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Di origine alfonsinese, fu giornalista e console in Zanzibar

Una famiGlia di notari

Nato in via del Borghetto (oggi via Mazzini) al n° 120, lo si deduce da un documento ufficiale del 1808: "Io infrascritto Luigi figlio del vivente Domenico Mercatelli, pubblico notaro della Comune di Alfonsine, cantone di Lugo, Distretto di Imola, e Dipartimento del Reno, domiciliato in detta Comune delle Alfonsine dietro la via del Borghetto al numero civico 120."

Si trattava del nonno  di Luigi Mercatelli, notaro, sposato con Scudellari Angela nel 1813, che fu anche vice-governatore di Alfonsine nel 1815 (e sicuramente fino al 1822), quando il comune appena nato passò sotto la giudicatura di Ravenna ("Storia di Alfonsine" di R. Pasi pag. 190).

Atto del matrimonio del nonno Luigi Mercatelli

Il padre di Luigi (il nostro) si chiamava Lorenzo ed pure lui era "notaro", e anche rappresentante del comune di Alfonsine dal 1876 al 1883 nel consiglio provinciale di Ravenna (da Storia di Alfonsine” di Romano Pasi pag. 284)

Luigi si laureò in Giurisprudenza a Ferrara e si dedicò per un po' a fare l'avvocato. ma poi fu attratto dal giornalismo patriottico. Corrispondente da Roma, scrisse per il Corriere di Napoli, per passare poi a il Mattino di Scarfoglio e Matilde Serao, coi quali sostenne la politica di Crispi e l'espansione coloniale in Africa. Diventò poi corrispondente dall'Africa prima del Corriere di napoli, poi della Tribuna di Roma, della quale divenne anche condirettore. 

luigi-mercatelli-lettera-rio-de-janeiro-1922.jpg (119398 byte) Lettera autografa firmata dell’avvocato, giornalista e diplomatico italiano Luigi Mercatelli.

Roma, 5 febbraio, senza anno. su carta intestata "La Tribuna - Direzione."

 “Carissimo Conte M.....ni. La ringrazio della gentilissima sua lettera la quale è venuta incontro a un mio vivo desiderio. Sono stato trattenuto a venire da lei solo per la notizia della sua malattia, avuta dal caro ......  (?). Ora vedo che cosa accade.  Domani io vado a Napoli per salutare il Governatore alla sua partenza, poi torno a Roma. Se Ella parte col Governatore la vedrò dunque a Napoli. Io sono all'Hotel Ginevra. Se Ella come credo,  ritarda la partenza di qualche settimana la vedrò al mio ritorno, e spero che Ella vorrà venire....”.



Luigi Mercatelli di Alfonsine, con fez e giacca coloniale italiana, appositamente personalizzata. Si nota infatti la tasca aggiunta lateralmente (Biblioteca Archivio "Africana" Fusignano)

(cliccare sulla foto per averla ingrandita)

Nella foto Giovanni Pascoli a sinistra ride con sua sorella Mariù, tra loro Bartolomeo Caproni e sulla destra Luigi Mercatelli

Fu corrispondente di Giovanni Pascoli e inviato di guerra per tre volte in Africa, per raccontare gli avvenimenti della guerra coloniale in Etiopia, dell'occupazione dell'Asmara nel 1889.

Nel 1894 si trovò dentro gli scontri di Meluja; nel 1895 a quelli di Coatit e Senafè e poi all'occupazione di Adigrad. Fu presente anche alla prima (1890) e seconda (1895) occupazione di Adua e all'attacco di Debra-Ailat, non rifiutandosi di imbracciare il fucile e partecipare ai combattimenti.

Nel 1896 tornò a Roma, dopo le sfortunate vicende belliche con gli etiopi.

Traduttore per l’editore Treves del Germinale di Émile Zola (Milano 1893), il Mercatelli fu molto vicino a G. Pascoli che in una lettera scritta da Barga il 10 ott. 1897 lo definì «il più caro dei miei amici».

Pascoli gli riconobbe una funzione ispiratrice nella composizione di Odi e inni, e ne apprezzò la prosa, che giudicava magistrale al punto da inserire alcuni suoi articoli (Le batterie siciliane a Adua, Il maggiore Toselli, La tomba del capitano Carchidio, Ras Alula) nella celebre antologia da lui curata per le scuole secondarie inferiori (Fior da fiore. Prose e poesie scelte, Milano-Palermo 1902, pp. 344-363). 

