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Il '68 alfonsinese

... secondo Guido Pasi

Nel '68 Alfonsine non era un paese per diciottenni

 

di Guido Pasi

 

Alfonsine non era un paese per diciottenni. Specialmente nel ’68, quando ero io ad averne diciotto.

L’irrequietezza e lo spirito di ribellione che serpeggiava nella nostra generazione era vista con sospetto. 

Il grande partito che guardava tutto e a cui tutto riguardava, amava i regolari. Fu così che, per uno strano scherzo del destino, quando cominciammo ad aver fame di dibattiti frequentammo più le parrocchie che le sezioni. A noi capitò così. Non dico che fosse la regola ma molti di noi il ‘68 lo trascorsero, nelle aule e fuori, come lotta nella scuola. 

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Dopo la scuola invece cominciava la ricerca incessante di luoghi di discussione. Questi però si facevano assai rari quando si tornava al paesello. Spesso capitava che quel luogo fosse la saletta di Piazza Monti gestita da Don Vittorietti. 

Io del resto ero già stato con i boy scout a Firenze nel ’66 e lì avevo imparato, scavando e sfangando, chi era Don Milani. Con quegli stessi compagni di badile andammo per tutto il mio ’68 all’ITI che era stata occupata e spesso alle riunioni di “Impegno politico”, significativamente davanti al Duomo di Ravenna. 

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Fu lì che incontrai per la prima volta Massimo Serafini, destinato a diventare il nostro leader. 
Ma ad Alfonsine Massimo ci venne solo nel 1969, quando eravamo già un gruppo, pronto a diventare “quij de manifest”. 

Nel 1968 invece ad Alfonsine incontravo solo il Mostro e Prist (Luciano Lucci e Rino Montanari) che tornavano dall’Università e raccontavano occupazioni e sgomberi della polizia e poi, mano a mano, altri ragazzi con cui ci si vedeva in treno: Mario Maioli, Amos Calderoni che erano iscritti alla FGCI.


Federec, Prist e Pasò, Mostar

Nel 1968 io e Prist andammo anche in Ungheria e Romania con la sua cinquecento, in agosto. Tornammo a Budapest dalle spiagge del Mar Nero giusto in tempo per non poter proseguire per Praga: la strada era bloccata dai carri armati del Patto di Varsavia.

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Il PCI di Longo condannò quell’invasione, il PCI di Longo aveva incontrato i leader del movimento romano e aveva avuto i voti di quelli di noi che votavano. Il Pci di Alfonsine provò ad aprirsi ma non ne era capace. Non si fidava, eravamo irregolari, estremisti, facevamo volantinaggio davanti alla sua sala da ballo come se fosse la Bussola… e lui aveva una percentuale attorno all’ottanta per cento, aveva bisogno di non spaventare nessuno. Ad Alfonsine l’incontro fallì. In altre realtà come Lugo e dintorni riuscì. Noi invece cominciammo un lungo viaggio nel mondo extra e semiparlamentare. 

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Ottobre 1970: cinema Aurora Alfonsine. 
Luigi Pintor spiega il ruolo del gruppo del ‘Manifesto’,
un anno dopo l’espulsione del 25 novembre 1969

 

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Cinema Aurora nell’ottobre del 1970 con Pintor

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Ho detto spesso che considero un motivo di vanto il fatto che nonostante le asprezze di quegli anni, le calunnie dolorose, l’ostracismo subito, non diventammo mai anticomunisti e nemmeno anti-PCI.  

Per questo volli che la nostra entrata nel PCI nel 1984 si celebrasse al Milleluci di Alfonsine, con Magri e Dragoni e la sala piena quasi come era stato gremito il Cinema Aurora nell’ottobre del 1970 con Pintor. 

Quando ci guardammo attorno  e vedemmo la folla felice credemmo di essere alla fine del viaggio e invece…

 

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