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GENERAZIONI RIBELLI ALFONSINESI

“I selvègg”
A wab bab a-lula-balam-bam-bum

di Luciano Lucci

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Alcuni dei “Selvaggi” di Alfonsine:

da sinistra Athos Savioli (Bisù), Ruiba, Luciano Baroncini (Ciano d’Bagigia), Gianni Taroni (Gianni d’Guelfo), Roberto Rossi (Puntò), Silverio (e’ dutor), Giancarlo Ricci (Giucà)

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Fred Buscaglione li aveva iniziati ai liquori pesanti ed era stato un tipo poco raccomandabile, che parlava sgrammaticato e portava i baffi: era il poeta che sapeva coniugare Hollywood con la borgata di campagna. Aveva più o meno lo stesso pubblico del rock and roll, anche se apparteneva a una generazione precedente e si serviva di schemi musicali diversi. Eppure era un personaggio eccezionale che serviva a spiegare un’Italia in cui i comunisti davano addosso al patto atlantico, dicevano “viva Mosca” e andavano a vedere i film di guerra di John Wayne e confessavano in segreto “… la Russia è così noiosa…” Quando nelle prime ora del 1960 il cantante morì in un incidente con la sua roll-royce rosa, i ragazzi entrarono in lutto. La mattina dopo non timbrarono il cartellino in fabbrica o a scuola, e masticando il loro bubble-gum rubato, ascoltando un suo disco con gli occhi lucidi sfilarono simbolicamente al suo funerale.

L’America ci aveva occupati, liberati, invasi tutto in una volta, con la guerra e il dopoguerra e adesso si preparava a trasformarci in una sua immagine. Era il fascino della seduzione e i giovani di allora si lasciavamo piacevolmente sedurre. Nei pomeriggi domenicali il whiskey di Dean Krupa era sostituito dal Millefiori Cucchi e non c’erano “bulli e pupe” se non disegnati sui giubbotti di pelle nera. Ma un’estate, nei campeggi del Villaggio del Sole a Porto Corsini, arrivarono le ragazze francesi e qualcuno cominciò a mettere in pratica quello che aveva visto al cinema.

Quei giovani erano in qualche modo contro/fuori dal sistema, almeno da quello della DC che aveva stravinto fin dal ’48… ma erano dentro quello della coca-cola.

“A wab bab a-lula-balam-bam-bum! Ciuri-frure-ou-ruri”

Ai ribelli alfonsinesi marziani del rock’n’roll e dei blue-jeans con cinquanta centimetri di orlo i soldi disperatamente mancavano e le auto spyder le vedevano solo nei film di James Dean: il consumismo andava a singhiozzo, i dischi passavano di mano in mano come preziosi testimoni e le prime fonovaligie LESA venivano trasportate da una casa all’altra come i ciclostili nel ’68. Il lavoro era il nemico giurato di quella generazione ribelle nata fuori dal fascismo. I genitori impazzivano per quei figli che al mattino, regolarmente non sentivano la sveglia suonare e se ne stavano attaccati alle lenzuola col mozzicone di sigaretta in bocca, come faceva Humphrey Bogart al cinema.

“Ciao Joe… tutto bene a Giorgio Washington? Ah-Ha-Ho-Ahh… ridotutto!” accanto al mito del rock’n’roll era esplosa in Italia la galassia Buscaglione. “Non sapete chi sono... non sapete chi sono…: sono Fred dal whiskey facile…”

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I RIBELLI DELLA BASSA si misero a fumare Camel e Lucky Strike, a bere cognac e a tentare qualche rischioso abbordaggio a ragazzine sole, che se ne andavano in bicicletta nei pomeriggi polverosi, lungo stradine assolate di campagna.

Intanto la radio,  la stampa e anche la TV innescarono una campagna contro tutti i giovani che portavano i blue-jeans: “sono tutti teppisti criminali”

Cosí si legge su un «Luneri di smembar» di quell'epoca:

«I i ciama i teddy boi / che dcardend ad fé i'eroi / sono fonte di dolori / per i loro genitori. Ma sti burdel chi è cui 'amena (chi li veste, ndr) / i bestemia, i foma, i mena... /

Lo scontro da qui arrivò dritto dritto dentro le famiglie, tra figli e genitori.

“Blue-jeans.. blue-jeans è un rock and roll / Ci volete proibire e volete punirci perché portiamo i jeans...

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Così anche ad Alfonsine nacque il mito dei teddy boys e un gruppo dei giovani ribelli senza causa si autonominò “I selvaggi”,  ispirandosi al film di Marlon Brando. Si muovevano dentro le nebbie della bassa Romagna da Mezzano, a Villanova fino a Comacchio, ma era il bar Edera di Marullo ad Alfonsine il loro quartier generale. Ogni tanto si sentiva parlare di qualche balera sfasciata, di risse furibonde, e fu così che anche i «selvaggi» di Alfonsine passarono alla leggenda: Ciano d’Bagigia, Giòm, Silverio, Giucà, Puntò, Bisù, e Panzò, Zezar, Rossi, Ruiba, e partigian, Cecco, Gianni d'Guelfo e così via.              

 

 ALTRI PIÙ INTELLETTUALI  
si lanciavano in corse notturne lungo la SS 16, fino a Camerlona, con potentissime vespe GS e supergalattiche lambrette Innocenti, ben lontani dalla Citroën sport con cui Françoise Sagan correva sulla costa azzurra spingendo l’acceleratore a piedi nudi.

Un gruppo dei “Selvaggi” davanti al bar Edera. 
Da sinistra:
Athos Savioli, Giucà, Gianni d’Guelfo, Angiolino e mazlèr, Ruiba, e’ Sciop, Zezar, Piero, Lino Ruiba.

Qualcuno frequentava pure le scuole superiori a Ravenna e ritrovava la sua quasi cultura nei testi delle canzoni dei cantautori francesi, o di Juliette Greco, cercando di mettere un muro contro il tentativo di integrazione che minaccioso avanzava. Nasceva l’esistenzialismo alfonsinese che marciava con occhiali neri, e fumava “Tre Stelle” e “Turmak” e i suoi epigoni avevano un mito: Parigi, Brigitte Bardotte e il film “Peccatori in blue jeans”, trasferendo nei pollai di famiglia la loro metropoli immaginaria. I cinema Aurora e Corso divennero luoghi di rito collettivo, dove una calda intimità univa tutti, e faceva viaggiare dentro sogni di luce: i selvaggi e gli esistenzialisti, i più giovani apprendisti-operai della Marini e i futuri studenti sessantottini. Tutto cominciò con quella musica, il rock and roll, che costrinse a muoversi come facevano i negri e che accompagnò il risveglio del corpo.

Io sono ribelle: non mi piace questo mondo che non vuole fantasia…”

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