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Alfonsine

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La vita spericolata di Pirì d’Cesti

di Luciano Lucci
 

"Animo bellicoso, di statura media, Cesti, altrimenti detto Pirazza, ha l'aspetto di un torello di tipica razza romagnola: capelli neri tagliati a zero e per contrasto un barbone ispido da guerrigliero, sguardo fiero, simpaticamente attaccabrighe, di umore volubile; grida, sghignazza o ti confessa sconsolato qualche segreto stato d'animo, va d'accordo con chi gli va a genio”. 
      Un simpatico profilo di Pietro Cesti pilota, descritto da un compagno d'armi e d'avventure, il maresciallo dell'aeronautica Aldo Bargaglio. 
Un profilo che descrive come meglio non si potrebbe il personaggio. 

 

Marzo 2012: se ne è andato Pietro Cesti

Nel giugno 2011, come si vede dalla prima foto, Pietro era ancora uno splendido vecchietto novantaduenne che si aggirava per le strade alfonsinesi a piedi con una 'zanetta'. 

Non più (come fino a un anno prima) alla guida una Panda bianca con cui sembrava sempre in fase di atterraggio e ciò rendeva preoccupato e un po' allarmato chiunque assistesse al suo passaggio.  

Eppure incontrando quegli occhi ancora vispi, e quella faccia da Ho Ci Mhin era possibile cogliere un'aura, un qualcosa che faceva trasalire, che ci rimetteva in contatto con le cose, i luoghi e le persone "magiche" "geniali", con l'anima di questo paese

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Pietro Cesti (2011)

(un click sulle foto per avere gli ingrandimenti)

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Pietro Cesti (2006)

Nato ad Alfonsine nel 1919 da Giovanni Cesti e da Maria Marini, sorella di Giuseppe (Fitti) e Antonio (Magass), Pirì d'Cesti si caratterizzò fin da giovane per il suo spirito fiero e indipendente, deciso nei giudizi, non amante di giri di parole o di mezze verità: bianco è bianco e nero è nero. Questa fu la casa di tre generazioni "Cesti". Si trova a Borgo Seganti.


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Sopra: Casa della famiglia Cesti, com'era anni fa
A destra: la casa venduta dagli eredi,
ma ora (2021) disabitata

Pietro Cesti frequentò la scuola di Borgo Gallina a destra nella foto 

Un episodio della sua vita che lo rese impermeabile alla retorica fascista fu quando il padre, che era stato un fascista della marcia su Roma del '22, (espulso dal PNF nel 1923) ebbe uno scontro con i nuovi squadristi degli anni '30: questi stavano infierendo contro un professore di musica, amico del padre, che era diventato alcolizzato per motivi esistenziali. 

Quel giorno suo padre lo stava accompagnando a casa dall'osteria del Bar Centrale, all'incrocio di via Reale con la via Raspona, quando uno squadrista della milizia fascista, tal Osvaldo Santoni, veterinario del paese, insieme ad alcuni camerati lo insultò e picchiò. 

Il padre di Cesti li apostrofò ma il Santoni, per questo, lo prese a schiaffi. Quell'episodio ebbe conseguenze sulla vita di Piero tanto che non diventò mai fascista convinto. 
Prenderà la tessera solo per avere il brevetto di pilota civile.

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1^ fila in alto da sin.: Valdo Montanari, Ernesto Vecchi, Angelo Emaldi, Giuseppe Galletti, Pietro Cesti, Ezio Marcucci. 
2^ fila: Elsa Tasselli, Gigina Trioschi, Tonina Manetti, Amedea Ravaglia, Luigi Bedeschi, Bruno Tramontani. 
3^ fila: Antonio Emaldi, Bernardina?, Antonio Marini, Iride Costa, Innocente Castelli, Giovanni Ravaglia. 

"A 16 anni fui picchiato
dai fascisti che finalmente
dopo diversi tentativi mi
tesero una imboscata nell'angolo
della carraia Pastogi
e canale naviglio
(Bastogi ndr)
Fui fortunato che avevo lasciato la
pistola ai Bedeschi a Villanova,
altrimenti avrei sparato e sarebbe
stata la rovina di tutta la mia
vita. Non tolleravano che parlassi 
male del fascismo e della guerra
in Africa.
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Pietro Cesti fa parte di una lunga schiera di alfonsinesi (dodici per l'esattezza) che negli anni '30 presero il brevetto di pilota aeronautico e che quando furono chiamati al servizio militare pilotarono aerei da guerra. Quando la guerra scoppiò per davvero furono richiamati e impiegati in varie operazioni belliche.

