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| Ricerche sull'anima di Alfonsine |
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Fetonte:
un
giovane semidio caduto sulle 'terre alfonsine' |
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Qui sotto gli appunti raccolti nel tempo e usati per scrivere il libro, a sinistra per leggere l'intero libro Fetonte un giovane dio caduto... sulle alfonsine |
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1- Fetonte
un giovane dio caduto... sulle 'alfonsine'
(sei qui) |
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Per cercare l'anima di Alfonsine occorre attraversare questo paese come farebbe un cacciatore tribale oppure un pioniere.
Documenti scritti ne parlano già
(Giusué Carducci: Alla città di Ferrara) Ecco
perché Fetonte cadde proprio nelle terre alfonsine Nella zona del comune di Alfonsine più di tremila anni fa c'era il mare e le linee di costa instabili venivano modellate dalle acque di un grande estuario in cui confluivano le foci di tre fiumi: il Po, il Santerno e il Senio (ma nessuno a quei tempi li chiamava così). Quest'antico scenario fu testimone di fatti importanti e misteriosi. Nel disegno sopra si nota che l'Alfonsine di oggi si trova tra i due cordoni dunali (uno di sabbia e l'altro detto "Linea della ghiaia") del 1500 a.C., l'epoca delle grandi migrazioni greche (pelasgiche) lungo l'Adriatico, perché proprio su quei rilievi di terra sabbiosa e ghiaiosa era possibile l'approdo. Un cordone
successivo si formò in epoca etrusca un po' più a est (nel disegno a
puntini verdi), poi il ramo cosidetto Messanico del Po-Eridanus si creò un
varco, costeggiando due nuovi cordoni dunali (l'attuale argine Agosta e il
cordone dunale di Boscoforte) che gli fecero da argini. Su quello di Boscoforte, console Publio Popilio Lenate, fu completata nel 132 a.C. la via detta "Popilia", a tratto nero nel disegno,
come si vede ancora meglio nella figura sotto, con un itinerario promiscuo, in parte su natanti, attraverso il delta verso Adria. Da lì si proseguiva con la via Annia fino ad Altino e Aquileia. |
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Ma
qual è la storia di Fetonte? Il nome Phaeton stava a significare per i greci "piccolo sole" o anche "splendente", un attributo questo anche di suo padre che veniva chiamato "Elio Fetonte" cioè "Sole Splendente". Elio era un personaggio infaticabile, un pilota abile di un carro che produceva luce ed energia, tirato da tori o cavalli vomitanti fuoco, col quale compiva viaggi quotidiani. Aveva conoscenza e una forza definite "divine" e paragonabili a quelle del sole; ... e con il sole venne identificato quando la sua leggenda fu tale da essere affidata all'eterna indistruttibile cineteca del cielo stellato. Ma il prediletto era il giovane maschio Fetonte, avuto dalla ninfa Climene. Una
prima bella esperienza adolescenziale: In
realtà nobile lo era già, ma Elio lo aveva consegnato alla sorella Eos
(Aurora) che gli faceva da matrigna, mentre come patrigno aveva Cefalo sposo
di Eos. I vicini pensavano fosse loro figlio. A
questo punto troviamo la tragedia. Voleva solo dimostrare che era veramente figlio di un dio Nessuno però gli credeva, anzi veniva schernito dai compagni che lo accusavano inoltre di voler fingere di essere più importante e di non accontentarsi di ciò che era.
Fu
addirittura Epafo, un altro giovane dio dell’Olimpo, a sostenere che
Fetonte non fosse in realtà figlio di Elio. “Stanco dei dileggi dei
compagni di gioco – così ce la racconta Joseph Campbell, riprendendola
dalle Metamorfosi di Ovidio – a proposito della sua paternità,
Fetonte in lacrime si recò dalla madre vera Climene, per supplicarla di
fornirgli una prova che il Elio era veramente suo padre.” Alla
ricerca del Palazzo del Sole “Si mise in viaggio attraverso
Il palazzo del Sole era posato
su delle possenti colonne, ornato di bronzi e di ori che splendevano come
fiamma. Il frontone era ricoperto di avorio lucente; le porte a doppie
battenti raggiavano di luce d’argento. E l’arte superava la materia.
