Alfonsine

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 Una storia di Guido Pasi (detto Pasò):

Roso da cocente invidia per le avventure Casalborsettesi di Luciano (non a caso detto “e Mostar”) metto sul tavolo la mia narrazione, anch'essa nata nel posto meno probabile, Casal Borsetti appunto. 

Io e Geert nel luglio 1967

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AUX YEUX BLEUS

Casalborsetti luglio 1967, io diciassettenne girovagavo sempre con un lambrettino 
(di quelli a ruota alta) ereditato dal nonno “mastlaza” che non c’era più.

Un certo giorno venni fermato davanti all’Hotel Europa da un paio di “birri” romagnoli
che stavano tampinando due ragazze. “Cosa stanno dicendo?”- 
mi chiese uno dei due santalbertesi -“non capiamo”.

La carta Kodak del 1967 non rende
giustizia al colore degli occhi della
ragazza seduta sul muretto del canale
di Casal Borsetti... ma un po’ di blu è
rimasto

Che non capissero era assolutamente normale, dato che le due, una bionda e una mora, (nella foto qui a sinistra) parlavano olandese ma, per fortuna, venivano dal Belgio e così io potei tradurre dal francese quello che dicevano. La mia prestazione fu molto rapida dato che le parole più frequentemente pronunciata erano “cochon, bête” che tradussi in “cretino, imbecille”evitando il paragone col maiale. 

Insomma le due stavano chiedendo di essere lasciate in pace e, a quanto ricordo, vennero liberate dall’importuna presenza. Evidentemente nei dintorni dovevano esserci prede più abbordabili.

Io ingranai la prima e me andai, anche se a malincuore. Una delle ragazze aveva due occhi che non avrei mai più dimenticato: blu.

La piccola dimensione di Casal Borsetti però fu galeotta e quando ci rincontrammo sulla spiaggia lei mi salutò chiamandomi “ l’interprete”.

Cominciò così un po’ per volta un idillio la cui lingua di espressione fu il francese e che mi portò a conoscere non solo lei ma tutta la sua numerosa famiglia. Io povero ragazzo di campagna fui spesso invitato nella casa che avevano affittato vicino al camping Florida e scoprii cose mai immaginate: che si potessero amare i Beatles e anche Mozart; che i libri vanno letti, quando si può, nella lingua in cui sono stati scritti; che quello che si studia a scuola non è solo una noiosa incombenza ma serve a comunicare con altri (in Francese appunto) e ad avere riferimenti comuni. Suo padre di era professore di letteratura e mi instillò la passione per Balzac, suggerendomi che era stato, assieme a Shakespeare, la lettura preferita di Marx. Ma con certo maggiore sorpresa, suo fratello maggiore (Jan) mi spiegò che non c’era niente di strano se anche lui rifaceva i letti e lavava i piatti e non lo facevano solo le donne di casa. 

Insomma non fu solo il mio primo amore fu anche l’incontro con qualcosa di cui ignoravo l’esistenza: la borghesia colta. Inutile sorridere: noi eravamo rossi e di sinistra, ma le donne stavano in cucina e, come vedremo in seguito, avevamo famiglie patriarcali e idee piuttosto retrograde su molte cose importanti-

Torniamo alla ragazza però...

Io credevo che lei si chiamasse Veronique, perché così mi aveva fatto credere, fino che alla fine di quel luglio del 1967, quando io avevo 17 anni e lei 16. Passammo tutti i giorni e le sere insieme (le notti no, lei rincasava disciplinatamente all’ora stabilita...). Ma prima che arrivasse il momento di salutarci e dopo aver passato due settimane quasi sempre insieme mi rivelò il suo vero nome: Geert .

Noi due sul muretto
A testimone chiamo “e Mostar” stesso,
qui ripreso dopo la di lei coscia

Qui, a proposito di Luciano, ho l’obbligo di inserire una nota di Alfonsine “son” amour. In quel luglio del 1967 la Pro Loco di Alfonsine organizzò una serata per i turisti sulla costa con frutta in distribuzione gratis, balli e altro che non ricordo. Non nascondo che fu per me davvero un grande successo ballare stretto stretto con Geert tutta la sera all’Arena Unità. Ma qui, statisticamente, va registrato il fatto che la fanciulla del Belgio posò il suo piede sul suolo patrio (o matrio? Alfonsine ci è madre o padre?). Con questo dubbio passo direttamente alla fine del capitolo.

