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Alfonsine

                         

Un libro su Alfonsine
"E' Café d'Cài" 

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Sommario degli anni dal '19 al '25
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 L'origine del fascismo  e dell'antifascismo  ad Alfonsine

IL 1923 Annus horribilis 
AD ALFONSINE 
(ma il 1924 sarà peggio...)

 

Alle elezioni comunali di Alfonsine del dicembre 1922 I fascisti ebbero 2000 voti e 750 ai Repubblicani. Un risultato incredibile che ribaltava tutto. Una parte di socialisti e anche di repubblicani, e di elettori del PPI, dei monarchici e dei liberali aveva votato per il PNF. 

Va ricordato che l'anno prima il sindaco Garavini non si sentiva più sicuro, dopo un grave attacco al caffé della sorella e alla tipografia della moglie, e al fatto che i fascisti locali emisero un 'bando' affinché non potesse più stare ad Alfonsine. Intimorito fuggì a Roma insieme al segretario locale del sindacato rosso Vincenzo Tarroni, e con loro anche Bruno Pagani (fotografo e socialista riformista del PSI giovanile): i socialisti, frantumati in vari gruppi (riformisti, massimalisti e comunisti) rimasero così senza più dirigenti e impotenti. Non presentarono alcuna lista alle elezioni.

Ma nonostante questo, un certo successo lo ottenne anche la lista dei repubblicani che mai avevano raggiunto un tal numero di voti: quindi votarono per loro anche uomini di altri partiti (socialisti e comunisti). 
Per la legge maggioritaria i fascisti ebbero 24 seggi e 6 i repubblicani.

La nuova giunta vincente si presentò in C.C. il 4 gennaio 1923:

Alberto Alberani (sindaco) 

Monti Mario (Stato Civile)

Abele Faccani (economato, igiene e polizia)

Giuseppe Secchiari

Antonio Ancarani (Lavori pubblici e strade) 

supplenti Luigi Vecchi ed Ezio Ravaglia.

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      Alberto Alberani (sindaco) 

e... anche  il Sindacato Fascista trovò un suo ruolo egemone.

 

Anche ad Alfonsine (come l'anno prima in tutta Italia) le due Camere del lavoro (la cosidetta "vecchia" dei Socialisti e la "nuova" dei Repubblicani) avevano subito un notevole svuotamento, e quando in quei giorni si organizzò anche ad Alfonsine, (come a livello nazionale l'anno prima), il Sindacato Fascista, una gran massa di lavoratori fu costretta ad abbandonare le proprie organizzazioni tradizionali per confluire in quelle fasciste. Vuoi perché sottoposti ad una violenza,  o per ottenere peraltro anche favoritismo dalla nuova amministrazione fascista e dalle organizzazioni padronali degli agricoltori, si trovarono ad aderire a questi nuovi sindacati fascisti. 

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1910: Nuovo Circolo Socialista

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1922: Palazzo dei Sindacati

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1923: Palazzo dei Sindacati Fascisti

Ad Alfonsine Romildo Sasdelli, il capo del fascismo squadrista locale, nel 1923 si dimise da Segretario Politico del PNF e diventò Segretario Generale dei Sindacati, che ora erano detti 'fascisti', e che avevano 1200 iscritti, 35% socialisti, 25% comunisti, 15% repubblicani, 5% anarchici e gli altri iscritti a nessun partito (così da una relazione di Abele Faccani, nuovo segretario politico del PNF al federale di Ravenna).

Le divisioni interne ai fascisti locali: 
due "correnti" si contrapposero

Dopo la improvvisata e raffazzonata infornata di iscritti alla nuova sezione del PNF di Alfonsine del 1922, che era arrivata a 360 iscritti - scrive il Prefetto di Ravenna - (pag.64 "Mino Gessi L'idea e la forza"),  nacquero divisioni e litigi di carattere personale e politico fra vari aderenti. (Abele Faccani, Girolamo Samaritani, Violani Domenico, Stanghellini Romeo, Consalvo Gongolini).

13 gennaio

Dal giornale "La Santa Milizia" del 13 gennaio 1923 pag. 4

All'interno del fascio alfonsinese si era creata una notevole spaccatura che portò la Federazione Provinciale allo scioglimento della sezione e all'espulsione di molti iscritti. ("da 360 a 100", scrisse sempre il Prefetto). Nominò fiduciari per la rifondazione Ugo Oriani e Romildo Sasdelli. Si formò la corrente dei cosiddetti 'rifondatori' che erano gli stessi, con a capo il Sasdelli, che avevano favorito la spinta violenta e antidemocratica della sezione di Alfonsine.

 Marcello Mariani si propose con altri tra i quali Mino Gessi come punto di riferimento per rinnovare il Partito fascista alfonsinese, in contrapposizione al Sasdelli.

Marcello Mariani

Mino Gessi

Ma la sera del 13 gennaio 1923, vigilia del Congresso Provinciale Fascista, vi fu un colpo di mano, un insulto al metodo democratico. I cosiddetti 'rifondatori' della sezione di Alfonsine misero, con metodi poco democratici, in netta minoranza proprio i veri rinnovatori ed elessero un direttorio del tutto in antitesi con il Mariani. 
"
Sono state convocate in sede una quarantina di persone delle quali trentasette contrarie alla corrente di Mariani e solo tre favorevoli." 

Il 14 gennaio divenne operativa per Regio Decreto l'istituzione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale - MVSN: primo passo verso la fascistizzazione dello Stato: i miliziani giuravano al Duce e non al Re.

15 gennaio: lettera di Mino Gessi al Dottor Giuseppe Frignani della Federazione Fascista di Ravenna

Mino Gessi quella sera  assistette impotente ed incredulo al “blitz”, e il giorno successivo scrisse una lettera di denuncia Dottor Giuseppe Frignani della Federazione Fascista di Ravenna  definendo, letteralmente, il comportamento del Segretario Sasdelli e soci come un atto di “brigantaggio”.

Alfonsine 15 .1.1923. 
Egregio Signor Frignani, 
La sorte del nostro Fascio è decisa. Oriani è arrivato una sera e alla mattina l’epurazione, la ricostituzione, la nomina del Direttorio erano già fatte. Sono state convocate in sede una quarantina di persone delle quali trentasette contrarie alla corrente di Mariani e solo tre favorevoli. Ed è naturale che sia riuscito eletto Faccani, Samaritani, suo genero Lucherini e compagni; tutto questo nonostante le proteste di Oriani specialmente per Faccani. Ad Alfonsine succede  quel che non succede in nessuna parte d’Italia; che l’assemblea nostra è sempre privata del voto e non può eleggersi il proprio Direttorio. 
Il paese è scandalizzato e giudica la manovra per sfuggire al voto dell’assemblea un episodio di brigantaggio. Siamo così accomodati peggio di prima; perché l’assemblea sostiene la precedente questione, che essa vuole nominarsi il proprio Direttorio , e ciò è giusto. Per disciplina di partito, noi non tenteremo nulla; ma è certo che noi tutti non possiamo dare il nostro entusiasmo ad una causa che non sentiamo.

Per il gruppo

F°: Mino Gessi, Ancarani Leonardo, Antonio (il cognome non è decifrabile con certezza).

 Ma Frignani non aveva certamente la sensibilità di Mino Gessi circa il rispetto delle regole democratiche; egli, di fatto,  avallò “il blitz” di Sasdelli e non mostrò di preoccuparsi neanche di quanto Mino Gessi gli aveva scritto a proposito delle “proteste di Oriani specialmente per Faccani”, quest’ultimo inserito nel Direttorio della sezione.   

Il Segretario Sasdelli, su probabile suggerimento dell'Oriani, fece fare all'Amministrazione Comunale, con una delibera della Giunta, un apprezzamento sull'operato della Associazione Combattenti.  Fu stampato poi un manifesto che fu  affisso in paese che recitava così: "... la predetta Sezione merita tutto l'appoggio e tutta la simpatia del Comune sia per il nobilissimo scopo per il quale Essa Sezione è sorta sia per l'azione che essa svolge in favore di coloro che tanto diedero al dovere ed alla Patria..."

Ma, colpo di scena: Abele Faccani ed altri fascisti suoi amici furono “scandalizzati ed indignati” sul contenuto in esso espresso. 

La nuova Sezione Fascista, appena ricostituita sulle macerie della precedente, era già in fibrillazione. 

Sasdelli fece scrivere e firmare a nome suo una lettera in cui si informa Frignani di quanto stava succedendo all’interno della nuova Sezione.  

