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Ricerche sull'anima di Alfonsine

Mitologie felici
“e’ mutooor”

di "Alfonsine mon amour"

Come tutte le parti di una foglia sono tenute insieme da un perno centrale, così tutta la Romagna è tenuta insieme dal rombo dei motori, dal rombo sacro di tutti i motori, dalla guzzi alla spaider, dal moschito fino alla ferrari. E cosa potrebbe mai succedere se, con un po’ di faccia tosta, cercassimo di sovrapporre al canto dei mutùr quel mantra tibetano dove la sillaba sacra OM indica dio e conduce all’assoluto? Molto probabilmente scopriremmo soltanto che, se non sono la stessa cosa, poco ci manca. Tutto questo è, per noi romagnoli, un qualche cosa di sacro, forse di neopagano, certamente di intimo e sorprendente come la piadina, la cordialità e la gioia di vivere.

 

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 1956 Prist (Rino Montanari) alla guida di un MV 48 e dietro  mostar (Luciano Lucci) su un “Cucciolo”, sullo sfondo Corso Garibaldi.

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1956 Danilo Faccani, con la sua mitica Lambretta
(la foto è stata gentilmente concessa dal figlio Pierluigi)

                              1960: il gruppo di piazza Monti in gita alla foce del Lamone

(da sinistra Riccardo e Rino Montanari, prof. Talebbe, Elio Morelli con la Lambretta 150 LI 2° Serie, Pietro Gessi (Scuchetta) e Luciano Lucci col Demm ’48)  

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1960 Lambretta e Lambrettini:

il gruppo di piazza Monti all'incrocio via Reale-Viale Stazione

 da sinistra Sergio Manzoni (Manzò), Riccardo Montanari (Boca), Elio Morelli (Morelò), Luciano Lucci (Mostar), Rino Montanari (Prist).

A quell'epoca (primi anni '60) ci lanciavano in corse notturne lungo la SS 16, fino a Camerlona, con potentissime vespe GS e supergalattiche lambrette Innocenti, ben lontani dalla Citroën sport con cui Françoise Sagan correva sulla costa azzurra spingendo l’acceleratore a piedi nudi. Facevamo gli esistenzialisti, apprendisti-operai della Marini e i futuri studenti sessantottini. Tutto però era cominciato con quella musica, il rock and roll, che costrinse a muoversi come facevano i negri e che accompagnò il risveglio del corpo.

 

... e poi vennero gli anni sessanta

Easy Rider: un chopper e via

 Le prime bande motociclistiche organizzate negli States vennero messe su da veterani della II Guerra Mondiale, teste calde che sfrecciavano a tutto gas lungo le strade delle cittadine americane.

Nel 1947 nacquero gli Hell’Angels (il primo nome era Boozefighters-Ubriaconi Combattenti): come tutte le altre gangs se le davano tra loro di santa ragione ad ogni weekend, dopo inevitabili sfide lungo in freeways (le superstrade dell’epoca).

Dal ‘53 il cinema si avvicinò a queste pittoresche tribù.

Nel film cult "il Selvaggio" un Marlon Brando caracollante, occhi sperduti, giubbotto di pelle e blue-jeans con 20 cm di orlo, interpreta il capo di una banda di centauri che assedia e tiene sotto controllo una comunità per parecchie ore. Le imprese di questi Black Rebels si ispiravano a un vero fatto di cronaca.

 Anche ad Alfonsine nacque una gang che si chiamarono "I Selvaggi" 

(chiedere in giro... o clicca qui)

 Sputannati e fuori tempo ormai gli Hell’s Angels divennero famosi in tutto il mondo proprio a causa di un brutale fatto di sangue: il terribile accoltellamento di un giovane nero al concerto dei Rolling Stones a Altamont, negli USA (dicembre ‘69). Il film Gimme Shelter documentò quei terribili momenti: chiamati dagli Stones a fare da servizio d’ordine, pare che esagerassero un po’ troppo.  

Ma gli hippies erano già la nuova era, per fortuna

 Ma già il mondo cambiava, per fortuna: gli hippies erano già la nuova era. Furono gli anni della non-violenza, pace-amore-e-libertà e così via.

Le motociclette furono personalizzate, la creatività era ovunque: anche i caschi venivano colorati a seconda della sensibilità dell’individuo. Il "chopper" era la moto che esprimeva questa nuova vitalità: l’individuo come essere unico, irripetibile.

 Easy Rider (1969), fu il film che interpretò questo nuovo modo di usare la moto.

Con Denis Hopper (che fu anche regista), Peter Fonda e Jack Nicolson nel film c’è l’innesto di un tema classico della narrativa americana

- il viaggio - nel quadro della cultura alternativa degli anni ‘60 (marijuana, musica pop, pacifismo, proposta hippy, crisi del mito americano, disagio giovanile).

La moto chopper diventò così anche da noi, in Italia, il segno di un modo di pensare e forse anche di essere. Si viaggiava in due e non in gruppo, si dormiva in sacco a pelo e si viaggiava

"a cercare l’avventura e qualsiasi cosa capiti sulla nostra strada"


Motociclista alfonsinese anni '70: Luciano Lucci con Guzzi 500 personalizzata

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 Eppure i motociclistici evocano strane paure ancestrali ancora oggi.
"Ma di che hanno paura?" Forse la spiegazione sta nelle parole di una battuta del film Easy Rider:
"Parlano, parlano di liberta' ma appena incontrano una persona veramente libera ne hanno paura."

Da venticinque secoli la cultura occidentale cerca di guardare il mondo. Non ha capito che il mondo non si guarda, si ode. Non si legge, si ascolta. La nostra scienza ha sempre voluto controllare, contare, astrarre e castrare i sensi, dimenticando che la vita è rumore e solo la morte è silenzio: rumori del lavoro, rumori degli uomini e rumori delle bestie. Rumori comprati, venduti e proibiti. Nulla di essenziale accade ove non sia presente il rumore. Oggi lo sguardo ha fallito, lo sguardo che non vede più il nostro avvenire, che ha edificato un presente fatto di astrazione, di assurdità e di silenzio. Allora bisogna imparare a giudicare una società in base ai suoi rumori, alla sua arte e alla sua festa, piuttosto che in base alle statistiche. Ascoltando i rumori, si potrà capire meglio dove ci trascina la follia degli uomini e delle cifre, e quali speranze sono ancora possibili.

I rumori di sera al Gulliver

Al rumore che facevano qualche tempo fa (2005) le bande di ragazzini scooterizzati, quando gareggiavano in piazza della Resistenza davanti al Gulliver ad Alfonsine, si è andato sostituendo uno sfrecciare di auto con stridore di gomme che non lascia per niente intravedere buone vibrazioni per il futuro, soprattutto per chi sorseggia birra, nel giardinetto di fronte al bar.

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