periodo clandestino. A queste gravi affermazioni si aggiunse la notizia della comunicazione fatta da Guerrini all'Alto commissariato di un elenco di nomi alternativo rispetto a quello proposto dal Cln provinciale. 

Questi i motivi per cui Guerrini riteneva di avere il diritto di selezionare gli appartenenti al suo personale "comitato di salute pubblica". 

Contrariamente all'immagine edulcorata tramandataci dalla memorialistica, specie di parte comunista, la Resistenza ravennate fu tutt' altro che un movimento omogeneo e concorde. 

 In vari comizi che durante il 1945 Genunzio Guerrini tenne in varie località come S. Pietro in Trento e Alfonsine (dove parlò dalla Casa occupata dall'ANPI in via Mameli, così tuonava:
"I traditori" democristiani e repubblicani devono essere presi, scovati magari sotto il letto, portati in piazza e fucilati alla schiena". 

E se le frange estremiste del Pci, che non si erano mai rassegnate al tramonto della prospettiva insurrezionalista, soffiavano spesso e volentieri sul fuoco (un atteggiamento avventato che si sarebbe prestato a strumentalizzazioni), non è che nel resto del partito, cresciuto pur sempre all'ombra della pedagogia rivoluzionaria marxista-leninista, l'ipotesi di una ripresa della lotta armata venisse esclusa a priori.  

La disponibilità al dialogo generalmente dimostrata dai comunisti non è di per sé sufficiente ad avvalorare la tesi di una sorta d'intrinseca diversità riformista del comunismo ravennate. 

Anche fra i compagni di "Zalèt" e "Bulow" covavano le tentazioni rivoluzionarie, superate giocoforza solo dopo la sconfitta elettorale del 18 aprile 1948. 

Si può casomai sostenere che all'approdo riformista i comunisti ravennati sarebbero giunti prima di altri, grazie soprattutto alla cooperazione, ove il Pci (che pure vi si era avvicinato tra molte riserve ideologiche, essenzialmente per ragioni di opportunismo politico) avrebbe fatto scuola quotidiana di pragmatismo riformista. 

L'assassinio di Mario Baroncelli,
 segretario dell'Associazione provinciale degli agricoltori

A Ravenna, il 3 settembre 1946 fu ucciso a colpi di pistola, da due sconosciuti, Mario Baroncelli segretario dell'Associazione provinciale degli agricoltori.   

Arrestato Genunzio Guerrini, con Calderoni e Cavazza, accusati della sua morte, furono prosciolti in istruttoria.

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L'impressione è che tutti fossero convinti della colpevolezza di Guerrini. Un testimone affermò di avere raccolto le confidenze di altri due ex partigiani ravennati, indicati coi nomi di battaglia "Peo" e "Pino", i quali gli avrebbero rivelato di essere stati avvicinati dal Guerrini con «l'incarico di uccidere il Baroncelli», cosa che si erano rifiutati di fare. Perché, a fronte di tali dichiarazioni, attendibili o meno che fossero, gli inquirenti ritennero di non dovere riaprire il fascicolo delle indagini costituisce effettivamente un mistero. 

Il Guerrini a capo di due reparti di combattimento, gruppi organizzati armati, tutti o quasi ex-partigiani

Nei documenti Ps si evidenziava un giudizio politico su Genunzio Guerrini di «fanatismo» e la «faziosità». Qui entra in scena il S.i.S  Servizio Informazioni Speciali (SIS) cui vennero assegnate, in via provvisoria nel 1944, tutte le competenze in materia di investigazione politica. Il SIS rimase attivo per circa quattro anni sino alla fine del 1948.

Secondo il S.i.s. Guerrini era l'eminenza grigia di Ravenna e disponeva di largo seguito tra gli elementi più turbolenti, preparando delitti e imboscate ecc...,  e riuscendo a mantenersi sempre occulto. 

è indicato come 'commissario politico' di due reparti di combattimento dette 'Brigate Rosse' organizzate sulla falsariga delle vecchie formazioni di battaglia e forti di circa 3000 uomini (un po' esagerato?), tutti o quasi ex-partigiani, che avrebbero avuto base operativa a Ravenna e ad Alfonsine, centro della zona rossa, al comando rispettivamente di  "Ateo Minghetti 'Regan' e di "tale Bedeschi" (presumibilmente Alfredo Bedeschi detto "e' piculè", e non Camillo Bedeschi "Tommaso", elemento di punta del Partito Comunista Ravennate, come ipotizzato da A. Luparini a pag. 293 del libro "L'eredità della guerra a Ravenna- Fonti e interpretazioni per una storia della provincia di Ravenna dal 1940 al 1948”.