1° febbraio 1923 
ad Alfonsine furono sciolte le squadre d'azione e trasformate in 'Milizia
Volontaria per la Sicurezza Nazionale - MVSN'

Primi licenziamenti
La nuova amministrazione licenziò subito alcuni impiegati che erano stati assunti dal sindaco precedente socialista.

Il Segretario Comunale Giuseppe Pozzi, l'addetto al macello comunale Pietro Tamburini, un impiegato presso l'Ufficio Anagrafe Lorenzo Ricci

Anche Armando Salvatori, un muratore abitante in via Tranvia n°7, ('non iscritto al PNF, che si associa con elementi sovversivi' - scriveva il maresciallo dei Carabinieri), che era adibito all'accensione dei fanali notturni, avendo subito un'accusa di furto e una prima condanna (fu riabilitato in Corte d'Appello), venne licenziato e sostituito da Giuseppe Faccani, fratello di Abele Faccani, ex-comunista, disertore, passato al fascio. Stipendio 3980 £ annue.

Il 4 febbraio
 il C.C. decide di chiudere l'Ufficio Comunale del Lavoro

Il 15 febbraio
viene quindi licenziato Ferruccio Mossotti che ne era capo-dirigente, cognato di Mino Gessi. Il Mossotti era cognato di Mino Gessi, repubblicano, era stato tenente durante la guerra ed era un membro del Consiglio direttivo dell'Associazione ex-combattenti di Alfonsine, di cui Guido Errani era presidente. Aveva conosciuto Mussolini tra il 1908 e il 1910 quando entrambi erano emigranti in Svizzera, a Lugano Mussolini come muratore sui cantieri stradali e ferroviarie a Locarno Mossotti, negli anni prima della guerra dove Mossotti (per questo ad Alfonsine era soprannominato anche 'e svezzar', 'lo svizzero') dirigeva il giornale "Cittadino Locarno".

Medici condotti furono nominati:
Mario Giberti, Giovan Battista Preve, Lanconelli alla IV condotta a Longastrino, che andò poi in pensione, Cassiano Meruzzi a Fiumazzo.

 Al sindacato fascista che aveva associato come facchini ex-combattenti fascisti furono assegnati lavori alla Stazione Ferroviaria locale dove il lavoro non mancava mai, mentre gli altri facchini ritenuti ostili furono assegnati al servizio fuori stazione, dove il lavoro era solo saltuario. Così crescevano tensioni e proteste.

Marzo 1923 Per tutto marzo fino alla fine della primavera la questione dei licenziamenti (sia dei dipendenti comunali che dei facchini non aderenti al sindacato fascista) tenne banco ad Alfonsine.

I fratelli Giacomo e Beno Gessi, insieme al cognato Ferruccio Mossotti cominciarono a muoversi...

Ferruccio Mossotti insieme ai suoi cognati, i fratelli Giacomo e Beno Gessi,  iniziarono uno scontro duro con i capi del partito fascista di Alfonsine. Furono in prima linea a guidare la protesta di operai e impiegati rimasti senza lavoro.

Mossotti scrisse diversi articoli sulla Voce Repubblicana di cosa stava avvenendo ad Alfonsine, e iniziò a inviare lettere ai capi del governo.

Le amicizie così altolocate di Mossotti erano dovute alle relazioni stabilite fin dai tempi delle battaglie per l'interventismo, e poi per la sua attività sindacale e per essere un esponente di punta dell'associazione ex-combattenti. 
Inoltre come si è già scritto sopra aveva conosciuto personalmente Mussolini.

8 aprile 1923 
Venne eletto Segretario Politico del PNF di Alfonsine Abele Faccani (su 118 iscritti i votanti furono 117: 112 favorevoli 5 contrari).

Sasdelli, dimissionario, fu eletto Segretario Generale dei Sindacati.

Il Direttorio fu composto di tre persone: Sasdelli Romildo, Faccani Abele e Samaritani Girolamo.

14 aprile 1923
Il Mossotti fu aggredito e bastonato a Ravenna da un gruppo di fascisti di Alfonsine.

I voltagabbana, che Ferruccio Mossotti e suo cognato Mino Gessi continuavano a denunciare a ridicolizzare, li avevano presi nel mirino.
D
a una relazione dei Carabinieri alle superiori autorità si legge: (pag. 29-30 "Mino Gessi L'idea e la forza")

"Il Mossotti ex-decorato e delegato della sezione locale ex-combattcnti viene bastonato da un gruppo di fascisti di Alfonsine... in seguito a pressione di qualche esponente del Fascio. Lui ex-repubblicano, non iscritto,.. non manca di biasimare pubblicamente il fatto che nel fascio di Alfonsine siano iscritti, e magari ricoprano cariche importanti, persone che sia per precedenti politici, sia per precedenti morali dovrebbero non appartenervi".

I fascisti locali dopo essersi impossessati dell'Amministrazione Comunale, dei Sindacati (che ora erano detti 'fascisti', e che avevano 1200 iscritti, però 35% socialisti, 25% comunisti, 15% repubblicani, 5% anarchici e gli altri iscritti a nessun partito - così da una relazione di Abele Faccani al federale di Ravenna), ora cercarono di espugnare l'ultimo baluardo dì opposizione al loro potere: l'Associazione ex-Combattenti i cui iscritti erano in maggioranza repubblicani: nel cui consiglio direttivo erano Guido Errani (presidente) Beno Gessi (fratello di Mino) e Ferruccio Mossotti.

21 Aprile 1923: i fascisti si sputtanavano anche da soli

Ognuno a quel tempo cercava la miglior collocazione all'interno dei nuovi padroni, per questo si assistette a violente discussioni, minacce, ritorsioni tra i fascisti.

Una relazione dei Carabinieri illustra alcune situazioni e personaggi del, fascismo alfonsinese: 
"Il consigliere fascista
Stanghellini Romeo ha richiamato in pubblico all'ordine il fascista Violani Domenico perché costui avrebbe frequentava Consalvo Gorgolini addetto al gruppo di legioni di Alessandria che a quel tempo si trovava in congedo ad Alfonsine". 

Il Gorgolini protestò presso il segretario della Federazione di Ravenna Frignani. Alcuni fascisti furono espulsi, tra i quali lo Stanghellini Romeo.

 Il membro del direttorio Girolamo Sammaritani affrontò allora pubblicamente in un caffé di piazza Monti il Gorgolini e gli gridò che, dopo aver messo a posto i loro, avrebbero fatto in modo di togliere i gradi al Gorgolini. Il Gorgolini ribattè accusando il Sammaritani che "lui non può essere degno di essere un fascista perché durante la disfatta di Caporetto in quello stesso locale aveva ordinato un caffé al cognac per solennizzare la vittoria austriaca". Il segretario politico del fascio Abele Faccani intervenne nella discussione e prese le parti del Sammaritani. Il Faccani si dichiarò fervente fascista ma il Gorgolini gli fece notare che prima era un anarchico di razza e che aveva tutti i parenti nel partito anarchico, socialista e comunista... e che quindi in realtà era solo un affarista e un opportunista.

 Abele Faccani tentò di assalire il Gorgolini che impugnò la pistola per difendersi. Intervenne il Comandante dei Carabinieri che era presente e fece terminare la diatriba (pag. 28 "L'Idea e la Forza" di Enzio Strada)

 Nella questa relazione dei Carabinieri sui fatti accaduti si indicava in Abele Faccani la causa dei guai ad Alfonsine, perché "il Faccani è diventato capo del Fascio ad Alfonsine ma era un "anarchico pericoloso... quasi analfabeta, inviso alla parte sana degli alfonsinesi perché violento e imparentato con i più accaniti sovversivi del luogo, più volte condannato per reati ed attualmente sotto processo per violenze private. Il Mossotti lo descrive come "ex-anarchico, disfattista, già condannato per ferimento, guardia valliva e per questo nominato tenete della Milizia azionale Volontaria, oltre che assessore e segretarío del PNF."

Le voci di quanto stava accadendo ad Alfonsine arrivarono in alto, 
fino a Mussolini

23 aprile

Mossotti continuava a inviare lettere al governo in particolare al sottosegretario del Consiglio Acerbo e Acerbo informò sempre Mussolini.

Mossotti dimostrava di conoscere lo stesso Mussolini, scrivendo in fonso alla lettera "Fiducioso interessamento Mussolini che conosco"

Mussolini stesso poi non mancava mai di attivarsi ogni volta che Mossotti interveniva presso di lui sulla situazione alfonsinese.    

