Alfonsine

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Esecuzioni sommarie 
durante il fascismo, la guerra e nell'immediato dopoguerra 
  
contro fascisti e antifascisti, 
supposte spie, collaborazionisti e partigiani

Ricerca a cura di Luciano Lucci: in costruzione continua. 
Chi fosse interessato a proporre correzioni o a dare informazioni  è pregato di contattare 
Luciano Lucci 
( lucci@racine.ra.it )

PREMESSA

Da diversi anni con alcuni amici del circolo “Alfonsine mon amour” mi sto interessando alla storia del novecento nel nostro paese. In questo percorso ho creduto di scoprire alcune zone d’ombra, periodi di vita del paese rimossi o mai raccontati, come quelli degli anni del “fascismo vincente” degli anni ’30. Oppure eventi impetuosi o tragici che sono stati poco conosciuti, rielaborati e metabolizzati dalla nostra comunità, come quelli della “Settimana Rossa” o quelli dell’avvento del fascismo all’inizio degli anni ’20. Infine ho trovato nella tragicità del periodo bellico e post bellico episodi di violenza dovuti alla nefandezza della guerra, in cui l’anima di chi combatteva si è incattivita e smarrita, indipendentemente che si fosse dalla parte giusta o da quella sbagliata. 

Il fascismo fu una dittatura della maggioranza

Il fascismo  era riuscito ad ottenere un consenso di massa anche ad Alfonsine. La retorica della resistenza ha sempre teso a nascondere quest'aspetto del fascismo, lasciando intendere che si trattasse di una dittatura di pochi su molti. La resistenza sarebbe stata di conseguenza la rivolta dei molti sui pochi. Basta sfogliare l'elenco dei 565 informatori-delatori (o presunti tali) che compongono la cosidetta "capillare", istituita dai fascisti, solo nel comune di Ravenna, ci si rende conto di quanto il fascismo avesse pervaso la società civile. Anche Alfonsine ha il suo elenco di circa una cinquantina di nomi, mai pubblicati. Potremmo dire che nessun comune della Romagna può tirarsi fuori. E a poco servono le riflessioni di chi giustifica ciò dicendo che prendere la tessera del fascio serviva per avere pane e lavoro, o che le violenze e le prepotenze erano tali da obbligare molti ad aderire per paura, e così via... Ci fu una parte di cittadini che non aderì al fascismo, che subì sì discriminazioni, ma che riuscì ad arrangiarsi, senza per questo dover essere considerata eroica. 

Occorre quindi prendere atto che anche in Romagna, così pure ad Alfonsine, il fascismo riuscì ad essere vincente guadagnandosi un progressivo consenso di massa. Con ciò non si vuole dire che non ci fossero degli oppositori, ma che erano pochi, né si vuol dar ragione a chi per giustificare tutti utilizza frasi come "... quello era l'andazzo,... si doveva pur campare,... era una dittatura.... e non c'era altro modo" :  il classico "tutti colpevoli tutti innocenti". No! ci fu una parte vasta di gente (anche ad Alfonsine) che aderì convinta al fascismo e ne permise l'ascesa, fin dai primi anni '20. Certo il clima politico fu segnato da scontri, intimidazioni, minacce provocazioni e violenze quasi quotidiane da parte dei fascisti, e spesso ci furono anche omicidi, come quello di Peo Bertoni ad Alfonsine, o di Battista Emaldi a Fusignano. 

Nel 1924 alle ultime elezioni politiche 'democratiche' il 47% dei voti alfonsinesi andò alla Lista Nazionale (fascisti, destra, liberal-nazionali, nazional-popolari)

Ma ad Alfonsine, quando ci furono le elezioni sia amministrative ('22) che politiche ('24), pur in un clima tesissimo creato dalle scorrerie di squadristi, ci fu un vasto consenso alla Lista Nazionale (fascisti, destra, liberal-nazionali, nazional-popolari): la violenza contro i rossi aveva pagato. 

Iscritti 3781: votanti (68,5%) (nel 1921 a elezioni politiche generali avevano votato il 67%)
Fascisti (fascisti, destra, liberal-nazionali, nazional-popolari) 1358 (47%, nel 1921 erano il 13%)
Socialisti unitari (4,4%, erano il 42,8%)
Massimalisti (soc.) (13,6%, erano coi socialisti)
Repubblicani (12,6%, erano il 25%)
Comunisti (12,3%, erano il 17%)
Popolari (1,7%, erano il 2%)

E da lì fino all'entrata in guerra fu una continua ascesa. Naturalmente va messo in conto la divisione fra i partiti di opposizione e la loro messa al bando, l'abolizione delle libertà di opinione e di stampa, i tribunali speciali contro gli oppositori, insomma la dittatura. Ma occorre anche prendere atto che le responsabilità del fascismo ricadono sì soprattutto sui capi, sugli squadristi della prima ora, su "quelli della marcia su Roma", ma anche su chi ne decretò il successo con il suo appoggio e condiscendenza. 
E in questi va enumerata almeno la metà dei cittadini, anche di Alfonsine. In seguito si arrivò probabilmente a un consenso sempre più vasto, fino al punto massimo della fine degli anni '30.

Come la guerra travolse tutta una comunità

Nel voler qui raccontare di come la guerra possa stravolgere tutti i canoni di legalità e compassione,  anche da parte di coloro che sono dalla parte giusta, occorre prima raccontare i casi di scontri e morti ammazzati da entrambe le parti negli anni del fascismo nascente, poi le esecuzioni sommarie attuate contro giovani alfonsinesi antifascisti e partigiani che vennero 'giustiziati' o uccisi nel periodo della repubblichina da tedeschi e brigatisti neri o elementi della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR).

Infine si proverà raccontare delle esecuzioni sommarie o vendette personali contro fascisti, collaborazionisti, o presunti tali, durante la guerra e nell'immediato dopoguerra. 

SOMMARIO

 

  

Gli alfonsinesi morti per le violenze subite nel periodo del fascismo

Ad Alfonsine durante il periodo di affermazione del fascismo, oltre a varie intimidazioni squadriste fatte con schiaffi, minacce, bastonature, distruzioni, e a volte (poche) reazioni di chi non voleva subire, ci furono alcuni episodi violenti che causarono la morte di quattro persone 

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Peo Bertoni, repubblicano: ucciso sull'argine del fiume Senio da un colpo di fucile sparato da alcuni fascisti rimasti ignoti, che si trovavano dall'altra parte del fiume. Fu la risposta  all'accoltellamento mortale del fascista Giuseppe Baldini avvenuto nello stesso giorno in un’osteria a Borgo Fratti. Incendiata la sezione del Pri nel 'lazzaretto' e distrutto un caffé della Vittoria Calderoni sotto i portici della 'Violina', posti a fianco la rampa del fiume, i fascisti stavano marciando verso la Casa dei Socialisti ('Casa del popolo') quando il Bertoni, che faceva il calzolaio, vedendo l'incendio delle sede repubblicana e temendo anche per il suo negozio che si trovava in corso Garibaldi, si arrampicò sull'argine sinistro del fiume, per vedere cosa stava accadendo, venne preso a fucilate e ucciso. 

