Alfonsine

| Alfonsine | Ricerche sull'anima di Alfonsine |

Per saperne di più su Fetonte:

1- Fetonte un giovane dio caduto... sulle 'alfonsine'
2- Quando anche Greci, Etruschi, Celti  bazzigarono da queste parti
(sei qui)
3- Alla ricerca della Spina I Gli scavi e le scoperte di Marino Marini
4- Fantarcheologia sulle origini degli alfonsinesi ‘Noi siamo figli delle stelle’

Un libro su Alfonsine
"E' Café d'Cài" 

(clicca qui, è tutto sul web)

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Alfonsine mitologica        

Quando anche Greci, Etruschi, Celti  bazzigarono da queste parti

Attorno al 1450 a .C. tutta la costa adriatica da Brindisi fino ad Adria, Aquileia e Altino fu toccata da  gruppi di migranti greci che soprattutto esplorarono il golfo dell’Eridano, la zona che oggi è territorio di Alfonsine. I racconti mitici che si incrociano con questi ambienti (Fetonte, le sorelle Eliadi, la maga Circe e la dea Danae o Ecate) erano inventati (forse!) e tramandati dai greci rimasti in patria, i quali avevano un ricordo favolistico di quelle esplorazioni di un mondo lontano. Tali miti sono considerati da alcuni studiosi anche come il tentativo di una politica mediatica, diremmo oggi, dei Greci per colonizzare anche culturalmente i territori con cui venivano in contatto.

Possibile? Anche Diomede da Argo fino... ad Alfonsine?!

Nella mitologia greca la figura che è l’emblema delle migrazioni greche di quel periodo e della loro azione colonizzatrice è Diomede, uno degli eroi achei alla guerra di Troia. Diomede era un uomo leale, abile e stratega, un uomo saggio. Dopo la caduta di Troia, tornò ad Argo, ma sua moglie Egilea non gli era stata fedele. Diomede capì che il suo ritorno non era gradito e decise di abbandonare la città, imbarcandosi per l'Italia, dove la tradizione vuole abbia fondato molte città, tra cui Brindisi, le isole Tremiti, e su... su.. finché non giunse anche nel golfo dell’Eridano. 

Il mito racconta che Diomede, dopo essere approdato da queste parti, capì che non era clima per lui, e proseguì verso nord fino a fondare nuove colonie ad Este, Adria ed Aquileia, lasciando a Spina un gruppo di compagni. Questi chiesero subito l’aiuto di un qualche dio che li proteggesse dalle nebbie e dalle malattie che esalavano dalle acque malsane della zona. Si affidarono al dio solare Apollo, a cui dedicarono un tempietto, simile a quello che c’era a Delfi, in Grecia. Racconta Dionigi d’Alicarnasso che  essi fondarono il nucleo originario che sarà poi la mitica citta di Spina... ‘approdando in un porto naturale ed accogliente ben difeso e ben protetto alle spalle dalle paludi e costruirono mura per proteggere le merci che avevano e le cose necessarie per vivere. Una parte di loro tornò in Grecia, mentre gli altri costruirono una città su un isola a forma di nave che chiamarono “Spina”, cioé “nave”’

Plinio il Vecchio, storico latino a metà del I sec. d.C., parlando della nascita di Spina, narra che "Diomede di ritorno dalla guerra di Troia si diresse verso l'Italia e arrivò in una bocca del Vatreno (così venivano chiamati i fiumi Senio e Santerno che sfociavano pressoché uniti, ndr), vicino a quella fossa (la fossa Augusta ndr) per la quale si passa a Ravenna, di grandezza di un porto. Ove entrò in Adriatico Claudio Cesare (43 d. C. ndr) su un’enorme nave che sembrava una casa, fu quel luogo primieramente nominato la foce dell’Eridano e dagli altri Spinetico, dalla citta di Spina, che ella era qui vicina, già molto prospera, come chiaramente si poteva conoscere dai tesori conservati nel tempio di Delfi, dedicato ad Apollo in Grecia.