Mussolini chiede spiegazioni Prefetto di Ravenna, che probabilmente informa il segretario federale peI PNF di Ravenna Frignani. Questi scrive ad Acerbo lettere in cui minimizza e invita a non dare corda al Mossotti.

17 maggio qualche epurazione per salvare la faccia

Il segretario federale di Ravenna Frignani, in seguito a questa pressione dall'alto invita il fascio di Alfonsine a qualche epurazione per simulare una verginità rifatta. Viene incaricata dal Direttorio alfonsinese, composto da Faccani, Sasdelli, e Girolamo Samaritani, una commissione di fascisti locali per tale incarico:
Monti Mario, Mingazzi Stefano, Natali Giacomo, Baccarini Antonio (che sarà poi uno dei due che sparerà colpi dentro al teatro 'e baracò').

Vengono quindi dimissionati ed espulsi i consiglieri Comunali Secchiari Giuseppe e Marini Antonio perché recentemente sottoposti a processo per reati comuni come ricettazione, e Vecchi Luigi (assessore supplente) per frode in asta pubblica.

27 maggio nuovi licenziamenti con delibera della Giunta Comunale

"Soppresso il posto di aiuto ragioniere, licenziato Somarelli Pasquale.
Capo Ufficio Stato Civile Bruno Bendazzi, licenziato perché non è un ex-combattente.
Assunto come Applicato all'Ufficio Stato Civile: Giuseppe Salvatori, che ha vinto il concorso anche se non è ex-combattente.

Nuovo titolo di Ingegnere Economo (non Perito): licenziato Antonio Preda, perché solo Perito economo, "per dichiarata imperizia tecnica dimostrata".
Capo Ufficio salute ed Igiene: Agostino Cesari licenziato.

Licenziamento salariati:
Pescarini Carlo (guardia municipale)
Cavazzuti Luciano (cantoniere)
Botti Giuseppe (spazzino)
Gramantieri Leopoldo (postino)
Menotti Minguzzi (portiere)
Centolani Primo (pesatore)
"

Giugno

Da una relazione del segretario del fascio alfonsinese Abele Faccani si apprende che i fascisti iscritti erano 183, i repubblicani 200 in due sezioni (Oberdan e Fratti), "che nella sezione ex-combattenti prevalgono i repubblicani e che l'unica attività svolta palesemente è quella del partito repubblicano che è antifascista e cui si accodano i partiti estremi che tacciono ma non sono scomparsi"

Giugno

Sasdelli litiga con Mingazzi (entrambi fascisti) perché "Mingazzi, ricco proprietario, tentava di sottrarsi a impegni presi" - da una relazione del vice commissario locale Magistrelli. Mingazzi prese le botte da Sasdelli rimanendo ferito al braccio destro. Il Sasdelli, che era invalido a una gamba, aveva un bastone con dentro uno spadino. Il Mingazzi fu poi costretto a dichiarare che aveva inciampato da solo.

24 giugno: furono picchiate nove persone, di cui 4 ex-combattenti.

A una celebrazione della battaglia del Piave svolta da ex- combattenti repubblicani furono bastonate nove persone.Viotti, Billini e Antonelli furono picchiati in via Fiumazzo da Vassura Sante (che fu denunciato) perché "cantavano inni sovversivi e invitati a smettere"  non aderirono" - (da una relazione di un ispettore del Questore)

29 giugno: Mossotti decise di andare di persona a Roma per parlare con Acerbo e incontrare Mussolini

Il Commissario di Pubblica Sicurezza di Alfonsine avvisò il Questore di Ravenna che Il Mossotti era a Roma "per organizzare elementi repubblicani contro il Governo".

4 luglio Mossotti incontrò Mussolini

Mossotti era invece a Roma per consegnare il suo memoriale delle malefatte fasciste ad Alfonsine direttamente a Mussolini, e avvisato da suo cognato Beno Gessi che le cose alfonsinesi stavano peggiorando, disse di stare calmi che "memoriale consegnato mani Mussolini che ha subito telegrafato Prefetto".

A Ravenna Questore e Prefetto si attivano con il Commissario di Alfonsine invitando a rendere più pacifica la situazione. Ma proprio in quei giorni i facchini ex-combattenti di Alfonsine, sostituiti da facchini del nuovo sindacato fascista (ex-disertori li definisce Beno Gessi), ed esasperati dalla miseria per calo drastico di ore lavorative, organizzarono una manifestazione di protesta presso la stazione ferroviaria.

Il segretario del fascio Abele Faccani intervenne immediatamente per calmare gli animi, ma minacciò anche l'uso delle armi da parte dei fascisti.

Poi un gruppo di lavoratori fu accolto dal Commissario di Pubblica Sicurezza che cercò una mediazione per calmare gli animi.

Intanto relazionò al Prefetto della situazione alfonsinese sminuendo le accuse del Mossotti.

 Il Prefetto comunicò il tutto a Mussolini. 

Ormai tutti avevano capito l'aria che tirava e che non conveniva mettersi contro i fascisti locali. Quindi il Prefetto, utilizzando le comunicazione del Commissario di P.S. locale Magistrelli cercò di demolire più che potè la figura di Mossotti e i repubblicani ex-combattenti, rivalutando gli altri, anche se confermava parte delle accuse del Mossotti sugli 'indegni' da espellere, ma invitando a non farlo per non darla vinta a Mossotti.

Mossotti in quei giorni tornò ad Alfonsine.

18 luglio lo scontro si sposta all'interno dell'Associazione  ex-combattenti, ultimo baluardo

In questo quadro l'Associazione ex-combattenti diventò il luogo nevralgico dove si trovava la più forte opposizione al fascio di Alfonsine. 

Sasdelli che ormai aveva in mano i sindacati e Abele Faccani segretario del partito decisero di impossessarsi dell'Associazione ex-combattenti. Alcuni fascisti erano membri di tale Associazione che però era
in maggioranza in mano ai repubblicani. Presidente era Guido Errani

Così tentarono di avere la maggioranza nel Consiglio Direttivo, ma non ci riuscirono. Di conseguenza imposero ai fascisti presenti una scissione, uscirono dall'associazione e ne fondarono una nuova.
L'Associazione rese pubblico, con un manifesto, tale evento e il suo insuccesso, denunciando il tentativo dei fascisti e il fatto che su 250 iscritti solo 8 avevano defezionato, sostituiti da ben 12 nuove iscrizioni. 
"perché la nostra sezione non è asservita, né asservibile a interessi di casta". 

Pubblicarono inoltre una lettera del fascista Cap. Cav. Rigotti che si dichiarava rammaricato di dover sottostare all'odiosa imposizione del partito, che lo obbligava a uscire dall'Associazione

Il ragioner Rigotti, per non votare la scissione contro gli altri suoi amici ex-combattenti, si era dimesso dal comitato direttivo fu espulso dal PNF 'per indisciplina'.

Iniziarono le violenza contro gli ex-combattenti e sul loro presidente Guido Errani, che da lì a poco fu costretto a dimettersi e fu letteralmente 'defenestrato' con l'intervento  di un membro del Comitato Centrale dell'Associazione appositamente chiamato.

20 luglio:  Giuseppe De Maria direttore della Farmacia dell'Ospedale, brutalmente percosso per questioni di cocaina

Giuseppe De Maria, direttore della Farmacia dell'Ospedale, negò (come faceva obbligo la legge) un grammo di cocaina a un fascista che gliel'aveva chiesta. Fu bastonato alla presenza di sei militi della milizia nazionale riportando ferite e contusioni che il chirurgo accorso giudicò guaribili in 15 giorni. Dopo alcuni mesi fu licenziato dal Presidente della Congregazione di Carità (una specie di Asl odierna) Violani Domenico. (pag. 79 "Mino Gessi L'idea e la forza")

La sera del 20 luglio 1923: primo scontro a fuoco! 

Abele Faccani, che come si è visto era riuscito a farsi eleggere segretario del fascio alfonsinese, e Romildo Sasdelli incontrarono e fermarono per strada Ferruccio Mossotti e i suoi cognati Mino e Beno Gessi: iniziò uno scontro verbale che presto si trasformò in colluttazione. 

Nella concitazione
partì un colpo dalla rivoltella del camerata Sasdelli, che si conficcò nella gamba del suo segretario politico Abele Faccani. 