Studente con la 3° complementare, frequentò il corso di pilotaggio alla Spreta di Ravenna conseguendo il brevetto, come avevano fatto prima di lui vari alfonsinesi. Quando fu chiamato sotto le armi decise di partecipare al concorso bandito dalla Regia Aeronautica per l'arruolamento di sottufficiali piloti di complemento e fu inviato in congedo illimitato provvisorio come allievo sergente pilota. Pochi mesi prima della Dichiarazione di Guerra dell'Italia, venne richiamato. 

Assegnato alla "scuola Caccia" a Gorizia, con la nomina di sergente pilota durante un volo di prova su un aereo revisionato vide una vampata uscire dal motore. Le fiamme invasero l'abitacolo con un'esplosione che sembrò squassare la fusoliera.

"Perdevo rapidamente quota e decisi quindi di lanciarmi; precipitavo nel vuoto con le mani appoggiate al ventre e aspettavo lo strappo di apertura del paracadute, ma mi resi conto che questo tardava più del previsto. Aprii gli occhi e vidi volteggiarmi davanti il moschettone rotto. Non mi restava che tirare la maniglia di sicurezza e poco dopo dondolavo lentamente. Il vento mi spostò verso la sponda, proprio dove correvano i cavi dell'alta tensione.” 


A fatica riuscì a salvarsi tirando le corde del paracadute da una parte e dall'altra, allontanandosi dalla traiettoria di caduta che lo avrebbe portato sui cavi dell'alta tensione. 

Un mese dopo, il 3 marzo del '42 fu assegnato al 51° Stormo Caccia del comandante Remondino, schierato a Ciampino Sud e in procinto di trasferirsi in Sicilia per prendere parte alle operazioni sul Mediterraneo. 

All'inizio di luglio, però, un altro incidente. "Era quasi mezzogiorno quando il comandante mi ordinò di provare un Macchi 200. Facendo acrobazia in salita verticale, a 2.000 metri il motore improvvisamente perse potenza e l'apparecchio, dopo diversi capovolgimenti, non rispose più ai comandi e cadde in vite piatta. Pur sapendo che il Macchi 200 non usciva da quella posizione, tentai più volte di rimetterlo in assetto normale di volo. Tutto inutile: i comandi erano come in folle, inefficaci, per cui decisi di lanciarmi col paracadute. Mi trovavo a testa in giù e credevo che questo mi avrebbe facilitato il compito, invece, per quanto tirassi a più non posso aggrappato alla carlinga con le braccia fuori dall'abitacolo, la forza centrifuga mi teneva schiacciato dentro. Rientrai e ripresi i comandi, ripetei la manovra, ma tutto inutile. Intanto avevo perso molta quota e cominciò ad assalirmi il panico: lo spettro della morte confondeva i miei pensieri, vidi mia madre che piangeva, il mio funerale, poi tra tutti i fulmini che mi attraversavano il cervello ebbi un'illuminazione: carrello e flap fuori, tutto motore. Eseguii istantaneamente e l'aereo si fermò col muso rovesciato leggermente verso terra ed io mi tirai fuori. Contai fino a dieci, tirai la maniglia di sicurezza e il paracadute si aprì. Dopo pochi secondi toccai il suolo sano e salvo". 

Qui c'è tutto il diario di Pietro Cesti su quel periodo (cliccare o toccare)


La visita medica alla quale viene sottoposto trovò però qualcosa che non andava. Fu infatti dichiarato "idoneo al pilotaggio e al servizio coloniale, ma inabile al volo in alta quota". 

Fu poi destinato alla 300° Sq. Caccia Notturna schierata alla difesa di Roma, ma per dissapori col comandante trasferito a Caselle in forza a una squadriglia di caccia che dovevano scortare i convogli aerei da Reggio Calabria alla Tunisia e alla Libia. Il sergente Cesti effettuò in quel periodo parecchi voli fino a quando la sua esuberanza gli giocò un altro brutto tiro: alla conclusione di un ennesimo volo decise di compiere una serie di piroette in cui sembrava voler prendere la coda a sé stesso. Infine si presentò al campo radendo il prato, mietendo gli steli dell'erba fino a terra, finché il motore ferito emise un lamentoso ruggito e le pale dell'elica si piegarono a baffo. 