Dietro il mito di Diomede c’è il fatto storico che gruppi di antichi popoli della Grecia, a volte identificati con i Pelasgi di Argo, colonizzarono il golfo dell’Eridano-Po, e si resero famosi in patria per il dominio che esercitarono sul mare Adriatico. Qui incontrarono altre popolazioni che commerciavano l’ambra alcune autoctone altre, provenienti dal mar Baltico.

Ricostruzione del gruppo di "spineti" a cura dell'associazione comacchiese 
Storia Viva
Compagnia Di San Pietro MDS 1471

 Un gruppo soprannominatio ‘gli Spineti’ si fermò sul territorio attualmente detto (terre) Alfonsine

All’epoca delle prime migrazioni il cordone dunale passava proprio da Alfonsine e proprio qui un approdo sicuro sarebbe stato possibile.  Ecco perché la prima città di Spina (la cosiddetta “Spina I”) potrebbe essere stata insediata proprio sul territorio alfonsinese.

La Spina di cui si è trovate la necropoli, nei pressi di Comacchio, sarebbe sorta ben mille anni dopo, nel IV sec. a.C., a causa del progressivo interramento del golfo con lo spostamento sempre più ad est della linea di costa. 

Questo fatto obbligò i greci e gli etruschi, i quali si erano spinti fin qua a commerciare coi greci stessi, che ormai erano divenuti gli abitanti predominanti di Spina, a spostare la città sempre più verso il mare.

Ma la città originaria era sorta sulle dune precedenti, quando ad Alfonsine c’era la spiaggia. 

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La mappa è tratta da "Atti del convegno internazionale di studi sulle antichità di Classe" 14-17 ottobre 1967 ede Longo (RA), 1968, e a p.121 si legge:

'Alfonsine rispetto alla costa marina 5000 anni fa. La zona con le sue isole, i dossi e il golfo, per l'importanza della sua posizione geografica ritorna, dopo tanti secoli, agli interessi della cronaca."  (un click per ingrandire la mappa)

Il controllo di importanti rotte commerciali e l’arrivo degli etruschi, per scambiare ambra e vasi greci, in cambio di marmo, ferro, portarono agli Spineti  un aumento della ricchezza e un po’ della solarità tirrenica tipica degli etruschi.

 Da pirati  a commercianti

(... le origini degli alfonsinesi?)

Gli storici di epoca romana Dionigi d’Alicarnasso e Strabone raccontano che gli abitanti di Spina erano diventati ricchi e potenti sul mare, e che la loro ricchezza era ottenuta dalla prede che ottenevano pirateggiando il mare.

La loro potenza si esplicava nel controllo delle rotte adriatiche. Il segno concreto di tale dominio era la ‘decima’ (una tassa) versata al santuario di Apollo a Delfi. La loro ricchezza diventava così palese ai greci in patria. Scrive infatti Strabone: “A Delfi si mostra il tesoro degli Spineti, e molte cose si raccontano su ciò che fu il loro potere per mare”... e ancora “A Delfi all’interno dei tesori ci sono offerte derivate dai proventi delle scorrerie che riportano delle iscrizioni, fra cui il nome dei dedicanti ‘Gli Spineti che abitano presso l’Adriatico’. I greci di Atene vedendo con l’andare del tempo quali ricchi doni arrivassero dagli Spineti (così venivano da loro chiamati quei greci antichi ormai da tempo separati dalla madre patria) si fecero l’idea che quei luoghi fossero mitici. Quindi gli Spineti avevano fatto erigere un vero e proprio “tesoro”, cioè un tempio all’interno del santuario di Delfi, dove mettevano in mostra i doni e quindi la loro ricchezza.