Del ferimento fu incolpato Mino Gessi, che dopo due giorni si presentò in caserma dove mostrò che anche lui era stato ferito alla gamba destra, e che il suo era un revolver mentre l'arma che aveva ferito il Faccani era compatibile con la pistola di ordinanza che aveva il Sasdelli. Anche la perizia medica escluse che la ferita fosse stata provocata da Mino Gessi, e quindi la ferita non poteva che essere stata provocata per errore dall'arma del Sasdelli.

Comunque i due fratelli Gessi e il Mossotti furono arrestati e finirono in galera.

22 luglio: le rappresaglie dei fascisti

Il Prefetto di Ravenna dovette, con un certo imbarazzo, informare direttamente Mussolini, che gli aveva ordinato pochi giorni prima di sanare la situazione alfonsinese "d'intesa o anche senza l'intesa del fascismo locale".

Ci furono violenze continue contro gli ex-combattenti dell'Associazione, che obbligarono alcuni non desiderati ad allontanarsi dal paese. 

Fu schiaffeggiato e bastonato il dott. Cassiano Meruzzi

Furono bastonati Caranti Natale, Guerra Domenico, Felletti Luigi, Errani Leonardo, Tazzari Pietro, Errani uido, Biffi Francesco, Margotti Giuseppe, Tambini Primo, Massaroli Camillo e il maestro Ballardini Vincenzo. Il Massaroli aveva 60 anni e il Ballardini li aveva superati. 

La bastonatura del Ballardini, amato e stimato maestro di generazioni di alfonsinesi, che lo costrinse a letto per diverse settimane, fu deplorata da tutti, ma nessuno ebbe il coraggio di denunciare gli autori. 

Dopo la caduta del fascismo nel 1943 Scuscén, Giuseppe Argelli, uno di quei giovani squadristi, confessò  in una confidenza ad Arturo dla Canapira, in riferimento al Ballardini:che era stato lui con un altro, lo incontrarono sull'argine del fiume e Scuscén gli diede 'due ceffoni'. (pag. 281 libro 'L'idea e la Forza')

"Qualche rappresaglia è stata eseguita...", si legge sul settimanale "La Santa Milizia"

Qui sotto l'articolo del settimanale fascista della provincia di Ravenna "La Santa Milizia": da notare la frase: "è ora che anche a Roma si persuadano", una non tanto velata critica a Mussolini stesso.

16 agosto 1923

Leonardo Errani, fratello di Guido, e consigliere comunale, fu picchiato da tre fascisti sconosciuti, che lo fecero cadere dalla bicicletta e sul ciglio di un fosso lo colpirono lasciandolo esanime. l'episodio avvenne mentre tornava a casa dallo Zuccherificio di Mezzano. Colpito gravemente alla testa e sulle spalle, con bastone e un cavo d'acciaio, ebbe ferite gravi di cui portò le conseguenze fino alla sua morte che avvenne dieci anni dopo. Fu giudicato guaribile in 25 giorni. Era in compagnia del geometra Francesco Biffi, ex-combattente, che fu picchiato pure lui con contusioni gravi alle mani e alle spalle giudicate guaribili in 15 giorni.

17 agosto 1923

Errani Guido fu aggredito e bastonato con contusioni alla schiena guaribili in 10 giorni, proprio il giorno in cui alla Sezione ex-combattenti di Alfonsine era stato inviato un Commissario Straordinario dal Comitato Centrale dell'Associazione: l'avv. Bruno Biagi che dimise tutta la Direzione quindi sia Guido Errani che il Mossotti e nominò tre membri alla Direzione: Argelli Vincenzo, Natali Giacomo, Cortesi Carlo, tutti fascisti.

 

24 agosto: ad Argenta Don Minzoni viene assassinato da due squadristi fascisti

6 settembre: Mussolini, irritato scrive al Prefetto di Ravenna

Tramite articoli su "La Voce Repubblicana" Mussolini era venuto a sapere dell'accaduto "La prego di darmi sollecite informazioni sui fatti rilevati. Ed avvisi nello stesso tempo i dirigenti fascisti che in questo momento la disciplina deve essere rigidamente osservata e la calma non deve essere turbata in nessun modo (il presidente del Consiglio dei Ministri)"

Ma ad Alfonsine i fascisti non obbedirono.

8 settembre I fratelli Gessi e il loro cognato Mossotti furono messi in libertà provvisoria con l'obbligo di prendere domicilio ovunque tranne ad Alfonsine.

 Mino e Beno Gessi chiesero ospitalità al loro zio Celso a Viterbo, mentre Mossotti si trattenne a Roma.  Ma siccome si sapeva che presto o tardi tale divieto sarebbe caduto, ad Alfonsine iniziò la mobilitazione dei fascisti locali.

9 settembre: alla sera irruzione dei fascisti nel teatro 'E baracò' dei Gessi, e spari di rivoltella: panico tra il pubblico, e feriti per la fuga.

Fin dai primi di settembre si era sparsa la voce che i fratelli Gessi e il Mossotti erano sul punto di essere messi in libertà per non aver commesso il fatto, e che sarebbero tornati ad Alfonsine.

Ecco che di nuovo si scatenò la rabbia dei fascisti locali.

Alle ore 21 due militi fascisti della Milizia volontaria Amadei Ferdinando e Baccarini Antonio (denunciati poi alle forze dell'ordine) prima dell'inizio della proiezione di un film nel teatro-cinema detto 'e baracò', o teatro Calderoni, di proprietà di Eugenio Gessi, padre di Beno e di Mino, salirono sul palco e invitarono il pubblico ad abbandonare il locale. Altrettanto fecero altri fascisti dalla platea. Spentesi le luci per l'inizio della proiezione, cominciarono a sparare colpi di rivoltella in aria. Panico tra il pubblico che cercò vie di fuga. Nella calca ci furono feriti vari tra cui 2 donne e un bambino di 8 anni, che ebbero ferite inciampando nella rete metallica spinosa, posta all'esterno a recinzione del teatro. I feriti furono 6 e 4 si presentarono in ospedale a farsi medicare: essi furono Ernesto Caravita di anni 8, Esterina Graziani di anni 16, Maria Sbriglia di anni 33, Pellegrino Zuffi di anni 30.

10 settembre, una donna denuncia pubblicamente in piazza i nomi dei due che la sera prima avevano sparato, viene schiaffeggiata 

Fu Taddei Geltrude, nata Antonellini ad avere il coraggio di gridare in piazza i nomi dei due fascisti che la sera prima avevano sparato nel teatro Calderoni. Intervenne subito il Sasdelli, membro del Direttorio del Fascio, 'ras' di Alfonsine, che affrontò la donna invitandola a tacere e schiaffeggiandola violentemente.

10 settembre
 
'La Voce Repubblicana' riportò tali notizie in una sua corrispondenza da Ravenna

MUSSOLINI LEGGEVA SEMPRE TUTTO QUELLO CHE ACCADEVA AD ALFONSINE SU 'LA VOCE REPUBBLICANA'.

DA SETTEMBRE A TUTTO DICEMBRE NON PASSò GIORNO IN CUI  MOSSOTTI SCRISSE ARTICOLI SUL QUOTIDIANO REPUBBLICANO DENUNCIANDO E SPUTTANANDO I FASCISTI, GLI SQUADRISTI E LE LORO AZIONI VIOLENTE, IL SINDACO, IL PREFETTO DI RAVENNA E IL QUESTORE, E SOPRATTUTTO IL VICE-COMMISSARIO DI ALFONSINE MAGISTRELLI

21 settembre Mussolini, sempre più infastidito...

Su carta intestata e firmata di suo pugno Mussolini chiese al Prefetto di Ravenna di 'dargli sollecite informazioni sui fatti' di Alfonsine

Furono quelli gli anni dei 'ras' di provincia - scrisse poi nei suoi 'Ricordi Autobiografici' Dino Grandi che in quell'anno era Sottosegretario al Ministero dell'Interno - "che non intendevano rassegnarsi a consegnare nelle mani degli organi dello stato i poteri già esercitati durante il periodo rivoluzionario. L'azione ribellistica dei 'ras' crea non pochi fastidi al governo Mussolini... il quale è palesemente infastidito e, a poco a poco, procede alla liquidazione dei 'ras', richiamando quelli che erano stati prima della Marcia su Roma gli esponenti più autorevoli di un fascismo moderato e legalitario"

Il Vice-Commissario di Pubblica Sicurezza di Alfonsine Magistrelli nelle sue relazioni e interventi dimostrò una netta convivenza e accondiscendenza con i fascisti locali, accettata e anche fatta propria dal Prefetto di Ravenna nelle sue relazioni agli organi nazionali che gliele chiedevano.

