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Un libro sulla Settimana Rossa alfonsinese
Quando Alfonsine divenne famosa
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Un libro su Alfonsine
"E Café d'Cài"
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Un libro su Fetonte
un giovane semidio caduto sulle 'terre alfonsine'
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Giuseppe Marini
  
(industriale)
 
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Fu u
no dei 35 alfonsinesi fascisti uccisi o fatti scomparire tra maggio del 1944 e maggio del 1945.

Giuseppe Marini era stato sostenitore del fascismo, ma non risultava – e non risulta tuttora - che avesse mai avuto ruolo in alcuno degli episodi di violenza che sono disseminati lungo il ventennio fascista, e nel periodo della Repubblica di Salò. Tant’è che, a differenza di altri gerarchi fascisti, che avevano qualcosa da temere per le violenze distribuite qua e là lungo tutto il ventennio, lui, a guerra appena finita, era tornato alla sua casa.

Sfollato con la famiglia al di là del Po Vecchio (Reno), ad Anita, tornarono nel febbraio del 1945 in paese, alloggiati presso la casa della figlia Marina sposata a Fausto Vecchi, in via Mazzini. A guerra finita, senza nulla temere, si trasferirono nella seconda casa in via Roma, dato che quella in piazza Monti era diventata inagibile.

La sera del 5 maggio 1945, mentre era in casa con la moglie Carolina (la Carlina) e tutta la famiglia, sentì fermarsi un autocarro davanti a casa. 
Nel cassone coperto da un telo c’era già qualcuno. Secondo le fonti, non rese note, del periodico “Il Romagnolo", scesero in tre e bussarono alla porta, vestiti con giacche a vento e scarponi. Quando Giuseppe Marini aprì gli ordinarono di uscire e seguirli alla questura di Ravenna. La moglie si spaventò ma Giuseppe Marini la rassicurò col proverbio “male non fare, paura non avere”.

 In tasca aveva un portafoglio con ottanta mila lire. L’autocarro partì in direzione della via Reale. Si saprà poi che andò a prelevare anche il possidente Stefano Mingazzi. Sull'autocarro c'erano anche i due fratelli Santoni, già prelevati. 

Nessuno saprà più nulla dei quattro fino al settembre del 1961 quando un contadino, durante i lavori di aratura del suo campo in zona Passetto, vide apparire tra la terra dei resti umani. Erano le ossa appartenute a quattro persone, i cui crani erano bucati dal colpo di un proiettile all’altezza della nuca. Furono trovati anche bossoli di calibro 9 e pezzi di filo di ferro usato per legare le mani ai sequestrati. I famigliari dei quattro, prelevati nel maggio del 1945 riconobbero, i loro cari da brandelli di vestiti e altri oggetti.   

Questo è l'articolo su "Il Resto del Carlino" apparso il 4 settembre 1961

(cliccare sulle foto per averne un ingrandimento)

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Il cippo, fatto posare dal figlio Marino Marini segna il punto dove furono trovati i poveri resti dei quattro scomparsi 16 anni prima. 
Era il campo dell'agricoltore Alfredo Garavini, che, arando nel proprio podere in via Passetto 110, portò casualmente alla luce alcuni resti umani, nella campagna alfonsinese, lungo il canal Vela.

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Il cippo nel 2021

(la ceramica deturpata probabilmente da un tentativo di rubarla)

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Esecuzioni di quel tipo, in quei giorni, in Alfonsine ce ne furono altre, e il loro numero appare sproporzionato rispetto a possibili vendette personali per violenze subite nel periodo 1923-1943, e attribuibili a fascisti.

Quel che è certo è che Giuseppe Marini, alla caduta del fascismo, aveva continuato la sua attività in fabbrica. 
Ma la guerra e i bombardamenti impedirono lo sviluppo della produzione. 
Durante l’occupazione tedesca operò per conto  dell’organizzazione “TODT”, con attività che l’esercito tedesco richiedeva, e che non potevano essere rifiutate. Il lavoro con la “Todt” in Italia, e anche ad Alfonsine, fu per molte persone una vera fortuna, in quanto lavorando lì non sarebbero state deportate in Germania.   

Dal dopoguerra in poi, sulle persone ‘fatte scomparire’  non solo un'obliosa memoria storica...

Su tutte le persone di Alfonsine "fatte scomparire" alla fine della guerra, per non volerne dare ‘ufficialmente’ le motivazioni giustificative, si è imposta fin da subito un’obliosa memoria storica, integrata però da una narrazione comunque divulgata che ha esageratamente demonizzato le persone colpite, per poter inculcare nella gente della comunità alfonsinese, che quelle esecuzioni, se pur sommarie, erano giustificabili. 

Così per Giuseppe Marini (e indirettamente su chi ne ereditò il cognome) l’accusa fatta girare ad arte, e che ancora viene tramandata da molti che l’hanno decisamente fatta propria e tutt’ora gira, è stata di essere stato filonazista e di aver mandato, obbligandoli, giovani operai nel cosiddetto ‘Battaglione di volontari’ che operò in Africa. 

La prima accusa si basa sul fatto che la fabbrica Marini fu utilizzata dalla Todt, e quindi anche Marini poté essere considerato ‘collaborazionista' dalla “Commissione di epurazione dai fascisti” istituita anche ad Alfonsine negli immediati giorni seguenti alla liberazione. 

Poi qualcuno ha fatto girare la voce che sarebbe stato sentito pronunciare la frase “Il fascismo è stata una buffonata in confronto al nazismo”, frase che se anche fosse stata pronunciata la potrebbe dire chiunque altro, a tutt’oggi, senza per questo dover essere accusato di filonazismo. 

La seconda accusa (cioè la questione del Battaglione di volontari che operò in Africa) non è chiara ma si è sentita più di una volta in giro, e ciò significa che la si è usata proprio per convincere la gente ad addebitare un’altra colpa al Marini. 

Si sa che il cosiddetto "Battaglione" era fatto di volontari e chi ci andava era un fascista o un avventuriero o un giovane che sperava di fare fortuna in qualche modo, comunque un volontario, e non obbligato da nessuno

Sulla questione della Todt basterà citare il caso Valletta direttore della Fiat che fu destituito a Torino nel dopoguerra con l’accusa di collaborazionismo (la fabbrica aveva lavorato per i tedeschi). Poi reintegrato perché non sapevano come andare avanti, subì un processo essendo stato deferito dalla Commissione per l’epurazione, e fu assolto. 

Giuseppe Marini avrebbe potuto subire lo stesso percorso, ma gli è stato impedito.

Sarebbe pertanto giusto riabilitarne la figura, (senza per questo farne un 'santino'), se non altro in nome dell’enorme e sproporzionata ingiustizia che dovette subire, sia fisica che morale. (Per sapere tutto su Giuseppe Marini clicca qui)

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