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Tempio Apollo: tesoro degli Ateniesi a Delfi
E’ l’unico interamente ‘recuperato’  

Così si legge sul volume "Spina Storia di una città tra Gesi e Etruschi (Ed. FerraraArte) pubblicato da Provincia e comune di Ferrara con il patrocinio della Regione Emilia Romagna del Ministero dei Beni Culturali Regionale e della Presidenza della Repubblica 1993-94 a pagina 165, scritto da Luigi Malnati noto esperto di etruscologia:

"Proprio a Delfi, anche Spina aveva un proprio Thesauròs (purtroppo non ancora identificato con certezza) ed è quindi normale che anche a Spina esistesse un santuario del Dio; la prova viene da due iscrizioni dedicate ad Apollo su askoi (vasi che prendono forme di figure animali, pesci, uccelli, ecc.) attici del IV sec. a.C. deposti successivamente in due  distinti corredi della fine del secolo; l'autore della dedica pare la stessa persona , un certo Griphos, evidentemente un membro autorevole della comunità greca di Spina nel IV secolo; del resto, come sembrano confermare i rinvenimenti in centri commerciali e portuali come Gravisca e Pyrgi, ma anche come la vicina Adria, il culto di Apollo pare affermarsi proprio all'interno di comunità molto aperte all'influenza greca. Se tuttavia fosse accertata senza ombra di dubbio la provenienza ferrarese, o meglio spinete, del bronzetto iscritto di Apollo giovinetto, attualmente alla Bibliothèque Nationale di Parigi e datata alla metà del IV secolo, dedicato da una certa Fasti, sposa di Ruifri, avremmo una conferma importante dell'esistenza di un santuario di Apollo a Spina e della sua frequentazione da parte della componente etrusca della società"

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Sul piede, lungo il margine circolare, la scritta: GRIPHOS APOLLONI

 L'ambra, Spina...  e i pioppi

Di qui passavano le carovane che muovevano da Spina, ricca colonia greca e metropoli etrusca: dirette verso l’entroterra, scambiavano ambra, marmo, ferro, con vasi greci, argento, oro.

Pettorale in ambra di epoca etrusca trovato a Verucchio

Essendo l’ambra è uno degli elementi citati nella leggenda di Fetonte, in quanto originata dalle lacrime delle sue sorelle, è evidente che la leggenda rivela perlomeno che i greci erano consapevoli di una realtà geografica lontana a nord del loro mondo, che da quel grande golfo arrivava l’ambra di cui si fregiavano le loro donne, che era presente nelle isolette disseminate nella grande foce dell’Eridano (Po). 

Che poi l’ambra fosse lì arrivata da carovane di commercianti che venivano dal mar Baltico, o che addirittura potesse essere prodotta in loco, questa rimase una questione su cui fantasticare.

E i pioppi in cui furono trasformate le sorelle di Fetonte?

Non sono forse un simbolo di queste zone, fatte di acquitrini e isolotti, oggi intuibili solo dagli occasionali rialzi del terreno.

L’antica Spina subì l’interramento e fu spostata a est

Passarono diversi secoli e la laguna padana subì, tra un alluvione e l’altra, continue modifiche. La città di Spina, divenuta sempre più importante e ricca per i commerci che etruschi e greci vi tenevano, ebbe diversi interramenti mentre un cordone dunale nuovo si formava più a est. Il passaggio via acqua da Spina verso l’interno avveniva tramite i canali come la ‘Fossa Putula’, e la ‘Fossa Augusta’, che dovevano però continuamente essere svuotati di terra, per tenere in comunicazione mare e valli, fino alle vicine colline. Verso il mare invece si dovette spostare più volte la città per mantenerla con un approdo funzionale per le barche. 

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E’ il periodo della Spina II del V-IV sec. di cui è stata trovata la necropoli, ricca di tombe con vasi e prodotti greco ed etruschi che testimoniano lo splendore, le origini e la ricchezza della città.

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Valle Trebba. Tomba etrusca della metà del IV sec. a. C.

 Alfonsine da sempre zona di confine tra grandi imperi

 Nei secoli III-II a. C. queste terre furono contese dai Celti (i Galli): Senoni, Boi, Lingoni che si sostituirono agli etruschi e ai greci. Gli abitanti di Spina non si erano mai preoccupati di attrezzarsi militarmente, dato che non dovevano conquistare alcun territorio, ma solo scambiare merci: furono così facilmente preda delle nuove tribù celtiche che dalla Gallia muovevano verso le terre padane. Ma oramai gli etruschi e i greci stavano subendo un declino sia culturale che commerciale e la conquista di Spina fu un’impresa poco memorabile.