Attraverso la porta difficile da varcarsi
Fetonte raggiunse la dimora del genitore e scorse Elio assiso su un
trono di smeraldo, circondato a destra e a sinistra dal Giorno, il Mese,
l’Anno e il Secolo e poste a egual distanza le Ore. C’era la recente
Primavera, la nuda Estate, c’era l’Autunno intriso di uva pigiata e il
freddo inverno irti i capelli di neve. L’audace giovane dovette arrestarsi
sulla soglia perché i suoi occhi non potevano sopportare tutta quella luce;
ma il padre gli parlò gentilmente attraverso la sala. “Perchè sei venuto? – gli
chiese. “Cosa cerchi, o Fetonte, o figlio che il padre mai
rinnegherebbe?” Il fanciullo rispose con
deferenza: “Oh padre mio (se così mi consenti di chiamarti)! Elio! Luce
del mondo! Concedimi, o padre mio, di dimostrare a tutti in qualche modo che
sono veramente tui figlio.” Il possente dio si tolse la
corona splendente, ordinò al fanciullo di avvicinarsi, e lo abbracciò. Poi
gli promise, suggellando la promessa con un giuramento, che avrebbe esaudito
il suo desiderio. Ciò che Fetonte desiderava era
il carro del padre, e di poter guidare per un giorno i cavalli alati. Elio sulle prime si oppose,
conoscendo l’immane fatica e difficoltà che tale guida comportava.
“Questa richiesta”, disse il padre, “dimostra che la mia promessa è
stata molto avventata.” Allontanò un poco da sé il ragazzo e cercò di
dissuaderlo dal proprio proposito. “Nella tua ignoranza,” disse, “tu
chiedi una cosa che non può essere concessa neppure agli dei. Tutti gli dei
possono fare quello che vogliono, eppure nessuno, salvo me, può salire sul
mio carro di fuoco, neppure Zeus. Elio cercò di convincere Fetonte, Non potendo rimangiarsi il
giuramento, il padre tergiversò quanto più fu possibile, ma alla fine
dovette cedere alle preghiere e alla tormentata insistenza del figlio, e fu
costretto a consegnare al suo ostinato figliolo il prodigioso carro. Questo
aveva l’asse e il timone d’oro, ruote con cerchi d’oro e razzi
d’argento. Già le Ore stavano conducendo fuori dalle stalle i quattro
cavalli che soffiavano fuoco dalle narici ed erano sazi di ambrosia; misero
le loro briglia tintinnanti, e i superbi animali scalpitarono impazienti.
Elio spalmò sul volto di Fetonte un unguento per proteggerlo dal calore,
poi gli pose sul capo la corona fiammeggiante. “Se almeno vuoi seguire i
consigli di tuo padre” disse il dio “non usare la frusta, tieni ben
strette le redini. I cavalli corrono già abbastanza senz’essere spronati.
E non proseguire diritto attraverso le cinque zone del cielo, ma giunto al
bivio, volta a sinistra – vedrai facilmente i solchi delle mie ruote.
Inoltre, bada, affinché il cielo e la terra ricevano un egual calore, di
non andare né troppo in alto né troppo in basso; infatti, se vai troppo in
alto incendierai il cielo, e se se vai troppo in basso dai fuoco alla terra.
La via più sicura è nel mezzo. Ma affrettati! Mentre ti parlo, la
rugiadosa Notte ha raggiunto la sua meta ad occidente. E’ ora di partire.
Guarda, già rosseggia l’alba. Figliolo, Così Fetonte, saltò sul carro,
per provare a sé stesso e agli amici che era figlio degno di un tal padre. Ben presto il carro, troppo leggero senza il suo solito carico, cominciò a sussultare come una nave senza zavorra in balìa delle onde. Fetonte non seppe reggere con la debole mano quella macchina di fuoco. Spaventato allentò le redini e non controllò il percorso. Le nuvole evaporarono. La terra si incendiò. Le montagne mandavano fiamme; le città si estinguevano entro le loro mura; le nazioni si ridussero in cenere. Zeus-Giove, il potentissimo capo degli dèi, come sempre insofferente dei giovani che cercavano di "dare l'assalto al cielo", lanciò contro Fetonte un fulmine. Il carro si sfasciò; Fetonte, con i capelli in fiamme, precipitò come una stella cadente. E il fiume Po-Eridano ricevette il suo corpo trasformato in rogo. Le naiadi di quella regione gli diedero sepoltura, e sulla sua tomba posero questo epitaffio: Il mito racconta anche del dolore delle tre sorelle di Fetonte che tanto piansero l'amato fratello finché di nuovo il solito Zeus-Giove dovette intervenire con un gesto pietoso alla sua maniera. Trasformò quelle lacrime in ambra, che cadendo nelle acque della foce del Po formarono alcune isole, dette "Elettridi", dato che col nome "elettra (brillante)" veniva chiamata dai greci l'ambra, una resina fossile molto preziosa a quei tempi, perché usata al pari dell'oro e dell'argento per oggetti ornamentali. Per completare l'opera trasformò anche le tre sorelle in tremuli pioppi, ottimo arredo verde per quelle piatte isole. Pare che il pesante intervento di Zeus abbia creato violente proteste e liti tra gli dei dell'Olimpo: il padre di Fetonte era, non per niente, il saggio e potente Elio, il dio Sole. Ma dov’è caduto Fetonte?