La situazione di quei giorni era complessa e confusionaria: nelle pubbliche istituzioni vigeva uno status di cose che prevedeva due polizie: una politica, costituita da ex-partigiani (mica tanto ex…) e una istituzionale retta dai Carabinieri appena ricostituiti. 

La “polizia politica” faceva capo alle federazioni del PCI e all’ANPI che ne nominava i capi. Generalmente scelti tra le figure che avevano ricoperto il ruolo di commissari politici nel corso della guerra, si avvalevano dell’appoggio armato di quanti detenevano ancora armi a dispetto delle disposizioni di smobilitazione. 

L’altra polizia, erano i Carabinieri non scioltisi nella GNR nel 1943. Fra le due polizie v’erano fortissime contrapposizioni. Qualcuno racconta di una mal tollerata ed insostenibile coesistenza.

Nel 1948 anche Genunzio Guerrini rientra nei ranghi

Le elezioni politiche del 1948, con la considerevole quanto inattesa (per i social-comunisti) affermazione della Dc, l'arretramento delle sinistre e il ridimensionamento del ruolo del Partito repubblicano, segnarono anche nella "rossa" provincia ravennate uno spartiacque decisivo, ponendo le premesse per il suo riallineamento al quadro politico nazionale. 

Tornò a fare il muratore e si ritrovò a fare il capo operaio con la ditta dell'ing. Zavaglia quando venne costruita tra il sessanta e il sessantadue, con l'aiuto della Provvidenza e del ministro Zaccagnini, la chiesa parrocchiale di Mezzano.

Il Guerrini rivestì poi ancora cariche di rilievo; ad esempio, per un qualche tempo, quella di responsabile del settore lavoro sindacale della Lega provinciale delle Cooperative. 

Successivamente  lasciò il partito (o glielo fecero lasciare?), ma poco importa saperlo, e sembra che abbia anche frequentato ambienti socialdemocratici, proprio lui che di socialdemocratico aveva ben poco.

Ma stranamente il suo fascicolo personale non è presente fra le carte dell'archivio della Federazione comunista di Ravenna, un fatto di per sé significativo. Una mancanza forse non casuale, che potrebbe essere legata alla vicenda dell'omicidio di Mario Baroncelli, segretario dell'Associazione agricoltori di Ravenna.

Nel 1982 tornò agli onori della cronaca per

una Medaglia d'Argento anche per lui, concessagli dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini


E poi ancora... nel 1985 

Arrigo Boldrini nell'Introduzione al suo 
"Diario di Bulow",

ringrazia tra gli altri anche Genunzio Guerrini, per contributi preziosi e affettuosi.

"Mi sono valso di contributi preziosi e affettuosi. Ringrazio Ennio Cervellati, Gianni Giadresco, Santina e Luigi Bonetti, Arrigo Graziani, Gen(n)unzio Guerrini, Maria Bassi, Florio Rossi, Tolmino Errani, Mino Papi, Tristano Mazzavillani, Mario Verlicchi, Alberto Bardi, Pellegrino Montanari, Carlo Boldrini e in particolare Alberto Pirazzoli (Ivan)

 

Morì a Ravenna il 12 gennaio del 1990: il muro di Berlino era caduto da tre mesi. Avrebbe compiuto 86 anni anche lui alla fine di marzo di quell'anno. 

 

Informazioni su Gen(n)unzio Guerrini 
si trovano

 in ARRIGO BOLDRINI, "Diario di Bulow. Pagine di lotta partigiana 1943-1945", Milano, Vangelista, 1985, dove stranamente A. Boldrini ringrazia tra gli altri anche Genunzio Guerrini, per contributi preziosi e affettuosi.

Altri riferimenti a Gen(n)unzio Guerrini si possono leggere su "CAMICIE NERE DI RAVENNA E ROMAGNA TRA OBLIO E CASTIGO", di  Elios Andreini e Saturno Carnoli 

in «
Storia Ribelle», n. 3, 17 luglio 2008, pp. 259-280 di ROBERTO GREMMO, "Gli anarchici nel C.L.N. di Ravenna, l'epurazione dei fascisti ed il "caso Zavattero "

e nel libro "L'eredità della guerra a Ravenna- Fonti e interpretazioni per una storia della provincia di Ravenna dal 1940 al 1948

... E soprattutto nel romanzo politico scritto (nel 2019-20) da Nino Carnoli e Cesare Albertano 

"NESSUNA VERITà Crimini e sangue a Ravenna nel secondo dopoguerra".

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