 

I due condivisero, inoltre, una sorta di «socialismo patriottico», un socialismo «dell’umanità», che non avrebbe contrastato secondo Pascoli con il desiderio e l’aspirazione all’espansione coloniale (cfr. Lettere inedite di Giovanni Pascoli a L. M., a cura di G. Zuppone-Strani, in Nuova Antologia, 16 ott. 1927, pp. 427-441, in partic. pp. 427-429).

Il Mercatelli è citato anche da A. Gramsci ne "I Quaderni del Carcere", dove analizza le lettere di corrispondenza tra il Pascoli e il Mercatelli:
 "In una lettera scritta da Barga il 30 ottobre 1899 il Pascoli scrive: «Io mo sento socialista, profondamente socialista, ma socialista dell’umanità, non di una classe. E col mio socialismo, per quanto abbracci tutti i popoli, sento che non contrasta il desiderio e l’aspirazione dell’espansione coloniale. Oh! io avrei voluto che della colonizzazione italiana si fosse messo alla testa il baldo e giovane partito sociale; ma ahimè esso fu reso decrepito dai suoi teorici». (Vedere nell’opera poetica del Pascoli il riflesso di questa sua concezione e nelle Antologie scolastiche)." ......
..... In una lettera senza data, ma che lo Zuppone-Strani dice scritta da Barga sul finire del 1902 o nella prima metà del 1903 è scritto: «Eppure il poeta ti ama là, ti vede là, ti sogna là, eppure il patriota e l'”umano” (“socialista” non mi conviene più essere chiamato e chiamarmi) si esalta nel saperti investito d’una altissima missione d’utile o onore italico e di civiltà. Ti chiamavo “negriero”, e tu vai a distruggere i negrier(il Pascoli chiamava scherzosamente il Mercatelli «ras», «negriero», ecc.). E più oltre: «Perché a rifuggire dal socialismo politico dei nostri giorni aiuta me non solo l’orrore al dispotismo della folla o del numero dei più ma specialmente la necessità che io riconosco e idoleggio, d’una grande politica coloniale».

Da osservatore attento Mercatelli fece studi sui problemi dell'Africa tanto che nel 1898 fu incaricato dal Governatore  F. Martini, al quale, l’anno precedente, era stato affidato il compito di consolidare l’amministrazione civile dell’Eritrea, di reggere l'Ufficio di capo di Gabinetto di Regio Commissario civile dell'Eritrea, nominato poi Ufficiale Coloniale di 1° classe.

mercatelli-abissinia.jpg (395273 byte)

Nel marzo del 1900 tuttavia, in seguito a dissidi di carattere personale con il governatore, il Mercatelli rientrò in Italia e riprese l’attività giornalistica alla Tribuna, nel momento in cui il quotidiano, con l’avvento alla direzione di L. Roux, stava assumendo una linea sempre più vicina a G. Giolitti.

 È probabile che in questo periodo si andassero consolidando i rapporti con Giolitti, che, divenuto ministro dell’Interno nel febbraio 1901, lo chiamò a dirigere l’ufficio stampa del ministero, nell’ambito della segreteria particolare del ministro. 

Il Mercatelli. ricoprì tale incarico per due anni che avrebbe poi rimpianto ricordando, in una lettera scritta da Zanzibar allo stesso Giolitti, i «bei tempi», durante i quali aveva avuto l’opportunità di conoscere «da vicino» lo statista piemontese (Roma, Archivio centr. dello Stato, Carte Giolitti, 1° e 2° versamento, b. 26, f. 71/4: lettera del 26 nov. 1903). 

Nel 1903 venne nominato Console Generale del Regio Governo dello Zanzibar.

A Roma il Mercatelli rimase fino al maggio 1903, quando, su indicazione di Giolitti e del ministro degli Esteri T. Tittoni, fu inviato come console a Zanzibar, con l’incarico di commissario generale per la sorveglianza della Società commerciale del Benadir, per dare un ordinamento più razionale ed efficace alla gestione della colonia.

Ebbe un ruolo importante nella politica coloniale italiana in Somalia, in quanto si trovò a gestire il passaggio della colonia all’amministrazione diretta dello Stato.

 Nel marzo 1905 venne nominato commissario generale della Somalia italiana, con l’incarico di ricevere in consegna la colonia. A lui. si deve la stesura del Progetto di ordinamento della Somalia italiana meridionale (Roma 1905), che costituisce il primo tentativo di riorganizzare la presenza italiana nella regione.

 Lo sforzo del M. fu quello di consolidare la colonia in modo graduale, cercando di non accentuare i conflitti con i settori tradizionali della società somala e affermando il primato del potere civile sull’elemento militare. Egli tentò di dar vita a un modello che introducesse una legislazione ispirata al diritto italiano e lasciasse l’amministrazione dell’ordinamento consuetudinario ai tribunali indigeni. 