2 ottobre Mossotti da Roma continuò a scrivere e a informare sulla stampa repubblicana  di ciò che stava avvenendo ad Alfonsine, accusando il Vice-Commissario Magistrelli di omertà e convivenza con i fascisti più violenti, facendo pubblicare anche un telegramma da lui Mossotti aveva inviato a Mussolini.

4 ottobre Il Questore di Ravenna aprì un'inchiesta interna sul Commissario di Pubblica Sicurezza di Alfonsine Magistrelli e inviò un suo ispettore, tal Luceri, a indagare e a fare una relazione.

8 ottobre Questore minimizzò il tutto e sostenne e condivise l'operato di Magistrelli Nella relazione di Luceri al Questore minimizzò il tutto e sostenne e condivise l'operato di Magistrelli e la sua giusta condanna politica del Mossotti. Anche se fu costretto a raccontare di una richiesta al sindaco fascista Alberto Alberani da parte del Commissario Magistrelli "per ottenere qualche posto come supplente per una propria sorella diplomata maestra e di poter ottenere il collocamento, presso  lo zuccherificio di Mezzano di un'altra sua sorella laureata in chimica..."

9 ottobre La relazione arrivò al Prefetto di Ravenna
Il Questore di Ravenna inviò la relazione del Luceri al Prefetto di Ravenna, accompagnandolo con una sua valutazione, che indicava la non opportunità di non infierire sul Magistrelli, e il prefetto di Ravenna risponde al Ministero degli Interni confermando le cose scritte dal suo ispettore e dando nel complesso un'interpretazione riduttiva di ciò che il Mossotti andava denunciando, cercando così di togliere credibilità allo stesso. 

10 ottobre Il Prefetto mise a punto la risposta da inviare al Ministero degli Interni, utilizzando la relazione inviatagli dal Questore, che metteva in cattiva luce Mossotti. Ma appena due giorni dopo, arrivò una lettera di Emilio De Bono in persona e le cose si complicano per il Prefetto e i Ravennati.

 13 ottobre

12 ottobre intervenne il Ministero degli InterniIl Ministero degli Interni, tramite Emilio De Bono in persona, allora Direttore Generale della P.S., chiese al Prefetto di Ravenna di relazionare sugli avvenimenti di Alfonsine e sulle accuse del Mossotti al Vice-Commissario di PS Magistrelli, e sulla base del promemoria medesimo di Mossotti che documentava e deninciava gravi soprusi e violenze ad opera di fascisti in Romagna in generale e ad Alfonsine in particolare. De Bono scrisse di suo pugno:

 "Caro Prefetto le accludo il qui unito promemoria consegnatomi da persona di fiducia ineccepibile e di condizione sociale distintissima. La prego di indagare e di sapermi dire"

E proprio quando stava per redigere un documento di risposta arriva anche una lettera di Mussolini

13 ottobre: Un articolo su Santa Milizia e Mussolini scrisse al Prefetto

"Egregio sig. Prefetto.
La prego di darmi precise informazioni sulla situazione ravennate. Le accludo questa corrispondenza de "La Voce Repubblicana" che accenna a fatti e circostanze. 
In attesa di una sua relazione le invio i miei distinti saluti. 
Benito Mussolini
(firma autografa)
 
(documento in Archivio di Stato Ravenna gab. Pref. b. 22, citato a pag 58 dal libro 'l'Idea e la forza' di E. Strada)

Qui di fianco la risposta della Segreteria della Federazione provinciale di Ravenna sul settimanale "Santa Milizia"

 

14 ottobre: una scheda informativa su Garavini, l'ex-sindaco socialista Alla Direzione Affari Generali e Riservati del Ministero dell'Interno a Roma arrivò una relazione/profilo (una schedatura forse) sull'ex sindaco di Alfonsine Garavini, scritta in modo onesto e veritiero, (forse dai Carabinieri di Alfonsine). Lì veniva descritto il clima che ci fu attorno a questa figura e anche nel paese, il tutto in netta contraddizione con quanto il Prefetto andava a comunicare al De Bono.
"... appartenne sempre all'ala più destra del partito socialista. Subì gli attacchi più feroci e violenti e tentativi di aggressione da parte dei comunisti e dei massimalisti (questa non è mai stata documentata .ndr). Colpito da bando fascista dopo la Marcia su Roma, benché avesse già consegnato l'Amministrazione comunale ad un Commissario e le Cooperative fossero state occupate dai fascisti senza alcuna resistenza, partì dal suo paese consigliando gli operai di sottomettersi al nuovo stato di cose... è completamente estraneo alla polemica fra combattenti e fascisti che portò al deplorevole conflitto di luglio... Confermò il suo proposito di abbandonare Alfonsine (si era trasferito a Roma dopo il bando fascista .ndr). 

La relazione continua affermando che il Garavini contava parecchie amicizie e godeva di stima tra la parte 'sana' del fascismo, confermando così che c'era una parte 'insana'...

15 ottobre: Mussolini chiese al Prefetto per un articolo apparso su 'Santa Milizia' su cui c'era una velata critica al presunto scarso interessamento del Fascismo Nazionale e del Governo rispetto ai problemi della Provincia di Ravenna a differenza di quella di Forlì. Mussolini si era sentito toccato sul vivo e reagì.
Roma 15 ottobre 1923
Preg./mo sig. prefetto, vedo con sorpresa questo articolo sulla Santa Milizia. Mi pare che i fascisti esagerino: nessun fatto vale a provare quanto scrive il giornale. Io ho sempre ricevuto i rappresentanti di Ravenna ed ho dimostrato per i problemi di questa provincia il medesimo interessamento che per quelli di Forlì. La prego di dire questo ai capi locali del fascismo perché ne prendano nota e facciano ammenda dei loro giudizi nel prossimo numero. La prego di darmi una risposta. Cordiali saluti
 

Il Prefetto non poté certo sottrarsi a tale ordine; convocò il Fiduciario del Fascio di Ravenna dott. Frignani ed ottenne subito da lui quanto Mussolini aveva chiesto: un articolo in cui si faceva "ammenda". E il tutto nel giro di quarantotto ore!

16 ottobreL'Ufficio Stampa della Federazione del PNF di Ravenna ammese implicitamente in un suo comunicato che era intervenuta con "energici provvedimenti disciplinari" su membri del partito fascista di Alfonsine. Per poi minimizzare il tutto come "incidenti di nessuna importanza, scientificamente gonfiati ed alterati", e che "la Federazione Provinciale Ravennate non si abbasserà a seguire gli avversari in questa polemica miserabile"

18 ottobre
Un corsivo di un giornalista la Voce Repubblicana attacca il fascismo romagnolo come emblema di tutto il fascismo, e un altro articolo di Mossotti  "I cavalieri e le audaci imprese del Fascio di Alfonsine' riprende il comunicato dell'Ufficio Stampa del PNF accusandolo di voler minimizzare il tutto e proponendo un elenco di malefatte e di nomi che oggi definiremmo 'impresentabili'. Mossotti cita anche il fatto che "l'Amministrazione Comunale è in crisi, su 30 consiglieri 14 sono dimissionari,e con questa gente vorrebbe ripresentarsi ad elezioni parziali per rafforzare l'Amministrazione". 

19 ottobre: una lettera del Prefetto a Del Bono e una a MussoliniIl Prefetto è costretto, pur tentando di minimizzare sempre il tutto, a rispondere a tutte le accuse del Mossotti e della Voce Repubblicana, elencando i singoli casi uno per uno, mostrando così qual era stato il livello degli aderenti al fascio, dato che l'elenco dei casi presi in esame costituiva uno spaccato piuttosto imbarazzante della prima Alfonsine fascista.

Ma deve anche rispondere a Mussolini

Ravenna 19/10/1923 
Oggetto: Articoli inseriti nel giornale «La Santa Milizia». 
A S. E. il Presidente del Consiglio dei Ministri. Roma Ho subito comunicato al Fiduciario, Dottor Giuseppe Frignani il contenuto della lettera del 15 corrente dell'E. V., e mi pregio ora rimetterle l'articolo che verrà pubblicato domani su «La Santa Milizia», col quale i Fascisti intendono di fare ammenda dei deplorati giudizi che furono riportati dall'ultimo numero dello stesso giornale...


21 ottobre
Nuove elezioni locali per eleggere 14 consiglieri che si sono dimessi.