Vi risparmio lo strazio degli addii e passo direttamente a raccontare delle lunghe lettere che ci scrivemmo per tutto l’inverno e anche negli anni successivi.

 

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TOMBE LA NEIGE

PAROLE E MUSICA DI ADAMO

Cade la neve
Non verrai stasera
Cade la neve
E il mio cuore si è vestito di nero

Passò più di un anno tra lettere e cartoline. Poi: un giorno d’inverno che dirvi non so... decisi di andarla a trovare.
Si trattava (in realtà lo so) di un inverno molto speciale, quello compreso tra il 1968 e il 1969. 

L’autunno dopo quell’estate 1967 era stato l’inizio vero della mia vita politica e il poster di Che Guevara che il settimanale comunista “Vie Nuove” aveva inserito come inserto nella sua edizione del 19 ottobre era affisso nella mia cameretta in attesa di quello di Ho Chi Minh.

Cominciai anch’io a portare la barba e il 1968 mi trovò pronto ma, anche un anno dopo, non ero certamente diventato adulto e indipendente. Il mio proposito di raggiungere Geert non era di facile attuazione perché

a) non avevo i soldi per il viaggio e

b) perché sapevo che non avrei mai avuto il permesso dei miei.

Ad impedirlo non sarebbe stato tanto il fatto di dover attraversare un po’ di Europa da solo (l’ estate precedente ero stato un mese in Romania e Ungheria in 500 con Prist) su quello avrei forse avuto l’appoggio di mio padre anche contro l’opposizione di mia madre. Ma di andare senza soldi a vivere una settimana a casa di altri...no, questo non me l’avrebbero mai permesso, almeno così pensavo. Non ne ho mai avuto la prova perché mi servii di un sotterfugio che poi non confessai mai.

I miei compagni di classe avevano organizzato per Capodanno un settimana in montagna. Convinsi così i miei a darmi in anticipo il “Buon Anno” , mi feci prestare dagli zii scarponi e giacca a vento e, una volta a Bologna, invece di andare a Trento, presi il treno per Bruxelles. Viaggiai tutta la notte in uno scompartimento pieno di caciotte dirette ai parenti che lavoravano in Belgio, assaggiandone di ogni tipo e bevendo, per la prima volta in vita mia, Aglianico del Vulture, in compagnia di lucani e campani. Non ci fu molto da dormire ma certo non dovetti intaccare i pochi soldi rimasti dopo aver pagato il biglietto A/R per comprare da mangiare. Fuori nevicava ininterrottamente.

Quando arrivai alla stazione della capitale belga era mattina piena e i binari erano bianchi. Salutai i miei compagni di viaggio diretti in qualche paese vallone e presi un treno locale per Anversa. Mi sedetti in prima classe senza accorgermene e stranamente il controllore non disse nulla: era passato da poco Natale? Oppure era il mio improbabile abbigliamento da sciatore (stile Sordi a Capracotta) ad averlo intenerito? Arrivai così, comodo comodo, alla stazione di Anversa. Dove da un telefono pubblico chiamai il numero che mi aveva mandato Geert. 

La risposta fu pronta ed entusiasta: venivano a prendermi.

La famiglia De Jong però viveva a Retie che non era precisamente vicinissimo ad Anversa.


   

Così ebbi il tempo di bere un caffè pestilenziale di fumare molte Bastos che si vendevano a pacchetti da 25 e costavano pochissimo. Portavo già con me un ritratto di Mao e un libro “Samonà e Savelli” le “Lettere da Lontano” di Lenin. Edizioni trozkiste e santini di Mao. Diavolo e acqua santa. 
Ma chi era il diavolo?



 

Dopo un’attesa che mi pare durasse un paio d’ore lei irruppe, con tutti gli occhi blu che aveva, nel buffet della stazione.

Anche se c’erano i treni e c’era molta neve il nostro incontro non fu alla Vronskij e Karenina. C’era il babbo lì presente che aveva guidato la R4 nella tormenta e, anche se assente perché impegnato a sciare, lui davvero, in Svizzera, incombeva la presenza di un fidanzato ufficiale: Luc. 

