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Alfonsine

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Corso Garibaldi in sei percorsi

Questo è il tratto "A-B" 
Angolo Piazzale della Chiesa, scuole e case popolari, ex Case Violani, casa Fenati, 
poi ritorno: Free to Fly, Nuova "Antica farmacia Lugaresi"
arena ex-Cinema Corso, Cantinone ed ex cinema Corso,
Palazzo Maré, oggi Villa Flora,  fino ai Portici di piazza Monti.

(dal punto 1 al punto 15 della mappa qui sotto)

in costruzione

 

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Dal Caffé "dla Niculèna" (e vari negozi) a "Giornalaia" e altri 

Il percorso "A-B" inizia dalla casa che fa angolo col piazzale della chiesa, e prosegue in questa prima parte ai punti 1,2,3.

(punto n° 1 della mappa)

Lì prima della guerra c'era E cafè dla Niculéna (foto a destra)

La Niculèna (Nicoletta Altini) gestiva questo bar dagli inizi del '900. Quando era ormai troppo vecchia la Niculèna lasciò il bar in gestione al figlio Giuseppe Altini (Pinaz) e a sua moglie Maria. 

Alla morte prematura  di Pinaz, avvenuta a 33 anni, la vedova Maria continuò a gestire il locale con le figlie Santa, Nanda e Rina. Un'altra figlia di nome Prima era deceduta a 16 anni. 

Fu il primo bar del paese a possedere la macchina per il caffé espresso. 

Era ritrovo non solo di anarchici ma anche dei giocatori d'azzardo e delle vecchiette che abitavano il vicino "Lazzaretto" (il Carraretto Venturi) e dintorni, che qui si trovavano per fare una partita a briscola o mangiare qualche pasta secca. 

 


(per saperne di più sul Café dla Niculena cliccare o toccare qui)

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(cliccare o toccare le immagini per averne un ingrandimento)

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Questa foto è del 1927 (lo si legge da un manifesto). 
Il caffè aveva preso il nome di "Caffé Nazionale", forse per adeguarsi ai tempi del fascismo.

Il negozio successivo (foto qui a destra) era la bottega da barbiere di Fedele Gennari (Fidalì), che aveva sposato Nanda Altini, una delle tre nipoti della Niculéna.
 Qui lavorava anche Romano Brunetti, barbiere e anche cameriere, che sposò poi Marina Minghetti.

L'altra bottega era la drogheria – alimentari di Zezar d' Bagatè (Cesare Melandri, che abitava in via Reale)

La figlia di Zezar sposò il Cav. Ulivò, detto l'om de fròll, che inserì anche vendita di cartoleria. 
In seguito sarà solo cartoleria con la gestione di Caplò.

 Infine fu gelateria Carioli (Turò d'Campané) con la moglie Nerina.

L'ultima bottega era del meccanico da bici Filippo, il gobbo, poi del nipote Cortesi (detto Veri). 
Quando Veri cessò l'attività di meccanico di bici, il suo negozio fu occupato dall'arrotino Raflì Martlèna (Raffaele Carioli), zoppo dall'infanzia, investito da un tram in via Tranvia dove abitava. Morì giovane a 31 anni, colpito alla testa, durante la guerra, da una granata, mentre dormiva nella casa del suo amico Pellegrino Pezzi, dove era sfollato.

Nel lato poi che faceva angolo verso Carraretto Venturi, aprì un negozio di bici Ettore d'Dumizian, fratello di Annibale (futuro primo sindaco pro tempore dell'immediato dopoguerra)

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LA GUERRA

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LA RICOSTRUZIONE

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Poco più avanti costruì casa la famiglia Bragonzoni, dove fu aperto il loro forno-panificio. Passà poi in gestione a Cortesi e infine a Toschi "Chilino".

Tra le due case rimase per qualche anno un vuoto su cui poi i Bragonzoni costruirono un edificio che collegava la casa di Troncossi con la casa del forno.

Lì aprirono due negozi: il primo di frutta e verdura, poi trasformato in una pescheria il cui titolare fu Billini "Rico".

