Alfonsine

| AlfonsineRicerche sull'anima di Alfonsine |

Questo sito è ideato e gestito interamente da Luciano Lucci

Un nuovo libro su Fetonte scritto da un alfonsinese nel 2016, cioè il sottoscritto Luciano Lucci  
 Fetonte: un giovane semidio caduto sulle 'terre alfonsine'
un libro scritto da Luciano Lucci  (2016)

Qui sotto gli appunti raccolti nel tempo  e usati per scrivere il libro

Fetonte un giovane dio caduto... sulle alfonsine 

1- Fetonte un giovane dio caduto... sulle 'alfonsine' (sei qui)
2- Quando anche Greci, Etruschi, Celti  bazzigarono da queste parti
3- Alla ricerca della Spina I Gli scavi e le scoperte di Marino Marini
4- Fantarcheologia sulle origini degli alfonsinesi ‘Noi siamo figli delle stelle’

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Per cercare l'anima di Alfonsine occorre attraversare questo paese come farebbe un cacciatore tribale oppure un pioniere. 
A volte come un botanico o un cercatore d'oro. Scrutando ogni cosa attentamente e cercando di cogliere il genius-loci, lo spirito del luogo, nello squarcio di un muro con una scritta sbiadita, nel volto e negli occhi di una persona, in un frammento di storia, in qualche leggenda mitologica; tutti "portatori di anima", che colpiscono per un loro potere nascosto. Ma da dove si può cominciare a cercare il genius di Alfonsine, l'anima di questi luoghi? Di solito si parte dalle origini, ma qui non c'è un ceppo originario. Il territorio alfonsinese è come un porto di mare, c'è di tutto e si è aggiunto di tutto... La Storia e la Geografia di queste zone sembrano avvolte anche loro dalla nebbia, così occorre saper cercare e scartabellare tra miti, leggende, storie.

Cominciamo da Fetonte

C'è un personaggio della mitologia greca, che ha a che fare con Alfonsine, e che ha da sempre incuriosito poeti, storici, scrittori ed artisti: si tratta di Fetonte, un dio caduto sulla terra, la cui storia è piena di fascino come una tragedia greca e stimolante come un "giallo". 


La caduta di Fetonte secondo De Chirico

Documenti scritti ne parlano già 

  • nel 700 a.C., rifacendosi all'Odissea, e alle opere di Esiodo

  • nel 430 a.C. Erodoto, nelle "Storie III, 115", ci racconta dove cadde Fetonte. 

  • nel 400 a.C. la leggenda di Fetonte fu poi rielaborata da Euripide nell'"Ippolito"

  • nel 360 a.C. citata da Platone nel "Timeo cap.3" 

  •  nel 10 a.C. perfezionata da Ovidio nelle "Metamorfosi liber II"

  • nel 1895 d.C. anche Giosué Carducci, in "Rime e ritmi - Ode alla città di Ferrara", novello Indiana Jones, collezionista e predatore delle cose insolite e misteriose, così implorava a queste terre di dirgli dove cadde Fetonte:
    "... Terre pensose in torvo aëre greve, / su cui perenne aleggia il mito e cova / leggende e canta a i secoli querele, / ditemi dove / rovescio, il crin spiovendogli, dal sole / mal carreggiato (e candide tendea / al mareggiante Eridano le braccia) / cadde Fetonte 

(Giusué Carducci: Alla città di Ferrara)

Ecco perché Fetonte cadde proprio nelle terre alfonsine

Utilizzeremo, per la ricerca, pubblicazioni varie: "Aquae cundunt urbes" di G.F. Andraghetti, "I Pollia - Alla ricerca di Spina I" di Marino Marini, e altre informazioni tratte da mappe storiche e da pubblicazioni dell'Ing. Roncuzzi e altri.

Nella zona del comune di Alfonsine più di tremila anni fa c'era il mare e le linee di costa instabili venivano modellate dalle acque di un grande estuario in cui confluivano le foci di tre fiumi: il Po, il Santerno e il Senio (ma nessuno a quei tempi li chiamava così). 
Qua e là si erano accumulate strisce di sabbia creando dossi, alture, "isole". 

