Alfonsine

                         

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Sommario degli anni dal '19 al '25
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 L'origine del fascismo  e dell'antifascismo  ad Alfonsine

CAMILLO GARAVINI 

dal 1922 in poi...

QUANDO I FASCISTI ALFONSINESI COMINCIARONO A MINACCIARE…

I rappresentanti dei socialisti che fino ad allora erano stati il punto di riferimento della sinistra alfonsinese, sentirono che l’aria che tirava non era per loro e dopo aver subito diverse minacce se ne andarono da Alfonsine. Cosi fece l’ex-sindaco Camillo Garavini, come pure il segretario locale dei Sindacati Vincenzo Tarroni: il Garavini si rifugiò a Roma dove trovò anche Bruno Pagani, fotografo ed esponente dei moderati della Federazione Giovanile Socialista.  

I socialisti alfonsinesi non ebbero più alcun punto di riferimento. I sindacati andarono in mano ai Fascisti, i socialisti massimalisti si andarono in parte organizzando nel nuovo partito comunista, in parte con i fascisti.

Il Garavini appartenne sempre all'ala più moderata del partito socialista, ed ebbe contro l’ala massimalista del suo partito, che poi in parte andò nel PC d’I, e in parte nel partito fascista. Quando sentì che l’aria stava cambiando, soprattutto per l’abbandono di molti socialisti e anche per le minacce ricevute da ogni parte si dimise da sindaco.

Sin dalla ‘Marcia su Roma’ si mantenne estraneo alla vita politica locale e ai contrasti che poi dilaniarono il paese di Alfonsine. Dopo la marcia su Roma, benché avesse già consegnata l'amministrazione comunale ad un Commissario e le Cooperative fossero state occupate dai fascisti senza alcuna resistenza, fu emesso un bando fascista che lo invitava a non tornare ad Alfonsine.

Deciso di trovare una occupazione altrove non si occupò più di quanto avvenne nel suo paese, e fu completamente estraneo alla polemica fra combattenti e fascisti che portò al conflitto del luglio 1923 con il primo scontro a fuoco tra i fascisti e Mino Gessi.

La madre morì in quei giorni del dicembre ’23, dopo grave malattia.  Su richiesta della famiglia, la grande maggioranza dei fascisti alfonsinesi si pronunciò favorevolmente al suo ritorno; ma, comunicando ciò alla moglie, un rappresentante del Direttorio avvertì che il Fascio non poteva rispondere degli atti individuali odi gruppi di intransigenti. Fu solo per l'autorevole intervento del Direttore Generale della P. S. De Bono, che telegrafò al Prefetto di Ravenna, che le Autorità, con attiva sorveglianza e con diffida a parecchi fascisti, diedero la possibilità a Garavini di correre al letto della madre morente. Il Capo della locale Milizia V. N. si recò a casa del Garavini ad assicurarlo che gli ordini ricevuti erano severissimi e che nella eventualità di atti di indisciplina egli avrebbe provveduto energicamente.

Dopo il funerale della madre, il Garavini ripartì da Alfonsine, ormai deciso a costituire una Società Anonima con sede in Roma per assunzione di lavori pubblici e privati, in cui poi trovare una occupazione.

Ma le ostilità ad Alfonsine si riaprirono, senza alcun pretesto, ed in forma anche più crudele, contro la sua famiglia. La moglie signora Ricci con due bambine piccole viveva esclusivamente di modesti proventi di una tipografia e cartoleria di sua proprietà, di cui era la direttrice. I fascisti locali la ricattarono e minacciarono.

Il nuovo sindaco Alberani e parecchi altri non facevano mistero dei loro sentimenti di stima verso il Garavini; “ma un gruppo di uomini d'affari – così si legge in una relazione inviata al Ministero dell’Interno a Roma dall’Amministrazione Comunale -  e tutti gli ex comunisti e ex massimalisti passati al "fascio" dopo la marcia su Roma, conservano e sfogano il loro odio contro il "riformista", il “filo-interventista", ribellandosi ad ogni disciplina, non ascoltando alcun richiamo; costoro hanno giurato di annientare (è la parola che usano) con ogni mezzo il Garavini. Che le ostilità si siano riaperte è dimostrato anche (oltre che dai tentativi di affamare la Famiglia) dal fatto che tanto le autorità locali quanto i dirigenti del Fascio, espressamente interpellati, colle più ampie espressioni di stima sulla condotta politica e sulle qualità morali del Garavini e dichiarando che nessun bando esiste contro di lui, aggiungono "che non possono rispondere di atti di violenza o delle persecuzioni che eventualmente possono compiere contro il Garavini gruppi o singoli fascisti!". Cosicché il Garavini non può neppure, con la necessaria tranquillità, andare ad assistere la famiglia nel momento in cui volgari affaristi tentano, speculando su una situazione dolorosa, di rovinarla economicamente.”

Il Garavini era quindi intenzionato ad abbandonare Alfonsine, trasferendo anche la famiglia non appena avesse trovato un'occupazione sicura, nell'attesa chiedeva solo di potere, ogni tanto, avere la libertà di recarsi a trovare i parenti. Ma neanche questo gli fu garantito.

Eppure i fascisti riuscivano ad avere una favorevole diffusione mediatica tale sulla loro azioni minatorie contro il Garavini, da rendere diffuse tra i bambini delle ‘zirudelle’ come questa che mi raccontò la Maria d’Piccio, e che ancora ricordava, dopo 70 anni.

Camillo d’Garavèn / E gridava a più non posso / Pietà pietà fascisti / Che me la faccio addosso / Era venuto a casa / per fare il buon Natale / lo videro i fascisti / lo fecero scappare.