Gli comminarono un po' di giorni di "cipierre" per dargli modo di valutare il suo colpo d'occhio. In seguito fu trasferito col reparto in Sicilia a Sciacca (Ag), in zona d'operazioni. Ormai pilota militare da tempo, aveva volato molto e ne aveva passate delle brutte, ma adesso il ballo cominciava per davvero: partecipò ad azioni di guerra, scortò gli aero-convogli che facevano la spola con gli aeroporti dell'Africa settentrionale, andò incontro al nemico e toccò con mano tutti i limiti della nostra organizzazione. "Avevamo pochi aeroplani, se c'era una cosa mancava l'altra, senza l'olio di ricino i motori si surriscaldavano... non si poteva mandare dei ragazzi a morire in quel modo. Che schifo la guerra!".
Fedele al personaggio un po' guascone, fuori dagli schemi, Cesti si lasciò crescere la barba, si fece tagliare i capelli a zero: era davvero la "mascotte" della squadriglia.


Col barbone al vento ghignava con beata incoscienza


Nel marzo del '43 l'ennesima missione: due aerei in tutto, quello del serg. Bargaglio e lo stesso Cesti, dovevano assicurare la scorta diretta a un convoglio di aerei da trasporto e bombardieri, che da Castelvetrano andavano ad El Aouina, cento minuti di volo. Durante l’atterraggio all'improvviso un gregge sbucato da chissà dove attraversò la striscia di atterraggio: il Cesti ne investì un mucchio riuscendo ciò nonostante a mantenersi in linea, senza inclinarsi. 

Due estremità delle pale dell'elica risultarono piegate a baffo (ancora!). Ma Cesti era un tipo pieno d'inventiva e cogli occhi luccicanti, illuminati da una brillante idea, si rivolse al compagno di viaggio: "Senti un po', se noi segassimo le estremità piegate e pareggiassimo ad esse quella rimasta dritta, il problema dovrebbe essere risolto. Cosa vuoi che sia un po' di pala in più o in meno?!" Il proposito venne subito messo in atto e, seppur contro ogni logica della tecnica aeronautica, Cesti riuscì a decollare e a raggiungere Sciacca, con il motore che sembrava avere il ballo di San Vito e lo stesso pilota che, col barbone al vento, "ghignava con beata incoscienza”.

 

A 17 anni

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17 anni Tanti sogni nel cuore!

Il brevetto di pilota civile.
L’aereo lo pilotava io, come l’avevo sognato fin da fanciullo, ogni volta che un aereo passava nel cielo.
17 anni finalmente brilla l’Aquila sul mio petto.
Chi può cancellare il ricordo, il palpito del cuore, quando in un mattino di sole l’aereo lo pilota l’istruttore, dopo l’atterraggio rulla sulla pista e ferma l’aereo verso la pista di decollo, scende si avvicina ti guarda negli occhi, batte sulla spalla e dice: “Adesso fai tre atterraggi”. VAI! Da solo l’aereo stacca le ruote, battono i tacchi delle scarpe nella carlinga. Emozioni? No il cuore vuole scoppiare. Sono io che ti porto in cielo caro avione.


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Pietro Cesti davanti al "suo" aereo

Non avevo ancora 22 anni pilotavo questo aereo MACCHI 200, che era il più veloce e acrobatico del mondo . La prima volta che mi alzai nel cielo, alla scuola di acrobazia di Gorizia, l'aereo era integro senza serbatoio supplementare e senza armi, non finiva più di salire verso il cielo e il toneau in piedi, lento bello quasi accarezzevole si impossessò di me, due grossi goccioloni scesero sulle guance, era una sensazione meravigliosa che mi ha accompagnato e mi accompagna sempre. L'aereo aveva un difetto: non bisognava virare coi piedi, ma con la cloche quando veniva costretto in virate strette, oltre un certo GRADO G, partiva in auto rotazione, o a sinistra o a destra, secondo dove il pilota aveva il piede fuori centro. Non c'erano descrizioni d'uso, gli istruttori lo avevano ben sperimentato, ma non conosciuto fino in fondo. Dopo la guerra nel tunnel del vento sembra fosse appurato che il difetto aero dinamico fosse nei piani di coda in corrispondenza del grosso motore stellare, quando in virata stretta, o cabrate e a rovesciata d'ali, l'aereo dava una leggera battuta d'ala. 