Quest'antico scenario fu testimone di fatti importanti e misteriosi. 

Abbiamo una leggenda che dice che Fetonte cadde alla foce dell’Eridano, che dall’ 8000 a .C. fino al 1000 a .C. passava proprio sulle terre che sarebbero poi diventate, 2.800 anni dopo, le terre Alfonsine. 

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Nel disegno sopra si nota che l'Alfonsine di oggi si trova tra i due cordoni dunali  (uno di sabbia e l'altro detto "Linea della ghiaia") del 1500 a.C., l'epoca delle grandi migrazioni greche (pelasgiche) lungo l'Adriatico, perché proprio su quei rilievi di terra sabbiosa e ghiaiosa era possibile l'approdo. 

Un cordone successivo si formò in epoca etrusca un po' più a est (nel disegno a puntini verdi), poi il ramo cosidetto Messanico del Po-Eridanus si creò un varco, costeggiando due nuovi cordoni dunali (l'attuale argine Agosta e il cordone dunale di Boscoforte) che gli fecero da argini. Su quello di Boscoforte, console Publio Popilio Lenate, fu completata nel 132 a.C. la via detta "Popilia", a tratto nero nel disegno, come si vede ancora meglio nella figura sotto, con un itinerario promiscuo, in parte su natanti, attraverso il delta verso Adria. Da lì si proseguiva con la via Annia fino ad Altino e Aquileia. 

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Ma qual è la storia di Fetonte?

Fetonte era il giovane figlio maschio di Elio, un grande vecchio, multiveggente e saggio... tipo Obi-Wan Chenobi del film "Guerre Stellari". 

Il nome Phaeton stava a significare per i greci "piccolo sole" o anche "splendente", un attributo questo anche di suo padre che veniva chiamato "Elio Fetonte" cioè "Sole Splendente". 

Elio era un personaggio infaticabile, un pilota abile di un carro che produceva luce ed energia, tirato da tori o cavalli vomitanti fuoco, col quale compiva viaggi quotidiani. Aveva conoscenza e una forza definite "divine" e paragonabili a quelle del sole; ... e con il sole venne identificato quando la sua leggenda fu tale da essere affidata all'eterna indistruttibile cineteca del cielo stellato.
Elio aveva vari figli e figlie tra le quali Lampetia "colei che illumina" e Faetusa "la splendente": esse custodivano le mandrie di Elio in Sicilia, in un'enorme fattoria che fu saccheggiata da Ulisse e compagni, secondo il racconto che ce ne fa Omero nell'Odissea. Un'altra figlia di Elio fu Egle "la luce". 

Ma il prediletto era il giovane maschio Fetonte, avuto dalla ninfa Climene. 

Una prima bella esperienza adolescenziale: 
fu rapito da Afrodite

 Di lui conosciamo un episodio che riguarda una sua relazione con una donna esperta e appassionata: nientepopodimeno che Afrodite ( la Venere dei Romani). Fetonte era quasi un fanciullo nel fiore della giovinezza quando Afrodite, divina nell’amore, lo rapì e lo fece custode della sua bellissima casa, elevandolo ad un rango più nobile.

In realtà nobile lo era già, ma Elio lo aveva consegnato alla sorella Eos (Aurora) che gli faceva da matrigna, mentre come patrigno aveva Cefalo sposo di Eos. I vicini pensavano fosse loro figlio.

A questo punto troviamo la tragedia.

Voleva solo dimostrare che era veramente figlio di un dio

Fetonte volendo affermare la propria origine prestigiosa tenuta segreta a tutti forse per motivi di sicurezza, cominciò a raccontare in giro di essere il figlio di Elio. 

Nessuno però gli credeva, anzi veniva schernito dai compagni che lo accusavano inoltre di voler fingere di essere più importante e di non accontentarsi di ciò che era.

Fu addirittura Epafo, un altro giovane dio dell’Olimpo, a sostenere che Fetonte non fosse in realtà figlio di Elio. “Stanco dei dileggi dei compagni di gioco – così ce la racconta Joseph Campbell, riprendendola dalle Metamorfosi di Ovidio – a proposito della sua paternità, Fetonte in lacrime si recò dalla madre vera Climene, per supplicarla di fornirgli una prova che il Elio era veramente suo padre.”

