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Vincenzo Monti

Le opere (i link alla biblioteca italiana sono errati essendo in corso la ristrutturazione del sito di tale biblioteca che avverrà dal marzo 2012). Solo il link Iliade è valido)

La vita 

Il periodo dell'infanzia  ad Alfonsine

Il trasferimento a Maiano nei pressi di Fusignano

In collegio dai seminaristi a Faenza 
e a 20 anni all'Università di Medicina di Ferrara

1778 se ne va a Roma dopo aver abbandonato gli studi all'Università

1781 un primo successo nella scalata sociale

1797 adesione al fermento rivoluzionario: abbandona Roma e diventa anticattolico e bonapartista


Al ritorno degli austriaci è esule a Parigi, dove traduce l'Iliade di Omero (1801)

Con la caduta di Napoleone tornano gli Austriaci:  
è la Restaurazione. Il Monti convive col nuovo regime

Le polemiche su Vincenzo Monti

Francesco De Sanctis: "Il Monti era un buon uomo che avrebbe voluto conciliare insieme idee vecchie e nuove, tutte le opinioni, e dovendo pur scegliere, si teneva stretto alla maggioranza, e non gli piaceva fare il martire"

Cesareo: "La sua arte è una continua menzogna"


Ugo Foscolo
: "Discenderemo entrambi nel sepolcro, voi più lodato certamente, io forse più compianto"

Botta e risposta tra Monti e Foscolo

Ugo Foscolo e Teresa Pikler (moglie di Monti)


Ritratto di Vincenzo Monti, 1809
di Andrea Appiani

"Chi è questi? - Monti. - Chi lo pinse? - Appiani.
Vedi quanta il pennel vita dispensa! - 
Il veggo. Or dì: perché non parla? - El pensa."
                                               VINCENZO MONTI

altre immagini di Vincenzo Monti (clicca qui)

Documenti

L'atto di battesimo
La casa com'era e com'é oggi

L'Iliade
(testo digitalizzato completo)

Un articolo di Carlo Piancastelli
"Vincenzo Monti e Fusignano, Bologna, Stabilimenti Poligrafici Riuniti, 1928

PER CHI NON AVESSE TEMPO DI LEGGERE TUTTO SULLA VITA DI VINCENZO MONTI

RIASSUNTO 

 "DELL’ASPETTO UMANO DI VINCENZO MONTI, E DI RIFLESSO ANCHE DI QUELLO 'POLITICO'."


Da campagnolo romagnolo nato ad Alfonsine nel 1754, riesce a infilarsi negli ambienti papalini romani, dove sa guadagnarsi i favori della Curia e, cantando, procacciarsi, in vent'anni di vita romana, fama di grande poeta. 
Poco abile sia a fare affari sia nelle relazioni famigliari e sociali, delega la moglie Teresa Pikler a occuparsene (per fortuna sua).

All’improvviso si trova immerso in anni di cambiamenti epocali, e prova a fare da traghettatore, almeno in campo letterario. Subisce anche l’influenza delle nuove tendenze politico culturali, ma si limita a interpretare gli avvenimenti politici come occasioni propizie per l'espansione della sua musa ispiratrice, cioè la bella letteratura. Dopo alcuni ‘sbacchettamenti’, ingenuità, confusioni, messo alle strette, dovendo scegliere, sceglie secondo il suo cuore, secondo le propensioni della sua mente e le esortazioni che gli venivano da amici ferraresi e romani, e probabilmente anche dalla moglie.

Abbandona Roma e le sue comodità per avventurarsi nella Repubblica Cisalpina appena costruita da Napoleone Bonaparte. Qui, pur tra iniziali difficoltà e controversie, diffamazioni e opposizioni, riesce ad affermare un suo ruolo, oltre che ad avere incarichi che gli permettono di vivere bene. 
Dopo una prima invasione degli austriaci è esule a Parigi, da dove ritorna dopo la vittoria delle truppe napoleoniche con la battaglia di Marengo.
Lascia gestire malamente il rapporto con la figlia Costanza alla moglie Teresa, ma è direttamente coinvolto e si interessa alle possibili relazioni matrimoniali, puntando comunque, nell’ottica di quei tempi, al bene della figlia (che non sempre apprezza, in dissidio spesso anche con la madre).

Alla caduta di Napoleone ritornano gli austriaci a Milano. E qui il Monti, dovendo pur campare, tenta di mantenere incarichi e ruoli che aveva conquistato prima in nome della sua fama artistica, compone alcuni testi per opere teatrali da rappresentare alla Scala in onore dell’imperatore e imperatrice d’Austria. Ma ormai non ce la può più fare: troppi nemici da una parte e dall’altra.
Afflitto dalla perdita del genero Giulio Perticari, dalle maldicenze contro la bellissima figlia Costanza, da una malattia degli occhi che gli toglie la gioia del lavoro e infine da una paralisi che lo costringe quasi all'immobilità, Vincenzo Monti trova ospitalità nella villa dell’amico Luigi Aureggi, a Milano, ove muore abbastanza isolato e in declino, ma amorevolmente assistito dalla moglie, il 13 ottobre 1828, in assoluta povertà: lui che, unico caso nella storia della nostra letteratura, aveva tenuto la scena per oltre un cinquantennio.  

