Alfonsine


| Alfonsine |
Ricerche sull'anima di Alfonsine | Edifici importanti del '900 | I 'Maré' |

La villa Maré

detta poi Palazzo “Preda” o “dell’Ebe”  

(cliccare sulle foto per ingrandirle)

 

a cura di Luciano Lucci 

torretta.jpg (115776 byte)

Il viale con la torretta che fu abbattuta durante la guerra.. 
Il viale è attualmente ancora intatto e fa parte della Villa Flora, sorta nel dopoguerra sui ruderi del palazzo "Maré"

La villa padronale dei Marini (i Maré) è presente già in una mappa del 1838. Il capostipite Domenico Marini (1802- ?) nato ad Alfonsine sposò Lucia Massaroli (1805-?). Erano possidenti, cioè grandi proprietari terrieri: avevano 48 poderi. I Il figlio di Domenico, Francesco Marini, nato nel 1826 e deceduto nel 1898 ad Alfonsine, ma sepolto a Roma, sposò Maria Bartolotti, da cui ebbe un figlio Bruto Marini. Questi sposò a Roma la figlia di un senatore. Avendo ottenuto con le referenze di tale suocero l'appalto del trasporto pubblico di Roma con tram trainati da cavalli, nel 1868 si trasferirono tutti nella capitale.

La villa di Alfonsine rimase la loro villa di campagna dove tornavano ogni estate con tutta la famiglia per governare i loro interessi e per fare le vacanze. Era dotata di un parco e di un magazzini-cantina e stalle adiacente, detto poi "e' casarmò".

Il mito di questa ricchissima famiglia è rimasto impresso nell’immaginario collettivo tanto da dar luogo a una filastrocca recitata dai bambini del tempo (primi anni del ‘900) e tramandata fino ai nostri giorni, nel ricordo dei più vecchi di Alfonsine

La caroza di Maré / la scariola i bel babé, / La scariola la regina, /  zò par tera la piò znina

 

Francesco Marini
con la nipotina Luisetta

statua_bartolotti_maria.jpg (6968 byte)

Maria Bartolotti,
come appare dalla statua della tomba monumentale al cimitero del “Verano” di Roma

bruto_marini.jpg (6900 byte)

Bruto Marini

Bruto Marini, figlio di Francesco, coinvolto suo malgrado nei fatti della “Settimana Rossa”

La villa con la scalinata in travertino e la torretta

Quando erano assenti da Alfonsine gestiva i loro poderi Luigi Randi, detto Luigiò d’Maré proprio perché era il loro fattore. 
Nel giugno del 1914 durante la “Settimana Rossa” i rivoluzionari entrarono nella villa e chiesero di sequestrare beni alimentari. Bruto Marini che era il figlio di Francesco (deceduto nel 1898 ad Alfonsine, ma sepolto a Roma) era appena arrivato da Roma con la famiglia con la sua auto De Dion Buton (la prima auto apparsa ad Alfonsine), accolse i ribelli senza fare opposizione a braccia conserte lasciando che prendessero ciò che volevano. Pare che rubassero l’orologio a Luigiò.  

prima_auto_alfonsine_marini.jpg (42195 byte)

L'auto De Dion Buton dei Marini nel 1914

villa_marini_bimbi.jpg (196040 byte)

La villa con la scalinata in travertino

Negli anni '20 i Maré decisero di vendere tutte le loro proprietà e incaricarono Luigiò di procedere. Luigiò stesso acquistò diversi poderi, uno fu quello delle "Martelline" che arrivava da Corso garibaldi fino alla strada Rossetta.
Acquistò anche "e Cantinò": il magazzino-casarmone con relativi appartamenti (oggi vi si trova la Pizzeria "La Cantina" e la pasticceria "La perla", e il Conad-Margherita)
La "villa Maré" e relativo parco fu invece acquistata dal geometra dell'Ufficio tecnico comunale Antonio Preda, che aveva sposato la maestra Ebe Gramantieri. Così negli anni '30 il nome della villa divenne “Villa Ebe” o “Palazzo Preda”, e come tale venne denominato nella cartoline dell'epoca.

villa-mare-e-corso_garibald.jpg (174241 byte)

Villa Maré e Corso Garibaldi negli anni '20

 

Una villa sfortunata

Un piano della villa fu abitato dalla famiglia Preda (i due coniugi e un unico figlio), mentre il resto delle camere venne dato in affitto.

