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La vita spericolata di Pirì d’Cesti

"Animo bellicoso, di statura media, Cesti, altrimenti detto Pirazza, ha l'aspetto di un torello di tipica razza romagnola: capelli neri tagliati a zero e per contrasto un barbone ispido da guerrigliero, sguardo fiero, simpaticamente attaccabrighe, di umore volubile; grida, sghignazza o ti confessa sconsolato qualche segreto stato d'animo, va d'accordo con chi gli va a genio”. 

Un simpatico profilo di Pietro Cesti pilota, descritto da un compagno d'armi e d'avventure, il maresciallo dell'aeronautica Aldo Bargaglio. 
Un profilo che, a distanza di oltre sessant'anni, descrive ancora come meglio non si potrebbe il personaggio. 

(un click sulle foto per avere gli ingrandimenti)
 

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Pietro Cesti (2011)

Marzo 2012: se ne è andato Pietro Cesti. Nel giugno 2011, come si vede dalla foto, Pietro era ancora uno splendido vecchietto novantaduenne che si aggirava per le strade alfonsinesi a piedi con una 'zanetta'. Non più (come fino a un anno prima) alla guida una Panda bianca con cui sembrava sempre in fase di atterraggio e ciò rendeva preoccupato e un po' allarmato chiunque assistesse al suo passaggio.  Eppure incontrando quegli occhi ancora vispi, e quella faccia da Ho Ci Mhin era possibile cogliere un'aura, un qualcosa che faceva trasalire, che ci rimetteva in contatto con le cose, i luoghi e le persone "magiche" "geniali", con l'anima di questo paese. 

Pietro Cesti fa parte di una lunga schiera di alfonsinesi (dodici per l'esattezza) che negli anni '30 presero il brevetto di pilota aeronautico e che quando furono chiamati al servizio militare pilotarono aerei da guerra. Quando la guerra scoppiò per davvero furono richiamati e impiegati in varie operazioni belliche.

Nato ad Alfonsine nel 1919 da Giovanni Cesti e da Maria Marini, sorella di Giuseppe (Fitti) e Antonio (Magass), Pirì d'Cesti, così è conosciuto in paese, si caratterizzò fin da giovane per il suo spirito fiero e indipendente, deciso nei giudizi, non amante di giri di parole o di mezze verità: bianco è bianco e nero è nero. Un episodio della sua vita che lo rese impermeabile alla retorica fascista fu quando il padre, che era stato un fascista della marcia su Roma del '22, (espulso dal PNF nel 1923) ebbe uno scontro con i nuovi squadristi degli anni '30: questi stavano infierendo contro un professore di musica, amico del padre, che era diventato alcolizzato per motivi esistenziali. Quel giorno suo padre lo stava accompagnando a casa dall'osteria del Bar Centrale, all'incrocio di via Reale con la via Raspona, quando uno squadrista della milizia fascista, tal Osvaldo Santoni, veterinario del paese, insieme ad alcuni camerati lo insultò e picchiò. Il padre di Cesti li apostrofò ma il Santoni, per questo, lo prese a schiaffi. Quell'episodio ebbe conseguenze sulla vita di Piero tanto che non diventò mai fascista convinto. Prenderà la tessera solo per avere il brevetto di pilota civile.
Studente con la 3° complementare, frequentò il corso di pilotaggio alla Spreta di Ravenna conseguendo il brevetto, come avevano fatto prima di lui vari alfonsinesi. Quando fu chiamato sotto le armi decise di partecipare al concorso bandito dalla Regia Aeronautica per l'arruolamento di sottufficiali piloti di complemento e fu inviato in congedo illimitato provvisorio come allievo sergente pilota. Pochi mesi prima della Dichiarazione di Guerra dell'Italia, venne richiamato. Assegnato alla "scuola Caccia" a Gorizia, con la nomina di sergente pilota durante un volo di prova su un aereo revisionato vide una vampata uscire dal motore. Le fiamme invasero l'abitacolo con un'esplosione che sembrò squassare la fusoliera. "Perdevo rapidamente quota e decisi quindi di lanciarmi; precipitavo nel vuoto con le mani appoggiate al ventre e aspettavo lo strappo di apertura del paracadute, ma mi resi conto che questo tardava più del previsto. Aprii gli occhi e vidi volteggiarmi davanti il moschettone rotto. Non mi restava che tirare la maniglia di sicurezza e poco dopo dondolavo lentamente. Il vento mi spostò verso la sponda, proprio dove correvano i cavi dell'alta tensione.” 
A fatica riuscì a salvarsi tirando le corde del paracadute da una parte e dall'altra, allontanandosi dalla traiettoria di caduta che lo avrebbe portato sui cavi dell'alta tensione. 