Alla ricerca del Palazzo del Sole

 Allora Climene, per calmarlo, disse al figlio di recarsi da Elio e chiedere a lui direttamente. 

“Si mise in viaggio attraverso la Persia e l’India per trovare il palazzo del Sole – poiché sua madre gli aveva assicurato ch’egli era figlio di Elio, il dio che conduce il carro del Sole. 

Il palazzo del Sole era posato su delle possenti colonne, ornato di bronzi e di ori che splendevano come fiamma. Il frontone era ricoperto di avorio lucente; le porte a doppie battenti raggiavano di luce d’argento. E l’arte superava la materia. Attraverso la porta difficile da varcarsi  Fetonte raggiunse la dimora del genitore e scorse Elio assiso su un trono di smeraldo, circondato a destra e a sinistra dal Giorno, il Mese, l’Anno e il Secolo e poste a egual distanza le Ore. C’era la recente Primavera, la nuda Estate, c’era l’Autunno intriso di uva pigiata e il freddo inverno irti i capelli di neve. L’audace giovane dovette arrestarsi sulla soglia perché i suoi occhi non potevano sopportare tutta quella luce; ma il padre gli parlò gentilmente attraverso la sala.

“Perchè sei venuto? – gli chiese. “Cosa cerchi, o Fetonte, o figlio che il padre mai rinnegherebbe?”

Il fanciullo rispose con deferenza: “Oh padre mio (se così mi consenti di chiamarti)! Elio! Luce del mondo! Concedimi, o padre mio, di dimostrare a tutti in qualche modo che sono veramente tui figlio.”

Il possente dio si tolse la corona splendente, ordinò al fanciullo di avvicinarsi, e lo abbracciò. Poi gli promise, suggellando la promessa con un giuramento, che avrebbe esaudito il suo desiderio.

Ciò che Fetonte desiderava era il carro del padre, e di poter guidare per un giorno i cavalli alati.

Elio sulle prime si oppose, conoscendo l’immane fatica e difficoltà che tale guida comportava. “Questa richiesta”, disse il padre, “dimostra che la mia promessa è stata molto avventata.” Allontanò un poco da sé il ragazzo e cercò di dissuaderlo dal proprio proposito. “Nella tua ignoranza,” disse, “tu chiedi una cosa che non può essere concessa neppure agli dei. Tutti gli dei possono fare quello che vogliono, eppure nessuno, salvo me, può salire sul mio carro di fuoco, neppure Zeus.

Elio cercò di convincere Fetonte, 
ma questi fu irremovibile

Non potendo rimangiarsi il giuramento, il padre tergiversò quanto più fu possibile, ma alla fine dovette cedere alle preghiere e alla tormentata insistenza del figlio, e fu costretto a consegnare al suo ostinato figliolo il prodigioso carro. Questo aveva l’asse e il timone d’oro, ruote con cerchi d’oro e razzi d’argento. Già le Ore stavano conducendo fuori dalle stalle i quattro cavalli che soffiavano fuoco dalle narici ed erano sazi di ambrosia; misero le loro briglia tintinnanti, e i superbi animali scalpitarono impazienti. Elio spalmò sul volto di Fetonte un unguento per proteggerlo dal calore, poi gli pose sul capo la corona fiammeggiante. “Se almeno vuoi seguire i consigli di tuo padre” disse il dio “non usare la frusta, tieni ben strette le redini. I cavalli corrono già abbastanza senz’essere spronati. E non proseguire diritto attraverso le cinque zone del cielo, ma giunto al bivio, volta a sinistra – vedrai facilmente i solchi delle mie ruote. Inoltre, bada, affinché il cielo e la terra ricevano un egual calore, di non andare né troppo in alto né troppo in basso; infatti, se vai troppo in alto incendierai il cielo, e se se vai troppo in basso dai fuoco alla terra. La via più sicura è nel mezzo. Ma affrettati! Mentre ti parlo, la rugiadosa Notte ha raggiunto la sua meta ad occidente. E’ ora di partire. Guarda, già rosseggia l’alba. Figliolo, la Fortuna ti assista e ti sia miglior consigliera di quanto tu sei a te stesso. Ecco, prendi le redini.”