2 Giuseppe Baldini, fascista: ucciso in un caffé di Borgo Fratti: era diventato fascista per lavorare come facchino. Fu ucciso durante una lite da uno che gli contestò tale azione opportunistica e che non lo voleva nelle sede del caffé dei socialisti. 
3 'Spadetta': ucciso durante uno scontro con una squadra di fascisti negli anni 20 lungo l'argine dii un fiume. Fu ucciso da un colpo di arma da fuoco. Tra gli squadristi c'erano Vittorio Graziani (Tamànt). Tamànt sembra che fosse rimasto ferito, o fu passato per tale, e indotto ad assumersi la colpa di essere l'autore dello sparo. In questo modo non fu rinviato a giudizio trattandosi di legittima difesa. L'autore dello sparo fu un suo camerata.
4 Abele Faccani: fascista, segretario del Fascio Alfonsinese. 
2 marzo 1924, durante un'aggressione a Giacomo 'Mino' Gessi, quest'ultimo per non soccombere sparò e ferì il Faccani che dopo 17 giorni morì per infezione della ferita nell'ospedale di Bologna
5 Mino Gessi: ex-fascista, poi anti-fascista, ruppe col fascismo fin dai primi anni (1923) condannato in contumacia a 26 anni per l'omicidio del segretario del fascio alfonsinese, mentre invece si trattava di legittima difesa, visse in Francia finché nel 1945 fu imprigionato dai fascisti francesi e poi consegnato ai tedeschi. 
Morì di malattia il 6 febbraio nel campo di sterminio di Dachau.

(per saperne di più clicca qui)

 

SOMMARIO

 

 

  

Gli alfonsinesi antifascisti e partigiani 'giustiziati' o uccisi nel periodo della repubblichina da tedeschi e brigatisti neri o elementi della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR)

1        Adriano Zoli (1923-1944)

Adriano Zoli di Rossetta, giovane renitente alla leva per la GNR, fu assassinato da Natale Ancarani nel 1944

Risuolava scarpe ad Alfonsine, suo paese natale, il ventiseienne Natale Ancarani, di Eugenio e di Giovanna Mingozzi (Minguzzi?). Lo conoscevano tutti e perciò, quando nel 1944 fu chiamato alle armi nella Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) della neonata Repubblica fascista di Salò, l’Ancarani chiese di essere impiegato fuori di casa, magari in un paese vicino. Fu accontentato in parte, con la collocazione nei presidi di Ravenna e di Fusignano.

Il 4 maggio del 1944 lo zio di Natale, Leonardo Ancarani, noto caporione fascista, fu ucciso in località Marina, e il giorno dopo nella sede del Fascio di Alfonsine venne allestita la camera ardente. Natale, presente, dopo le condoglianze alla famiglia se n’era andato senza partecipare alle esequie e senza profferire parola alcuna, men che meno di vendetta, come dirà in seguito al processo.

Poche ore dopo, un furgoncino con cinque uomini a bordo, tutti in borghese, entrò nel cortile di una casa di contadini, nella frazione di Rossetta, abitata dalla famiglia di Guido Zoli. Erano circa le 16.30. Mitra alla mano, i cinque, chiesto fuggevolmente del capofamiglia, si diressero verso un capanno d'erba collocato a poca distanza. In esso erano soliti nascondersi tre giovani, Armando Ravaioli con Silvio e Adriano Zoli, due cugini. Non erano combattenti partigiani, ma semplici renitenti alla leva. I tre giovani, vistisi braccati, uscirono rapidamente dalla parte posteriore che dava verso la campagna, fatti oggetto da colpi di mitra sparati da due inseguitori, Antonio Pavirani e l’Ancarani stesso. Due si fermarono poco dopo con le braccia alzate, il terzo Adriano proseguì nella fuga disperata fino a raggiungere un fosso. Salvo? No, perché i due fascisti stavano proseguendo proprio nella sua direzione. Fu inevitabile uscire dal provvisorio nascondiglio, in segno di resa e diretto verso i compagni. Giunto a 40 metri, egli fu freddato dall’Ancarani. Il padrone di casa egli altri finirono in carcere a Ravenna, da cui Guido uscì dopo qualche giorno per tornare alla Rossetta mentre i due compagni del morto furono deportati in Germania.

Nel settembre 1944 l’Ancarani cambiò aria e compiti, lavorando nel ferrarese a costruire fortificazioni sul Po sotto i tedeschi. Fece bene perché di lì a poco l'asse Fusignano-Alfonsine vivrà una delle fasi più cruente e tragiche dell’intera Campagna d’Italia. Per mesi fuoco dal cielo e da terra, pericoli ovunque e per tutti. L'inferno si concluse pochi giorni prima della Liberazione dell’intera Padana, lasciando solo macerie, perfino nelle case coloniche. Rasi al suolo i due centri. Ma mentre si susseguivano gli ultimi funerali e le commemorazioni dei caduti nella lotta antifascista, già si pensava alla ricostruzione.

A Fusignano, presente una folta delegazione di Alfonsine, il 5 maggio 1945 il ricordo andò ad Adriano Zoli (classe 1923) ucciso esattamente un anno prima, nel pomeriggio, alla Rossetta, località intermedia tra i due. E, quasi per caso, nella stessa giornata fu catturato il nostro calzolaio, ritenuto responsabile dell’omicidio.

 

Al processo negherà tutto, tranne il servizio e i lavori sul Po. Dichiarò di non essere stato neppure presente al fatto e di avere saputo dal camerata Gino Ghirardelli che l’autore del misfatto era stato il Porisini, Tunin d'Pezpan, un altro brigatista nero resosi tristemente famoso per vari omicidi e condannato poi a trent’anni. Quale la verità? Se era certo il concorso dell’imputato, egli non era condannabile però per l'eliminazione materiale del fuggiasco, non provata sufficientemente.

I giudici saranno di parere contrario, confortati in questo da molteplici testimonianze: i due sopravvissuti e una donna, Teresa Leopardi, che aveva visto passare il furgoncino diretto ad Alfonsine, con l’Ancarani a bordo. Antonio Melandri anche lui sul luogo del misfatto, cui erano stati chiesti i documenti, ed infine Cesare Zoli, padre della vittima, che aveva assistito all’intera tragica sequenza. Nessuno sarebbe potuto cadere in equivoci, data la notorietà del calzolaio, nipote di Leonardo, l'odiato caporione seppellito da poche ore.

Durissima la condanna ed inaspettata, nonostante nella stesura esista un accenno allo spirito di vendetta scaturita per l’uccisione dello zio. Morte, con fucilazione alla schiena per chi aveva reso cadavere il giovane Adriano, malgrado la resa. Nessuna attenuante.

Sbagliarono i giurati dirà per questo la Cassazione, che il 3 dicembre dello stesso anno annullerà la sentenza. Non per il merito, ma per un cavillo, cioè la mancata motivazione del diniego delle attenuanti generiche. Rinvio alla Corte di Assise straordinaria di Ferrara. Poi da quel che si capisce il nuovo processo si concluse con una condanna ad anni trenta di reclusione, ridotti a 24 da una nuova pronuncia di Ravenna o di Bologna.

