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Casalborsetti

di Loris Pattuelli

 Anche se non tutti se ne sono accorti, Casalborsetti è una frazione del comune di Alfonsine, e poi è anche il nostro sbocco al mare, il nostro luogo di villeggiatura preferito, la nostra faccia più estiva e godereccia.

casalborsetti-saluti2.jpg (198233 byte) Quando uno si mette a fare certi discorsi, c’è quasi sempre di mezzo la nostalgia.

 In questi casi, meglio non fare troppo gli sfacciati, sventolare subito bandiera bianca e lasciare che le cose vadano come hanno voglia di andare. 

La nostalgia è una bestia che corre con lo sguardo rivolto all’indietro, una serie di attimi assoluti che si ripetono in modo sempre diverso, eccetera, eccetera.

Per chi volesse approfondire l’argomento, si consiglia l’ascolto delle tre Gymnopedies di Erik Satie, magari nella versione per pianoforte di Aldo Ciccolini. 

Casalborsetti è il paese più selvatico e meno omologabile che ci sia sulla faccia della terra, un posto proletario e contadino, si sarebbe detto nel secolo scorso. Qui le brutture della Piccola Borghesia non hanno mai attecchito più di tanto e il mondo sembra passato direttamente dalla tribalità all’elettronica, dal precapitalismo più giudizioso al postsocialismo più ispirato. Niente modernità da queste parti, soltanto bricolage emergenziale e qualche vaga promessa di girotondo. 

Casalborsetti è una metropoli palustre, un prato barenicolo camuffato da Giardino dell’Eden. In posti del genere i geometri contano poco e la mestizia dei piani quinquennali ancora meno. 

Casalborsetti è molo e spiaggia, spiaggia e molo. Non c’è altro. Il molo finisce con un padellone-ristorante veramente fuori dall’ordinario e comincia con una montagnola di sabbia tanto sublime e improbabile da sembrare la naturale prosecuzione del monolite di 2001 odissea nello spazio. 

La spiaggia si allunga invece sull’asfalto dorato della Via dei Romei e si smarrisce regolarmente nei sentieri che portano nella Pineta di Dante.

Qualcuno sa dirmi se ci troviamo a Tombouctou oppure dentro a un Giardino zen?

A volte la nostalgia si appropria di un luogo, lo modifica, gli dona un’aura incantata, mostra cose che non ci sono e che forse non sono mai esistite.

Magari la prossima volta parleremo di un porticciolo turistico pieno di seconde e terze case, magari non ne parleremo proprio e chiederemo alla realtà di ripassare tra qualche millennio. Per adesso, caro lettore, ingoiamo questa Madeleine proustiana, e speriamo che non ci vada troppo di traverso.  

 

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