Così Fetonte, saltò sul carro, per provare a sé stesso e agli amici che era figlio degno di un tal padre.

Teti, la dea del mare, abbassò le sbarre, e i cavalli partirono con un balzo improvviso, fendendo con gli zoccoli le nubi, battendo l’aria con le ali, sorpassando tutti i venti che si levavano intorno a loro.

  Ben presto il carro, troppo leggero senza il suo solito carico, cominciò a sussultare come una nave senza zavorra in balìa delle onde. Fetonte non seppe reggere con la debole mano quella macchina di fuoco. Spaventato allentò le redini e non controllò il percorso. 

Le nuvole evaporarono. La terra si incendiò. Le montagne mandavano fiamme; le città si estinguevano entro le loro mura; le nazioni si ridussero in cenere. 

 Zeus-Giove, il potentissimo capo degli dèi, come sempre insofferente dei giovani che cercavano di "dare l'assalto al cielo", lanciò contro Fetonte un fulmine. Il carro si sfasciò; Fetonte, con i capelli in fiamme, precipitò come una stella cadente. E il fiume Po-Eridano ricevette il suo corpo trasformato in rogo. Le naiadi di quella regione gli diedero sepoltura, e sulla sua tomba posero questo epitaffio:
"Hic situs est Phaethon, currus auriga paterni, quem si non tenuit, magnim tamen excidit ausis" "Qui giace Fetonte, auriga del cocchio di suo padre; e anche se non seppe guidarlo, egli cadde tuttavia tentando una grande impresa"

Il mito racconta anche del dolore delle tre sorelle di Fetonte che tanto piansero l'amato fratello finché di nuovo il solito Zeus-Giove dovette intervenire con un gesto pietoso alla sua maniera. 

Trasformò quelle lacrime in ambra, che cadendo nelle acque della foce del Po formarono alcune isole, dette "Elettridi", dato che col nome "elettra (brillante)" veniva chiamata dai greci l'ambra, una resina fossile molto preziosa a quei tempi, perché usata al pari dell'oro e dell'argento per oggetti ornamentali. 

Per completare l'opera trasformò anche le tre sorelle in tremuli pioppi, ottimo arredo verde per quelle piatte isole. 

Pare che il pesante intervento di Zeus abbia creato violente proteste e liti tra gli dei dell'Olimpo: il padre di Fetonte era, non per niente, il saggio e potente Elio, il dio Sole. 

Ma dov’è caduto Fetonte?  

Abbiamo già visto che il cordone dunoso del periodo precedente a quello etrusco è stato individuato lungo una linea che da sud di Ravenna procede ad arco fino ad Alfonsine, e poi verso Longastrino. Tale cordone servì poi da argine all'afflusso delle acque del fiume Eridanus, che qui aveva un ramo tramite la Fossa Padareno (chiamato da Polibio nel 150 a .C."Padoa", ramo meridionale del Po-Eridanus, e che corrispondeva in un suo braccio al tratto terminale dell'attuale Reno, ex Po di Primaro). Qui si congiungeva alla foce del Vatrenus, cioè del Santerno e del Senio uniti.

In questa zona tra Sant'Alberto e Alfonsine, detta Ostium Vatrenicus (Golfo del Vatreno), si staccava una vena terminale che costeggiando il cordone dunoso andava a sboccare in mare proprio a sud di Ravenna. Era questo il Padus Messanicus o Padenna, nel cui letto Plinio il vecchio identificò la Fossa Augusta alias Messianica, un canale in parte artificiale che nel 1° sec. d.C. collegava i porti ravennati ai golfi padani. Il Senio e il Santerno con un unico alveo detto Vatrenus determinavano l'apporto di acqua nel grande bacino lagunare che da Conselice arrivava ad Alfonsine

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Quali nascoste verità possono celarsi 
nella leggenda di Fetonte?