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L'altro negozio era di merceria e ricamo di Rosina d'Lucamò Bonci, sorella di Valter Bonci, che poi passò ad Anna Baldassari. Infine entrambi i negozi furono unificati e  fu aperto un negozio tabaccheria dai gestori di allora del Caffè del Corso.

   

Dalle scuole elementari alle case popolari

NEL PUNTO 4, (della mappa a destra), PRIMA DELLA GUERRA C'ERANO

LE SCUOLE ELEMENTARI DI CORSO GARIBALDI

Queste scuole costruite nel 1900 furono distrutte dal minamento dei tedeschi.

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 Nel dopoguerra la nuova amministrazione social-comunista di Alfonsine edificò sul terreno dove c'erano le scuole nuove case popolari in due primi lotti, ancora oggi esistenti, mentre lo stato col progetto INA casa costruì un terzo lotto
(nelle foto delle case popolari abbiamo tutti i nomi delle prime famiglie che vi abitarono all'epoca)

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2° LOTTO DI CASE POPOLARI COMUNALI

 

Una curiosità: il monumento della pigna era stato trasferito dalla piazza V. Monti, dove era la sua sede originaria fin dal 1874, nel cortile davanti alle scuole fin dai primi del ‘900, e lì rimase intatto dopo la distruzione di tutto il resto, nello spazio compreso fra le case popolari. Poi negli anni ’60 fu ritrasferito in piazza Monti.

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1° LOTTO DI CASE POPOLARI COMUNALI

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3° LOTTO DI CASE POPOLARI (STATALI) 
INA CASA


Da sede OND (Dopolavoro fascista) 
a sezione PCI

NEL PUNTO 5, (della mappa a destra), PRIMA DELLA GUERRA C'ERA una casa dei Martini (Pliché)

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Prima della guerra

 

 

 


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oggi: 2021

Siamo arrivati al punto 5 della mappa. Prima della distruzione dovuta alla guerra qui c’era una casa di proprietà dei Martini (Pliché), che avevano dato come abitazione alla famiglia Giuseppe Monari (Jusef dla Stèla), la cui moglie Giovanna Guerrini (cuoca) era cugina della moglie di Pliché.

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Poi la casa fu affittata all’organizzazione fascista e venne adibita a sede dell’OND, organizzazione culturale fascista (Opera Nazionale Dopolavoro).

In alto a sinistra nella foto qui di fianco si legge una parte dell'insegna "... DOPO..."

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Dal dopoguerra ad oggi

Quando con la guerra tutto venne distrutto lì fu edificato un casotto dove aprì nel 1948 il “Bar-gelateria ‘Fiocchi’: prima della guerra era dal lato opposto, contiguo a sinistra dell’arco (ancora esistente) di fianco all’attuale pasticceria “la Perla ”.

Era detto Bar gelateria “dla Fenacia”: la Fenacia lo gestiva con la figlia Enrichetta, sposata a Fiocchi (Aldo Dradi), con cui ebbe due figli: una figlia, la Pinuccia, e un maschio Elio.

Poi dalla metà degli ’50 fino ai ‘70 il bar-gelateria ‘Fiocchi’ si trasferì e fu attivo in piazza Gramsci, dove oggi c’è la Banca di Credito Cooperativo.

Nel casetto di Corso Garibaldi rimase attivo per un po’ il bar-gelateria gestito dalla Rina Altini ‘Niculèna’.

I giovani un po’ già grandicelli giocavano a carte e a biliardo, e bevevano birra ‘Pedavena’, in attesa di andare al Cinema Corso, lì di fronte. I più piccoli cominciavano ad assaporavano la vita e i suoi riti collettivi. Il parco davanti che dava fin sul marciapiede era costituito da alberi di pseudo-acacie, con un fico al centro, e d’estate c’erano i tavolini all’aperto.

Poi, quando la Rina dla Niculèna chiuse, quel luogo divenne la sede del PCI di destra Senio e lì furono fatte diverse e bellissime feste dell’Unità. Nel retro, sulle piastrelle dei resti di un pavimento di una casa che era stata abbattuta dalla guerra, si ballava con un piccolo palco per i musicisti.

Lì i bambini andavano anche a pattinare.

Oggi quel casotto è stato abbattuto per una nuova urbanizzazione.