Durante il fascismo fu Direttore Amministratore delle industrie forlivesi Orsi Mangelli. 

Nel 1940 prese la tessera del PNF. 

In realtà Garavini non fu mai realmente fascista, ma era stato fra coloro i quali (ex socialisti soprattutto ma anche ex comunisti, si pensi a Nicola Bombacci), avevano creduto in buona fede che la politica corporativa del regime potesse condurre a una trasformazione in senso socialistico degli assetti economico/produttivi. 

Tre giorni dopo il celebre discorso del 6 ottobre 1934 di Mussolini agli operai milanesi, nel quale il duce aveva annunciato la fine dell'economia liberale-capitalistica e l'avvento della soluzione corporativa per la realizzazione di una più alta giustizia sociale, Garavini indirizzò una lettera a Giovan Battista Maglione, un tempo sindacalista della Cgdl e ora redattore capo della rivista teorica fascista «I Problemi del Lavoro», chiedendo il parere suo e di Rinaldo Rigola, anch'egli ormai da anni transitato nel campo mussoliniano, circa l'opportunità di una collaborazione degli ex socialisti di Romagna ai piani corporativistici del Governo. Scriveva difatti che lui e altri reduci del Psi romagnolo (fra i quali Alessandro Schiavi, futuro biografo di Filippo Turati) —, di fronte alla dichiarazioni di Mussolini, che avevano avuto «larga risonanza fra le masse operaie di Romagna» e suscitato «negli ambienti padronali l'impressione che il privilegio economico stesse per essere seriamente intaccato», si erano trovati «d'accordo nel riconoscere la opportunità di non lasciar passare [quel] momento senza far sapere a chi di ragione che quanti avevano serbato intatta la propria fede negli ideali di una migliore giustizia sociale» 
Garavini riconobbe in seguito di aver dovuto sottostare alla «triste fatalità della tessera, presa però soltanto nel 1940 all'atto dell'iscrizione degli ex combattenti».

Nel novembre 1943 il Garavini lo si trova a dirigere la Federazione Socialista Romagnola.

Il 20 gennaio del 1945 Garavini partecipò a una riunione dei responsabili della Resistenza ravennate, e il 6 marzo fu lui a commemorare Nullo Baldini al suo funerale. 

All’inizio del 1945 Garavini fu proposto agli Alleati dal CNL come Commissario della Camera del Commercio Ravenna, di cui poi divenne Presidente. 

Nella discussione interna al Partito Socialista (Psiup) che riguardava se partecipare o no a un blocco elettorale unico tra socialisti, comunisti,  e Partito d'Azione, Garavini fu determinato a battersi contro questa ipotesi schierandosi contro l'ala sinistra del suo partito che era maggioranza. 

Nell'ottobre 1945, in conseguenza a ciò, un foglio partigiano forlivese, vicino al Pci, innescò contro il Garavini una violenta campagna di stampa. L'articolo dal titolo " C'era una volta un fascista",  apparve su «Il Garibaldino», il 22 ottobre 1945 e interveniva sul suo passato di direttore amministrativo delle aziende Orsi Mangelli. Egli - secondo l'articolo - si sarebbe dato da fare per reprimere ogni attività antifascista in fabbrica, " e non avrebbe potuto essere altrimenti essendo egli un fascista convinto, come comprovato da due fotografie, una che lo ritraeva a fianco dell'"amico" Mussolini e un'altra in cui sfoggiava la camicia nera". Poi  pubblicava le due fotografie compromettenti.

Della questione fu investita anche la Delegazione provinciale di Forlì dell'Alto commissariato per le sanzioni contro il fascismo, che giudicò infondata la denuncia e stabilì che «l'atteggiamento del Garavini fu sempre ispirato ai suoi noti sentimenti antifascisti».

Sulle due foto e sull'articolo de "Il garibaldino" intervenne il Garavini stesso sul giornale «La Romagna Socialista», il 27 ottobre 1945, con un articolo dal titolo "Una calunniosa montatura".

Iniziò con la spiegazione della veridicità delle due foto pubblicate dal settimanale partigiano. "La prima scattata durante una visita di Mussolini «alla "Settimana Cesenate" al Padiglione dello stabilimento Orsi e Mangelli», occasione in cui egli non poteva «in alcun modo non essere presente». La seconda presa per l'inaugurazione «del nido per i figli delle dipendenti dello stabilimento», di cui lui per primo aveva «caldeggiato l'istituzione» e alla quale si era sentito in obbligo di presenziare, sebbene «invitato» a indossare la divisa, ma negò recisamente di aver mai avuto simpatie fasciste e di esser mai stato amico di Mussolini, «nemmeno quando egli faceva il dittatore estremista nel Partito socialista», ricordando anzi di essere stato da lui attaccato su «La Lotta di Classe» allorché «unitamente a Nullo Baldini» aveva votato «contro il futuro duce in occasione della espulsione dal partito di galantuomini come Bissolati, Bonomi, Cabrini ecc.». Coloro che lo denigravano — concludeva — erano gli stessi che avevano cercato di «offuscare la luminosità della vita purissima» di Baldini, spacciandolo per «collaborazionista e fascista»

Alla scissione del PSIUP si schierò con la corrente di Saragat, fondando il nuovo PSLI (Partito Socialista dei Lavoratori Italiani) che nel 1952 cambierà nome in Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI)

   Comunque nonostante tutto, il Garavini fu ancora Commissario della Camera di Commercio di Ravenna dal 1949 fino al 1951, anno in cui si dimise. 

Morì nel 1954, dopo aver pubblicato vari scritti. è sepolto ad Alfonsine

Nel 1955 al porto di Ravenna il Municipio gli dedicò una lapide 

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