Ancarani ricomparve a giudizio per un altro omicidio nella prima seduta del 1947. Era il 7 gennaio. Difensore d'ufficio l'avvocato Somarzi, Pubblico Ministero l'avvocato Garzolini. Imputazione: partecipazione all'uccisione premeditata di Giovanni Dragoni.

Il 3 aprile del 1944 il Dragoni aveva fatto visita alla fidanzata e verso le 21 era rientrato a casa. Il padre vide la scena. Il giovane stava chiudendo la porta d'accesso al Mulino, quando fu raggiunto da alcuni colpi d'arma da fuoco. Ucciso perché ritenuto partigiano o perché era scattato il coprifuoco? Non si dice, così come non si fa cenno al luogo del delitto. Dalle carte si ricava però che la morte non fu immediata e che lo sventurato ebbe il tempo di fare il nome dell'Ancarani, ispirato dal noto famigerato brigatista Tabanelli Primo, detto Sciantén, eliminato a sua volta a Ravenna, durante l'occupazione tedesca. Il padre non era rimasto inattivo e dopo nove giorni aveva incontrato il Tabanelli stesso per chiedere spiegazioni, il quale così si era espresso: "Io non l'ho ucciso, forse sarà stato Ancarani".

Da qui, la nuova accusa all’Ancarani al processo del 1947. Sferzante fu il Presidente della Corte e nello stesso tempo contraddittorio. A suo avviso, con un semplice e vago indizio la causa avrebbe dovuto risolver­si in sede istruttoria, senza il rinvio a giudizio. “Deplorevole leggerezza questa”. Coerenza avrebbe voluto quindi una piena assoluzione, ma la Corte preferì l'insufficienza di prove e revocò il relativo ordine di cattura. Ovviamente l’Ancarani rimase in carcere per scontare la pena per la prima condanna.

Sta di fatto a gennaio del 1950 si fecero i conti definitivi, riepilogando i benefici derivanti dalle leggi del 1946 e del 1948. Così 24 anni meno un terzo, meno un altro terzo, uguale a otto. Il che significa che il 5 maggio del 1953 il calzolaio di Alfonsine Natale Ancarani ritornò libero.  

Ma di lui non si è più saputo nulla. Il padre Cesare Zoli non riuscì più a superare la tragedia, anche perché nel ‘ventennio mussoliniano’ era stato di idee fasciste, e un senso di colpa atroce lo portò al suicidio quattro o cinque anni dopo la fine della guerra. 

Un testimone oculare Gianfranco Betti di Rossetta

In questa storia processuale stranamente non appaiono i testimoni oculari della vicenda: i componenti della famiglia Betti che quel giorno erano a lavorare nei campi e che si trovarono a poco più di una decina di metri. Gianfranco Betti di Rossetta, che all’epoca dei fatti aveva 5 anni. 

L’abbiamo contattato ed vi proponiamo la sua testimonianza:

“A pochi metri da me vidi scappare lungo il fosso che divideva il terreno della mia famiglia da quello dei Zoli i tre ragazzi Armando, Silvio e Adriano. Inseguiti dai fascisti repubblichini i primi due si arresero subito, mentre Adriano che era fuggito più lontano rimase colpito e cadde. Io non vidi il primo colpo ma vidi di sicuro l’Ancarani in persona quando da un metro gli sparò il colpo di grazia. Avevo cinque anni e quella scena mi rimarrà impressa nella memoria per sempre.”

 Mario Farina, all’epoca un quattordicenne di Rossetta che sentiti gli spari era corso a vedere, ha confermato che lui vide il cadavere del povero Adriano con un foro di proiettile nell’occhio.

2 Aurelio Tarroni, partigiano comunista (24 aprile 1944) vice-comandante di una divisione partigiana, aveva 37 anni quando fu fucilato, assieme al mezzadro Zalambani, che abitava nel Palazzone, ed uno slavo disertore Reper Janez, a ridosso delle mura del cimitero di Ravenna.

Alle prime luci dell'alba del 23 aprile 1944, nel corso di un vasto rastrellamento nelle campagne tra Alfonsine e Fusignano, in un'area ove era particolarmente intensa l'attività dei partigiani, le forze nazifasciste sorpresero alcuni gappisti mentre riposavano nel fienile della cascina del mezzadro Ettore Zalambani. 

I sette partigiani (Giulio Argelli di anni 21, Bruno Fiorentini, Giovanni Ferri di anni 53, Giovanni di anni 30 e Severino Faccani di anni 37, Francesco Martelli di anni 22, Giuseppe Ballardini di anni 20), dopo sette ore di furiosi combattimenti, sottoposti anche a tiri di artiglieria, vennero massacrati. 

Un altro gruppo di partigiani fu individuato in una casa colonica detta "Casa Lanconelli" : erano lì presenti il comandante di divisione Alfredo Ballotta, il vicecomandante Aurelio Tarroni, Antonio Montanari e lo slavo Reper Janez. Ballotta e Tarroni tentarono la fuga, ma il primo fu colpito a morte mentre il secondo, ferito ad una spalla, fu catturato assieme agli altri.
Tarroni, in possesso di importanti documenti del comando militare, venne sottoposto a tortura nel tentativo di estorcergli preziose informazioni: legato per i piedi fu calato in un pozzo della casa vicina detta "La Zanchetta", immergendogli la testa nell'acqua, poi appeso per i polsi ad una inferriata di una finestra gli venne acceso un fuoco sotto i piedi, infine - visti inutili i tentativi di farlo parlare - costretto a camminare scalzo, con i piedi ustionati, per oltre un chilometro, per essere poi caricato sugli autocarri delle camicie nere ed essere avviato al carcere di Ravenna.

Due settimane dopo i gapisti "Gustavo" e "Luciano" uccideranno in un attentato Dal Pozzo (uno dei triumviri del fascio ravennate che aveva comandato i rastrellamenti) nel centro di Lavezzola. 

Poco dopo, sette innocenti furono immolati dalla brigata nera in un barbarico sacrificio dedicato all'anima del gerarca.

In onore di Aurelio Tarroni verrà intitolato a suo nome un Distaccamento della 28ª Brigata Garibaldi, comandata da Arrigo Boldrini, operante nella zona di Alfonsine.

3 Alfredo Ballotta partigiano comunista (23 aprile 1944) ucciso da tedeschi e brigatisti neri presso casa della Zanchetta, dove tentò di fuggire quando arrivarono alla vicina "Casa Lanconelli". 

Era l’alba del 23 aprile e una corriera blu, di quelle da trasporto civili, seguita da due camion arrivò per la strada d’argine del canale di Fusignano, si fermò al Crociaio, scese un ufficiale della “Brigata Nera” e chiese informazioni a uno del posto: «Qual è la strada per arrivare al Palazzone?». 