Un primo fatto certo è che la foce dell’Eridanus, fin dal tempo delle grandi migrazioni greche (circa 1500- 1000 a . C.) rappresentò l’unico passaggio commerciale alla pianura padana e all’Europa continentale, che fosse accessibile ai Greci, i quali erano fortemente interessati al commercio dell’ambra, brillante pietra preziosa, di origine organica, che proveniva dalle terre baltiche. La valle del Po era l’ultimo tratto della via dell’ambra, sacra al Sole, che correva dal Baltico al Mediterraneo

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Osservando varie mappe della zona di Alfonsine, del 1400 1500 d. C. si può trovare un indizio: compare un nome ‘putula’ oppure ‘fossa putula’ (o pudola) che significa fossa puzzolente. Si trova all’incirca nella zona tra Chiavica di Legno e Anita, oltre l’arginatura del vecchio Po Primaro. 

Questo canale sembra essere una via d'acqua che si districava tra varie isole: l'isola Amerina (detta anche da alcuni insula Amarina, o Amacina o Comacina, che poteva essere una prima 'Comacchio') potrebbe essere collocata nella zona detta oggi La Comacchiese (vedasi mappa sopra), che con la via Anerina e la valle Amara portano a confermare l'ipotesi fatta. Qui nel tempo possiamo supporre che si formò un piccolo insediamento (9 focolari nel 1400) che prese il nome di Fossa Pudola dall'antica fossa di cui si è accennato sopra (vedi mappe sotto)

Questo canale dalla valle Anerina (nella mappa attuale 'Valle Amara') arrivava fino alla valle Dana: ma  se si fa un suo prolungamento in linea retta verso ovest (quindi arretrando nel tempo) si arriva dritto dritto a un vecchio macero ancora presente, residuo di una fossa chiamata in dialetto alfonsinese ‘Balirana’ (il nome deriva quasi certamente dai proprietari di poderi di questa zona, una famiglia di nome Ballirani, per cui le loro terre venivano dette "Ballirana". Ma per uno strano gioco del destino combinazione vuole che in lingua celtica ‘balire’ significhi ‘fossato’, ‘canale’). La ‘balirana’ si trova nella zona bonificata al tempo dei Calcagnini detta ‘Dana’ dal nome della omonima valle, oggi terreni coltivati della Cooperativa Braccianti (già chiamate anche 'Bresciane' dal nome dei successivi proprietari i sig. Bresciani). Il nome “Dana” può essere identificato con la dea greca Danae, (appartenente al ciclo lunare), un’altra figlia di Elio detta anche “Elettriona – ambra”, oppure Ecate, dea degli incantesimi.

Tra acque fetide e sulfuree emersero 
le terre Alfonsine

 “Nel 4° secolo a.C. – si legge sul libro “Aquae Condunt Urbes”- da cui abbiamo presso alcuni disegni e mappe, e varie informazioni - , 
il noto filosofo greco Aristotele (384- 322 a .C.)  menzionò le isole Elettridi, citate nel mito di Fetonte, come dodici isolette in mezzo alle acque del golfo Eridano

L'insula Sabionaria

In una di queste isole si trovava la statua di Dedalo e di Icaro, una di bronzo e l'altra di stagno. Poteva trattarsi di quella del Pireo,  (già Caput Orzum), dove sorse poi Sant'Alberto, o delle altre isolette sparse in mezzo a questo grande bacino lagunare. Una di queste poteva essere quella lingua di terra (in alcune mappe chiamata ‘Insula Sabionaria’), circondata secondo qualcuno da uno stagno bollente, fetido, sulfureo, dal quale si diceva potersi ricavare addirittura resina e ambra. 

Su quest'isola viene ricordata da storici di epoca romana una "Contrada Vecchia", (Valle Contra nelle mappe del '400 coincide con l'attuale Cuorbalestro) residuo dell'antica e prima città di Spina. Sarà quest'isola che farà da supporto al primo nucleo di abitanti di quella che saranno poi le terre Alfonsine. (e chissà forse il borgo detto dei "Sabbioni" è un toponimo dell'antica "insula Sabionaria".