Di quelle giornate del capodanno 1968-69 ricordo la casa di Retie con le tavole di legno e il soffitto spiovente, le escursioni sulla neve e i paesaggi alla Brueghel, ma ricordo soprattutto la distanza di Geert attenta a non baciarmi più come aveva fatto in Italia.

Non rimase neanche sempre con me perché aveva scelto recitazione al liceo e doveva fare delle prove. Alla festa di capodanno, in una bella casa di amici, fu ad un passo dal lasciarsi andare tra le mie braccia ma si fermò. Più tardi mi disse che aveva fermamente giurato che non saremmo mai potuto essere altro che amici. Me ne convinsi anch’io, il che dimostra, come capii mio malgrado troppo tardi, che le decisioni hanno spesso ragioni contrarie alla loro ragione.

Quel soggiorno non mi risparmiò altre lezioni alla scuola della borghesia colta. A casa di un ricco mercante di legname, amico di famiglia del padre di Geert, discutemmo a lungo della sua tesi: il Belgio andava meglio ora che non aveva più colonie.

Mentre confutavo questa tesi rivelatasi probabilmente giusta (il capitalismo ha tratto maggior profitto dal controllo delle economie del terzo mondo senza gli oneri coloniali), arrivò un carrello con un fornello fiammeggiante. In breve vennero servite tartine con foie gras e altre prelibatezze. Mi abbuffai, lo confesso. Rimasi così molto sorpreso quando alla fine di questo banchetto fummo invitati a tavola “pour le souper”.

Venni così a conoscenza degli hors d’oeuvre la cui esistenza è tutt’ora ignota ad Alfonsine. Procedendo in questo racconto apprenderemo come la cosa ebbe poi conseguenze disastrose in un’altra occasione. Lo so che avevo 18 anni belli compiuti e la barba della rivoluzione ma ,anche se vi aspettavate di più, le cose andarono così, solo così.

Mestamente ripresi il treno e tornai a casa e alla nostra rivoluzione giovanile. Alla stazione di Bologna incontrai i miei compagni di scuola di ritorno dalla montagna e seppi che Beppe Masetti aveva raggiunto l’apice della perfezione falsaria inviando a casa mia una cartolina da Moena con tanto di mia firma autografa.

Apparentemente la mia storia con Geert era finita ed era così in effetti anche se ho l’obbligo di aggiungervi ben altri tre capitoli.

Per quanto ricordo il capodanno lo passai qui, senza bere la famosa birra locale.

 

 

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JE NE REGRETTE RIEN?

VOCE DI EDIT PIAF

No! Niente di niente
No! Non rimpiango niente
Né il bene che mi hanno fatto né il male
Mi va tutto bene ugualmente!

Aprile 1969. Tornato a casa, avevo trovato le lotte e le occupazioni ma anche una ragazza. Insieme tra l’inverno e la primavera di quell’anno avevamo esplorato i territori del sesso e io mi sentivo decisamente cresciuto.

Non pensavo più al Belgio lontano... quando cominciarono ad arrivare lettere scritte in pullman e, infine, un appuntamento telefonico con un numero di Firenze (una pensione). A fine liceo la classe di Geert organizzava una lunga gita in Italia e lei mi cercava. Così, all’ora stabilita, andai nella cabina telefonica del Bar Sport (dove si pagava a contatore) e chiamai Firenze. Ci parlammo per 150-200 scatti almeno e lei mi chiese di raggiungerla. 

Non lo feci, accampai scuse, dissi che non avevo soldi, che sarebbe stato complicato arrivare in tempo (in realtà c’era un ottimo treno Ravenna-Firenze che avevo preso nel 1966 per scavare nel fango dell’alluvione). Pensavo invece alla mia ragazza di Ravenna e forse forse, dentro la mia anima indurita dalla sua freddezza dell’inverno precedente, covavo il rancore. 

Mi rendo conto adesso che sto raccontando una storia deludente. Infatti comunque la si giri ritorna sempre ad essere un incontro incompiuto.

Tornai a casa, a pochi metri dal Bar Sport piuttosto insoddisfatto e naturalmente di lì a poco venni licenziato anche dalla ragazza di Ravenna a cui non ero certamente abbastanza devoto.