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Ex- Case Violani e casa Fenati

NEL PUNTO 6 e 7, (della mappa a destra), PRIMA DELLA GUERRA C'ERANO:

DUE CASE DI DOMENICO VIOLANI (Mingò d'Pasaré), E UNA DI GIUSEPPE FENATI ("Gaglianì")

Furono distrutte dal minamento dei tedeschi nel gennaio 1945.

(tratto da "e' stradò" di Lucia Berti)

" Le due case appartenevano al Violani, che le aveva rilevate dal fallimento del proprietario Togo d'Scanbess, il gobbo.

Domenico Violani, Mingò d'Pasaré, era un ricco proprietario terriero, di corporatura robusta, alto di statura, portava occhiali con spesse lenti, per cui era solito fissare con insistenza l'interlocutore o il passante dando, all'apparenza, un certo senso di soggezione; tuttavia sapeva anche lui essere bonario e, all'occorrenza, burlone.


Tra le due case entro nel viottolo che fiancheggiava la villa: c'era un caseggiato, (si nota nella foto sopra di col bianco). 

Nel retro vi abitavano alcuni inquilini: Giuseppe Rambelli, "Pippo", il postino con tutta la sua famiglia, Gianna Cobianchi, la moglie, Nicolina, la cognata, Maria e Vittorio i figli. Pippo, esempio, quasi unico, di postino perfetto a quei tempi.

 Non di statura alta, ma elegante e impeccabile nell'abito, calzava scarpe all'inglese in bianco e nero, non certo comuni a molti. 
Cavalcando la bicicletta, munita di una borsa nera in pelle per le lettere, giungeva puntuale alle case e, dove non esisteva la buchetta, scandiva il cognome della famiglia destinataria, con la sua voce un po' gutturale, ma stridula, spazientendosi poi se l'interessato non era sollecito a presentarsi alla porta o al cancello per ritirare il dovuto.
 

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  Poteva sembrare scortesia, ma pur giustificata, perché vasta era la zona e molto tempo occorreva per la distribuzione della corrispondenza. Il suo ruolo di cittadino alfonsinese operante alle poste era uno dei più importanti. In segno di gratitudine le famiglie delle nostre campagne, a Natale e a Pasqua gli offivano in regalo salame, uova e, alla stagione, frutta e vino. Tipica generosità della nostra gente dalle antiche tradizioni. 

Al suo ritiro gli successe Achille Lanconelli, "Chiloni", divenuto in seguito, incarico a titolo ereditario per i figli Ulisse e Cecco."

Casa Fenati

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Qui sopra una foto di Giuseppe Fenati (Gaglianì) che gestiva le pompe funebri, passate poi a suo figlio Masino e ora (2021) al nipote Giorgio Fenati.

 

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La foto del 1940 fu scattata nello stesso punto, rispetto alla foto del 2021. Le due ragazze erano Carla Preti  e Linda Lucci.

Le frecce indicano i due pilastrini e capitelli rimasti miracolosamente in piedi dalla distruzione della guerra, come pure quelli di sostegno del cancello di casa Violani.

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Passando dal lato opposto della strada per tornare alla piazza Monti

IL CINEMA DEL CORSO 
(detto anche "Littorio")

(cliccare o toccare le immagini per averne un ingrandimento)

NEL PUNTO 8, (della mappa a destra), PRIMA DELLA GUERRA C'ERA: 

IL CINEMA DEL CORSO (detto anche "Littorio")

(il testo è tratto dal libretto "E Stradò" di Lucia Berti)

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NEL DOPOGUERRA C'ERA UN TERRENO IN DISUSO CON MACERIE ED ERBACCE, POI FU COSTRUITO UN EDIFICIO PER LE SCUOLE ELEMENTARI E POI SCUOLE MATERNE.

OGGI CENTRO PER GIOVANI "FRE-TO-FLY"

I fratelli Tereo e Luigi Minarelli erano i proprietari del locale e i gestori, con grande impegno e orgoglio.

Il Cinema del Corso era un luogo più frequentato dalla cosiddetta gente bene del paese, mentre l’Aurora (l'altro cinema-teatro di Alfonsine) era alla portata della gente popolare, che chiamavano quell’altro Cinema: ‘Littorio’. 
I fascisti comunque tenevano qui le feste e i veglioni.
Ma la divisione tra i due cinema, più che rimarcare diverse visioni politiche, era dovuta a una divisione tra ceto popolare e ceto medio.