E poi abbiamo l'isola Amerina in zona detta 'La Comacchiese' 

Di certo sappiamo che “dall'epoca romana fino al 1200 d.C. tutto il territorio della Bassa Romagna era detto Massa di Campo ed era formato da 16 isole. Verso la fine del 500 d.C. dovevano infatti ancora esistere lembi di terre circondati da paludi e canali navigabili che vennero chiamate insulae, dotate di porto, di torri rotonde di difesa con funzione di faro.”

Uno stagno bollente, fetido sulfureo: 
l’isola funebre di Circe?

 Ne ‘I Miti Greci’ (ed. Longanesi 1963) Robert Graves,  poeta ed esperto di mitologia greca, ha scritto “Omero racconta nell’Odissea che l’isola funebre di Circe, sorgeva nell’Adriatico, non lontano dalla foce del Po. I pioppi in cui furono trasformate le sorelle di Fetonte, se neri, erano sacri a Ecate, dea degli incantesimi e degli spettri, associata al ciclo lunare, e, se bianchi, erano una promessa di resurrezione. La metamorfosi delle sorelle di Fetonte in pioppi sta dunque ad indicare un’isola funebre dove un collegio di sacerdotesse fungeva da oracolo per il re-capo delle tribù che qui vivevano.”

 

Particolare della mappa sottostante
Sulla riva sinistra del Po di Primaro si legge Fossa Pudola, poi Humana, 
quindi Sant'Alberto

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(Archivio di Stato di Venezia, Savi ed esecutori alle acque, serie Po, dis. 177, autore non identificato)
La mappa è databile a poco dopo la metà del XV secolo in quanto il Santerno è inalveato nel Po di Primaro ed il "flumer Rafanarie" (Lamone) scorre ad ovest di Traversara e scarica ancora nelle valli del Mezzano.  Sul corso del Senio è indicato il porto fluviale "la predosa" nei pressi di una precedente diramazione del fiume verso una chiesa identificabile, dall'Emilia del Danti nei  Musei Vaticani con la Madonna da Fusignano (forse quella sarà la chiesa di S. Savino?); tra il porto "la predosa" e il  "porto mazo", probabilmente l'antico porto di Liba, sono indicati i "prate di Fusignano" e i "prate di Libba". Le valli già bonificate sono quasi cancellate (Dana, Nagajon e altre non leggibili), mentre ben in evidenza le zone vallive: Sabatina, Capelle, Cor Arso, Cor de Selba, la Comunal, Calzirel o de Lavezol,le Loibe, La Contra, la Cor de Mazo, la Cor Malanno, la Trivella, la Gualdinella, la Polisinella, Cordardaro, Marzan del Po, Val de Ravenna, fossatella.

Un click sulla mappa per averne un ingrandimento

Indizi e Coincidenze varie

 1° coincidenza: la fossa Putula

In diverse mappe del 16° e 17° secolo d.C., che riguardano questo territorio, è segnato un canale che dalla valle Anerina arrivava fino alla valle Dana: un antico canale dal nome “fossa putula”, cioè di acque puzzolenti. Una traccia di tale canale era ancora presente alla fine del 2° millennio, un macero detto “Baliræna”, nella “Dana”, oggi terreni coltivati della Cooperativa Braccianti. In lingua celtica “balire” significa canale o piccolo fiume, anche se il nome della zona deriva probabilmente dalla famiglia Ballirani, nel '700 proprietari di terre da queste parti.

2° coincidenza: la Valle Dana

Il nome “Dana”, con cui ancora oggi viene denominato il podere che sorse dalla bonifica di quelle acque, può essere identificata con la dea greca Danae, (anche questa appartenente al ciclo lunare), un’altra figlia di Elio detta anche “Elettriona – ambra”.

Una prima conclusione di fant-archeologia

Tutto induce a credere che Fetonte sia caduto nella zona Dana o qui vicino. Alla ‘fossa Putula’ vicino all’attuale argine del Reno, si potrebbe collocare l’isola funebre di Circe. Chissà non sia questa l’origine remota del nome delle due ‘Casa del Diavolo’, che ancora oggi esistono in questa zona. 