Il figlio Francesco Preda, un bellissimo ragazzo dagli occhi azzurri, era un appassionato di film e si fece regalare un proiettore e diverse pellicole che mostrava ai suoi amici. Un giorno d’estate, dopo essersi accaldato, ingerì una notevole quantità di gelato freddo e di birra; morì per un collasso in seguito all’indigestione: aveva sedici anni.

Francesco Preda 

francesco-preda.jpg (25820 byte)

Francesco Preda,
morto a sedici anni per un'indigestione
(dietro lui, nella foto, 
Alberto Minarelli, 
poi noto dottore di Alfonsine)

La madre depositò la sua collezione di pellicole nel magazzino del "CANTINONE" (così veniva chiamato dalla gente) di Luigiò, ex cantina, magazzino e stalle dei Marini

Durante la guerra una granata colpì il casarmone e si sviluppo un notevole incendio a causa dell’infiammabilità delle pellicole. Ciò determinò il crollo di gran parte dei piani dell’edificio, che era adibito al piano terra a magazzino del grano e negli altri due piani ad appartamenti vari, tra i quali anche quello di Luigiò.

neve-1929-corso-garibaldi.jpg (19803 byte)

La Villa di Maré e Corso Garibaldi nel 1929

viale_interno.jpg (73577 byte)

Il viale interno col parco

villa-marè-pinterno-part.jpg (226508 byte)

 

palazzo-distrutto.jpg (38551 byte)

Corso Garibaldi dopo il minamento tedesco. 
Si notano le macerie del Palazzo “Maré” 

Con l’occupazione tedesca si stabilì nella villa Maré un comando della Wermacht,  e poi delle SS, che per confondere gli aerei alleati fece stendere sopra il tetto un lenzuolo col simbolo della croce rossa. Nella villa oltre ai soldati tedeschi vivevano anche diversi civili che utilizzavano i sotterranei come rifugio.

Il 17 gennaio 1945 una bomba centrò il palazzo di Maré, in Corso Garibaldi ad Alfonsine

Un giorno, era il 17 gennaio del 1945, alcuni partigiani vennero a sapere che la sera prima era arrivato un importante comandante delle SS e riuscirono a comunicare l’informazione agli alleati. Arrivarono subito tre aerei Speedfire e uno arrivò a bassa quota da nord lungo l’asse del corso Garibaldi e riuscì a sganciare una bomba che colpì in pieno la villa penetrando dal tetto e scoppiando dentro. Crollarono tutti i piani interni e rimasero in piedi solo le mura esterne. Vi furono morti tra i tedeschi, circa sette o otto, compreso il comandante, un maggiore delle SS. Perirono anche alcuni civili, ma molti si salvarono perché erano rifugiati nei sotterranei. 
Perirono Emilia Filippi e Giulia Filippi di 56 anni entrambe.

Ecco come ha descritto la scena Tonino d’Cài nel suo libro di memorie:

“Un mattino, mentre stavamo macellando, udimmo un aereo sorvolare il paese a bassa quota e distinguemmo, fra il rumore che provocava, un colpo sordo: come quello di una fucilata o di una bomba non esplosa. Ci avvicinammo alla finestra ma non vedemmo nulla di strano e tornammo al nostro lavoro. Dopo un quarto d’ora circa arrivò al pronto soccorso un ragazzo con la testa fasciata, un ragazzo che noi tutti conoscevamo: era Livio. Ci raccontò con tremore che quell’aereo aveva sganciato una bomba e aveva colpito il palazzo d’Marè dove, nel sotterraneo, si trovavano decine e decine di persone, e la notte prima era arrivato anche un comando delle SS. A questo punto andammo di corsa con le barelle. Arrivati al palazzo non riuscivamo a capire in che modo la bomba lo avesse colpito, dato che non si vedeva alcuna rottura nella costruzione. Salimmo la bianca gradinata che portava al portone principale: la porta era divelta, ci affacciammo e rimanemmo sbalorditi nel vedere l’interno del palazzo colmo di macerie e cadaveri di militari e civili. Seppi, in seguito, incontrando in piazza due miei compagni e amici partigiani (Marii e Fiamett) mentre stavano entrando nella casa di Pitade’ (evidentemente di nascosto), che erano stati proprio loro a segnalare, tramite radio trasmittente, la presenza del comando S.S. nel palazzo di Marè. Quel giorno ci fu un lavoro immenso per noi: per ore e ore togliemmo macerie ed estraemmo cadaveri di civili e di S.S.. Portammo i morti al terzo piano del Municipio e li ripulimmo; i militari furono portati via dai loro camerati, mentre i nostri civili furono seppelliti provvisoriamente dietro al mercato coperto. Per fortuna una parte del sotterraneo aveva resistito e non era crollato, altrimenti avrebbe ucciso altre decine di persone.