 

30 ottobre: La moglie di Peo Bertoni chiese di affiggere un manifesto, in ricordo del marito ucciso un anno prima. Il Vice Commissario Magistrelli gliolo censura.

3 novembre: "La Voce Repubblicana
": 'Vietato commemorare la morte del repubblicano Peo Bertoni' 

Il quotidiano repubblicano pubblicò un articolo sull'episodio della moglie di Peo Bertoni. 
Il prefetto inviò subito l'articolo a Magistrelli per chiarimenti.

Bertoni era un repubblicano e fu una delle prime vittime dell'antifascismo alfonsinese. Egli fu ucciso vicino alla rampa che portava all'argine del fiume mentre si recava sul luogo in cui, ad opera dei fascisti, era stato appiccato il fuoco alla sezione del partito repubblicano.

Nel primo anniversario della morte, la moglie del povero Peo voleva ricordare il marito tramite un manifesto/locandina da affiggere in paese, come si è soliti fare ancora oggi in simili occasioni. Allora, però, ci voleva il permesso dell'autorità di P. S. 

La moglie si recò quindi, dal Vice Commissario Magistrelli, il quale negò l'autorizzazione.

«La Voce Repubblicana» diede notizia del fatto il giorno 3 novembre tramite un articolo intitolato "Le prodezze di un delegato di P. S. Vieta a una donna di ricordare il proprio marito assassinato". Ecco il testo dell'articolo:

"Alfonsine. In occasione della ricorrenza del l° anniversario dell'assassinio dell'indimenticabile repubblicano Peo Bertoni, la di lui moglie chiese alla locale autorità di P. S. il permesso di pubblicare il seguente manifesto: "Nella ricorrenza del 1° anniversario dell'efferato omicidio di Bertoni Peo, esempio di laboriosità, di amore per la famiglia e di onestà, la moglie ed i figli pubblicamente tributano al loro impareggiabile marito e padre lacrime di amorevole cordoglio, facendo voti che mai più si ripetano atti di barbarie come quello che, a tradimento, troncò la balda esistenza del loro caro congiunto, il quale informò ogni suo atto al raggiungimento di un ideale di giustizia, di pace e di amore". 

Ma lo zelante delegato di P. S., che è quello biografato recentemente dal tenente Ferruccio Mossotti, dopo averle chiesto, a più riprese, il nome del compilatore del manifesto, alla cui domanda la moglie dichiarò di averlo scritto lei medesima, disse che tutto ciò significava una speculazione politica e che non ne avrebbe permesso la pubblicazione. 
Alle rimostranze della moglie, dichiarò di permetterne la pubblicazione della prima parte e precisamente fino alla parola "cordoglio", negando invece il permesso per quella parte in cui si facevano voti che mai più si ripetessero simili atti di barbarie. La donna profondamente offesa, respinse simile mutilazione e la pubblicazione fu soppressa. Non ci perdiamo in vani commenti, registriamo solo il fatto che un funzionario di P. S. ha vietato la pubblicazione di uno scritto nel quale, condannando la violenza bruta, si invocava il ritorno alla pace ed al rispetto reciproco.”

4 novembre: La risposta di Magistrelli al Prefetto

In merito all'articolo pubblicato sulla «Voce Repubblicana» del 3 corrente, pregiomi comunicare: 

Il 26 ottobre scorso, si presentava in questo Ufficio, la moglie del defunto repubblicano Bertoni Peo — ucciso il 30 ottobre 1922 da fascisti di qui — la quale mi esibiva il manifesto citato nella detta corrispondenza scritta, perché ne pigliassi visione ed esprimessi parere se ne fosse possibile la stampa e l'affissione il 28 di detto mese, giorno della commemorazione della Marcia su Roma. Domandai alla donna, perché mentre suo marito era morto il 30 ottobre, essa ne voleva ricordare due giorni prima l'anniversario, e ne ebbi, per risposta, che essa intendeva farlo affiggere il 28, per protesta contro gli assassini, né aggiunse altro. Allora avvisai la donna che il manifesto poteva essere affisso solo il 30 corrente, previo mio visto sullo stampato e stralcio delle parole "barbarie" e "tradimento", e la congedai. Ciò premesso, avverto che non credetti autorizzare l'affissione del manifesto in parola sia perché affiggerlo il 28 era evidente fosse fatto a bella posta per recare offesa al fascismo, sia perché le parole "barbarie e tradimento", intercalate così come sono nel detto scritto, erano soggette ad interpretazione da parte dei fascisti, non buone, e sì da poter provocare sicure rappresaglie contro tale donna — o i maggiorenti del Partito repubblicano locale che — come è noto in paese — gliele avevano compilate e suggirete".

Questo episodio se da una parte dimostra il coraggio della signora Bertoni. dall'altra attesta l'arroganza e l'aperta connivenza della autorità di P. S. di Alfonsine col fascismo. Secondo la polizia, i fascisti alfonsinesi non devono essere disturbati nella loro "commemorazione della Marcia su Roma": non si deve permettere ad una donna coraggiosa di ricordare a tutti che, proprio in concomitanza ed in conseguenza di quella marcia, le era stato ucciso il marito appena un anno prima. Un'arroganza incredibile quella del Vice Commissario Magistrelli che  dichiara, fra l'altro senza mezzi termini, che furono i "fascisti" ad uccidere il povero Bertoni. E lo dichiara in un documento ufficiale per il Prefetto. Non meraviglia affatto che proprio simili personaggi abbiano fatto carriera all'interno degli apparati di polizia predisposti dai fascisti per contrastare e reprimere gli oppositori del Regime. 

Ugo Magistrelli deve aver "ben meritato" agli occhi dei superiori per il servizio prestato ad Alfonsine; infatti nel volgere di pochi anni, egli raggiunse i vertici della Divisione Affari Generali e Riservati del Ministero degli Interni a Roma. Egli fu considerato dai vari Capi della Polizia e degli apparati repressivi di Mussolini (Bocchini, Leto) uno dei Commissari Capi più fedeli tanto da affidare proprio a lui la responsabilità di missioni particolarmente delicate da svolgersi pure fuori dai confini italiani.

 Mimmo Franzinelli nel suo testo "I tentacoli dell'OVRA" ha scritto: "Tra gli ufficiali di PS attivi in Europa spicca il commissario capo Ugo Magistrelli". Addirittura a metà degli anni '30, quando il governo dittatoriale portoghese chiese alla più esperta polizia italiana come organizzare un apparato efficiente di polizia politica, Magistrelli fu scelto ed inviato a Lisbona "per insegnare le tecniche della schedatura e della repressione delle opposizioni". Ancora nell'estate del 1943, Guido Leto chiamò espressamente Ugo Magistrelli alla Divisione di Polizia Politica perché collaborasse con lui alla riapertura dell'inchiesta sui vari attentati che dal 1928 si erano via via succeduti in Italia ed in Francia e che si supponeva fossero stati organizzati da fuoriusciti antifascisti.  

8 novembre: il Sindaco Alberani scrisse al prefetto sul divieto di rientro per Mossotti

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Ad Alfonsine si era sparsa la voce che Mossotti sarebbe venuto in paese addirittura accompagnato da un generale della Milizia. La notizia mandò "in fibrillazione" il Sindaco Alberani e tutti i fascisti di Alfonsine. 

L' 8 novembre 1923 il primo cittadino di Alfonsine scrisse al Prefetto

 

"Ill. mo Signor prefetto di;Ravenna, 
Mi consta da fonte ineccepibile che il noto Ferruccio Mossotti ha scritto a persona di qui che a giorni verrà ad Alfonsine accompagnato da un generale della Milizia. Che il Signor Mossotti venga o non venga a me poco importa; ma se egli dovesse ricevere da parte dell'autorità politica o di P. S. una valorizzazione che non merita è cosa che mi riguarda come Sindaco e come cittadino. Ritengo grave offesa contro la cittadinanza e contro ogni principio di morale politica l'atto che si volesse compiere da un rappresentante della Milizia e dichiaro fin d'ora che abbandonerei subito l'ufficio che ricopro. Come cittadino poi assicuro che non rinuncerò ad ogni mezzo per ribellarmi a quella che sarebbe una sopraffazione ai danni dei fascisti di Alfonsine.
"

9 novembre: Prefetto scrive al Ministero dell'interno

La lettera del Sindaco di Alfonsine Alberani giunse al Prefetto, il quale prese subito carta e penna ed inviò una "Riservata Urgente" al Ministro dell'Interno a Roma ed allegò copia della lettera ricevuta dal Sindaco di Alfonsine che minaccia di "ribellarsi con ogni mezzo" se si permetterà a Mossotti di tornare in paese. 