In una landa estesa e silenziosa cercava una casa colonica alta con stalla e molti animali (la costruirono quando lì c’era solo risaia e vi dormivano le mondine nei mesi del riso, era tanto imponente che finì per dare il nome a tutta la zona: e Palazò). L’ufficiale, ricevute confuse informazioni, ripartì e, mentre la corriera e il primo camion, con i tedeschi e un cannoncino da campo, fecero un largo giro, il secondo s’infilò deciso per una carraia che portava alle vicine case 'Zanchetta' e 'Lanconelli', una casa agricola con stalla che restava sotto il comune di Alfonsine, seppur al limite.

Il giorno prima Revel (il responsabile di zona del CLN) aveva mandato la segnalazione che l’indomani ci sarebbe stato un rastrellamento nella “Zona de’ Palazôñ” e i partigiani Antonio Montanari, Aurelio Tarroni, Alfredo Ballotta per maggior precauzione avevano prelevato dei russi (nove), già scappati dai tedeschi e nascosti a "Casa Lanconelli", li avevano trasferiti in località Passetto, oltre la strada Reale, e sistemati in un rifugio. Poi, gli stessi, erano tornati indietro, avevano riposto le armi in un posto sicuro ed erano andati a dormire nella stalla di "Casa Lanconelli", che consideravano fuori dalla zona pericolosa, dove si trovava un prigioniero slavo Reper Janez,  di cui non sapevano, e altra gente sfollata.

Le brigate nere irruppero nella stalla. Ballotta scappò ma fu ucciso nella campagna, Tarroni fu ferito a una spalla, tutti gli altri furono tratti come prigionieri e legati nel cortile. Tarroni venne sottoposto a tortura: gli bruciano i piedi e lo calarono su e giù nel pozzo con una corda, volevano informazioni sul movimento partigiano. Passò il tempo ma inutilmente perché Tarroni non parlava, allora presero tutti gli uomini e partirono per il Palazzone, dove certamente la corriera e l’altro camion erano già arrivati. Lì c’era un gruppo del distaccamento partigiano “Sauro Babini”, che aveva saputo per tempo del rastrellamento, ma non vi ha dato eccessivo peso: altre volte notizie così erano giunte e poi nulla era successo.

Arrivarono e videro che c’era già stato uno scontro a fuoco ( c'erano state sette ore di furiosi combattimenti, anche con tiri di artiglieria) e un fascista era stato ferito a un occhio dai partigiani che, con ogni probabilità, sorpresi nel sonno avevano avuto solo una modesta reazione. Per terra, tra la casa e la campagna, c'erano i corpi di Giulio Argelli, Giuseppe Ballardini, Severino Faccani, Giovanni Ferri, Francesco Martelli, Bruno Fiorentini. 
Nessuno era ferito, tedeschi e fascisti erano andati per uccidere.

Iniziarono un comportamento intimidatorio nei confronti degli uomini di "Casa Lanconelli"  che si erano portati dietro; li appoggiarono al muro della casa e inscenarono la fucilazione: una… due…tre volte. Ponevano domande personali e sui partigiani, ma poi non badavano alle risposte.

A fine giornata caricarono sui camion tutti gli uomini superstiti e ripartirono per una prima sosta a Lugo, poi una seconda e definitiva a Ravenna dove, nei giorni seguenti, fucilarono Ettore Zalambani, il capofamiglia del Palazzone, il povero Tarroni, già stremato per ferite e torture, lo slavo Reper Janez. Fortunatamente, invece, Montanari (conosciuto per E’ Gağ) e gli altri fecero appena 15 giorni di carcere.

Il perché di quest’azione stava nel disegno dei tedeschi e fascisti di uccidere i partigiani, certo, ma c’era anche l’intenzione di togliergli quel sostegno che viene loro dato da contadini e braccianti. Infatti l’intero Palazzone fu bruciato, gli animali della stalla venduti, la famiglia Zalambani messa in miseria. 

Non va sottaciuto che tutto questo successe grazie anche a informatori ben documentati e prezzolati, che avevano dato indicazione delle case in cui si potevano trovare partigiani e disertori russi o slavi.

Due settimane dopo i gapisti "Gustavo" e "Luciano" uccideranno in un attentato Dal Pozzo (uno dei triumviri del fascio ravennate che aveva comandato i rastrellamenti) nel centro di Lavezzola. 

Nulla vieta di pensare che, tra i presunti informatori alfonsinesi denunciati dai partigiani per quei fatti, vi siano alcuni tra coloro che furono poi 'giustiziati' dai partigiani alfonsinesi.
 

3
Antonio Pezzi (Caplò) (27 dicembre 1943)     (1901-1943) antonio-pezzi.jpg (63989 byte)

Dopo la caduta del fascismo e l’armistizio dell’8 settembre del 1943 si era formato ad Alfonsine il CNL (Comitato Nazionale di Liberazione), referente di tutti gli antifascisti. Ma già in ottobre si insediarono nella Casa del Fascio i militi della Guardia Nazionale Repubblicana (i nuovi fascisti della Repubblica di Salò) con a capo il comandante della milizia Goffredo Camilli. Da subito entrarono anche in azione le prime squadre di partigiani, le SAP (Squadre di Azione Partigiana) legate al CNL.

ll 26 dicembre 1943 venne ferito in un’azione progettate dalla SAP di piazza Monti la guardia municipale Giuseppe Pagani (Gigì dla Murètta). Questi era stato un noto sostenitore del fascismo e aveva aderito anche alla nuova Repubblica di Salò. Il Pagani stava camminando in piazza Monti davanti al bar Centrale d’Frazché (Tavalazzi) insieme Domenico Rambelli, figura fino ad allora poco nota, che si era prestato a essere ingaggiato dal Camilli come capo del Direttorio del nuovo partito repubblichino 1ocale, dato che in pochi degli ex-fascisti avevano aderito all’appello dei nuovi fascisti. 

Filtrò la notizia di una imminente reazione e vendetta, e molti antifascisti avvisati per tempo abbandonarono le abitazioni. Inutili le sortite e le perquisizioni dei militi. A sette chilometri dal paese, a Taglio Corelli, riposava tranquillamente un uomo pacifico con simpatie genericamente antifasciste, Antonio Pezzi di anni 42. Alle due di notte bussarono violentemente alla porta. Lo prelevarono per portarlo nella sede centrale. Ma poco dopo nel buio si sentirono due colpi a distanza. La mattina successiva i Carabinieri accorsero sul posto, trovano due bossoli e macchie di sangue sull'asfalto della strada ‘Reale’ e il cadavere del povero calzolaio sull’argine del fossato che divideva la strada dai campi, a poco più di duecento metri dal domicilio. I famigliari, il padre Giacomo, il fratello Pietro, la moglie Maria Zanzi e e i quattro figli in giovane età non furono in grado di identificare nessuno dei probabili assassini. Dalle indagini e dall'autopsia (dottori Umberto Pasini e Giovanni Preve) risultò che i due colpi provenivano da una pistola di grosso calibro e da un moschetto, modello "1891", il primo dei quali aveva ferito non mortalmente il collo e il secondo aveva fatto esplodere la base cranica. I Carabinieri si erano fermati lì, anche se qualcuno in paese si era vantato del delitto, asserendo di avere sparato alla vittima mentre era a terra ferita. Omicidio premeditato da parte d'ignoti.  