"Vizéz dla Burghina" era la maschera (quello che strappava i biglietti e teneva ordine in sala. Esponeva nell'atrio i cartelloni delle proiezioni in programma per la settimana. Titoli, attori, scene particolari apparivano in grande formato a colori.

 "Raflì" (Raffaele Ballotta) era l'addetto alle pulizie; alla macchina di proiezione  si sono avvicendati Beltrami, Ugo Antonellini, Pietro Bassi ("Piretto")

 Sullo schermo si proiettavano pellicole anche di prima o seconda visione; sul palcoscenico passarono Compagnie di prosa, operette, opere, riviste. 

Anche la Compagnia locale di prosa, diretta dal Prof. Umberto Pasini, faceva qui qualche volta le sue esibizioni. 

Nel periodo del Carnevale c'era tutta l'allegria dei grandi veglioni mascherati e non, con le migliori orchestre; una, ad esempio: l'orchestra Ramponi.

 La sala per il cinema a spettacolo unico si apriva la domenica pomeriggio e continuava la sera; riapriva nella serata del lunedì con la stessa proiezione; il giovedì e il sabato sera con proiezioni diverse. 

Questo era il ritrovo di tutti i giovani, ragazzi e ragazze del paese.

Il pubblico, sempre numeroso, durante lo spettacolo sgranocchiava ceci, brustoline, lupini acquistati durante l'intervallo tra un atto e l'altro, alla bancarella della "Salaména" in continua sosta davanti all'ingresso, dalla "Scuchetta" o da altre donne sedute vicino alla porta principale, con la capiente cesta sulle ginocchia. C'era anche la tentazione per i bambini di qualche caramella, perché insistente era la voce del "caramellaio" che passava tra le file: - Caramelle... caramelle...

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Giovani dell'epoca in costumi da carnevale

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Disegno di Tullio Samaritani)

Veglione di carnevale 
(disegno di Tullio Samaritani)

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Col minamento casa per casa attuato dai tedeschi per tutto corso Garibaldi, anche il Cinema-teatro del Corso andò distrutto

Nel dopoguerra lì c'era un terreno in disuso con macerie ed erbacce.

I ragazzini dell'epoca, senza sapere cosa c'era prima della guerra, andavano lì a giocare (trovando talvolta qualche resto di bomba inesplosa). Qualcuno si divertiva anche a costruire gallerie dentro agli accumuli di terra e di macerie.

Poi alla fine anni '50 il Comune acquistò dai fratelli Minarelli il terreno e vi fu costruito un edificio per le scuole elementari comunali e poi usato come scuola materna comunale.

Oggi è il Centro per giovani "Free-to-fly", con attività e corsi vari, sia di doposcuola che di musica.

Il murales, realizzato Collettivo FX (ottobre 2016), rappresenta un giovane Alfonsinese durante l’occupazione nazifascista. Come racconta il libro “È Cafè d’Cai”, i ragazzi alfonsinesi erano costretti dai tedeschi a portare e mettere bombe lungo Corso Garibaldi. Il disegno rappresenta una domanda, una scelta da fare.

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Ritornando verso piazza Monti

IL PALAZZO D'FED (detto anche "La pèpa") 

(cliccare o toccare le immagini per averne un ingrandimento)

 

NEL PUNTO 9, (della mappa a destra), 
PRIMA DELLA GUERRA C'ERA: 

IL PALAZZO D'FED (detto anche "La Pepa")

(il testo è tratto dal libretto "E Stradò" di Lucia Berti)

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Oggi 2021

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Il palazzo di "Fed" e Susanna (l'antico palazzo "dla Pépa"). Susanna Garavini (sorella del Sindaco Garavini) e Fede (Bonafede Minarelli) furono i gestori del Ristorante qui sotto collocato, noto per le ottime tagliatelle al ragù e i saporiti cappelletti in brodo, passione del dr. Meruzzi, assiduo cliente.  