Abbiamo
già visto che il cordone dunoso del periodo precedente a quello etrusco è
stato individuato lungo una linea che da sud di Ravenna procede ad arco fino
ad Alfonsine, e poi verso Longastrino. Tale cordone servì poi da argine
all'afflusso delle acque del fiume Eridanus, che qui aveva un ramo tramite In
questa zona tra Sant'Alberto e Alfonsine, detta Ostium Vatrenicus (Golfo del
Vatreno), si staccava una vena terminale che costeggiando il cordone dunoso
andava a sboccare in mare proprio a sud di Ravenna. Era questo il Padus
Messanicus o Padenna, nel cui letto Plinio il vecchio identificò Quali
nascoste verità possono celarsi Osservando varie mappe della zona di Alfonsine, del 1400 1500 d. C. si può trovare un indizio: compare un nome ‘putula’ oppure ‘fossa putula’ (o pudola) che significa fossa puzzolente. Si trova all’incirca nella zona tra Chiavica di Legno e Anita, oltre l’arginatura del vecchio Po Primaro. Questo canale sembra essere una via d'acqua che si districava tra varie isole: l'isola Amerina (detta anche da alcuni insula Amarina, o Amacina o Comacina, che poteva essere una prima 'Comacchio') potrebbe essere collocata nella zona detta oggi La Comacchiese (vedasi mappa sopra), che con la via Anerina e la valle Amara portano a confermare l'ipotesi fatta. Qui nel tempo possiamo supporre che si formò un piccolo insediamento (9 focolari nel 1400) che prese il nome di Fossa Pudola dall'antica fossa di cui si è accennato sopra (vedi mappe sotto) Questo canale dalla valle Anerina (nella mappa attuale 'Valle Amara') arrivava fino alla valle Dana: ma se si fa un suo prolungamento in linea retta verso ovest (quindi arretrando nel tempo) si arriva dritto dritto a un vecchio macero ancora presente, residuo di una fossa chiamata in dialetto alfonsinese ‘Balirana’ (il nome deriva quasi certamente dai proprietari di poderi di questa zona, una famiglia di nome Ballirani, per cui le loro terre venivano dette "Ballirana". Ma per uno strano gioco del destino combinazione vuole che in lingua celtica ‘balire’ significhi ‘fossato’, ‘canale’). La ‘balirana’ si trova nella zona bonificata al tempo dei Calcagnini detta ‘Dana’ dal nome della omonima valle, oggi terreni coltivati della Cooperativa Braccianti (già chiamate anche 'Bresciane' dal nome dei successivi proprietari i sig. Bresciani). Il nome “Dana” può essere identificato con la dea greca Danae, (appartenente al ciclo lunare), un’altra figlia di Elio detta anche “Elettriona – ambra”, oppure Ecate, dea degli incantesimi. Tra
acque fetide e sulfuree emersero
L'insula Sabionaria In una di queste isole si trovava la statua di Dedalo e di Icaro, una di bronzo e l'altra di stagno. Poteva trattarsi di quella del Pireo, (già Caput Orzum), dove sorse poi Sant'Alberto, o delle altre isolette sparse in mezzo a questo grande bacino lagunare. Una di queste poteva essere quella lingua di terra (in alcune mappe chiamata ‘Insula Sabionaria’), circondata secondo qualcuno da uno stagno bollente, fetido, sulfureo, dal quale si diceva potersi ricavare addirittura resina e ambra. Su quest'isola viene ricordata da storici di epoca romana una "Contrada Vecchia", (Valle Contra nelle mappe del '400 coincide con l'attuale Cuorbalestro) residuo dell'antica e prima città di Spina. Sarà quest'isola che farà da supporto al primo nucleo di abitanti di quella che saranno poi le terre Alfonsine. (e chissà forse il borgo detto dei "Sabbioni" è un toponimo dell'antica "insula Sabionaria". E poi abbiamo l'isola Amerina in zona detta 'La Comacchiese' Di certo sappiamo che “dall'epoca romana fino al 1200 d.C. tutto il territorio della Bassa Romagna era detto Massa di Campo ed era formato da 16 isole. Verso la fine del 500 d.C. dovevano infatti ancora esistere lembi di terre circondati da paludi e canali navigabili che vennero chiamate insulae, dotate di porto, di torri rotonde di difesa con funzione di faro.” Uno