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TERMINATA LA GUERRA, al processo che si era aperto a Ravenna in una Corte d’Assise Speciale questo delitto sembrava concludersi senza individuazione dei colpevoli. 

Ma il 26 gennaio 1946 si ebbe la svolta. Il giovane Costante Vicari, residente a Ravenna, classe 1924, presente al processo, decise di testimoniare su quei fatti. In base a quella testimonianza e ad altre fonti processuali si può ricostruire ciò che successe la sera del 26 dicembre 1943. 

Subito dopo gli spari, ci fu una riunione presso la sede del Fascio. Presiedeva il cav. Domenico Rambelli. Rapida la decisione: stilare un elenco degli antifascisti di Alfonsine, su cui fare ricadere la rappresaglia per il ferimento del camerata Pagani. Una squadra della milizia fascista si recò poi verso Taglio Corelli in cerca di un noto comunista di nome Zaniboni. Ma questi aveva già preso il largo. Così, o per errore di persona o perché dovevano comunque dare un segnale di forza, presero il povero Antonio Pezzi. 

Della pattuglia, a detta del teste-complice, facevano parte, oltre a lui stesso, Achille Lugaresi fu Antonio e di Fagnocchi Virginia, nato a Ravenna ed ivi residente, Domenico Rambelli, fu Pietro e fu Lucrezia Sintoni, nato a Russi e domiciliato ad Alfonsine in via Mazzini n° 8, classe 1888, Mario Menghi, un certo Frattini di Ancona, Ezio Mariani da Passo Corvaro (?), un Valenti non meglio precisato, un Ancarani poi deceduto (il fascista di nome Leonardo ucciso dai partigiani? ndr), Giovanni Casanova e Chiarissimo Sutter” 

Il Vicari, tra l’altro indicato a suo tempo come colui che si era vantato del colpo di grazia, aggiunse che la pistola del tipo “Ghisenti” era stata usata dal Lugaresi e di non ricordare il nome di chi aveva usato il moschetto. (Cioè lui stesso!)

Contro il Rambelli, ancora latitante, ci fu la testimonianza del noto veterinario di Alfonsine, il dott. Lorenzo Sgarbi, presente la sera della riunione del Direttorio alla Casa del Fascio di Alfonsine. Questi attribuì proprio al Rambelli tutte le malefatte di quel periodo accadute in paese e dintorni. 

Sgarbi fu poi chiamato a processo a piede libero proprio per questo episodio. Il dott. Sgarbi, secondo la testimonianza di un ex-brigadiere dei carabinieri di Alfonsine Vincenzo Sardano, era presente la sera della riunione del Direttorio alla Casa del Fascio di Alfonsine e aveva contribuito attivamente a compilare un elenco di 40 persone da impiccare ai lampioni della piazza. Ma l’ex-Tenente Fortunato Cappelletti, pure presente a quella riunione e critico alla minacciata impiccagione di massa, dichiarò che non si era accorto di un apporto positivo del dottore. Anche il parroco Don Liverani, che faceva parte del CNL, sostenne che Sgarbi era stato contrario a qualsiasi impiccagione. Dato comunque che quell’eccidio non si verificò e che l’imputato Lorenzo Sgarbi, nato a Lugo nel 1898 ammette solo la sua iscrizione al Partito Fascista Repubblicano”, e dato che si disse che aveva aiutato i partigiani fuassolto per non aver commesso il fatto”. 

Come mai il Vicari aveva confessato un misfatto tanto grave, con il pericolo di essere chiamato in correità? Egli dichiarò che allora faceva il doppio gioco, che di fatto era un sabotatore dei piani fascisti, cercando di far credere che stava dalla parte dei partigiani. Ma contro di lui pendeva anche l'accusa di sequestro e di saccheggio a mano armata avvenute durante la guerra. Insomma era un bandito generico che tentava di farsi una nuova verginità. Non plausibile per la Corte su questo punto. Le difese degli altri imputati sostennero che il Vicari era un autentico calunniatore, come dimostrava l'assoluzione di Ezio Mariani, citato tra gli esecutori dell'omicidio, mentre in realtà si trovava in licenza. Il giudice non ritenne di annullare una confessione, sostanzialmen­te credibile, per la cattiva reputazione del pentito o per un errore nell'elencazione dei partecipanti. Lugaresi, Rambelli e Vicari furono ritenuti colpevoli di tutte le imputazioni. Nessuna attenuante, neppure per il pentito, falsa­mente doppiogiochista, un "sicario", una "bieca figura di criminale". “Carcere a vita per omicidio premeditato e mantenimento in prigione a carico dei rei”. Non era mai successo che la Corte emanasse una simile pena.

ALCUNI ANNI DOPO in seguito a una sentenza successiva in Corte d’Appello a Perugia, di cui non abbiamo documentazione, secondo quanto ci hanno raccontato i parenti del Pezzi, tutte quelle accuse non superarono la prova, e gli imputati furono assolti. Di loro non si è mai saputo nulla, né i dettagli di questa storia sono mai diventati patrimonio comune dell’opinione pubblica alfonsinese.

(Le fonti alla base di questo articolo sono il libro “Camicie Nere” di Andreini e Carnoli ed. Artestampa in rete qui , voci raccolte tra ex-partigiani e parenti del Pezzi)

4

Ettore Zalambani (24 aprile 1944) Era mezzadro e proprietario della casa detta Palazzone dove avvenne lo scontro con i tedeschi e i brigatisti neri. Zalambani e la moglie furono catturati mentre tutti gli altri uccisi. Portati a Ravenna con i prigionieri fatti nell'altre case dette 'Zanchetta'  e "Casa Lanconelli", Ettore Zalambani fu fucilato con Tarroni e lo slavo Reper Janez. La moglie fu rilasciata ma l’intero Palazzone fu bruciato, gli animali della stalla venduti, la famiglia Zalambani messa in miseria.

 

SOMMARIO

 

  

Esecuzioni sommarie durante la guerra (quali e con quali criteri)

Negli anni dell'occupazione tedesca i partigiani ad Alfonsine, come in altri paesi, 'giustiziarono' diversi collaborazionisti, senza però lasciare alcuna documentazione sulle motivazioni o su eventuali accuse o processi popolari. Quindi si possono considerare tali azioni più che 'atti di giustizia sommaria' come 'esecuzioni sommarie' dove il prezzo più alto della vita probabilmente fu pagato da qualcuno ingiustamente e soprattutto in modo non proporzionato alle eventuali colpe. L'unica motivazione data dai partigiani a queste azioni la si trova sul "Convegno di studi sulla Resistenza - Alfonsine 1974"  dove a pagina 98 si legge: "Possiamo affermare oggi, senza timore di essere smentiti, che se un centinaio di persone in meno sono state giustiziate, ciò lo si deve essenzialmente al fatto che esse abiurarono la loro iniziale scelta politica, rifiutandosi di riprendere la tessera fascista nel periodo repubblichino."

Si deduce che il criterio con cui i partigiani di Alfonsine si sentirono autorizzati a colpire i fascisti fu la loro iscrizione o meno alla Repubblica di Salò. Il che implica che essi vennero in possesso dell'elenco degli iscritti. Non si sa ancora se e come ciò avvenne, né se vi fossero precise sedi in cui si decidesse chi, come, quando e dove andasse eliminato, tanto che si può supporre che qualsiasi 'testa calda' si sentisse autorizzato a fare il "giustiziere". 