Attiguo, in un fabbricato più basso, vi era il laboratorio dell'arrotino Francesco Martini, conosciuto col nome d'arte "e Rudaré". Era un laboratorio attrezzato, fornito di ruote focaie a diverse dimensioni che lui sapeva usare con molta serietà; infatti Martini era una persona scrupolosa. Francesco Martini abitava con la famiglia nel palazzo d'Fed.

Nel palazzo c'era anche il negozio dell'unica parrucchiera del paese: l'Emma d'Tito (o "de Titò") detta anche 'l'onduladora': ragazza bella e socievole.

Nel palazzo, oltre a Bonafede Minarelli con la famiglia, abitavano in affitto varie altre famiglie: maestra Randi col fratello Natale, Nando (Ferdinando) Amadei (Barini) con la moglie Ninetta e i figli Atos e Otello (barbiere), Francesco Martini (e' rudaré), Beltrami, con la moglie Silvia d'Bacarèl, (proiezionista cinema di Terio e Gigino Minarelli), Teresina d'Nutto (vedova) con i figli "Penna" e Vincenzina (magliaia).

Tra il Palazzo e il Cantinone dei Marini, poi di Luigiò, c'era una stecca a un piano di piccole camere con negozi vari, nel retro la lavanderia degli inquilini del palazzo di Luigiò.

I negozi che davano sul Corso Garibaldi erano: materiale elettrico di "Sabbioni", garage di Cencio poi officina di Ernesto Pasi, due stanze della gelateria "Fenacia", con la figlia Enrichetta sposata Fiocchi (Aldo Dradi) da cui ebbe una figlia: Pinuccia. Poi c'era una stanza-ufficio di Luigiò, e l'arco con l'entrata nel cortile.

(cliccare o toccare le immagini per averne un ingrandimento)

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Questo era il cortile interno del bar 'Fiocchi', dove nel dopoguerra ci fu l'Arena del Corso poi è diventato il cortile parcheggio di vari negozi nell'ex-cantinò 
(punto 10 foto a destra)

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Davanti al bar Fiocchi in Corso Garibaldi, 1941

In piedi da sinistra: Lorenzo Piani  (Lurez de Mager) “Liquigas”, marito di Munda Cesti,  Pizzarda, Antonio Marini (Mariné), nonno di Guido Marini, Esterino Dragoni (Sterino d’Tadiò), Bacelo, Nanni, Gianastri, Tonino Taroni, abitava alla Tosca fratello di Armando (det burasca), Eliano Baldrati (capo mastro), Pino d’Guaré.
Seduti: Tamburini (Bardela), Dino Cacchi, Savioli, ?, Alvaro (babbo Oliviero), Marcello Gessi (Marcilò), Raflì,  Gigiò Santoni, Tonino e Scané di Rossetta cognato di Enrico Tumiatti, Giuseppe Pelloni (Sciamplì), Marcello Gessi (Penèlo), Berto d’Brém, Enrico Liverani (?).

Renato Brunetti faceva da cameriere

 

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Un gruppo di ragazze del paese vecchio assaggia il gelato davanti al bar gelateria ‘Fiocchi’ in Corso Garibaldi.

L'arco con l'entrata nel cortile

Nel dopoguerra, nel 1948 su quel terreno dove c'era stato il palazzo di Bonafede Minarelli la famiglia dei Minguzzi che venivano da Boncellino di Bagnacavallo costruì la casa che vedete qui di fianco.

Il capostipite dei Minguzzi si chiamava Silvio (detto "Rimueld") era noto col nome 'e' purchear' perché allevava e commerciava maiali.

Sua moglie 'la Pasquina' vendeva il latte sfuso. I figli, in ordine di età, Giuliana (Giulia) - sposata Valentini, poi Fausto, Gino, Egidio - sposato con Rosanna Liverani. Poi Pierina - sposata Alberani. Poi Paola - sposata Fabbri, e infine Renzo. Nella casa fu allestito anche un seggio per le prime votazioni politiche del 1948.

Poi quando morì il capostipite Silvio, e dopo che la figlia Pierina si sposò, la Pasquina affittò una stanza (quella a destra) alla Veglia, mamma della Vanda che continuò a vendere il latte. Poi subentrò un'altra lattaia l'Olga (che abitava in via Roma). Infine fu fatta una nuova entrata per un negozio da parrucchiera gestito da Gigliola, poi via via da altre.