stagno bollente, fetido sulfureo: Particolare
della mappa sottostante (Archivio di Stato di Venezia, Savi ed esecutori alle acque, serie Po, dis. 177, autore non identificato) (un click o un tocco sulla mappa per averne un ingrandimento)
Indizi
e Coincidenze varie In diverse mappe del 16° e 17° secolo d.C., che riguardano questo territorio, è segnato un canale che dalla valle Anerina arrivava fino alla valle Dana: un antico canale dal nome “fossa putula”, cioè di acque puzzolenti. Una traccia di tale canale era ancora presente alla fine del 2° millennio, un macero detto “Baliræna”, nella “Dana”, oggi terreni coltivati della Cooperativa Braccianti. In lingua celtica “balire” significa canale o piccolo fiume, anche se il nome della zona deriva probabilmente dalla famiglia Ballirani, nel '700 proprietari di terre da queste parti. 2° coincidenza: la Valle Dana Il nome “Dana”, con cui ancora oggi viene denominato il podere che sorse dalla bonifica di quelle acque, può essere identificata con la dea greca Danae, (anche questa appartenente al ciclo lunare), un’altra figlia di Elio detta anche “Elettriona – ambra”. Una prima conclusione di fant-archeologia Tutto induce a credere che Fetonte sia caduto nella zona Dana o qui vicino. Alla ‘fossa Putula’ vicino all’attuale argine del Reno, si potrebbe collocare l’isola funebre di Circe. Chissà non sia questa l’origine remota del nome delle due ‘Casa del Diavolo’, che ancora oggi esistono in questa zona. (Una si nota attraversata dalla linea rossa che unisce la Comacchiese o Fossa Putula al fosso Ballirana, nella mappa qui precedentemente pubblicata che mostra tale linea). L'altra 'Casa del Diavolo' si trova alla confluenza del Senio col Reno (mappa sotto)
Questa mappa è della metà del '400 Qui arrivarono anche i greci nella loro grande
migrazione del 1500- La
storia di Fetonte è la memoria offuscata di un “qualcosa” precipitato
ad Alfonsine
Nel
Platone, nel suo Timeo, ci dice che un sacerdote egizio di Sais, per alcuni di nome Sonchis, per altri Pateneit, accompagnò Solone a vedere un’iscrizione fatta eseguire dal faraone Ramsete III sulle mura del tempio di Medinet Habu, il più imponente monumento di Tebe Ovest. Il sacerdote spiegò che lì si raccontava di un continente perduto a causa di un’improvvisa catastrofe: era il cuore di un grande e magnifico impero chiamato Atlantide. La memoria di quella catastrofe rimase nei miti, e storie leggendarie, comune a vari popoli superstiti. “Persino voi greci, pur giovani di memoria storica, - disse il sacerdote egizio – avete preservato una leggenda, la storia di Fetonte, che nasconde ben altra verità. Infatti ciò che si racconta presso di voi, che Fetonte, figlio del Sole, aggiogato il carro paterno, per non esser capace di guidarlo sulla strada del padre, bruciasse quanto era in terra e perisse fulminato, questo si racconta in forma di favola, ma la verità è la deviazione delle cose che circuendo la terra vanno per il cielo, porta alla distruzione per mezzo del fuoco, dopo lunghi periodi di tempo, di tutto ciò che è sulla terra” Quando Solone tornò in patria con i suoi appunti avrebbe voluto scriverne un poema, ma morì improvvisamente l’anno successivo. Un secolo dopo Platone, il grande filosofo e storico di Atene, venuto in possesso di quegli appunti, gli rubò l’idea e narrò della civiltà di Atlantide, un continente felice distrutto da un cataclisma naturale. La leggenda di Fetonte e il mito di Atlantide La leggenda di Fetonte potrebbe quindi racchiudere la memoria offuscata di un evento