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Il Canale "Naviglio"

 di Luciano Lucci  

"QUANDO PASSO DA VILLA PRATI…

… vedo un ponticello sopra il canale Naviglio. Penso al conte Scipione Zanelli che alla fine del ‘700 voleva collegare con quel canale “l’Adriattico al Mediterraneo”. Lì oltre il ponticello c’era un mulino (uno degli otto che da Faenza arrivavano al fiume ‘Po vecc’), che non ho mai capito come funzionava, ma poi ho trovato una foto e ho capito tutto. Mi torna in mente l’alfonsinese Pino Orioli, editore del romanzo erotico Lady Chatterlay quando ricorda delle sue avventure da bambino lungo il Naviglio. Ho trovato una foto fatta da me anni fa del ponticello con la neve. Negli anni quel ponticello si è poi trasformato in rudere, finché oggi è stato ristrutturato e recuperato."

Colla brevità di cinque giorni potrà tutto passare dal Mar Adriattico al Mediterraneo...": questo brano è tratto dal bellissimo annuncio che pubblicizzava  l'inaugurazione del canale, qui a destra riportato; c'è quasi una certa atmosfera che si assapora anche nel film di Herzog 'Fitzcarraldo' con Klaus Kinsky.

Il conte Scipione Zanelli da Faenza fu un personaggio dovrebbe sollecitare una certa simpatia, con quell’idea folle di voler collegare l’Adriatico al Tirreno, con quel nonsoché di sobrio e aleatorio che la sua avventura esprime.

Il Canale detto ' Naviglio', cioè 'navigabile', fu ultimato nell'anno 1788.

L'idea di costruire canali navigabili per commerciare con i più lontani territori è sempre stata diffusa nelle regioni padane. Verso la fine del '700 la proposta di cana­lizzazioni e sistemazioni dei corsi d'acqua, che prevedesse anche l'utilizzazione degli stessi per lo sviluppo economico delle zone interessate, prese forza in Romagna sull'esempio concreto della Francia. 

Fu così che il conte Scipione Zanelli da Faenza ideò, progettò e, - suo malgrado - a proprie spese, realizzò il primo e unico tentativo di questo tipo, fatto in Romagna: un canale navigabile da Faenza fino al Po di Primaro, e da lì al Mar Adriatico, lungo 36 chilometri, largo 12 metri (comprese le sponde), e profondo 2.

II conte Zanelli si indebitò in modo esagerato per finanziare l'opera. Ma il nuovo canale inaugurato nel 1782 non ebbe molta fortuna. Fieno, granaglie, legumi e prodotti delle colline. legname da lavoro, canapa, vino e erbe palustri furono i pochi articoli che si mossero lungo questa via d'acqua, mentre le torbide del Lamone, che tenevano alimentato il canale, ne causavano anche il progressivo interramento. 

In più furono costruiti anche otto mulini da grano lungo il canale, così le merci potevano solo essere caricate su chiatte e trascinate, dalle sponde, da coppie di buoi. 
P
er consentire sia il loro transito che il lavoro dei mulini, in prossimità di questi ultimi furono costruite delle chiuse il cui funzionamento riproduceva in piccolo il sistema adottato per il Canale di Panama. 

I ponticelli, con la classica struttura a dorso d'asino, avevano la funzione di sostegno delle porte delle chiuse realizzate per consentirne la navigazione. 

Mantenere la navigabilità divenne sempre più difficile e costoso. II comune stesso di Faenza giunse a disconoscere l'utilità di tale opera, dopo averla inizialmente sostenuta (ma c'è da dire che il conte Zanelli aveva avuto uno 'sponsor' di tutto riguardo, e cioè l'allora Papa Pio VI, di cui era cugino).

Sorsero questioni gravi tra il comune di Faenza e il conte sull’uso dell’acqua che doveva tener alimentato il canale; alla fine tra liti, processi e accomodamenti, il tutto subì un degrado continuo. L’opera, iniziata nel 1778, inaugurata alla presenza del pontefice romano il 31 maggio del 1782, terminata il 26 luglio dei 1788, nel 1790 era già in crisi.  
Il conte Zanelli visse comunque un suo breve momento di gloria. Nel testamento dispose che ogni anno le entrate del canale Naviglio e delle attività che sullo stesso erano sorte, detratte le spese, fossero ripartite in misura uguale e che una delle due parti venisse “erogata in sovvenimento ed a soccorso dei poveri di Faenza”. 

Fu un atto da grande benefattore, ma i problemi non tardarono a manifestarsi. Il canale non era stato costruito nel pieno rispetto delle clausole contenute nel chirografo pontificio e - affermarono i più critici - da opera di pubblica utilità aveva finito per trasformarsi in un monopolio dei Zanelli.
Il transito avrebbe dovuto essere consentito a tutte le barche, salvo il pagamento di dazi o pedaggi, ma in realtà i ponti in muratura lo rendevano di fatto impossibile. Le sole a poter percorrere il canale erano le chiatte fatte costruire dal conte Zanelli, prive di strutture soprelevate e cedute in nolo. Furono queste limitazioni e le conseguenti controversie a far perdere ben presto di importanza al Naviglio e a non consentirgli di costituire quel fattore di sviluppo e di p
rosperità nel quale tanti avevano sperato. Fallito l'obiettivo del trasporto dall’Adriatico al Tirreno, Zanelli si preoccupò del funzionamento degli otto mulini da grano costruiti lungo il canale, da cui trasse un sufficiente guadagno, ma non tale da compensare la delusione per l’insuccesso della sua impresa: amareggiato, e per di più colpito dalla malaria, morì a Roma il 19 gennaio 1792. La vertenza fra l’Amministrazione pubblica faentina e la Congregazione del canale che lo gestì dopo la morte del conte Zanelli si protrarrà per decenni. Nel 1860, a causa della costruzione della ferrovia, il canale non si utilizzò più per la navigazione, ma solo per il funzionamento degli otto mulini.

 DA UN RACCONTO DI PINO ORIOLI

Poi mi diressi (nel 1939 .ndr) al canale Naviglio che corre tra Bagnacavallo e Alfonsine. Per me quel corso d'acqua è pieno di cari ricordi, ricordi della mia amicizia infantile con Bastianello.

Ben conoscevo il Naviglio! Quante volte vi andavamo a prendere i pesciolini dopo aver avvelenato l'acqua con una miscela che li faceva salire alla superficie, col muso in aria! (Dovevamo avere nove o dieci anni allora, perché più tardi ci mettemmo a pescare pesci più grossi). Di quando in quando anche un'anguilla di rispettabili dimensioni saliva a galla; allora ci divertivamo a cospargerci le dita di sabbia e a tenere il pesce per la coda movendolo su e giù perché smettesse di dibattersi e aspettando lo strano risultato, quasi immancabile. A poco a poco si formava un gonfiore nella pancia dell'anguilla, che si spostava lentamente verso la testa. Poi si apriva la bocca e sbucava fuori una rana, qualche volta viva, altre volte digerita a mezzo.

Ripensai ad altre passeggiate lungo il canale, con Bastianello e il mio cane Poldino, che era speciale per trovare tartufi sotto i pioppi, e a quell'indimenticabile giorno in cui facemmo a piedi la strada da Alfonsine a Bagnacavallo e al ritorno ci scordammo di riprendere i nostri poveri libri di scuola che avevamo sepolti... con disastrose conseguenze per me.”

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Il conte Scipione Zanelli

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Il ponte a destra del mulino di Villa Prati

 

 

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