La casa è stata abbattuta per costruire la nuova farmacia.

Nel dopoguerra al posto delle botteghe a un piano andate distrutte, tra casa Minguzzi e l'arena del Corso sorse la bottega d'"Salamé", Gigino Morelli detto 'Salamé' (nome ereditato dal padre che si chiamava Anselmo Morelli, e da "Anselmo" (troppo complicato per il dialetto romagnolo) venne tradotto in "Salamè". Gigino Morelli esercitò il mestiere di meccanico di biciclett fin dall'immediato dopoguerra. Già prima della guerra "Salamé", il vecchio, aveva un negozio di 'biciclette Morelli' nell'edificio che diventò poi il cinema Corso e ora "La perla". Il negozio a quell'epoca era dove ora c'è l'ingresso al 'La Perla'.

Dopo Gigino Morelli il negozio di bici passò a "Bardela" Giovanni Tamburini, padre putativo di Pino Mascanzoni. poi all'elettricista Massimo Vecchi. 

Rimasta abbandonata per molti anni, di proprietà di Raffaele Fabbri, fu ristrutturata e data in affitto alla dott.ssa Rambelli, e oggi 2021 in affitto come Ufficio Tecnico di tre geometri. 

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La bottega d'"Salamé" abbandonata negli anni '70

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Gigino Morelli sulla porta della bottega

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Gigino Morelli davanti alla bottega

 

L'arena del Cinema Corso

Il cortile del "cantinone", che era usato dalla gelateria "Fiocchi", fu utilizzato dal '50 fino agli anni '70 come arena del Cinema Corso, Fu costruita la biglietteria e la saletta per il proiettore, come si vede dalla foto a destra.

 

Arena dell'ex-cinema Corso

 

e' Cantinò (detto anche Casarmone), 
poi nel dopoguerra ex Cinema Corso

(cliccare o toccare le immagini per averne un ingrandimento)

 

NEL PUNTO 11, (della mappa a destra), 
PRIMA DELLA GUERRA C'ERA: 

e' Cantinò (detto anche Casarmone), 
poi nel dopoguerra ex Cinema Corso

 

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L’edificio fu costruito nel 1838 dalla famiglia Marini (i Marèn), ricchi proprietari terrieri del tempo. Serviva come cantina per la vinificazione, come stalla per i cavalli, e come magazzino per il grano.

Durante la “Settimana Rossa”, nel 1914 i rivoluzionari sequestrarono dal magazzino diversi quintali di grano.

Negli anni successivi l’edificio fu acquistato da Luigiò (Luigi Randi), il fattore dei “Marèn”, che vi fece costruire diverse camere che diede in affitto a varie famiglie e continuò ad utilizzare i magazzini per la raccolta del grano.

Quando Luigiò morì, falciato da una mitragliata di un aereo inglese, ereditò il tutto suo nipote Tugnazzé (Antonio Randi). 

(cliccare o toccare le immagini per averne un ingrandimento)

 

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1910: cortile de "e cantinò", che nel dopoguerra sarà arena del cinema Corso.
La cantina era dei Marèn; i contadini portavano l’uva nella “castlë” .
Quel magazzino diventerà poi il Cinema Corso. 

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Chi abitava lì prima della guerra?

 

Le due foto sotto furono scattate nei primi anni del 2000, prima della ultima ristrutturazione.
Si vedevano ancora i segni delle ristrutturazioni precedenti.

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Non si sa come o perché, ma il minamento di tutto Corso Garibaldi da parte dei tedeschi si arrestò dal Cantinone fino alla casa Pagani, forse per una scelta tattica dell'esercito tedesco, o perché qualcuno disse avevano finito le bombe da mettere sotto gli edifici per farli saltare.

Il Cantinone superò così la guerra.

Nel dopoguerra il nipote Tugnazzé (Antonio Randi) aveva ereditato dallo zio tutto l'edificio e tanti altri beni. Non avendo soldi per pagare la tassa di successione di tutti i poderi che ereditò da Luigiò, vendette “e’ cantinò” a Ernesto Contessi (Arnisté), suocero di Marino Marini. 