Esecuzioni sommarie nell'immediato dopoguerra

Nell'immediato dopoguerra ci furono diversi episodi che testimoniano di una volontà di 'castigo' che non si fermò certo con la fine dichiarata della guerra.

La pubblicazione in tempi recenti di libri che raccontavano tali episodi hanno suscitato tante le polemiche. Scrittori e associazioni di ‘sinistra’ e ex-partigiani ancora in vita hanno detto che era nelle cose che contro i vinti di una guerra civile così piena di atrocità si fosse poi cercato il castigo da parte di chi aveva subito tanto lutto. Alcuni a questo riguardo evidenziano che certo lo scandalo c'è, ma sta nella violenza in quanto tale, sta nella guerra, come in tutte le guerre, sta in tutte le atrocità compiute su popolazione inermi o nelle vendette rabbiose su persone supposte colpevoli di vari crimini.
Eppure si ha la sensazione che oggi non basti questa specie di autodifesa, perché rischia di portare a un giustificazionismo generico e forse offensivo per le vittime e i loro famigliari.

Se si indaga a fondo sulle esecuzioni sommarie da parte di partigiani, avvenute nell'immediato dopoguerra, si può scoprire che erano frutto di uno spirito di vendetta, spesse volte sì di tipo personale-famigliare.

Ma si possono intravedere e supporre anche aspetti di vendetta di classe, contro padroni e proprietari terrieri, se non addirittura azioni di violenza, organizzata da piccole bande, con la confusa idea di promuovere una fantomatica rivoluzione comunista. 

In certi casi furono anche tentativi di estorsione, che sfruttavano vigliaccamente un millantato credito partigiano. 

L’intenzione mia è stata (ed è ancora) quella di sottrarre un tema di questo genere alla speculazione politica. Ritengo che l’errore più grosso sia che questi argomenti vengano utilizzati, in qualunque modo, e anche con le migliori intenzioni, da personaggi o partiti politici. Dovrebbe essere la comunità locale e le sue istituzioni a saperli affrontare.

La fatica e la pesantezza nell’affrontare l’argomento che riguarda persone assassinate e spesso fatte scomparire nell’immediato dopoguerra, deriva dal fatto che ancora oggi, ogni parola che si scrive, ogni argomentazione che si tenta di esporre, a volte anche sbagliando, rischia di essere mal interpretata o a volte anche di urtare (senza volerlo) la sensibilità di famigliari, o di associazioni di una parte o dell'altra.

Gli alfonsinesi fascisti uccisi o fatti scomparire 
tra maggio del 1944 e maggio del 1945

I nomi in rosso furono uccisi o scomparsi dopo il 30 aprile 1945. 
I nomi in blu furono uccisi o scomparsi prima del 30 aprile
Questa tabella e le relative informazione non è documentata in modo storicamente accettabile, e quindi necessita di ulteriori verifiche, aggiornamenti, ricerche
1 Amadei Pietro di Ignazio: anni 26  civile. Faceva il mezzadro. 
Fu prelevato da casa  il 22 maggio 1945 e fucilato.  La sua salma fu trovata al crocevia delle 2 Madonne in un campo di proprietà della famiglia Salvatori
2 Ancarani Leonardo (Bugiacchì) (n.      - m. 4/5/1944)

Fascista della prima ora faceva il postino ad Alfonsine. 
Aderì alla R.S.I. e fu ucciso a Marina di Ravenna il 4 maggio del 1944. Suo nipote Natale Ancarani il giorno successivo assassinò a Rossetta Adriano Zoli, giovane innocente ragazzo che non aveva risposto alla chiamata di leva della Guardia Nazionale Repubblicana.

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Andraghetti Camillo 
(Camilé d’Sulacì) (1900-1945)

 

Fu fascista militante durante il  ventennio, aveva fatto parte del primo nucleo di cinquanta alfonsinesi iscritti al Partito Nazionale Fascista, presente nelle squadre d’azione e partecipò a 22 anni alla Marcia su Roma. 

Durante il fascismo lavorò con la sua famiglia di contadini, che conduceva in affitto alcuni ettari di terra. Svolse l’attività di istruttore premilitare per i ‘giovani avanguardisti’.

Dopo la caduta del fascismo l’Andraghetti aveva aderito alla RSI, dalla primavera del ’44 fece parte della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) a Ravenna e si trovò un posto da impiegato come magazziniere alla ‘Caserma Gorizia’, poi alla "Caserma Garibaldi" e anche in quella detta "Italo Balbo" di Ravenna. Girava voce che avesse partecipato allo scontro del Palazzone tra Fusignano ed Alfonsine dove  tedeschi e brigatisti neri uccisero diversi partigiani. Ma suo cugino Paolo Savioli, che faceva parte della Resistenza, sentì dalla testimonianza diretta di Scianté, noto famigerato brigatista nero (un vero criminale) di Bagnacavallo, che operò in quei giorni ad Alfonsine, che "Andraghetti se ne sta sempre rinchiuso nel suo ufficio a Ravenna, non era sicuramente al Palazzone". 

Il Savioli (oggi 2010 ultra 94enne, ma ancora lucido e di ferrea memoria) sostiene quindi che Camillo Andraghetti non era nel mirino della Resistenza locale. 

Quando, sotto l'incalzare dell'avanzata alleata, nella seconda metà del '44 il Comando generale della GNR ordinò l'arretramento più a Nord dei suoi reparti, il neo-costituito battaglione "Ravenna" andò a formare i presidii di Pescantina e Bussolengo, in provincia di Verona. Camillo Andraghetti decise di seguire il suo battaglione. Con un suo aiutante, un maresciallo di Bagnacavallo, si recò a casa di quest'ultimo dove incontrò i figli e la moglie per l'ultima volta. Al figlio maschio più grande, che gli comunicò la sua intenzione di aderire alla lotta partigiana, rispose: “Segui il tuo istinto”, dandogli una delle sue pistole.

ARRIVARONO A BUSSOLENGO  al loro battaglione della GNR. Quando da lì a poche settimane, con la sconfitta dei nazifascisti ormai nell’aria, Mussolini, capo dello Stato e delle Forze Armate ma anche diretto comandante della Guardia Nazionale Repubblicana, alle 19.30 del 25 aprile liberò tutti dal giuramento, i due camerati romagnoli gettarono le divise e, messi gli abiti civili, si nascosero a Bussolengo a casa di contadini, che li ospitarono. Camillo però era deciso a tornare a casa, nonostante il suggerimento dell’altro a restare ancora fermi. Partì da solo, in bicicletta, con una valigia, dove, oltre a pochi abiti, aveva i soldi dello stipendio di tre o quattro mesi di arretrati, che era riuscito ad avere prima della caduta della Repubblica di Salò. 

