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1914 Alfonsine: un caso di vaiolo nel quartiere del “Borghetto” 
("e burghett  d'Galena")

VACCINAZIONE OBBLIGATORIA PER TUTTI GLI ABITANTI DEL QUARTIERE  

a cura di Luciano Lucci

Oltre un secolo fa il vaiolo rappresentò anche in Romagna un incubo ricorrente. 

Nelle piazze dei centri della nostra provincia, quando l'allarme si faceva più drammatico, venivano praticate vaccinazioni in massa, chiamando a raccolta l'intera popolazione. 

Qui trovate un racconto che è la cronaca viva di una giornata nel Borghetto, (Borgo Gallina), alla periferia di Alfonsine.

Questa storia raccontata dall’alfonsinese Antonio Bedeschi fu pubblicata sul Resto del Carlino del 21 giugno 1963

"Il borgo lo chiamavano il "borghetto" per distinguerlo dall'altro, più grande, ad un paio di chilometri di distanza. 

Nell'anno 1914, una bella mattina d'estate, il borghetto venne svegliato di buonora a suon di tromba - la tromba la suonava il "Gnocco" - e significava la riunione di tutti i borghigiani per comunicazioni urgenti o per fatti gravi.

UNA MACCHINA INFERNALE 

Anche noi ragazzi veniamo buttati giù dal letto. 

Qualcosa succedeva, o un'altra settimana rossa, o il terremoto; insomma qualcosa di eccezionale. Ognuno uscendo di casa ai dirigeva verso il centro del borghetto davanti alla bottega di Galotto - che chiamavamo "la piazza" - impazienti di sapere cosa stesse succedendo. 

Quando arrivammo noi, io e il mio gruppo - tutti sui dieci anni circa - in piazza c'erano già parecchie persone e, nel mezzo, cinque o sei in camice bianco attorno ad una gran macchina; sembrava una macchina a vapore per azionare le trebbiatrici; ed era effettivamente una macchina a vapore (un'autoclave per disinfezione di indumenti).

 Non riuscivamo ad indovinare di che cosa si trattasse.

 La Teresa della Plecca era il gazzettino del borghetto: sapeva sempre tutto, prima di tutti. Ci dirigemmo subito versa la Plecca con aria interrogativa, questa capì, ed avendo una voglia matta di parlare, a voce bassa - mettendosi una mano a coltello al lato della bocca perché gli altri non la sentissero - disse: 
"II vaiolo! Adesso fanno l'innesto a tutto il borghetto! Mario della Piligrona è quello che l'ha preso"; 
ed in quest'ultima frase c'erano accusa e rimprovero al povero malato, colpevole di procurare tanti guai al borghetto. 

Noi in verità non sapevamo molto di vaiolo e ci facevano assai più impressione l'"innesto" e quel misterioso macchinone che stava già fumando e bollendo, convinti come eravamo che uno ad uno avremmo dovuto andarci dentro tutti. 

Osservavamo l'ambiente, la macchina, le persone in camice bianco, disorientati e sconcertati. 

C'era Filose, un medico piccolo di statura e che tutti chiamavano il dottorino. C'era lo zoppo Lanconellì, quello dalla gamba anchilosata, il quale ogni volta che faceva un passo la buttava tracciando un semicerchio; era il medico condotto del borghetto, anziano, barbuto, bonaccione. Una volta incontrando la Caterina, la sorella un po' svagata del prete don Sfranzone, le aveva detto: 'Catareina, Catareina, balarésat la manfreina?" e Caterina aveva risposto: "Che stega zét lo, sgnor Balancione, che non guarisce mai nìncione". 

C'era la"Guargina", il capo delle guardie; ed il capo è sempre il capo, anche se lo è di sole tre guardie, ché di tante era composto il corpo delle guardie municipali. 

C'era anche Carlone di Piero, che prima di essere guardia ora sempre e soprattutto Carlone di Piero! 
Austero, serio, umano, era ben visto da tutti: di guardie ben viste dai miei concittadini io ho conosciuto solo lui, Carlone! 

C'era anche Mingone, Mingone di Gallina. Era un gigante; la voce come la statura; nervoso, confusionario: avevamo paura tutti, piccoli e grandi. Da molti anni era infermiere all'Ospedale del paese ed aveva molta pratica; per i casi urgenti interveniva subito e, fino all'arrivo del medico, qualcosa faceva. 

Mingò d'Galena
(nonno di Beppe Rossini)
l'infermiere dell'ospedale di Alfonsine citato nel racconto

Metteva a bollire ferri e coltelli come se dovesse uccidere il maiale, e quando arrivava il medico trovava pronto l'occorrente per operare. Mingone non era forse cattivo, ma era di una brutalità sconcertante ed aveva l'assoluta convinzione di essere un genio; tutti i termini medici più difficili li conosceva a memoria ed in ambulatorio li sfoggiava ad ogni occasione (la parola "laparatomia" gli piaceva molto!), così che tali parole incomprensibili, mischiate all'ammorbante puzzo di acido fenico di cui era saturo l'ambiente, davano di Mingone una enorme soggezione. 
Estraeva anche qualche dente, ma raramente; le urla strazianti del pazienti sconvolgevano tutto l'ospedale, ammalati e sani; perciò preferiva, per i denti, mandare da Stagni, il cavadenti ufficiale del paese. 