Quest’ultimo iniziò a premere su Prefettura e Governo per avere il permesso di adibire quella costruzione a uso cinema, contro la decisione del comune di Alfonsine che aveva stabilito, nel suo piano di ricostruzione, la presenza di un solo cinema nel nuovo centro del paese in piazza Gramsci e cioè l’“Aurora”. 

Sorse così il nuovo "Cinema Corso"

La realizzazione di un secondo cinema fu uno sfregio al piano regolatore e alle scelte democratiche della prima amministrazione di sinistra del dopoguerra, (per ottenerlo il Prefetto di Ravenna commissariò, per alcuni mesi l’amministrazione comunale), i militanti dei partiti di sinistra al governo del paese di Alfonsine invitavano la gente a non frequentare il cinema Corso, ma solo l’Aurora. 

Dall’altro lato Marini, con una mossa spiazzante, diede in gestione il cinema a una cooperativa di operai della sua fabbrica.

Qui a destra la facciata del Cantinone prima della guerra.

Sotto (nella foto del 2021) i nomi di chi abitava lì prima della guerra.

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(cliccare o toccare le immagini per averne un ingrandimento)

Nel 2021: un piccolo Hotel, Ristorante pizzeria da Nick, e caffé-Pasticceria "La perla"

La villa Maré

detta poi Palazzo “Preda” o “dell’Ebe”  

 

NEL PUNTO 12, (della mappa a destra), 
PRIMA DELLA GUERRA C'ERA: 

La villa Maré detta poi Palazzo “Preda” o “dell’Ebe”  

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Oggi 2021

La villa padronale dei Marini (i Maré) è presente già in una mappa del 1838. 

Simone Marini  fu il capostipite. Era "livellaro" dei Calcagnini, cioè aveva goduto di una forma di contratto agrario detto "livello" per numerosi terreni dei Calcagnini, che concedevano tali terreni in proprietà a un ricevente o livellario, per un certo periodo di tempo o in perpetuo, a determinate condizioni, come l'obbligo di pagare un canone annuo e di coltivarlo apportandovi miglioramenti. 

Il tutto passò poi ai suoi figli.

Quello che interessa Alfonsine fu il primogenito Domenico Marini (1802- 1860) nato ad Alfonsine sposò Lucia Massaroli (1805-?). Erano possidenti, cioè grandi proprietari terrieri: avevano 48 poderi. 

Il figlio di Domenico, Francesco Marini, nato nel 1826 e deceduto nel 1898 ad Alfonsine, ma sepolto a Roma, sposò Maria Bartolotti, da cui ebbe 7 figli (tre maschi e quattro femmine, tutti nati ad Alfonsine). 

Il primogenito di nome Bruto sposò a Roma Gertrude, la figlia di Mariano Tittoni e cugina del noto politico e diplomatico Tommaso Tittoni, poi senatore. 

Francesco Marini ottenne, forse con le referenze di tale parente, l'appalto del trasporto pubblico di Roma con tram trainati da cavalli.

La villa di Alfonsine rimase la loro villa di campagna dove tornavano ogni estate con tutta la famiglia per governare i loro interessi e per fare le vacanze. Era dotata di un parco e di un magazzino-cantina con stalle adiacenti, detto "e' cantinò" e anche 'e casarmò'. (mappa punto 11)

Dal 1920 fu venduta ad Arturo Vecchi, che vendette nel 1931 al geometra Antonio Preda. 

Andò distrutto durante la guerra.

Il 17 gennaio 1945 una bomba centrò il palazzo dell'Ebe, in Corso Garibaldi ad Alfonsine

Un giorno, era il 17 gennaio del 1945, alcuni partigiani vennero a sapere che la sera prima era arrivato un importante comandante delle SS e riuscirono a comunicare l’informazione agli alleati. Arrivarono subito tre aerei Speedfire e uno arrivò a bassa quota da nord lungo l’asse del corso Garibaldi e riuscì a sganciare una bomba che colpì in pieno la villa penetrando dal tetto e scoppiando dentro. Crollarono tutti i piani interni e rimasero in piedi solo le mura esterne. Vi furono morti tra i tedeschi, circa sette o otto, compreso il comandante, un maggiore delle SS. Perirono anche alcuni civili, ma molti si salvarono perché erano rifugiati nei sotterranei. 
Perirono Emilia Filippi e Giulia Filippi di 56 anni entrambe.