Un mese dopo, i1 3 marzo del '42 fu assegnato al 51° Stormo Caccia del comandante Remondino, schierato a Ciampino Sud e in procinto di trasferirsi in Sicilia per prendere parte alle operazioni sul Mediterraneo. 

All'inizio di luglio, però, un altro incidente. "Era quasi mezzogiorno quando il comandante mi ordinò di provare un Macchi 200. Facendo acrobazia in salita verticale, a 2.000 metri il motore improvvisamente perse potenza e l'apparecchio, dopo diversi capovolgimenti, non rispose più ai comandi e cadde in vite piatta. Pur sapendo che il Macchi 200 non usciva da quella posizione, tentai più volte di rimetterlo in assetto normale di volo. Tutto inutile: i comandi erano come in folle, inefficaci, per cui decisi di lanciarmi col paracadute. Mi trovavo a testa in giù e credevo che questo mi avrebbe facilitato il compito, invece, per quanto tirassi a più non posso aggrappato alla carlinga con le braccia fuori dall'abitacolo, la forza centrifuga mi teneva schiacciato dentro. Rientrai e ripresi i comandi, ripetei la manovra, ma tutto inutile. Intanto avevo perso molta quota e cominciò ad assalirmi il panico: lo spettro della morte confondeva i miei pensieri, vidi mia madre che piangeva, il mio funerale, poi tra tutti i fulmini che mi attraversavano il cervello ebbi un'illuminazione: carrello e flap fuori, tutto motore. Eseguii istantaneamente e 1'aereo si fermò col muso rovesciato leggermente verso terra ed io mi tirai fuori. Contai fino a dieci, tirai la maniglia di sicurezza e il paracadute si aprì. Dopo pochi secondi toccai il suolo sano e salvo". 
La visita medica alla quale viene sottoposto trovò però qualcosa che non andava. Fu infatti dichiarato "idoneo al pilotaggio e al servizio coloniale, ma inabile al volo in alta quota ". Fu poi destinato alla 300° Sq. Caccia Notturna schierata alla difesa di Roma, ma per dissaspori col comandante trasferito a Caselle in forza a una squadriglia di caccia che dovevano scortare i convogli aerei da Reggio Calabria alla Tunisia e alla Libia. Il sergente Cesti effettuò in quel periodo parecchi voli fino a quando la sua esuberanza gli giocò un altro brutto tiro: alla conclusione di un ennesimo volo decise di compiere una serie di piroette in cui sembrava voler prendere la coda a sé stesso. Infine si presentò al campo radendo il prato, mietendo gli steli dell'erba fino a terra, finché il motore ferito emise un lamentoso ruggito e le pale dell'elica si piegarono a baffo. Gli comminarono un po' di giorni di "cipierre" per dargli modo di valutare il suo colpo d'occhio. In seguito fu trasferito col reparto in Sicilia a Sciacca (Ag), in zona d'operazioni. Ormai pilota militare da tempo, aveva volato molto e ne aveva passate delle brutte, ma adesso il ballo cominciava per davvero: partecipò ad azioni di guerra, scortò gli aeroconvogli che facevano la spola con gli aeroporti dell'Africa settentrionale, andò incontro al nemico e toccò con mano tutti i limiti della nostra organizzazione. "Avevamo pochi aeroplani, se c'era una cosa mancava l'altra, senza l'olio di ricino i motori si surriscaldavano... non si poteva mandare dei ragazzi a morire in quel modo. Che schifo la guerra!".
Fedele al personaggio un po' guascone, fuori dagli schemi, Cesti si lasciò crescere la barba, si fece tagliare i capelli a zero: era davvero la mascotte " della squadriglia.


Col barbone al vento ghignava con beata incoscienza

Nel marzo del '43 l'ennesima missione: due aerei in tutto, quello del serg. Bargaglio e lo stesso Cesti, dovevano assicurare la scorta diretta a un convoglio di aerei da trasporto e bombardieri, che da Castelvetrano andavano ad El Aouina, cento minuti di volo. Durante l’atterraggio all'improvviso un gregge sbucato da chissà dove attraversò la striscia di atterraggio: il Cesti ne investì un mucchio riuscendo ciò nonostante a mantenersi in linea, senza inclinarsi. Due estremità delle pale dell'elica risultarono piegate a baffo (ancora!). Ma Cesti era un tipo pieno d'inventiva e cogli occhi luccicanti, illuminati da una brillante idea, si rivolse al compagno di viaggio: "Senti un po', se noi segassimo le estremità piegate e pareggiassimo ad esse quella rimasta dritta, il problema dovrebbe essere risolto. Cosa vuoi che sia un po' di pala in più o in meno?!" Il proposito venne subito messo in atto e, seppur contro ogni logica della tecnica aeronautica, Cesti riuscì a decollare e a raggiungere Sciacca, con il motore che sembrava avere il ballo di San Vito e lo stesso pilota che, col barbone al vento, "ghignava con beata incoscienza”.