Cominciò così, nell’estate del 1969 di cui ricordo così poco, il mio rimpianto, la malinconia che di tanto si è fatta viva negli anni a seguire. A giugno ero stato a Bologna ad una visita presso l’ospedale militare e, prima di tornare con la corriera di Sarasini, acquistai la prima copia della rivista “il Manifesto”. Cominciava così la mia vita politica vera e ormai non pensavo più a Geert (forse qualche volta... ma come diceva il compagno Mao questi pensieri erano deviazionismo piccolo borghese).

Eppure devo scriverne ancora per almeno due o tre capitoli.

 

Facciamo adesso un deciso balzo nel tempo e immergiamoci nell’agosto del 1971. Fa caldo e l’asfalto di Alfonsine non perdona davanti al bar dei repubblicani dove io Marii (Mario Maioli) e “e Mimò” (Sergio Guerrini) decidiamo di andare urgentemente ad Amsterdam. Non avevamo niente da fare ad Amsterdam, ma ne avevamo sentito parlare. Non possedevamo niente, né soldi, né una tenda per accamparci, ma Mario aveva una 500 L.

 

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DANS LE PORT D’AMSTERDAM

PAROLE E MUSICA DI JACQUES BREL

Dans le port d`Amsterdam
Y a des marins qui chanten
Les rêves qui les hantent
Au large d`Amsterdam,
Dans le port d`Amsterdam
Y a des marins qui dorment
Comme des oriflammes
Le long des berges mornes,

Così, la mattina successiva, affittiamo una tenda da “e Grilò”, la piazziamo sul portapacchi e partiamo in tre con (circa) L. 30.000 a testa (forse meno) e un salame donato dalla mamma di Mario.

Il viaggio fu costoso oltre le aspettative perché, non avendo la carta verde, dovemmo fare assicurazioni ad ogni frontiera. Di più: quando decidemmo di mangiare lungo l’interminabile autostrada tedesca ci truffarono col cambio lira-marco. 

Arrivati ad Amsterdam eravamo già ridotti a comprare pane con il quale fare grossi panini con una sola fetta di salame in mezzo.

La mattina avevamo però burro e marmellata per fare colazione davanti alla tenda che stava in piedi solo grazie ad una miracolosa “arparela”. La natura “veneziana” di Amsterdam ci era divenuta chiara quando, chiedendo informazioni ad una ragazza su di un ponte, l’avevamo vista agitarsi ed urlare all’improvviso. Il ponte su cui stavamo era levatoio e stava per l’appunto aprendosi. 

Individuammo subito il percorso da fare per il quartiere delle ragazze in vetrina, ma qui scoppiò una divisione politica: Mario e Sergio volevano visitare un locale denominato “Museo del sesso” e contestavo la scelta e il prezzo, così annunciai che le nostre strade si dividevano. Ci ritrovammo invece dopo poco e a me per vendetta venne contestato l’acquisto di una fetta di crostata. 

Il fumo che ci veniva offerto francamente non ci interessò molto.

Ecco come, attraversando il braccio di mare che sta dietro la stazione centrale, sul traghetto che ci riportava al campeggio, mi venne l’idea di fare un salto nella vicina Retie.

Lì avremmo mangiato e bevuto e poi, anche se erano passati due anni, la voglia di rivederla aveva cominciato ad agitarmi fin da quando avevo cominciato a vedere ragazze bionde che parlavano olandese.

Si partì dunque per il Belgio ma il racconto non sarebbe certo completo se non vi raccontassi della foratura che prendemmo lungo il viaggio, dalle parti di Haarlem. Non ci sarebbe molto da dire su una foratura: togliemmo la gomma forata, mettemmo quella di scorta e, alla prima stazione di servizio ci fermammo per riparare quella bucata. Il gommista olandese estrasse la camera d’aria e la gonfiò come avrebbe fatto chiunque poi, invece di immergerla in un secchio d’acqua come facevano a casa mia, cominciò a leccarla. La lingua aveva già percorso un bel po’ di gomma quando l’astuto olandese vide le bollicine della sua saliva manifestarsi in un punto preciso. Immediatamente l’uomo dalla lingua nera piantò un chiodo segnaposto nel punto spumeggiante e poi si diresse trionfante al vulcanizzatore. Non avevamo mai visto niente di simile né mai più l’avremmo visto ma certamente la nostra opinione in merito alla superiorità tecnologica del nord europa fu seriamente compromessa da quell’episodio.