La leggenda del “Ragno d’oro”

 Rimane una traccia dell’ultima Spina in una leggenda, nota fino al secolo scorso, sia tra gli alfonsinesi che tra i comacchiesi: la leggenda del “Ragno d’Oro”.

‘E ragn d’or dla zité antiga’, cioè ‘Il ragno d’oro dell’antica città’ è un racconto orale che narra di un’antica città (Spina) che aveva sulla porta d’ingresso un grande ragno d’oro a testimonianza della sua ricchezza. Quando i popoli celtici (i Galli) arrivarono alla conquista della città, il ragno d’oro era scomparso. Era stato nascosto sottoterra da qualche parte e lì è rimasto fin da allora? 

Ecco il testo della leggenda riportato da una abitante della bassa romagna:

C'è una leggenda dalle mie parti che mi raccontava spesso mio nonno: una leggenda di Longastrino e delle valli di Comacchio:

Migliaia di anni fa esisteva la bellissima, ricchissima e pacifica città etrusca di Spina. La sua potenza e la sua fama erano noti a tutti i luoghi allora conosciuti.

Merito di tanta prosperità era del Ragno d'Oro, talismano magico e potentissimo posto sulla porta di ingresso della città che aveva il compito di proteggerla.

Ma la ricchezza e la bellezza di Spina erano tali, che scatenarono perfino l'invidia del mare, il quale cercò più volte di invaderla, ma la potente magia del Ragno d'Oro riuscì sempre a respingerlo.
Il mare però non si arrese e, dopo giorni di furibonde tempeste, riuscì ad aprire una breccia nella ragnatela che il Ragno d’oro aveva messo a protezione della città, e la invase. La città di Spina con tutti i suoi abitanti, con tutti i  suoi e il Ragno d’oro sprofondarono nella palude
.
Ed è lì che secondo la leggenda Spina continua a vivere."
 

Mentre i comacchiesi fin dall'inizio del '900 si diedero da fare a cercare il fantomatico tesoro, trovandone uno fatto di innumerevoli tombe etrusche, 

noi alfonsinesi, da sempre scettici su storie di fantasia non abbiamo mai cercato nulla. Chissà che la prima città di Spina non sia proprio sotto i nostri piedi. 

 

 

Un solo alfonsinese, sognatore e testardo, ci provò e qualcosa trovò: Marino Marini. (clicca)

Quando Lucianus cercò di smontare il mito di Fetonte

Lucianus fu uno scrittore del secondo secolo d. C., di origine siriana. Svolse l'attività di avvocato in Antiochia di Siria (155-158). Nel 159 fu inviato come ambasciatore a Roma, dove ebbe l'occasione di entrare in contatto con il filosofo neoplatonico Nigrino, da cui si fece influenzare. Tornato ad Antiochia (160) vi rimase fino al 162, pur recandosi talvolta in Grecia. In veste di segretario della cancelleria imperiale si trasferì in Egitto, dal 173 al 176. Dopo questo incarico, egli si stabilì definitivamente ad Atene, dove morì dopo il 180. 

La produzione letteraria di Luciano spazia su generi ed argomenti tra loro molto differenti ma con una costante di fondo: la critica e la satira nei confronti delle scuole ufficiali così come dei pregiudizi dell'opinione volgare.

Il testo qui sotto è la traduzione fatta  in italiano da Luigi Settembrini del 
'De Electro' di Luciano  di Samosata

DELL’AMBRA, (O DEI CIGNI

Certamente anche voi credeste alla favola, che l’ambra stilla da alcuni pioppi che sul fiume Eridano piangono Fetonte, e che quei pioppi erano sorelle di Fetonte, le quali, per il gran lagrimare sul giovanetto furono mutate poi in quegli alberi, donde ancora goccia il loro pianto, che è l’ambra. 

Veramente anch’io udendo contar queste cose dai poeti, speravo, se mai capitassi su l’Eridano, di andare sotto uno dei pioppi, ed aprendo il seno della veste raccogliere poche lagrime, e così aver l’ambra.

