Alfonsine

                         

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Sommario degli anni dal '19 al '25
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 L'origine del fascismo  e dell'antifascismo  
ad Alfonsine

EUMEO COSTA

(Meo de mor) 

«Meo de Mor» primo segretario 
della Sezione Comunista di Alfonsine
 

Eumeo Costa è stato il primo segretario della Sezione comunista di Alfonsine, nel 1921, quando i comunisti di questa cittadina formarono una delle più numerose sezioni comuniste dell'intero Paese. 

Già alla fondazione del PCd'I la Sezione di Alfonsine contava, infatti, oltre 150 iscritti. Costa, che i compaesani chiamavano « Meo de Mor », era nato nel 1892, figlio di lavoratori. Una data ed una condizione sociale che ci fanno capire come « Meo » ebbe una infanzia dura, tanto che, appena ragazzo, a soli 14 anni conobbe la strada dell'emigrazione, per guadagnarsi da vivere, all'estero, come manovale-muratore. Qui, tra i compagni di lavoro, Costa aderì al movimento sindacale e si iscrisse alla gioventù socialista, iniziando così la sua milizia politica, prima all'estero e poi, appena rientrato in Patria, nel suo paese. Sono gli anni della prima guerra mondiale e « Meo », arruolato nei bersaglieri, si congedò coi gradi da ufficiale. Il ritorno alla vita civile significava, per milioni di soldati, il ritorno alla lotta politica e « Meo » riprende il suo posto nella Sezione socialista di Alfonsine, dove è l'anima della corrente comunista, tanto che, appena viene fondato il Partito, assume la carica di segretario di Sezione.

Per la sua attività diventò ben presto il bersaglio dei fascisti che nel 1922 si sono impadroniti del potere. Cominciarono le persecuzioni: una notte, nel caffè «Beatriz» di Alfonsine, i fascisti lo costrinsero a bere l'olio di ricino. La mattina dopo Costa, per nulla impaurito, si recò dal podestà fascista, Alberto Alberani, uno dei caporioni del «fascio» alfonsinese, e gli disse che i suoi sgherri lo avevano costretto a bere l'olio di ricino, gli rinfacciò che si trattava di gente che, per evitare di andare in guerra, si erano finti pazzi e ora il fascismo si serviva di queste tristi figure per costringerlo a «rinnegare la mia fede».

Scrisse Arturo dla canapira: "Una volta ci arrestarono in sette, fu nel mese di agosto, del 1924 o 1925, perché avevano trovato, in tasca di un compagno, la tessera comunista. Ci prelevarono, parte nei caffè, parte in casa, a letto, e ci trascinarono nella sede del «fascio», alla presenza dei caporioni locali e di alcune altre canaglie venute dal di fuori. Chi più chi meno, fummo tutti bastonati, ma il più colpito fu il compagno Costa. Era da lui, proprio perché era un dirigente, che volevano conoscere la nostra organizzazione. Assieme alle botte vennero le lusinghe, i tentativi di corruzione, le promesse di danaro, perché avesse «cantato», o fosse passato dalla loro parte. Al suo rifiuto risposero con una serie di schiaffi fino a quando un rivolo di sangue scese dalla guancia sinistra di «Meo». Uno «sciacallo nero» di Mezzano, un certo Vicari, propose di portarci tutti nella Pineta per farci «cantare», ma i capi del fascismo locale, non vollero, non ebbero il «coraggio», chiamarono i Carabinieri perché ci portassero in caserma. In colonna, tra i fascisti e i carabinieri, ci incamminammo verso la caserma. Ad un tratto una voce di donna gridò il nome di Eumeo. Era sua madre. Nonostante la resistenza e le minacce dei fascisti sua madre si fece avanti fino ad avvicinarsi al figlio «Meo». «Ti hanno ammanettato? — chiese — Fammi vedere!» E dopo che ebbe viste libere le mani del figliolo non ebbe paura di gridare, in faccia ai fascisti, che le manette sarebbero state bene a loro e che mai suo figlio avrebbe rinnegato il suo ideale di comunista. «Non temere — gridò la donna — che in carcere non ci vai per ladro o perché tu sia un vagabondo. Quando uscirai potrai andare a testa alta e loro, i fascisti, invece dovranno abbassarla». Nella caserma dei carabinieri di Alfonsine fummo sottoposti ad un lungo interrogatorio. Ma, ancora una volta, era da «Meo» che volevano sapere quello che non avrebbe mai detto. Al maresciallo dei carabinieri, che gli chiedeva di sottoscrivere una dichiarazione in cui si impegnava a non occuparsi più di politica, il compagno Costa rispose che non si sarebbe mai suicidato con la penna. Ci tennero rinchiusi in camera di sicurezza e il giorno dopo ci rilasciarono, tranne Costa ed un altro compagno, i quali furono associati alle Carceri giudiziarie di Ravenna, dove furono rinchiusi per più di un mese. Appena tornò a casa, il compagno Costa riprese la sua attività politica, ma, con l'aggravarsi della situazione, fu costretto ad emigrare in Francia, dove conobbe numerosi esuli antifascisti, tra cui Nullo Baldini. Anche in Francia «Meo» continuò a lavorare per il suo partito; questo gli valse prima l'arresto e poi l'espulsione dal territorio francese. 

Prima riparò in Lussemburgo poi in Svizzera, da qui riuscì a rientrare in Italia, ed a Milano, con l'aiuto dei compagni, andò a lavorare in una fabbrica. Dopo un po' di tempo gli fu consigliato di ritornare al suo paese per svolgervi attività politica e per ristabilire i contatti. Fu in seguito a questo «impegno di lavoro» che venne arrestato assieme ad altri compagni, tra i quali uno dei Baffé di Massalombarda. 

Questa volta «Meo» venne processato e fu condannato a tre anni di carcere e a due di vigilanza speciale. Nonostante ciò, Costa non rinunciò ad organizzare il partito, a dirigerlo e riuscì, sempre, a mantenere i contatti con i contadini e con gli operai, guadagnandosi la loro stima. Dovette infine lasciare definitivamente Alfonsine per trasferirsi ad Ancona, dove sposò la donna che lo aveva aiutato proprio nel momento più duro del carcere.

«Meo» è stato il dirigente ed il costruttore del Partito ad Alfonsine; fu lui che, in casa sua, custodì la bandiera dei giovani comunisti di Alfonsine. Il compagno Costa è morto ad Ancona il 26 ottobre 1958. I compagni lo riportarono nel suo paese. La camera ardente fu allestita nella sede della Sezione comunista «Terzo Lori», un altro comunista, un altro compagno decorato di medaglia d'oro per la Resistenza al fascismo e agli invasori nazisti. 

Tutta Alfonsine venne a salutarlo, lui, che era partito dal suo Paese a 14 anni come manovale-muratore, e che vi tornava, dopo una vita spesa per il suo partito e il socialismo.

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