Da quel momento i tedeschi divennero feroci: avevano la prova certa che i partigiani di Alfonsine erano in contatto col comando alleato e che avevano passato l’informazione per quel bombardamento mirato. La rappresaglia questa volta ci fu, anche se fortunatamente, non contro le persone: fu emesso un secondo ordine di sfollamento strada per strada, chi si fosse rifiutato sarebbe stato inviato in un campo di concentramento in Germania.

In seguito i tedeschi, consapevoli che solo un’informazione passata dai partigiani agli alleati poteva aver determinato quell’azione militare, decisero per rappresaglia di minare tutte le case di corso Garibaldi e della piazza Monti. Tra la fine di gennaio e i primi di febbraio il paese alla destra del Senio venne raso al suolo. La villa Maré era ormai del tutto crollata, mentre il casarmone era distrutto dall’incendio e non fu abbattuto. 
Quando anche Luigiò morì mitragliato nel suo podere da un aereo inglese, ereditò tutto suo nipote (figlio del fratello) Antonio Randi detto “Tugnazzé”.

Il quale non avendo soldi per pagare la tassa di successione vendette nell’immediato dopoguerra tutto il casarmone a Ernesto Contessi, suocero di Marino Marini, un’altra famiglia Marini che non era per nulla imparentata con quella precedente.

Marino Marini trasformò il casarmone nel secondo cinema di Alfonsine: il cinema Corso (il primo era il nuovo “Aurora” in piazza Gramsci).

Unico resto della villa dei Maré nel dopoguerra era la bianca scalinata in travertino che rimase sola, lungo il marciapiede, per una quindicina di anni, a testimonianza di un vuoto totale. I ragazzini di quel tempo utilizzavano per i loro giochi quella scalinata senza saperne l’origine: era il mistero di corso Garibaldi. Il signor Preda, che nel frattempo era rimasto vedovo e si era trasferito a Bologna, vendette alla fine degli anni ’50 tutto il terreno dove c’era la villa Maré ormai scomparsa, a Flora e Romano Gagliardi, i quali costruirono l’attuale villa abitata ancora oggi dai loro famigliari eredi.

villa_preda_corso_garibaldi.jpg (152412 byte)

La villa di “Maré” con la scalinata in travertino e la cancellata, che è 
l’unica rimasta oggi

(cliccare sulle foto per ingrandirle)

villa_mare_2000.jpg (85984 byte)

“Villa Flora” nel 2000
con la stessa inquadratura della foto di fianco

(cliccare sulle foto per ingrandirle)

villa-preda-paracarri-e-can.jpg (509444 byte)

Il cancello della Villa Maré e i due pilastri e un paracarro sono sempre lì (quindi dalla metà ‘ottocento).
Dei due paracarri ne è rimasto uno solo, mentre dell’altro è rimasta l’impronta, in quanto sarà stato tagliato.

(Il cancello è sempre lo stesso. Solo le punte sono state rifatte da Gagliardi negli anni '50 copiandole da quello della vecchia villa.)

villa mare paracarro oggi.jpg (122435 byte)

I paracarri servivano a impedire che la carrozza dei Maré urtasse accidentalmente, all'entrata e all'uscita, i pilastri della cancellata.

 

"La caroza di Maré / la scariola i bel babé, / La scariola la regina, / zò par tera la piò znina"

Il cancello della Villa Maré e i due pilastri sono sempre lì 
(quindi dalla metà ‘ottocento). 

QUEL PARACARRO DAVANTI A CASA MARINI (Villa Flora) in Corso Garibaldi.

  Negli anni '50 Romano Gagliardi e sua moglie Flora costruirono la "Villa Flora" che è attualmente (2016) abitata dai discendenti Mariannina, e Letizia Marini col marito Gabriele "Willer" Andraghetti.

Dei due paracarri ne è rimasto uno, mentre dell’altro è rimasta l’impronta in quanto è stato tagliato.10 anni fa salvò la vita Letizia Marini: un ubriaco si mise alla guida di un auto, e, sbandando, urtò il paracarro. Per fortuna la macchina si fermò lì, perché Letizia era proprio dietro al paracarro, mentre stava aprendo il cancello. (testimonianza del figlio di Letizia, Lorenzo)
I paracarri servivano a impedire che la carrozza dei Maré urtasse accidentalmente, all'entrata e all'uscita, i pilastri della cancellata.

| Alfonsine | Ricerche sull'anima di Alfonsine | Edifici importanti del '900 | I 'Maré' |