(Il suo amico-aiutante, tornato dopo alcuni mesi dalla fine della guerra a Bagnacavallo, riuscì a farsi contattare dalla moglie di Camillo e le raccontò quello che sapeva). Nei primi anni del dopoguerra una delle sorelle di Camillo raccontò alla moglie di aveva parlato con uno (di cui non fece il nome) che era stato anche lui a Bussolengo e disse di aver parlato con Camillo, raccontando pure della bicicletta e della valigia. Ma non sapeva o non ricordava il luogo esatto in cui l'aveva visto ancora vivo. Quel testimone disse che l'Andraghetti venne fermato sul ponte, ma di quale ponte si trattasse non si sa. Siccome lo conosceva gli disse "Ma tsi te Camell, ma dove vai?" "Vado a vedere la mia famiglia". E l'altro "Guarda che è meglio che tu torni da dove sei venuto perché è un brutto momento"  "Tu sai niente della mia famiglia?" - chiese Camillo. "No..." "Allora vado" "Fai come vuoi, buona fortuna". Probabilmente si era ai primi di maggio. Da allora di Camillo Andraghetti non sì seppe più nulla e il suo corpo non fu mai trovato.  Ufficialmente è considerato come ‘scomparso’ con ‘dichiarazione di morte presunta del Tribunale di Ravenna del 1950’. La data indicata è quella del 13 maggio 1945.

‘GIUSTIZIATO’ O ASSASSINATO PER ESSERE DERUBATO?

La ‘scomparsa’ di Camillo Andraghetti potrebbe ricadere nell’ambito delle esecuzioni sommarie di quegli anni tremendi e particolari, anche se non circolano ‘voci’ e ‘chiacchiere’ che possano indurre in questa direzione. 

Per lo meno non vi sono elementi che possano far pensare al coinvolgimento di partigiani alfonsinesi che avrebbero potuto riconoscere l’Andraghetti, e quindi eventualmente averlo ‘giustiziato’ in quanto ‘repubblichino’. 

Tutto potrebbe essere successo, come ad esempio anche la sua soppressione per derubarlo della valigia coi soldi, ma da parte di chi e dove non è possibile saperlo. Certo che l’aver reso introvabile il corpo richiama ad altri casi analoghi ben noti.

SU INTERNET, in vari siti di ispirazione fascista, si trovano elenchi dei fascisti caduti e dispersi della Repubblica di Salò. Vi sono anche vari alfonsinesi. Camillo Andraghetti è segnalato come “scomparso a Riolo Bagni il 13 maggio 1945”. Richiesti chiarimenti al referente di uno di questi siti, riguardo a tale informazione, ecco la risposta: "In effetti l'Andraghetti risulta scomparso tra Pontelagoscuro ed Alfonsine mentre in bicicletta tornava a casa. La data del 13 maggio è quella della Dichiarazione di Morte Presunta del Tribunale di Ravenna del 1950, la località Riolo Bagni (o Riolo Terme) invece era stata messa dal curatore originario dell'elenco da una fonte indicata "giornalistica" non specificata quindi non possiamo accertarne la veridicità. Non abbiamo variato questa località di dispersione in quanto evidentemente da qualche parte è stata rilevata. Anche se Riolo Bagni risulta qualche chilometro più ad ovest rispetto alla strada che avrebbe dovuto percorrere Camillo Andraghetti non è neppure troppo distante da Alfonsine." 
Se questa è la metodica con cui si fanno questi tipi di ricerche, bèh…  

Le fonti utilizzate da noi sono 
a- la testimonianza diretta di Sante Andraghetti,  figlio di Camillo Andraghetti, 
b- il libri ‘Storia di Alfonsine’ di Romano Pasi
c- il libro ‘Camicie nere’ di Carnoli-Andreini.

PIETA’ PER I MORTI

 È noto a tutti che diversi fascisti alfonsinesi sono stati eliminati, anche fino ai primi giorni del maggio 1945, o perché ritenuti aderenti alla R.S.I e quindi collaborazionisti, in quel caso sommariamente ‘giustiziati’, oppure altre volte tragicamente fatti sparire, chissà da chi, senza sapere il come, dove e perché. Alcuni dei loro famigliari non hanno mai potuto ritrovare i resti dei corpi e hanno trascorso una vita nella speranza di dare loro una sepoltura e avere con ciò un po’ di pace. Raccontare le loro storie vuole essere un modo per sopperire a quella mancanza, dato che la possibilità di ritrovare quelle povere ossa resta ormai solo una lontanissima speranza.  

Sante Andraghetti, figlio di Camillo, ha chiesto di lanciare un appello: “Se qualcuno ha informazioni precise rispetto alla possibilità di ritrovare i poveri resti di mio padre è invitato a contattarmi telefonandomi o scrivendomi, oppure lucci@racine.ra.it , il tutto anche in forma anonima”
Sante Andraghetti 48011 Alfonsine (RA) Viale Degli Orsini, 40 tel: 0544 81712

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Argelli Giuseppe (Scuscén)

(Clicca sul nome per saperne di più)

Giuseppe Argelli (Scuscén), fascista della Marcia su Roma, squadrista ad Alfonsine e dintorni, vigile municipale. Durante la Repubblica di Salò, si trovò in una zona grigia: dopo la caduta del fascismo lasciò qualche dichiarazione dubbia, ma poi si offrì di aiutare chi, durante il fronte di guerra, organizzava l’assistenza sanitaria per gli ammalati e feriti di Alfonsine (il CLN). Forse qualcuno lo ritenne un pericolo, forse era troppo rischioso avere in giro uno su cui si dubitava, forse qualcuno cercò una vendetta personale, sta di fatto che fu fatto sparire e il suo corpo mai più ritrovato. (Per saperne di più clicca qui)

Argelli Alfredo
5 Balbi Achille
6 Baracca Stefano agricoltore possidente
7 Bedeschi Maria (donna di Pasaré e madre della moglie di Giorgini): uccisa a Bologna dai partigiani con l’accusa di aver collaborato coi tedeschi
8 Dradi Fedele  accusato come spia per i fatti del Palazzone ucciso a mitragliate davanti a casa, estate ‘44
9 Dradi Aldo:  mugnaio in via reale dove oggi c’è la tipografia
10 Errani Vito (Vito d’fati): Era un fascista, un ricco 'dandi' locale che aveva l’auto, era un donnaiolo, si dice che fu ucciso per motivi di corna. Ma Tonino Pagani d'Cai disse che assistette, per caso, al suo interrogatorio nella sede dove era installata la 'Polizia Partigiana' nell'aprile del 1945. Vide che era seduto su una seggiola e picchiato a sangue. (testimonianza orale rilasciata a Luciano Lucci). Il luogo era la casa di via Mameli che nel dopoguerra fu requisita dall'ANPI per farne la sede e poi negli anni '50 divenne proprietà del PSI.
11 Ghiberti Giovanni
12 Ghini Caio (Caio d’ bajuchèn). Era solo un povero uomo, figlio di un ricco possidente fascista Giuseppe Ghini (bajuchèn), ma che veniva trattato come un garzone. Era spesso ubriaco. Si dice che nascondeva le bottiglie del vino nelle sue terre con sopra il tartufo per poi andare a trovarle con il suo cane da  tartufo e berle con i suoi amici, che erano poi i suoi braccianti. Non era invischiato nella politica. Fu ucciso da un suo operaio (partigiano) con cui era in attrito. Forse fu ucciso semplicemente per rubargli i soldi che stava portando per pagare gli operai. Il colpevole era noto a tutti, ma non fu mai inquisito.
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Giuseppe Marini  (industriale) 
(clicca sul nome per saperne di più)