Finalmente non ha guari ('non molto tempo fa' ndr), ma per un’altra faccenda, capitai in quella contrada, e risalendo in barca l’Eridano, non ci vedevo pioppi, per guardare che io facessi d’ogn’intorno, nè ambra; anzi neppure il nome di Fetonte sapevano quei paesani. 

Infatti io mi volli informare, e dimandai: 
Quando verremo a quei pioppi che danno l’ambra? Mi risero in faccia i barcaiuoli, e risposero dicessi più chiaro ciò che volevo. Ed io contai loro la favola, come Fetonte era un figliuolo del Sole, e fattosi grandicello chiese al padre di guidare il carro, per fare anch’egli una sola giornata: il padre glielo diede; ma ei ribaltò e morì; e le sorelle sue piangenti in qualche luogo di questi, dicevo io, perchè ei cadde sull’Eridano, diventarono pioppi, e piangono l’ambra sovra di lui. 

Qual bugiardo e carotaio ti ha contato questo? risposero. Noi non vedemmo mai alcun cocchiere ribaltato, nè abbiamo i pioppi che tu dici. Se fosse una cosa simile, credi tu che noi per due oboli vorremmo remare, o tirar le barche contr’acqua, potendo arricchirci con raccogliere le lagrime dei pioppi? Queste parole mi colpirono forte; e tacqui scornato, che proprio come un fanciullo c’era caduto, a credere ai poeti che dicono le più sperticate bugie, e non mai una verità. 

Ora fallitami quest’una speranza non piccola, mi affliggevo come se l’ambra mi fosse proprio sfuggita delle mani; perchè già io avevo immaginato quali e quanti usi ne dovevo fare. Ma un’altra cosa credevo sì davvero di trovarcela, molti cigni cantanti su le rive del fiume, e di nuovo dimandai ai barcaiuoli, chè si rimontava ancora: E i cigni a qual’ora cantano quel melodioso canto, stando su le sponde del fiume di qua e di là? Dicesi che essi furono uomini, compagni d’Apollo, e bravi cantatori, e che in questi luoghi furono mutati in uccelli, e però cantano ancora non dimentichi della musica. 

E quei con un’altra risata mi risposero: Oggi, o galantuomo, non la finirai di dire fandonie contro il nostro paese ed il fiume? Noi che andiam sempre su l’acqua, e che da fanciulli facciamo il mestiere su l’Eridano, di rado vediamo pochi cigni nei greti del fiume, ma fanno un po’ di gracchiare sì scordato e sottile, che i corvi e le cornacchie sono sirene a fronte ad essi: cantare dolce, e come l’hai detto tu, nemmeno per sogno l’abbiamo udito: e però ci fa maraviglia come nei paesi vostri corrano queste novelle di noi. 

Così spesse volte si cade in inganno, prestando fede a chi esagera le cose. Onde anche io ora temo per me, che voi testè venuti, e che la prima volta mi ascoltate, sperando di trovare non so quali ambre e cigni nelle cose mie, tra poco ve ne anderete ridendo di chi vi dava ad intendere che v’è tanta bella roba nei miei discorsi. Ma io chiamo in testimonio tutto il mondo, che nè voi nè alcun altro mi ha udito, nè mi udirà mai, vantarmi delle cose mie. 

Altri non pochi incontrerete, veramente fiumi Eridani, su i quali non ambra, ma oro proprio stilla dai discorsi, e sono più melodiosi dei cigni poetici: il mio dire lo vedete com’è, semplice, alla buona, e senza sonorità alcuna. Onde badate che aspettandovi troppo da me, non vi accada come a quelli che guardando una cosa nell’acqua, credono che la sia tanto grande quanto pare a vederla da su, dilargandosi l’immagine per la luce refratta; quando la cavano fuori, trovandola molto più piccola, se ne dispiacciono. Io dunque ve lo dico innanzi, e tolgo l’acqua, e mi discopro: non v’aspettate di cavar fuori qualche gran cosa, o accagionate voi stessi della vostra credenza.

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