catastrofico avvenuto più di tremila anni fa, legato a fenomeni tellurici, terremoti o esplosioni vulcaniche o alla caduta di un asteroide sulla terra. Potrebbe essere il cataclisma che distrusse l’isola di Thera (Santorini) e con lei tutta la civiltà di Atlantide. Ne furono colpite diverse popolazioni in varie parti del mondo e specialmente quelle che vivevano sulle sponde del mar Mediterraneo e Adriatico, compresa la foce del Po, che quindi doveva essere già un luogo mitico e conosciuto se proprio lì venne fatto cadere Fetonte. Forse i primi colonizzatori greci di questa zona dell’alto Adriatico sentirono il bisogno di avere qualche dio legato a quegli ambienti di acqua calda e puzzolente, nonché di aria malsana, e trovarono in Fetonte lo spirito adatto che poteva sacralizzarli. O
forse proprio lì accadde qualcosa di insolito a cui fu addebitata la causa
di un evento, come disse il sacerdote egizio, dovuto alla deviazione delle
cose che circuendo la terra vanno per il cielo. Un asteroide (o un’astronave, non poniamo limiti alla fantasia!) caduta ad Alfonsine? L’anima degli abitanti di queste zone ne fu da allora pervasa. Per gli abitanti delle terre Alfonsine è stato, da allora, come un continuo lasciarsi alle spalle le regole e le identità prestabilite, attivando da qui il proprio potere di creazione, e ciò ha implicato il dover subire tutti quei conflitti, forti e laceranti, che si scatenano con sé stessi, quando si oltrepassa la linea, oltre la quale c’è il delirio. Vivere l’avventura evolutiva quindi ha significato (e ancora significa) essere disponibili a massime aperture e poi a chiudersi in confini che le delimitano, pronti a slanci sperimentali verso il nuovo e a regressioni in forme di vita casalinga. A cavallo sempre fra espansione e regole. Ecco perché si può dire che lo spirito di Fetonte alleggia in queste zone. Alfonsine è da sempre un luogo di frontiera ed incarna lo spazio fisico e mentale, comportamentale e filosofico, tipico della gente di frontiera: cioè il matrimonio fra ricerca e selvaggio, fra desiderio di infinito e bisogno di radici, tra Internet e il trebbo da bar, tra Metropoli e Deserto. Da sempre ai margini, alla periferia, tra grandi imperi e zone paludose, gli abitanti di qui hanno trovato le condizioni ideali per essere pionieri e ricercatori, perché è proprio nelle zone di frontiera che si compie l’avventura evolutiva. Non a caso questa è una terra piena di acque stagnanti, di passioni ribollenti e di paradossi, a partire dal suo nome, dolce sì, ma dove qualcuno dall’esterno non verrebbe mai a viverci: questa è una dolce frontiera, e gli alfonsinesi hanno in sé il paradosso evolutivo di una società primitiva di cacciatori e raccoglitori, diventati contemporaneamente sedentari e nomadi fuori-legge. I paradossi poi si sono moltiplicati via via, forgiando un carattere che li ha fatti essere scontrosi e festaioli, libertari e giustizialisti, anarchici, fascisti e comunisti, rabbiosi e teneri, rocchettari e ballerini di liscio, adrenalina e pigrizia. In questa piatta pianura lo spazio visivo è così tanto che si è formata una naturale sensibilità per l’infinito e per le rappresentazioni mitiche del mondo, mentre la nebbia è così frequente che il senso di smarrimento può provocare talvolta una certa euforia mentale, che spinge a vedere dentro piuttosto che fuori, come ha ben descritto Fellini nel film “Amarcord”, dove c’è un vecchio che si perde nella nebbia e s’interroga se quell’indistinto in cui si trova sia la morte.
Trovata
l’anima di chi abita le terre alfonsine, non ci resta che scoprire...
l'astronave di Fetonte 1- Fetonte
un giovane dio caduto... sulle 'alfonsine'
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