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Il '68 alfonsinese

... secondo Loris Pattuelli

Credo di aver passato l’estate del sessantotto in compagnia di Daniele Brunetti e di qualcun’altro

 

di Loris Pattuelli                                                            

Il sessantotto? Poteva capitarci di peggio, credi a me. Comunque ce ne ha messo per arrivare e adesso nessuno è più capace di rimandarlo indietro. Siamo già al quarto decennale e, con un po’ di fortuna, ci potrebbero anche scappare altri tre o quattro bis. Sempre che gli Dèi, disubbidendo a Callimaco, non incomincino ad abbandonare da vecchi coloro che guardarono con favore quando erano fanciulli.

Il sessantotto? Peggio di quelli che ne parlano bene ci sono soltanto quelli che ne parlano male.

Ma ti sei mai chiesto, caro lettore, di cosa vanno mai cianciando i cerimonieri di questo evento epocale? A me sembra che parecchi lo confondano con gli anni di piombo e il brigatismo rosso, tutte robe che, se non ricordo male, erano una peculiarità della seconda parte degli anni settanta.

Per me il sessantotto è la critica dei saperi e dei poteri. Il resto è vintage, bingo, l’adorazione dei pastori, l’eterna promessa di un futuro ancora tutto da immaginare.

Il sessantotto, per quel che ne so, potrebbe anche essere soltanto un bel trenino partito molto in anticipo sulla sua tabella di marcia e che non è ancora arrivato in nessuna stazione di questo mondo.

Sapete quando è incominciato a cadere il muro di Berlino? Io dico nel sessantotto, e a farlo crollare sono stati i Beatles, mica il proletariato e la società dei consumi.

Io nel sessantotto avevo dieci anni più la metà di altri dieci. Diciamo pure che a  quel tempo ero già un millènne o, se si preferisce, un astronauta coetaneo di San Francesco e dei Cavalieri della Tavola Rotonda.

Loris Pattuelli e Mauro Baldrati

Andando indietro con la memoria, credo di aver passato l’estate del sessantotto in compagnia di Daniele Brunetti e di qualcun’altro che adesso preferisce restare in incognito. 

Si mangiavano pop-corn e si cantavano le canzoni di Fabrizio De André, e poi si suonavano anche gli smash hits di Jimi Hendrix e la pastorale  di Beethoven. 

Serve altro per inquadrare la vastità e l’urgenza di questa rivoluzione megagalattica?

Le notizie del maggio parigino le leggevamo su l’unità e, se devo proprio dirla tutta, io e Daniele ci sentivamo degli adolescenti non molto diversi dal Rimbaud  che stravedeva e pativa per la commune e per le mani di Jeanne Marie.

E Alfonsine? Alfonsine niente, niente se non una notizia del carlino che annunciava l’arresto del Mostro e di Prist.  I due tabacchi studiavano a Bologna e avevano avuto la bella idea di occupare l’università . 

Potevamo mai sperare di trovare eroi senza macchia e senza paura più appropriati e caserecci di questi? Non credo, non credo proprio.

Il sessantotto? Per me questo evento è ancora troppo universale e troppo personale, troppo urgente e troppo insufficiente, troppo celebrato  e troppo equivocato.

Non avendo da dire cose più belle del silenzio, avrei fatto sicuramente meglio a tacere. Ma per questo ci vuole ancora un po’ di pazienza.

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