 

 

 

 

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Nel 1950 Romano Gagliardi marito di Flora la farmacista di piazza Monti acquistò il terreno e vi fece costruire una villa che chiamò Villa Flora. Vissero lì la figlia Mariannina sposata con Elio Marini e le loro figlie Rita Stefania e Letizia. Ereditata poi da Mariannina Gagliardi, è ora (2021) abitata al pian terreno da Mariannina, vedova dopo la morte del marito Elio. Al piano superiore vi abita la figlia Letizia col Marito Willer Andraghetti e i figli.

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Casa del dentista Peppino Stagni
(poi del veterinario Enzo Sgarbi)

NEL PUNTO 13, (della mappa a destra), 
PRIMA DELLA GUERRA C'ERA: 

abitazione e l'ambulatorio del dentista Peppino Stagni e dalla moglie Angelina

Oggi 2021

La casa di Stagni andò abbattuta con la guerra.

Nel dopoguerra il terreno fu acquistato dal dottor veterinario Enzo Sgarbi, che vi costruì nel 1950 la sua casa.

Oggi (2021) è abitata dal figlio di Enzo Sgarbi ex-veterinario comunale Vittorio Sgarbi e dalla moglie Mariapia Salvatori

Casa Piccinini, Giulia e Tonina Tassinari

(poi dei fratelli Terio e Gigì Minarelli, col bar)

 

NEL PUNTO 14 (della mappa a destra), 
PRIMA DELLA GUERRA C'ERA: 

Una casa abitata negli anni 20-30 dai coniugi Piccinini, e poi l'altra da Giulia e Tonina Tassinari.

Prima ancora dal 1905 al 1914 qui vi fu la prima bottega di Giuseppe Marini, che si vede nella foto sotto

La casa di Piccinini e Tassinari non andò abbattuta con la guerra.

Nel dopoguerra la parte di Piccinini fu acquistato dai fratelli Minarelli Terio e Gigì che vi aprirono la loro casa e il bar, mentre la Giulia e Tonina Tassinari abitarono nella loro casa e fino alla morte.

I fratelli Minarelli rimasero in attività fino agli anni '60 e quando, in età molto avanzata, si ritirarono a riposo, affittarono il locale, poi lo cedettero in vendita ai signori Riminucci: Alfredo Riminucci direttamente gestì il bar negli anni '70.

In accordo col nuovo proprietario, i fratelli Minarelli decisero di costruire, dietro il bar, un'abitazione per loro uso fino alla morte. 

Oggi (2021) il tutto è di proprietà Riminucci e la casa Tassinari è della nipote Annarosa.

 

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Oggi 2021

Il palazzo dei portici

NEL PUNTO 15 (della mappa a destra) 
PRIMA DELLA GUERRA C'ERA: 

Il palazzo dei portici

Questo palazzo ha superato la guerra ed rimasto intatto. Si diceva che i tedeschi avessero finito le bombe con cui minarono tutto Corso Garibaldi e Piazza Monti.

 

Anno 1905

Oggi 2021

Anno 1945

Anno 1938

anni '30

Davanti ai portici si vede l’unica pompa di benzina presente in paese: era di Liverani, che aveva la bottega nel secondo, terzo e quarto arco oltre la sede della Cassa di Risparmio, che occupava il primo arco.

1945

 

1945

anni '50

anni '50

La parte sinistra dei portici dal piano terra fino alla torretta era di proprietà di Achille Morelli, passata al figlio Domenico (Minghiné), custode del cimitero, questi vi abitò con la famiglia fino ai primissimi anni ’60. Tutta la stecca dell’abitato fu venduta a Gagliardi-Marini che la fecero ristrutturare, rifacendo anche il tetto (1962) e la diedero in affitto alla farmacista, dott.ssa Tecla Montanari col marito Sino Mirri e figlia Rita (1965).
        La Ford Taunus della foto era di Elio Marini

anno 2000

anno 2010

anno 2019

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