Pietro Cesti: allievo sergente pilota


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Pietro Cesti mentre sale sull'aereo

 

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8 settembre 

Dopo l'8 settembre piantò tutto e raggiunse Alfonsine. 

Restò un po' indeciso sul da farsi poi si presentò come altri alla  2a Z.A.T. (Zona Aerea Territoriale) a Padova. 

Qui qualcuno insistette perché andasse nell'Aviazione della Repubblica Sociale, ma lui non ne volle sapere: 
"I tedeschi proprio non li sopportavo
- commenta - con quelli le ho sempre prese!".

La sua scelta fu invece un'altra, netta e totale come ogni altra sua decisione: 

entrò nella Resistenza e da partigiano combattente partecipò attivamente alla lotta di liberazione. 

Cliccando o toccando qui c'è il suo resoconto su "La battaglia della Rotta Martinella" a cui partecipò in prima persona

Si trovò così a essere commissario politico della 5° Compagnia della 28 Brigata Garibaldi, a combattere la battaglia delle Valli e a partecipare alla liberazione di Ravenna. 

 

La sua immagine è immortalata nella foto qui a destra in cui si vedono i reparti di partigiani sfilare, in piazza del Popolo a Ravenna il giorno della smobilitazione della 28° Brigata. 

Il partigiano sulla moto a destra è Pietro Cesti in Piazza del Popolo a Ravenna il 20 maggio 1945, giorno della smobilitazione della 28° Brigata Garibaldi. Il motociclista di sinistra: Alessandro, il porta ordini della 28° brigata. 

Tornò alla vita e cominciò a lavorare la terra dei suoi vecchi, "... ero esperto pilota dell'aviazione italiana, la guerra mi faceva schifo. Non chiesi un posto in comune né della camera del lavoro. Badai a me stesso, chiesi solamente un poco di rispetto, che non sempre ho avuto". 

Iscritto al PCI, ne uscirà nel 1958

Nel dopoguerra si iscrisse al Partito Comunista Italiano e svolse attività giornalistica per il quotidiano di partito l'Unità. 

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La tessera da partigiano

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"Il primo partigiano ad entrare alla porta S. Alberto al mattino del 5/12/44 Evviva."

 

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Qui sulla destra, la foto e la storia dei palloncini lanciati ad Alfonsine nel 1953 contro la Legge Truffa e contro la condanna dei coniugi Rosenberg, e il suo articolo sull'Unità.

Il Cesti ricorda che l’evento del cartello coi palloncini aveva il motto “liberate i Rosenberg” (una battaglia che i progressisti di tutto il mondo fecero negli anni della “caccia alle streghe” negli USA contro la condanna a morte, poi avvenuta, di una coppia di ebrei accusati di spionaggio. Non ci furono mai prove certe su questo e anni dopo si dimostrò la loro innocenza. Furono condannati a morte con un processo pieno di falsità.)

Nella foto scattata dal Cesti si vede il cartello che nella parte leggibile riporta “Abbasso la legge truffa”, e forse nell’altro lato citava il caso ‘Rosemberg”.

 

Il maresciallo dei Carabinieri di Alfonsine lo richiamò in caserma per avere la foto, ma Pietro rifiutò e la fece pubblicare il giorno dopo sulla cronaca locale del quotidiano "L'Unità".

 

 

Per questa sua azione Pietro Cesti scrisse, in una memoria qui di fianco, - “dopo 15 giorni su ordine del Ministero degli Interni mi fu ritirato Passaporto, e Brevetto da Pilota". 