8 settembre 

Dopo l'8 settembre piantò tutto e raggiunse Alfonsine. Restò un po' indeciso sul da farsi poi si presentò come altri alla IIa Z.A.T. (Zona Aerea Territoriale) a Padova. Qui qualcuno insistette perché andasse nell'Aviazione della Repubblica Sociale, ma lui non ne volle sapere: "I tedeschi proprio non li sopportavo - commenta - con quelli le ho sempre prese!".
La sua scelta fu invece un'altra, netta e totale come ogni altra sua decisione: entrò nella Resistenza e da partigiano combattente partecipò attivamente alla lotta di liberazione. 
Si trovò così a essere commissario politico della 5° Compagnia della 28 Brigata Garibaldi, a combattere la battaglia delle Valli e a partecipare alla liberazione di Ravenna. La sua immagine è immortalata nella foto in cui si vedono i reparti di partigiani sfilare, in piazza del Popolo a Ravenna il giorno della smobilitazione della 28° Brigata. Pirì d'Cesti è alla guida della motocicletta che apre la parata...

Iscritto al PCI, ne uscirà nel 1958

Nel dopoguerra si iscrisse al Partito Comunista Italiano e svolse attività giornalistica per il quotidiano di partito l'Unità. Decise di partecipare al Festival della Gioventù a Budapest. Fece subito conoscenze e amicizie e venne in contatto con diverse persone importanti della intellighentia ungherese. Dopo l'invasione sovietica del '56 tornò ancora in Ungheria. Seguì l'evoluzione della situazione con apprensione e fu vicino agli intellettuali comunisti di Budapest, che avevano apprezzato Imre Nagy. Quando il 16 giugno 1958 si ebbe la notizia dell'esecuzione del ex-primo ministro Imre Nagy, processato e condannato a Mosca da parte dei sovietici, Pietro Cesti decise di restituire la tessera del partito comunista. 

Alla Fiera dell'Est...

Personaggio strambo e curioso, oltre ad essere citato nelle memorie del suo ex-commilitone, maresciallo Barbaglio, è al centro di un libro pubblicato nel 1959 da un famoso letterato ungherese Fusi Jozsef "Tengeri szél". Si erano conosciuti Budapest negli anni del dopoguerra e Füsi József aveva fatto viaggio in Italia, durato sei mesi, molti dei quali trascorsi a casa di Cesti, in Alfonsine. Il racconto di quel viaggio e soprattutto delle storie vissute a casa Cesti, ci dà uno spaccato autentico di vita alfonsinese nell'anno 1958. 

Peccato che quel libro, molto diffuso all'epoca in Ungheria, non abbia avuto mai una traduzione in italiano.
In quegli anni il Cesti aveva avviato ad Alfonsine un'attività nel settore maglieria, attraverso una vasta rete di lavoranti a domicilio. All'inizio degli anni '60, già padre di tre figlie, fu assunto alla ditta Marini (i proprietari erano suoi cugini) dove ebbe il compito di aprire le esportazioni sul mercato dell'est: cosa non facile per quei tempi.

Comunque, attraverso l'allestimento di stand alle fiere campionarie dell'Europa dell'Est (8 Fiere a Budapest in Ungheria, 6 a Brno in Cecoslovacchia, 6 a Poznam in Polonia, 2 a Belgrado e 3 a Zagabria in Jugoslavia, 3 in Bulgaria, 6 a Mosca in Russia), utilizzando le conoscenze fatte nei periodi precedenti e un buon uso delle lingue, riuscì ad aprire quel mercato ai prodotti della Ditta Marini.

Dal 1985, l’anno in cui la Marini divenne parte del Gruppo Fayat, lavorò per alcuni anni come libero professionista per Fayat, poi andò in pensione.

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Pietro Cesti: allievo sergente pilota

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Pietro Cesti davanti al "suo" aereo

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Pietro Cesti mentre sale sull'aereo

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La tessera da partigiano

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Il partigiano sulla moto a destra è Pietro Cesti in Piazza del Popolo a Ravenna il 20 maggio 1945, giorno della smobilitazione della 28° Brigata Garibaldi

 

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Pietro Cesti (2006)

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Pietro Cesti (2008)

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Pietro Cesti (2011)

Pietro Cesti con Giovanna, la terza figlia nata nel 1959

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