(Una si nota attraversata dalla linea rossa che unisce la Comacchiese o Fossa Putula al fosso Ballirana, nella mappa qui precedentemente pubblicata che mostra tale linea). L'altra 'Casa del Diavolo' si trova alla confluenza del Senio col Reno (mappa sotto)

Nella mappa sopra si nota la seconda Casa del Diavolo nella zona che unisce l'Humana (antica fossa Humana) col Canal Naviglio

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Questa mappa è della metà del '400

Qui arrivarono anche i greci nella loro grande migrazione del 1500- 1400 a.C. e incontrarono quelli che commerciavano ambra proveniente dalle zone baltiche, ma anche le tribù autoctone che qui vivevano. Luoghi lugubri e insalubri, dove si diffuse il culto delle dee della notte: Dana-Electriona-Ambra-Ecate e della loro sacerdotessa Circe, coi relativi miti della morte e della resurrezione. Qui sorgerà la prima città greca di Spina, fondata da Diomede: poi l’eroe di Argo proseguirà verso nord fino a fondare nuove colonie ad Este, Adria ed Aquileia, lasciando a Spina un gruppo di compagni. (clicca)

La storia di Fetonte è la memoria offuscata di un “qualcosa” precipitato ad Alfonsine

Cosa disse un sacerdote egiziano a Solone, 
storico e legislatore greco, 
nel racconto di Platone sul mito di Atlantide

Nel 560 a . C. il grande legislatore greco Solone compì una visita in Egitto alla ricerca delle origini dei greci. 

Platone, nel suo Timeo, ci dice che un sacerdote egizio di Sais, per alcuni di nome Sonchis, per altri Pateneit, accompagnò Solone  a vedere un’iscrizione fatta eseguire dal faraone Ramsete III sulle mura del tempio di Medinet Habu, il più imponente monumento di Tebe Ovest. Il sacerdote spiegò che lì si raccontava di un continente perduto a causa di un’improvvisa catastrofe: era il cuore di un grande e magnifico impero chiamato Atlantide. La memoria di quella catastrofe rimase nei miti, e storie leggendarie, comune a vari popoli superstiti. 

“Persino voi greci, pur giovani di memoria storica, - disse il sacerdote egizio – avete preservato una leggenda, la storia di Fetonte, che nasconde ben altra verità. Infatti ciò che si racconta presso di voi, che Fetonte, figlio del Sole, aggiogato il carro paterno, per non esser capace di guidarlo sulla strada del padre, bruciasse quanto era in terra e perisse fulminato, questo si racconta in forma di favola, ma la verità è la deviazione delle cose che circuendo la terra vanno per il cielo, porta  alla distruzione per mezzo del fuoco, dopo lunghi periodi di tempo, di tutto ciò che è sulla terra”

 Fetonte, che qui è visto come il figlio del Sole che portò distruzione per mezzo del fuoco..., sarebbe identificabile con uno o più di quei corpi celesti deviati dal loro percorso che finiscono sulla terra e la distruggono con il fuoco.

Quando Solone tornò in patria con i suoi appunti avrebbe voluto scriverne un poema, ma morì improvvisamente l’anno successivo. Un secolo dopo Platone, il grande filosofo e storico di Atene, venuto in possesso di quegli appunti, gli rubò l’idea e narrò della civiltà di Atlantide, un continente felice distrutto da un cataclisma naturale.

La leggenda di Fetonte e il mito di Atlantide

La leggenda di Fetonte potrebbe quindi racchiudere la memoria offuscata di un evento catastrofico avvenuto più di tremila anni fa, legato a fenomeni tellurici, terremoti o esplosioni vulcaniche o alla caduta di un asteroide  sulla terra.

Potrebbe essere il cataclisma che distrusse l’isola di Thera (Santorini) e con lei tutta la civiltà di Atlantide. Ne furono colpite diverse popolazioni in varie parti del mondo e specialmente quelle che vivevano sulle sponde del mar Mediterraneo e Adriatico, compresa la foce del Po, che quindi doveva essere già un luogo mitico e conosciuto se proprio lì venne fatto cadere Fetonte. Forse i primi colonizzatori greci di questa zona dell’alto Adriatico sentirono il bisogno di avere qualche dio legato a quegli ambienti di acqua calda e puzzolente, nonché di aria malsana, e trovarono in Fetonte lo spirito adatto che poteva sacralizzarli.