Nei riguardi della schiavitù – la cui mancata soppressione era stata all’origine di un’inchiesta che aveva indotto il governo a togliere la delega per l’amministrazione della colonia alla Società anonima commerciale italiana del Benadir – intese adottare un atteggiamento gradualistico, sopprimendola all’interno delle zone urbane, ma tollerandola nelle aree a economia agricola, in cui il lavoro servile era prevalente. 

Sul piano della politica religiosa portò avanti una linea filoislamica, impedendo l’insediamento nella colonia di missioni cattoliche italiane, il cui piano era stato stabilito dalla S. Sede sin dal 1903.

Gli intenti riformatori suscitarono reazioni apertamente ostili nei riguardi del Mercatelli, la cui azione in Somalia – tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre 1905 – fu al centro di un’interrogazione parlamentare e poi di un’inchiesta disciplinare del ministero degli Esteri. Le accuse si concentrarono sull’anomalo cursus honorum del console, giunto a ricoprire tale carica senza seguire la consueta carriera del corpo diplomatico, su irregolarità commesse nell’attribuzione del valore dei nichelini in colonia, sulla proscrizione dalla Somalia del prefetto cattolico inviato dalla S. Sede con il consenso del governo. 

L’affaire, che trovò ampio spazio anche sugli organi di stampa, fu costruito da ambienti conservatori, a vario titolo toccati dalla linea adottata dal Mercatelli in colonia: la vecchia Società del Benadir, una serie di ufficiali della Marina, alcuni settori del mondo cattolico. 

Il 29 maggio 1906 il Consiglio del ministero degli Affari esteri assolse il Mercatelli da tutte le accuse presentate a suo carico, ma nel mese di aprile egli era stato comunque richiamato a Roma.

Il Mercatelli proseguì la sua carriera in campo consolare senza distinguersi, per un certo periodo, per particolari iniziative. 

Dal 1906 al 1908 fu a Calcutta con patente di console generale e nel medesimo incarico fu a Melbourne dal 1908 al 1911. Il 5 giugno 1911 venne trasferito nella carriera consolare, con il grado di console generale di prima classe e destinato a Tripoli. Pur trattandosi di una collocazione particolarmente delicata che coincideva con la preparazione diplomatica della conquista della Libia, il Mercatelli non esercitò le sue funzioni poiché, nel novembre dello stesso 1911, venne chiamato nuovamente da Giolitti presso la presidenza del Consiglio, con funzioni di capo del servizio stampa. Per conto di Giolitti, dopo i primi successi militari italiani, il Mercatelli partecipò nell’ottobre 1911 a trattative extraistituzionali per la pace con l’Impero turco.

Nel 1913, con l’uscita di scena di Giolitti, il Mercatelli venne trasferito nella carriera diplomatica e posto a disposizione per qualche mese del neocostituito ministero delle Colonie. Dopo un anno trascorso al Cairo come agente diplomatico e console generale, nel 1914 fu nominato inviato straordinario e ministro plenipotenziario della legazione italiana a Rio de Janeiro (di questo incarico è frutto la relazione Il commercio dell’Italia col Brasile, Roma 1914).

Il 1° ag. 1920, poche settimane dopo la formazione del quinto governo Giolitti, venne nominato governatore della Tripolitania. Giunto in colonia il 26 agosto, si trovò a gestire una situazione complessa e confusa, in cui azioni di resistenza antitaliana si sovrapponevano alle irrisolte contese arabo-berbere. In Tripolitania portò avanti una prudente linea di pacificazione, tentando di favorire la composizione dei conflitti tra Arabi e Berberi e aprendo colloqui con i capi arabi più influenti. Tra il novembre 1920 e l’aprile 1921 favorì le trattative tra la commissione libica del Garian e il governo di Roma per ottenere la liberazione dei circa 200 prigionieri italiani di Misurata in cambio di una revisione dello statuto concesso dall’Italia nel 1919. 
Una volta ottenuto, nell’aprile 1921, il rilascio dei prigionieri – anche grazie all’intermediazione del Partito socialista italiano (PSI) – il governo non assecondò le richieste avanzate dai Libici optando per una linea dura in Tripolitania che, dopo la crisi di governo del mese di luglio, si concretizzò nella sostituzione del Mercatelli con G. Volpi.

Nel 1921 fu nominato ambasciatore a Rio de Janeiro, dove morì il 4 aprile 1922.

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