Fu sepolto al cimitero di San Gregorio fuori dal Lazzaretto di Porta Orientale. 

Dopo l'apertura del Cimitero Monumentale, il Cimitero di San Gregorio fu soppresso e le salme furono riesumate per essere spostate al Monumentale. 

 Ma in quell'occasione i resti di Monti andarono dispersi e non esistono più. 

Rimane solo la lapide funebre, che era posta sul muro di cinta del cimitero oggi non più esistente, insieme a quella di altri personaggi illustri. Questa lapide è custodita nella cripta della chiesa di San Gregorio Magno accessibile scendendo a sinistra rispetto all’altare maggiore. (via Settala 25, Milano)

  

Il periodo dell'infanzia ad Alfonsine

Vincenzo Monti nasce alle Alfonsine il 19 febbraio 1754 e muore a Milano il 13 ottobre 1828, godendo di larga fama sia in Italia che all'estero. 

È il poeta più significativo del Neoclassicismo.

 Al Passetto vicino al centro di Alfonsine è collocata la casa dove nacque Vincenzo Monti, in un podere detto "l'Ortazzo",  da Fedele Maria Monti ed Maria Adele Mazzarri. 

 

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Presunto ritratto di Fedele Monti, 
padre di Vincenzo Monti

Presunto ritratto di Maria Adele Mazzarri, madre di Vincenzo Monti

Biblioteca Comunale di Forlì, Biblioteca Piancastelli, Galleria dei ritratti

Dell'Ortazzo e di quella prima casa rimase un ricordo gradevole, una specie di rimpianto della pace campestre che regnava intorno a quella casa: lo si deduce da una lettera che scrisse al fratello Cesare, in anni successivi da Roma il 1° giugno 1796, dove, raccontando degli eventi rivoluzionari che stavano coinvolgendo la città eterna, così scriveva:
"Io mi confondo in mezzo a tanti scompigli e sospiro la solitudine di Fusignano, anzi quella dell'Ortazzo in cui sono nato" 

La famiglia Monti era venuta da S. Martino in Argine (Bologna) a Fusignano nel 1714 a seguito del nonno di Vincenzo, Giovanni. Questi era un esperto agronomo e fu chiamato ad occuparsi della tenuta Manfredi in qualità di castaldo della marchesa Teresa Pepoli vedova Calcagnini, reggente per conto del figlio Cesare. Fedele Monti aveva conosciuto e sposato Maria Adele Mazzarri a Villanova di Bagnacavallo nel 1738. L'anno dopo col genitore e i due suoi fratelli si trasferirono tutti a Villanova di Bagnacavallo prendendo in affitto una casa e un podere. Nel frattempo il nonno di Monti, Giovanni aveva costruito una casa in via Passetto ad Alfonsine e lì andò a risiedere in qualità di agente rurale (fattore) dei Marchesi Calcagnini.

Rimasero a Villanova fino al termine dell'affittanza, e poi nel 1742, raggiunsero  tutti il nonno nella casa del Passetto, con un piccolo podere di proprietà detto "l'Ortazzo" . Qui rimarranno fino al 1774. La coppia di giovani sposi, Fedele e Adele, ebbe, oltre a Vincenzo, altri sette figli tra maschi e femmine.

Fedele ormai adulto prese il posto del padre e fu chiamato da solo alle dipendenze dei Calcagnini come castaldo delle Alfonsine. Ma nel 1755 Fedele fu licenziato dall'obbligo di sovraintendere alla direzione della fattoria.

Rimase comunque nella sua casa e si dedicò all'agricoltura in proprio e nel 1769 poté acquistare a Maiano la bella villa che Matteo Tamburini si era costruito nel 1737.

Non sono chiare le cause del licenziamento: rimane solo un riferimento nella lapide che lui stesso appose sulla facciata della casa dell'Ortazzo, ad Alfonsine. La casa di semplice eleganza sorge ancora oggi in fondo ad un largo ripiano, e porta scritto sull’alto della modesta facciata un motto de’ Salmi :< < Redime me a calumniis hominum, ut custodiam mandata tua. Fidelj Monti A.D. MDCCL> > ancora oggi leggibile su una lapide posta sopra l’ingresso e ristrutturata nel 1964 da un circolo culturale). Tale scritta fu collocata dal padre a lamento di un episodio persecutorio che aveva subito da "persone invidiose",  che lo mise in cattiva luce, per cui fu costretto a lasciare il ruolo di amministratore nelle tenute dei Marchesi Calcagnini.