 



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Foto scattata da Pietro Cesti

Dall'Unità del 29 gennaio 1953 (di Pietro Cesti)

"Non è una comune operazione quella che alcuni giorni fa i carabinieri hanno portato a felice compimento. Si trattava, nientemeno, che di togliere un cartello contro la truffa elettorale, inneggiante alle libertà democratiche ora minacciate, alla Costituzione repubblicana, ecc. collocato nottetempo in luogo piuttosto scabroso per un'azione di recupero. Accidenti agli acrobati. Un bel groviglio di palloncini colorati sosteneva questo cartello a circa 20 metri sopra il livello dell'argine del fiume Senio. Per nulla impressionati, i militi della benemerita escogitavano allora un piano che, con dovizia di mezzi, doveva portare alla rimozione del terribile cartello. La pertica, che costituiva un po' la chiave di volta dell'operazione, era purtroppo corta e così, dopo alquanti sforzi materiali e mentali, il suo uso fu scartato. Gli spettatori, in gran parte ragazzi che aspettavano i palloncini (non sapendo che erano corpo del reato e quindi requisibili), respirarono in attesa che si iniziasse la seconda fase dell'attacco. Che si sviluppò a grandi linee nella seguente maniera: lasciati due piantoni, i rimanenti carabinieri, improvvisati pompieri, partivano velocemente in jeep e ritornavano immantinente con ciò che pareva servire al caso. Un lungo filo cioè, con un peso legato in cima. E dopo ripetuti lanci più o meno abili di questo peso, finalmente un grido trionfale di vittoria: il cartello era preso. Terminava così alle ore 12 e qualche cosa la brillante operazione iniziatasi alle dieci circa, per il buon esito della quale devesi rendere assoluto merito alla perizia ed allo sprezzo del pericolo dimostrati dalla nostra benemerita arma."

Dopo la guerra
durante il governo Scelba e la 
Celere avvenne che in America
avevano condannato i Rosemberg
spie per i segreti atomici, ai 
Russi! Si scatenò in Italia
una battaglia col motto liberate
i Rosemberg! Un cartello
grande era stato messo sui 
fili Alta Tensione vicino al
Ponte della Piazza. Il cartello
pendeva volava sempre e tentativi
dei carabinieri erano ridicoli.
Io li fotografai. Il maresciallo
Manzo, siciliano, mi chiamò
in caserma. Mi dia le foto, è
un ordine. Risposì, sono corri=
spondente dell'unità e le foto
appartengono al giornale.
Le foto e l'articolo furono
pubblicate con successo.

Fui richiamato in caserma
e il maresciallo sorridente e a denti stretti mi disse:
Me la pagherà. E la pagai
salata. Dopo 15 giorni
 su ordine del Ministero degli Interni mi fu ritirato passaporto, e 
Brevetto da Pilota. Differito 
a tutti gli aeroporti a non
consegnarmi aerei.

 

 

 

10 anni senza brevetto militare 
e vietato passare alle linee civili. 
Un brevetto come il mio richiedeva anni di scuola
e di allenamento. 
Il mio brevetto era 
omologato su 35 tipi
di aereo e con moltissime 
ore di volo. 
Ma io avevo difeso i miei 
diritti di giornalista a 
l’Unità. Ironia della 
sorte: difesi il popolo Ungherese contro l’armata 
rossa e IMRE NAGY l’ultimo difensore della libertà. La 
mattina che fu fucilato, col giornale in mano detti le mie dimissioni scritte dal PCI, e non me ne pento.

Pietro Cesti aveva partecipato al Festival della Gioventù a Budapest. dove aveva fatto subito conoscenze e amicizie ed era venuto in contatto con diverse persone importanti della intellighentia ungherese. 

Dopo l'invasione sovietica del '56 era tornato ancora in Ungheria. 

Seguì l'evoluzione della situazione con apprensione e fu vicino agli intellettuali comunisti di Budapest, che avevano apprezzato Imre Nagy. 

Quando il 16 giugno 1958 si ebbe la notizia dell'esecuzione del ex-primo ministro Imre Nagy, processato e condannato a Mosca da parte dei sovietici, Pietro Cesti decise di restituire la tessera del partito comunista. 

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Al Festival Mondiale della Gioventù Democratica di Berlino, due delegati di Alfonsine: a sinistra Pietro Cesti, a destra Ulisse Ballotta.

Alla Fiera dell'Est...

Personaggio strambo e curioso, oltre ad essere citato nelle memorie del suo ex-commilitone, maresciallo Barbaglio, è al centro di un libro pubblicato nel 1959 da un famoso letterato ungherese Fusi Jozsef "Tengeri szél"

Si erano conosciuti Budapest negli anni del dopoguerra e Füsi József aveva fatto viaggio in Italia, durato sei mesi, molti dei quali trascorsi a casa di Cesti, in Alfonsine. 