Naturalmente il Prefetto appoggiò il Sindaco Alberani, invitando il Ministero a tenere Mossotti alla larga dal paese romagnolo pena il probabile verificarsi di "gravi torbidi e... rappresaglie" anche fuori da Alfonsine proprio perché "Mossotti è odiato addirittura dai Fascisti tutti di questa Provincia". 

Ecco la lettera del Prefetto al Ministero:

"Il Tenente Ferruccio Mossotti... essendo stato prosciolto dall'imputazione di complicità nel ferimento del Segretario Politico della Sezione del Partito Nazionale Fascista di Alfonsine, Sig. Abele Faccani... ha manifestato l'intendimento di ritornare fra giorni in quel paese. Egli ha, anzi, addirittura annunziato... il suo arrivo, in compagnia di un Generale della M. V. S. N. 

La notizia, rapidamente divulgatasi, ha vivamente eccitato i Fascisti Alfonsinesi che già manifestano preoccupanti propositi di non più contenere l'odio che da lungo tempo li divide inconciliabilmente da Mossotti, che, non a torto, è ritenuto il più accanito antifascista di questa provincia. Di questo sentimento egli ha dato indubbia prova... contro tutti coloro che... lo hanno ostacolato nelle sue macchinazioni tendenti a scompaginare l'Amministrazione Comunale ed a debellare, o per lo meno indebolire grandemente, il Fascismo Alfonsinese... Il ritorno del tenente Mossotti in Alfonsine non potrà non essere causa di gravi torbidi e incentivo di rappresaglie, anche fuori di quel Comune essendo egli odiato addirittura dai Fascisti tutti di questa Provincia... 

Dopo quanto ebbi a riferire a codesta Direzione Generale ed allo stesso Presidente del Consiglio dei Ministri, dietro richiesta, ho motivo di dubitare che risponda al vero la notizia propalata dal Mossotti, quella cioè che ad Alfonsine giungerebbe accompagnato da un Generale della M. V. S. N. . In ogni modo reputo doveroso far rilevare come sia desiderabile sotto ogni rapporto che ciò non avvenga. Per quanto si riferisce poi al ritorno del Mossotti in Alfonsine, quest'Ufficio darà le opportune disposizioni perché il Mossotti stesso sia vigilato e, occorrendo, da agenti specializzati. Ma prevedo che contro l'ex Tenente esploderà l'unanime odio di cui è circondato in tutta la Provincia e specialmente in Alfonsine". 

Il Prefetto sa che un tipo come Mossotti non rinuncerà al suo ritorno in paese ed allora, sapendo quante altolocate "amicizie" egli abbia a Roma, con un atto di ipocrisia, conclude la sua lettera sollecitando il Ministero a convincere Mossotti a non venire in Romagna, e ciò "più che altro nell'interesse dello stesso Mossotti". 

"Per tutte queste ragioni reputo opportuno o, meglio, necessario, nell'interesse più che altro dello stesso Mossotti, che egli sia indotto a rinunziare, almeno per ora, al progettato suo ritorno in quel Comune. Accludo una lettera direttami dal Sindaco fascista di Alfonsine ". 

(
La prima stesura riportava la seguente frase: "reputo doveroso avvertire codesto Ministe-ro che non sarebbe fuor di luogo che tale notizia venisse smentita".)

Il Prefetto non si fece eccessive illusioni sulla possibilità o volontà dei suoi superiori di "fermare" Mossotti e di impedirgli il rientro ad Alfonsine per cui, negli stessi giorni, tentò altre vie per fermare questo irriducibile avversario del fascismo ravennate. Cercò, ad esempio, di raccogliere "dossier" facendo rovistare nel passato di Mossotti. Chiese un rapporto dettagliato su di lui al Comandante dell'11° Divisione Militare di Ravenna, il Generale C. Gianinazzi.

19 novembre: I carabinieri inviarono una relazione "Riservata" su Mossotti

In essa si prendeca in esame in modo particolareggiato tutto il curriculum del Mossotti e non venne mosso rilievo alcuno al personaggio. Anzi la conclusione della "Riservata" suonava tutto sommato ad elogio di Mossotti: una ulteriore conferma della maggiore obiettività che caratterizzava l'Arma dei Carabinieri rispetto agli apparati di Polizia nei primissimi anni del fascismo. 
"...Il Mossotti si è, nella vita privata, comportato onestamente; egli è dotato di pronta intelligenza e... possiede una buona cultura ed è un buon oratore. È spirito irrequieto e combattivo, è di carattere piuttosto ambizioso... In considerazione di quanto sopra... a parere dello scrivente, la di lui condotta privata e politica non si può ritenere incompatibile con la qualità di Ufficiale in congedo, tenuto conto anche del fatto che il grado di Ufficiale gli fu conferito solo nel 1917 e cioè durante la guerra nella quale egli risulta essersi comportato valorosamente."

 A tale relazione riservata il Comandante dei Carabinieri allegò "l'estratto dal Certificato Penale" di Mossotti dal quale non emergeva nessun precedente che smentisse la relazione sostanzialmente positiva riguardante l'alfonsinese d'adozione.

21 novembre: il Procuratore del re chiese informazioni al Prefetto

Il Procuratore del Re, con due lettere datate 21 e 28 del mese, chiese al Prefetto informazioni sul Mossotti, perché a conoscenza delle manovre dei fascisti alfonsinesi (con alla testa il Sindaco Alberani) per vietargli il ritorno in paese. 

25 novembre: il comandante della 11° Divisione Militare di Ravenna, il Generale C. Gianinazzi, spedì al Prefetto l'esito delle indagini. 

Nella sua lettera di accompagnamento egli attestò che sul "Tenente in congedo Mossotti sig. Ferruccio... a questo Comando non sembrano esistere gli estremi per prendere comunque in esame la sua attività politica dal lato compatibilità militare".

26 novembre: il Ministero dell'Interno, Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, De Bono informò il Prefetto che Cottafavi arrivava per inchiesta

Il 26 novembre, il Ministero dell'Interno, Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, inviò al Prefetto di Ravenna il seguente telegramma:

"Console Generale Cottafavi, da parte Direttorio Partito Fascista — Consiglio Nazionale Combattenti e Comando Generale della Milizia, è stato incaricato inchiesta sulla nota situazione locale di Alfonsine. Vossignoria vorrà provvedere perché inchiesta possa svolgersi ambiente sereno e massima indipendenza assicurando in ogni caso tutela ordine pubblico"

27 novembre: Prefetto informò Magistrelli che stava arrivando Cottafavi

Il Prefetto telegrafò al Vice Commissario di Pubblica Sicurezza di Alfonsine, informandolo del prossimo arrivo del Generale Cottafavi incaricato dell'inchiesta sulla situazione alfonsinese.

28 novembre: Magistrelli scrisse al prefetto

Il vice commissario Magistrelli aveva già pronta per il Prefetto una lettera Riservata (che gli inviò il 28 novembre) e nella quale faceva dipendere dall'assenza del Mossotti e dei fratelli Gessi, Mino e Beno, il migliorato clima in paese, dichiarandosi convinto che "una ricomparsa del Mossotti e cognati in paese non contribuirebbe alla pacificazione degli animi ma anzi fomenterebbe maggiormente gli odi, a tutto scapito della pace cittadina". 

La lettera di Magistrelli si concludeva con la notizia che Mino durante lo scontro del 20 luglio con i fascisti di Abele Faccani rimase ferito: "avverto che effettivamente il Mino Gessi, all'atto della costituzione nella Caserma dei Carabinieri, avvenuta due giorni dopo il conflitto, faceva rilevare di aver riportato, nella rissa, una ferita di striscio alla gamba destra"

Il Prefetto fu, dunque, confermato nella sua convinzione: l'ordine pubblico ad Alfonsine sarebbe gravemente compromesso dall'eventuale rientro in paese di Mossotti e dei suoi cognati Mino e Beno Gessi. 

Purtroppo non potendo ancora contare su di una magistratura asservita al Regime, il Prefetto non potè escludere che i tre potessero effettivamente rientrare nonostante i tentativi suoi e del Sindaco Alberani per evitarlo.