O forse proprio lì accadde qualcosa di insolito a cui fu addebitata la causa di un evento, come disse il sacerdote egizio, dovuto alla deviazione delle cose che circuendo la terra vanno per il cielo.

Un asteroide (o un’astronave, non poniamo limiti alla fantasia!) caduta ad Alfonsine?

 L’anima di chi abita in queste zone è  pervasa dallo spirito del dio Fetonte

 Fetonte rappresentò da allora lo spirito di quei giovani che nel passaggio dall’infanzia all’età matura, cercarono di bruciare le tappe e di inventarsi propri riti di iniziazione senza essere più guidati dagli adulti. 

L’anima degli abitanti di queste zone ne fu da allora pervasa.

Per gli abitanti delle terre Alfonsine è stato, da allora, come un continuo lasciarsi alle spalle le regole e le identità prestabilite, attivando da qui il proprio potere di creazione, e ciò ha implicato il dover subire tutti quei conflitti, forti e laceranti, che si scatenano con sé stessi, quando si oltrepassa la linea, oltre la quale c’è il delirio. 

Vivere l’avventura evolutiva quindi ha significato (e ancora significa) essere disponibili a massime aperture e poi a chiudersi in confini che le delimitano, pronti a slanci sperimentali verso il nuovo e a regressioni in forme di vita casalinga. 

A cavallo sempre fra espansione e regole. Ecco perché si può dire che lo spirito di Fetonte alleggia in queste zone.

Alfonsine è da sempre un luogo di frontiera ed incarna lo spazio fisico e mentale, comportamentale e filosofico, tipico della gente di frontiera: cioè il matrimonio fra ricerca e selvaggio, fra desiderio di infinito e bisogno di radici, tra Internet e il trebbo da bar, tra Metropoli e Deserto. 

Da sempre ai margini, alla periferia, tra grandi imperi e zone paludose, gli abitanti di qui hanno trovato le condizioni ideali per essere pionieri e ricercatori, perché è proprio nelle zone di frontiera che si compie l’avventura evolutiva. 

Non a caso questa è una terra piena di acque stagnanti, di passioni ribollenti e di paradossi, a partire dal suo nome, dolce sì, ma dove qualcuno dall’esterno non verrebbe mai a viverci: questa è una dolce frontiera, e gli alfonsinesi hanno in sé il paradosso evolutivo di una società primitiva di cacciatori e raccoglitori, diventati contemporaneamente sedentari e nomadi fuori-legge. 

I paradossi poi si sono moltiplicati via via, forgiando un carattere che li ha fatti essere scontrosi e festaioli, libertari e giustizialisti, anarchici, fascisti e comunisti, rabbiosi e teneri, rocchettari e ballerini di liscio, adrenalina e pigrizia.

In questa piatta pianura lo spazio visivo è così tanto che si è formata una naturale sensibilità per l’infinito e per le rappresentazioni mitiche del mondo, mentre la nebbia è così frequente che il senso di smarrimento può provocare talvolta una certa euforia mentale, che spinge a vedere dentro piuttosto che fuori, come ha ben descritto Fellini nel film “Amarcord”, dove c’è un vecchio che si perde nella nebbia e s’interroga se quell’indistinto in cui si trova sia la morte.

 

Trovata l’anima di chi abita le terre alfonsine, non ci resta che scoprire... l'astronave di Fetonte  

Per saperne di più su Fetonte: 

1- Fetonte un giovane dio caduto... sulle 'alfonsine' (sei qui)
2- Quando anche Greci, Etruschi, Celti  bazzigarono da queste parti
3- Alla ricerca della Spina I Gli scavi e le scoperte di Marino Marini
4- Fantarcheologia sulle origini degli alfonsinesi ‘Noi siamo figli delle stelle’

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