Il racconto di quel viaggio e soprattutto delle storie vissute a casa Cesti, ci dà uno spaccato autentico di vita alfonsinese nell'anno 1958. 

Segue un'articolo scritto da Judit Józsa, Docente di italiano presso il Dipartimetno di Italianisti dell'Univeristà degli Studi di Pécs, dove insegna storia della lingua, sociolinguistica e didattica dell’italiano

József Fusi
 (scritto da Judit Józsa)

Traduttore, insegnante di italiano, ex-direttore della scuola italiana di Budapest nel 1959 vince una borsa di studio di tre mesi, assegnatagli per fare delle ricerche su Garibaldi. Così parte per l’Italia. Ne nasce un libro “Tangeri Szel” (Vento di Mare), molto bello, commovente, una vera descrizione di viaggio d’ autore. Fusi vive in un ambiente italiano, in famiglia: il professore è ospite di un suo amico italiano, conosciuto a Budapest, che vive in un piccolo paese della Romagna, Alfonsine. Attraverso la vita in famiglia si conoscono tante cose: un pezzo di mondo italiano anni Cinquanta, tante persone e tanti luoghi non turistici: i veri protagonisti del libro. 

Il professore accompagna ogni giorno il suo amico, il meccanico Pietro Cesti, nei suoi viaggi d'affari nei dintorni, ma anche a Ravenna, a Bologna, a Firenze, avendo così modo di conoscere tanta gente, tanti angoli nascosti, tanti aspetti della vita di questo Paese. 

 

 

 

 

Qui sopra la copertina del libro “Tangeri Szel” (Vento di Mare)
(cliccando o toccando la foto di copertina potrete leggere alcune della pagine del libro tradotte dall'ungherese dal sottoscritto che riguardano Alfonsine e Pietro Cesti)

 

Pietro Cesti con Giovanna, la terza figlia nata nel 1959

 

Di questi viaggi vengono descritti non tanto i monumenti, i musei (questo è stato già fatto da altri) ma le persone e le caratteristiche della vita quotidiana con la tv, con il Festival di San Remo (era l’anno in cui vinse «Il blu dipinto di blu»). Nella seconda metà del suo soggiorno va a visitare i luoghi garibaldini. Siccome ha pochi soldi, spera di trovare ospitalità presso amici, ex-allievi che poi, come risulterà, non sempre si comportano bene con il vecchio professore senza soldi, che avrebbe bisogno di esser aiutato un po'. 

Comunque riesce a compiere il viaggio, ad arrivare anche in Sardegna. Tornato a Budapest, scrive il libro su quel viaggio in Italia dal titolo “Tangeri Szel” (Vento di Mare) (1959), uno poi sulla vita di Garibaldi “Búcsúzom, Garibaldi” (1959) e un anno dopo muore

 

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Un disegno di Cernus Tibor che rappresenta József Fusi nel viaggio in italia descritto in “Tangeri Szel” (Vento di Mare)

 

Peccato che quel libro, molto diffuso all'epoca in Ungheria, non abbia avuto mai una traduzione in italiano. 

(ci ho provato io traducendo alcune pagine che riguardano Alfonsine, utilizzando google traduttore, cliccare o toccare qui

In quegli anni il Cesti aveva avviato ad Alfonsine un'attività nel settore maglieria, attraverso una vasta rete di lavoranti a domicilio. 

All'inizio degli anni '60, già padre di tre figlie, fu assunto alla ditta Marini (i proprietari erano suoi cugini) dove ebbe il compito di aprire le esportazioni sul mercato dell'est: cosa non facile per quei tempi.

Comunque, attraverso l'allestimento di stand alle fiere campionarie dell'Europa dell'Est (8 Fiere a Budapest in Ungheria, 6 a Brno in Cecoslovacchia, 6 a Poznam in Polonia, 2 a Belgrado e 3 a Zagabria in Jugoslavia, 3 in Bulgaria, 6 a Mosca in Russia), utilizzando le conoscenze fatte nei periodi precedenti e un buon uso delle lingue, riuscì ad aprire quel mercato ai prodotti della Ditta Marini.

Dal 1985, l’anno in cui la Marini divenne parte del Gruppo Fayat, lavorò per alcuni anni come libero professionista per Fayat, poi andò in pensione.

Pietro Cesti il terzo da sinistra, in fiera a Budapest.

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Pietro Cesti (2008)

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