Con cinque gomme in regola partimmo e nello stesso mattino arrivammo a sorpresa nella casa di Geert. Erano tutti lì babbo, mamma, amici ospiti e la stessa Geert. Mancava solo la sorella Leen che si era sposata di recente ed era in viaggio a Parigi. Purtroppo era presente anche il nuovo fidanzato che si chiama va Eddy. Geert era cresciuta molto e, ora che aveva vent’anni, era ancora più bella con i capelli corti e il trucco giusto che le sottolineava ancora di più il colore degli occhi.

Ma la mia partita era chiusa ormai, Eddy spadroneggiava. 
Passammo un po’ di tempo lì a chiacchierare e a fumare ottimi sigari mentre in cucina preparavano il pranzo. Ammaestrati dalla mia esperienza con gli “hors d’oeuvre”, piluccammo appena quando arrivò il pranzo, salvo renderci conto in ritardo che c’era una sola portata in programma!

Fu così che ripartimmo, accompagnando Geert ad Anversa con la 500, senza aver troppo mangiato nemmeno quella volta. Si era trattato di carne comunque, genere alimentare che rivedemmo solo una volta tornati a casa. Nella città di Rubens visitammo il suo appartamento da studentessa ormai avviata alla recitazione e prima di sera ci salutammo e partimmo alla volta di Parigi. Di quel viaggio a Parigi parleremo in altra trattazione separata ed in particolare dell’ascesa alla tour Eifel del giovane Guerrini, qui giova concludere il capitolo come se non avesse avuto alcun seguito.

 

 

 

 

 

 

 

 

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ET DIRE QUE C'ÉTAIT LA VILLE

DE MON PREMIER AMOUR

PAROLE E MUSICA DI HERVÉ VILLARD
 

Capri, c'est fini,
Et dire que c'était la ville
De mon premier amour,
Capri, c'est fini,
Je ne crois pas
Que j'y retournerai un jour.

 

Come se niente fosse passiamo adesso dal 1971 al 1999. “Tanta acqua sotto i ponti” direbbe Sam al Rick (Bogart) di Casablanca, arpeggiando “as time goes by”. 

Dopo tante vicissitudini che attraversano la storia del “manifesto” e del Pdup, dopo essere confluito nel PCI nel 1984, dopo essermi opposto al suo scioglimento, dopo anni di lavoro in pubblicità, dopo essere entrato nel PRC, dopo averlo portato a viva forza in maggioranza: nel 1999 ero, da due anni, Assessore al Turismo, Commercio e Artigianato del Comune di Ravenna. Ho premesso tutte queste roboanti dichiarazioni perchè in quel 1999 presi una sonora fregata: aderii ad una fiera del turismo a Liegi che si chiamava “Mosaica” e assieme a Firenze con le ceramiche aprimmo uno stand. La fiera fu disertata da tutti, non si vide anima viva per due giorni, e così decisi di fare un salto ad Anversa per visitare la grande mostra di Antoon van Dyck di cui aveva ammirato l’autoritratto ad inizio capitolo. Quando passai al book shop comprai il catalogo della mostra e anche una guida al Museo di Belle Arti che la ospitava. 

Più tardi, tornato a Liegi per constatare che le cose non accennavano a cambiare, scartabellando i volumi scoprii che il museo era diretto da una Leen de Jong. Il nome esatto della sorella maggiore di Geert che io avevo conosciuto a Casalborsetti quando era laureanda in Storia dell’Arte. Tornato a Ravenna decisi di scriverle una lettera al museo, correndo il rischio di aver sbagliato persona: De Jong è un cognome comunissimo in Fiandra.

Non ho copia della lettera che scrissi ma il suo senso era:

“Cara signora Leen , non so se io mi stia rivolgendo ad una ragazza che ho conosciuto
a Casalborsetti nel luglio del 1967, in questo caso forse si ricorderà di me perché
io ero quel giovane italiano che ha flirtato con sua sorella Geert.......”.