Sfollato con la famiglia al di là del Po Vecchio (Reno), ad Anita, tornarono nel febbraio del 1945 in paese, alloggiati presso la casa della figlia Marina sposata a Fausto Vecchi, in via Mazzini. A guerra finita, senza nulla temere, si trasferirono nella seconda casa in via Roma, dato che quella in piazza Monti era diventata inagibile.
La sera del 5 maggio 1945, mentre era in casa con la moglie Carolina (la Carlina) e tutta la famiglia, sentì fermarsi un autocarro davanti a casa. 
Nel cassone coperto da un telo c’era già qualcuno. Secondo le fonti, non rese note, del periodico “Il Romagnolo", scesero in tre e bussarono alla porta, vestiti con giacche a vento e scarponi. Quando Giuseppe Marini aprì gli ordinarono di uscire e seguirli alla questura di Ravenna. La moglie si spaventò ma Giuseppe Marini la rassicurò col proverbio “male non fare, paura non avere”. In tasca aveva un portafoglio con ottanta mila lire. L’autocarro partì in direzione della via Reale. Si saprà poi che andò a prelevare anche il possidente Stefano Mingazzi. Sull'autocarro c'erano anche i due fratelli Santoni, già prelevati. 
Nessuno saprà più nulla dei quattro fino al settembre del 1961 quando un contadino, durante i lavori di aratura del suo campo in zona Passetto, vide apparire tra la terra dei resti umani. Erano le ossa appartenute a quattro persone, i cui crani erano bucati dal colpo di un proiettile all’altezza della nuca. Furono trovati anche bossoli di calibro 9 e pezzi di filo di ferro usato per legare le mani ai sequestrati. I famigliari dei quattro
, prelevati nel maggio del 1945 riconobbero, i loro cari da brandelli di vestiti e altri oggetti.  
Giuseppe Marini e
ra stato sostenitore del fascismo, ma non risultava – e non risulta tuttora - che avesse mai avuto ruolo in alcuno degli episodi di violenza che sono disseminati lungo il ventennio fascista, e nel periodo della Repubblica di Salò. Tant’è che, a differenza di altri gerarchi fascisti, che avevano qualcosa da temere per le violenze distribuite qua e là lungo tutto il ventennio, lui, a guerra appena finita, era tornato alla sua casa.

Esecuzioni di quel tipo, in quei giorni, in Alfonsine ce ne furono altre, e il loro numero appare sproporzionato rispetto a possibili vendette personali per violenze subite nel periodo 1923-1943, e attribuibili a fascisti.

Quel che è certo è che Giuseppe Marini, alla caduta del fascismo, aveva continuato la sua attività in fabbrica. Ma la guerra e i bombardamenti impedirono lo sviluppo della produzione. Durante l’occupazione tedesca operò per conto  dell’organizzazione “TODT”, con attività che l’esercito tedesco richiedeva, e che non potevano essere rifiutate. Il lavoro con la “Todt” in Italia, e anche ad Alfonsine, fu per molte persone una vera fortuna, in quanto lavorando lì non sarebbero state deportate in Germania.  (Per saperne di più clicca qui)

14 Graziani Demetrio
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Graziani Vittorio (Tamant): squadrista della prima ora, si assunse il merito di aver ucciso un giovane di sinistra durante uno scontro negli anni ’20, probabilmente perché lui era rimasto ferito negli scontri e ciò rendeva più facile sostenere che si era trattato di autodifesa. Comunque non era stato lui, ma pare un suo camerata Giulio Tavalazzi. Forse fu ucciso per vendicare quella vittima. La smentita però venne nel dopoguerra dai parenti, che fecero sapere al fratello di Vittorio, il dott. Giuseppe (Peppino) Graziani che non c'entravano con quell'esecuzione. Fu ucciso per motivi non ancora chiaramente noti.

16 Guerrini Igino
17 Marconi Francesco
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Marescotti Agostino, 42 anni (res. Alfonsine di Ravenna): ucciso a Codevigo

19 Melandri Sergio
20 Melandri Eugenio
21 Mezzogori Adolfo (Pizighì)  viveva nei Sabbioni, un poveraccio ruffianello e teppistello che si vendette a Camilli capo dell’RSI locale in cambio di informazioni sui giovani di leva, e per questo probabilmente fu giustiziato come collaborazionista.
22 Mingazzi  Stefano possidente
23 Orioli Bruna (segretaria Donne fasciste)
24 Orioli Ulisse (padre di Bruna)
25 Pagani Giuseppe (Gigì dla Murètta)
26 Pavan Giovanni
27 Randi Pier Mario Natale: sequestrato (e mai più ritrovato) nei giorni immediati alla fine della guerra. Era tornato in visita alla sorella che abitava in via Roma in quei giorni. Lei era stata un maestra elementare, lui lavorava al Ministero a Roma. Ebbe contatti in Francia con Mino Gessi. Del tutto sconosciuti i motivi del sequestro: restano dubbi su una voce che lo dava appartenente all'OVRA, voce smentita da quando nel dopoguerra furono resi noti i nomi dell'Organizzazione spionistica fascista. Forse era troppo tardi...
28 Ravaglia Girolamo
29 Santoni Giannino Agricoltore
30 Santoni  Corrado imprenditore
31 Taroni Natale  (nadèl d'mursò d’canarèl) viveva da solo in Borgo Gallina (o Fratti). Fu ucciso sull'argine dello 'Scolo' (Canale Destra Reno) da uno sparo. Era fratello di Taroni Paolo, che pure lui fu ucciso (vedi sotto)
32 Taroni Paolo (fratello di Natale) fu ucciso nel 1945 subito dopo la liberazione di Alfonsine. Aveva due figli Rino (che fu pure lui ucciso) e Guelfo che in quel periodo era militare, e che ebbe poi tre, figli Gianni e ....
33 Taroni Rino, figlio di Paolo, non era fascista. Sparì mentre andava dalla fidanzata.
34 Vassura Sante fu ucciso tra via Valeria e Fiumazzo, nell'autunno ’44, mentre tornava dal suo piccolo podere,  (aveva qualche ettaro di terra al Taglio). Era fascista e si dice coinvolto come spia per i fatti del Palazzone. Fu squadrista e bastonò in via Fiumazzo Viotti, Billini e Antonelli. Era il 24 giugno 1923. Aveva una figlia, e un figlio in arrivo. Questi fu chiamato Sante. Abita a Glorie di Bagnacavallo in via Aguta, con la madre ultracentenaria. (oggi 2011)
35 Vassura Anselmo (era lo zio di Sante, aveva un figlio con la TBC sequestrato nel '44 e mai più ritrovato). Si dice che venisse sepolto nella 'Dana', ex-valle, oggi podere della Cooperativa Braccianti.

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