Torniamo al vaiolo, altrimenti perdiamo il filo del racconto. 

LA VACCINAZIONE 

Dunque la ciminiera della macchina misteriosa fumava a tutto spiano; la "guargina" teneva con due mani una bacinella piena di liquido - la Plecca disse che era spirito - e, galleggianti, quattro o cinque cannette con un pennino applicato all'estremità. 

Gli uomini in camice bianco prendevano le cannette, incidevano una crocetta sul braccio che avevano a portata di mano, premevano un tubetto dal quale usciva una goccia di sostanza oleosa ed accompagnavano l'operazione col ritornello: "Non lavarlo né strofinarlo". 

Di non lavarlo non c'era bisogno di raccomandazioni, ma quanto a strofinarlo lo facevano tutti, appena fuori della vista degli operatori: perché non desse la febbre, dicevano. 

I bambini strillavano come se li scotennassero. Era una tragedia! Ad un tratto la voce tonante di Mingone terrorizzò tutti: "Avanti con la sterilízzazione!", gridò. Rimanemmo come fulminati. Il tono della voce e la terribile parola di cui nessuno di noi conosceva il significato, ci tolsero il respiro: ognuno impallidì e pensò: adesso ci siamo. 

Carlì, che era al mio fianco, col viso sbiancato e le narici dilatate, mi guardò, interpretò giustamente il mio pallore, mi fissò qualche istante, poi, come per decisione improvvisa, mi fece un cenno impercettibile con la testa e si sfilò fuori della ressa; io lo seguii dopo aver fatto segna a Michele, questi a Pituzi a cui seguirono la Murina e la Mabila. 

Piano piano ci ritirammo dietro un mucchio di canne di granoturco che dovevano servire per scaldare il forno del pane; osservammo la siepe del cortile di Gigione e notammo che c'era un buco: passammo; subito c'era il campo di Urlone, poi quelli di Bretta, Bardella, Pistolino;

 in fila indiana, sotto i filari delle viti, mentre i tralci e le foglie ci sbattevano sul viso, corremmo come dannati ed attraversammo tutti i campi fino a quando ci ritenemmo fuori pericolo. Rimanemmo tutta la giornata, mangiando e ruminando pampini. Ogni tanto qualcuno diceva:
"Cosa diranno le nostre famiglie non vedendoci?". 
La risposta di Carlì era sempre quella: "Dicano quel che vogliono, a me l'innesto non lo fanno e neanche l'altra operazione che voleva farci Mingone"; si riferiva all'oscura parola proferita minacciosamente da Mingone, che nessuno di noi sapeva ripetere ma la cui desinenza ci ronzava nelle orecchie: la stessa desinenza del nome di chi l'aveva pronunciata! 


FINISCE L'INCUBO 

Quando incominciò a imbrunire ci avviammo per il ritorno. Anche questo era un problema, specialmente per me e per Carlì perché sapevamo che un mucchio di scapaccioni non ce lo avrebbe evitato nessuno. Anche Pituzi poteva prenderle però lui aveva probabilità di cavarsela, sempre col solito sistema; vedremo come, perché anche stavolta funzionò alla perfezione. 

Sbucammo fra i fienili ed arrivammo davanti al forno, praticamente davanti a casa nostra. Pituzi e la Murina davanti, io e Carlì dietro. Gli altri si erano staccati dal nostro gruppo perché vivevano in altra parte del borghetto. Mio padre girava su e giù per il cortile, impaziente di menar le mani; mia madre era appoggiata al muricciolo del pozzo, a tre metri dalla porta di casa. 

La madre di Pítuzi e della Murina, la Pasquina, secca ed affumicata che sembrava resuscitata per l'occasione, seduta su una sedia davanti alla porta di casa, sotto il fico. 

Saviolino, il marito della Pasquina, era in piedi vicino alla moglie ed appena vide i figli arrivare s'avvicinò alla Murina e le allungò una pedata diretta al sedere: non la prese. Lo sapevo io, non la prendeva mai; poi andò incontro a Pituzi slacciandosi la cinghla dai pantaloni; in quel momento la scena si svolse come sempre: si udì un lamento e tutti corsero: la Pasquina era svenuta; la presero di peso e la portarono a letto. Pituzi se l'era cavata anche stavolta. Mio padre non andò a soccorrere la Pasquina, raggiunse Carlì e giù, quattro o cinque scapaccioni; poi, visto che io scantonavo, si diresse verso di me, ma l'intromissione di mia madre qualcosa mi risparmiò. 

Andammo subito a letto senza fiatare, mentre mío padre gridava: "... e senza cena; guai a chi porta loro qualcosa!". 

Poco dopo nostra madre ci portò due pezzi di pane con due polpette mormorando a bassa voce: "Siete dei bei lazzaroni!". 

Mio padre stava leggendo il giornale e fece finta di non accorgersi di nulla. 

Al mattino dopo, del vaiolo non se ne parlava più. Mario, l'infetto, stava spaccando una radice d'albero con l'accetta. Le donne imprecavano contro Mingone che col suo macchinone aveva bruciato tutti gli indumenti. 

La Pasquina, alta come un pioppo, secca come un'aringa, era in piedi, di nuovo resuscitata. 

(ANTONIO BEDESCHI)

 

 

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