Ecco la risposta:

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Dunque era proprio lei e si ricordava di me. I contatti ripresero (con la sorella) ed io potei ricevere lei e il marito l’anno dopo a Bologna (ormai ero diventato Assessore Regionale) e poi addirittura organizzare per loro una vacanza in Toscana nel Chianti Senese nella fattoria di Pacina del mio amico Enzo Tiezzi, nel 2001 seguente.

Ma procediamo con ordine:

Da quell’estate 1999 a tutto il 2000 avemmo modo di parlare (io e Leen) anche della sorella Geert. Fu così che appresi che lei aveva avuto una brillante carriera di attrice teatrale e anche cinematografica. Ma il il primo fil che forse qualcuno ha visto anche ad Alfonsine fu : “Il Quarto uomo” di Paul Verhoeven (nientemeno!) girato nel 1983 in cui Geert faceva una particina di “Angelo”.

Patorale film del 1978

“Il Quarto uomo” di Paul Verhoeven film del 1983

Ho saputo poi da Leen che il suo grande successo fu un film comico, uscito anche in Italia con il titolo “La famiglia più pazza del mondo”. Confesso di averlo trovato rovistando su internet. 

Il titolo originale olandese è “Schatjes!”  e... cosa posso dire?



 

Il film è del 1984, Geert aveva 33 anni e io, quando ho visto questo fotogramma ormai nel 2000, 
ho sentito ancora una fitta intercostale feroce all’altezza del cuore.

Aggiungo qui altre immagini che danno conto del passare del tempo....

Bastille 1984

De nieuwe moeder 1996

 

Per arrivare al 2001... quando Leen decise che ci saremmo rivisti .

 

 

 


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UTRECHT

ZONDER LIEFDE WARME LIEFDE

WAAIT DE WIND C'EST FINI

PAROLE E MUSICA DI JACQUES BREL


Non sono stato io sdraiato nel tuo letto

Non sono stato io, ma qualcun altro invece
Non sono stato io non mi hai mai visto qui
Devo andare

Finito il mio lavoro e chiusa la fiera mi incamminai verso il centro e un po’ alla volta trovai questa strana casa che un tempo era stata luogo di balli e di vita sociale e ora ospitava un bistrot: PolmanHuis.

Entrai titubante e la riconobbi seduta in un angolo con la sorella e suo marito. 
Mi abbracciò e ci trascinò fuori, verso un altro bistrot, quello dell’Hotel Carlo V: 
trop froid ici, mi disse.

Cenammo e non ricordo niente di quella cena né le parole né i piatti.

Quando furono le 10 o giù di lì Leen e Paul tornarono a casa e Geert mi invitò a far tardi in un bar lì vicino. Così parlammo bevendo cognac fino alle 3 del mattino. Di quella conversazione ricordo invece molte cose: la sua bellezza di cinquantenne e gli occhi, sempre quegli occhi ma soprattutto ricordo il miracolo di quella conversazione in cui parlammo dei decenni trascorsi e di noi.

Prima di tutto lei precisò : “Hai scritto a Leen di aver flirtato con me. Io non ho mai flirtato con nessuno. Io ti ho amato”.

Fu così che le dissi: “Per tanti anni mi sono detto che sarei dovuto venire a Firenze ad incontrarti quell’estate del 1969. Che errore feci a non venire...”. 

“Dunque anche tu mi amavi?”.

“Sì”.

“Questo è importante, è importante che entrambi sappiamo di essere stati sinceri, poi la vita ha preso la sua strada per ognuno di noi”. Fu così che le parlai di ciò che avevo fatto, delle mie battaglie, dei miei amori, delle mie passioni e lei fece lo stesso.

Scoprimmo, man mano che avanzava la notte di aver condiviso, senza saperlo e  rimanendo a distanza, tante idee e di aver in comune molte passioni per la musica, il cinema e di aver letto gli stessi libri. 

Per una bizzarra scelta organizzativa dovevo dormire ad Amsterdam così lei mi accompagnò al treno e partì con una vecchia alfa rossa per L’Aia. Era una notte gelida a -10 ma io non ero mai stato meglio da molti anni anche se aspettavo un treno scomodo guardando un binario congelato.

E qui finisce davvero.

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