28 novembre: seconda lettera del Procuratore del Re

29 novembre: Nuovo articolo di Mossotti su "La voce repubblicana"

Mossotti il 29 novembre sulla «Voce Repubblicana» scrisse un'articolo dal titolo "Il regime fascista in Romagna. Il Sindaco di Alfonsine userà 'ogni mezzo' per salvare il proprio feudo"

29 novembre: Il Prefetto rispose al Procuratore del Re

Il Prefetto, il 29, si mise subito alla scrivania e... rispose alla seconda lettera del Procuratore del Re. Come mai tanta fretta? La risposta sta nella mattutina lettura di quel giornale che era, oramai, uno dei pochi in Italia che osava "disturbare" il Fascismo: «La Voce Repubblicana».   Infatti, anche quel 29 novembre, sul giornale, il Prefetto trovò... Mossotti. 

Letto l'articolo, l'alto funzionario decise di rispondere immediatamente al Procuratore il quale poteva avere più potere di lui nel "fermare" questo oppositore "irriducibile", tanto più che egli si trovava in libertà provvisoria in attesa del processo per il ferimento di Abele Faccani. 

Il Prefetto ripetè così il suo solito ritornello, e cioè che Ferruccio Mossotti era il principale responsabile degli incidenti che vedevano contrapposti fascisti ed antifascisti (sia ad Alfonsine che in Romagna) e che era un bene per tutti che gli fosse impedito il ritorno in paese proprio perché 

"l'eventuale ritorno di lui in Alfonsine non potrebbe non determinare l'esplosione di sentimenti di ostilità profonda contro la sua persona, ed i fatti che ne seguirebbero, potrebbero soltanto in parte essere mitigati dall'azione per quanto vigorosa e zelante, dell'Autorità di P. S. e dei pochi Fascisti locali capaci di sapersi contenere per spirito di disciplina... Mossotti stesso, con l'articolo pubblicato sul numero odierno de «La Voce Repubblicana», lascia inequivocabilmente intravedere anche i sentimenti dai quali tornerebbe animato ad Alfonsine, poiché, fra l'altro, dichiara di voler "prendere a calci nel sedere" quel Sindaco, Cav. Alberto Alberavi, autore di una lettera a me diretta, nella quale il Tenente predetto vuole assolutamente vedere delle forti pressioni politiche in pregiudizio dell'esito del procedimento penale iniziato a carico degli autori del già accennato ferimento del Segretario politico Faccani... Il Sindaco di Alfonsine... si è preoccupato esclusivamente di evitare che al Mossotti venisse fatto, dalle Autorità Centrali Fasciste o dal Governo, un trattamento che potesse apparire di valorizzazione della di lui persona e risolversi a tutto danno del prestigio dell'autorità municipale e dei dirigenti di quella Sezione Fascista... "
                    Il Prefetto conclude avvertendo il Procuratore che c'è anche da mettere in conto il rientro in paese dei fratelli Giacomo e Beno Gessi contro i quali 
"... non è da escludere che possano esercitarsi vendette specie da parte della Famiglia del Segretario politico Faccani, che non potrà perdonare, anche ai cognati del Mossotti, l'aggressione patita dal Faccani."

7 dicembre: Il Prefetto scrisse al Questore

 Il Prefetto preferì cautelarsi, e inviò una richiesta urgente al Questore: 
"... prego la S. V. di impartire precise disposizioni per la rigorosa tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica in Alfonsine, per il caso che colà facciano ritorno il noto Tenente Ferruccio Mossotti ed i di lui cognati Mino e Beno Gessi."

3 dicembre: Colpi di arma da fuoco contro la casa dei Gessi

Nonostante Mussolini seguisse la situazione di Alfonsine e si affidasse al Prefetto per piegare i 'ras' locali ("d'intesa o anche senza lìintesa del fascismo locale"), fu fatica sprecata. 
I FASCISTI ALFONSINESI FURONO FURIOSI E IMPREVEDIBILI.  

Nonostante sapessero dell'imminente arrivo da Roma di un "grosso" personaggio incaricato di condurre un'inchiesta approfondita su tutti i fatti accaduti, le intimidazioni e le violenze si intensificarono soprattutto nei confronti dei Gessi. 

In via Borse, dove abitava la famiglia Gessi, furono sparati numerosi colpi d'arma da fuoco contro la loro casa, anche se Mino e Beno non erano ancora rientrati.

10 dicembre: arrivò ad Alfonsine il Generale della Milizia Nazionale, Francesco Cottafavi, per l'inchiesta. Anche Beno Gessi tornò ad Alfonsine

Il 10 dicembre da Roma giunge ad Alfonsine il Generale della Milizia Nazionale, Francesco Cottafavi, per l' inchiesta che i Fascisti, con in testa il Sindaco Alberani e le autorità di Ravenna, avevano cercato in tutti i modi di scongiurare ritenendola, già di per sé, una vittoria di Mossotti ed una sfiducia sostanziale al loro operato. 

L'inchiesta si presentava difficile anche perché erano molti gli episodi da verificare e complessi i rapporti interpersonali in continua evoluzione e modifica man mano che gli uomini più in vista nel paese si schieravano pro o contro i nuovi padroni. 

Il Cottafavi ordinò al Prefetto di inviare al Questore di Roma un telegramma cifrato ed urgente "ad esortare il tenente Ferruccio Mossotti a non muoversi da Roma prima che lui ritorni a Roma. "Recapito Mossotti: Palazzo Venezia, Associazione Combattenti". 

Ecco dove alloggiava il Mossotti a Roma.

12 dicembre: Beno Gessi ad Alfonsine  venne minacciato dal padre di Abele Faccani, Emanuele Faccani.

Caduti i vincoli giudiziari che obbligavano i fratelli Gessi e il Mossotti a risiedere lontano dal loro paese, Beno Gessi tornato ad Alfonsine si stava recando alla caserma dei Carabinieri per l'obbligo che aveva comunque di presentarsi ogni giorno. In Piazza Monti incontrò Emanuele Faccani, guardia municipale, armato di rivoltella d'ordinanza, che iniziò a provocarlo e a minacciarlo. Beno venne aiutato da alcuni e, fatta arrivare l'auto da casa propria, si recò a Ravenna dal Questore per informarlo.

14 dicembre: Mino Gessi tornò ad Alfonsine, e girò armato

Mino Gessi tornò ad Alfonsine 4 giorni dopo il fratello.

 Saputo quanto era successo a Beno e le intenzioni dei Faccani, padre e figlio, di ucciderlo, egli usciva di casa armato con l'implicita autorizzazione degli stessi carabinieri: lo si deduce anche dal fatto che il Questore e lo stesso Prefetto predisposero misure atte a prevenire i possibili incidenti provocati dal suo rientro ad Alfonsine. 

15 dicembre: Il questore al prefetto informò della situazione esplosiva 
Il Questore di Ravenna comunicò al Prefetto il rientro del Gessi nel suo paese: "...  ieri, col treno delle 17, giunse ad Alfonsine, accompagnato da due Carabinieri Specializzati da questo Ufficio, il noto Gessi Giacomo di Eugenio. Non si verificò alcun incidente. Fu subito disposta vigilanza per la tutela della sua persona."

17 dicembre:  Frignani scrive su Santa Milizia contro i repubblicani

Vita, dunque, difficile per i fratelli Gessi e per il loro cognato Mossotti, la cui campagna di stampa sull'organo del Partito Repubblicano continuava ad infastidire quanto mai il Partito Fascista non solo alfonsinese e ravennate, ma addirittura nazionale. 

In quella stessa settimana di dicembre 1923 in cui i fratelli Gessi rientrano uno dopo l'altro in paese, Giuseppe Frignani, Segretario della Federazione Provinciale del Fascio di Ravenna, sulla rivista «Santa Milizia», in un articolo dal titolo "Fascismo ed opposizione repubblicana" pubblicato sul numero del 22 del mese, invita i fascisti a considerare attentamente la realtà e cioè che in Romagna ci sono "nuclei di repubblicani irriducibili, esasperati, implacabilmente antifascisti, che non solo si contrappongono a noi, ma cercano talvolta di dividerci e di indebolirci con scissioni e con discordie abilmente fomentate". Ovvio che occorre concentrare contro questi irriducibili ogni sforzo perché, ribadisce Frignani, è il movimento repubblicano che "nella nostra zona ha per noi il maggior interesse". 

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La miccia era accesa e tutto scoppiò  all'inizio dell'anno successivo

Sommario degli anni dal '19 al '25
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L'origine del fascismo  e dell'antifascismo  ad Alfonsine