  

A Fusignano e poi in collegio dai seminaristi a Faenza (1764-66)

Vincenzo rimase in Alfonsine col padre fino al decimo anno di età ed ebbe una prima istruzione dal sacerdote Giovanni Farini, detto Don Barasi, allora pubblico insegnante ad Alfonsine.

Il padre nel frattempo aveva ritrovato lavoro a Fusignano come amministratore dei Calcagnini, "dove - scrive lo storico Gianfranco Rambelli (1805 -1868) - non aveva casa né terreno alcuno". Per proseguire l'istruzione di base del figlio lo sistemò in casa del sacerdote di Fusignano Don Pietro Santoni, amico di famiglia e poeta dialettale. Qui il Monti, tra preti, arcipreti, amici di famiglia e genitori ebbe una certa formazione culturale. Ma per il padre ciò non era sufficiente e a dodici anni lo mandò in collegio nel seminario di Faenza. Vi rimase fino al diciottesimo anno. Durante le vacanze estive tornava nella casa dell'Ortazzo a passare le vacanze  (scrive il Rambelli "come testimoniano i parrocchiali registri degli stati d'anime").

Il trasferimento a Maiano nei pressi di Fusignano (1774)
e a 20 anni all'Università di Medicina di Ferrara

 Dopo gli studi "canonici" condotti nel seminario di Faenza ("ove gli furono dischiusi i primi tesori della latina poesia"), "entra nel cerchio magico della poesia... con tutto l’impeto di un’anima appassionata, e ancor vergine delle codarde impressioni del mondo". Al ritorno da Faenza, nelle vacanze estive, il padre lo vuole come aiutante nell'azienda agricola e Vincenzo ubbidisce al genitore  ma senza alcuna voglia: "con un'animo sì renitente e distratto che ai campi non ne proveniva alcun utile"

Un giorno Vincenzo, in un momento di rabbia per i frequenti rimproveri del padre, lo chiama  nella stanza dove studiava e, dopo aver acceso un gran fuoco, vi getta i suoi amati autori latini; e il genitore, non osservato, lascia sul tavolo 12 fiorini d’oro che sono presi dal giovane e spesi nella vicina Lugo per ricomprare gli autori "dei quali erano ancor calde le ceneri"

Dopo il trasferimento definitivo a Maiano, nei pressi di Fusignano, in una casa che il padre aveva acquistato una casa, già nel 1769

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Vincenzo viene accompagnato e vigilato da un bravo sacerdote, Don Pietro Santoni, a cui si aggiunge l'arciprete Don Cesare Baldini: due ottimi precettori a cui sarà sempre riconoscente.

Il Monti viene obbligato a iscriversi all’Università di Ferrara; ma  non è contento e scrive, in data 6 dicembre 1775, al padre:

"Io proseguo il mio studio della medicina, ma non posso dimenticarmi quello delle belle lettere".

Ma interrompe presto gli studi per dedicarsi alla "vocazione" letteraria.

Il padre lo vorrebbe almeno avvocato. Ma non c'è nulla da fare.

Nel 1775 viene ammesso all'accademia di Arcadia (un gruppo letterario sorto all'inizio del '700 a Roma e animato dall'intento di salvare la poesia italiana da un certo manierismo artificioso dilagante nell'epoca barocca, per ritornare alla semplicità ed alla naturalezza del periodo classico).

A Ferrara stette per molto tempo in casa di Luigi Finotti, parente del Rettore della Chiesa di Alfonsine don Carlo Finotti. E fu proprio il Finotti a presentarlo al Cardinale Borghese, entrando così, per sua fortuna, nelle grazie del suddetto cardinale e da qui in seguito nel giro dell'aristocrazia romana.
Il Monti esordì, sotto la protezione del cardinale legato Scipione Borghese,come poeta pubblicando a Ferrara, presso la Stamperia Camerale,  La visione d'Ezechiello, della qual cosa il padre molto si dispiacerà.

     

1778 se ne va a Roma dopo aver abbandonato gli studi all'Università 

Il cardinale Scipione Borghese lo mandò a chiamare da  Roma. 

Manifestò così subito l’intenzione di trasferirsi nella Roma di Pio VI e lo scrisse al padre, sottolineando ancora una volta che "...lo studio legale, medico, matematico o altro" non faceva per lui. Tale intenzione compare anche in una lettera al Vannetti di Rovereto: "Ora sto preparando il mio bagaglio per incamminarmi verso Roma al dodici del corrente" <la lettera reca la data del 1 maggio 1778>. 

Giunto nella capitale il 26 maggio 1778, il Monti sceglie come dimora il palazzo Doria Pamphili in piazza Navona; continua la sua corrispondenza col Vannetti e, nella lettera del 26 gennaio 1779, troviamo una bella definizione della poesia:"...Concludiamo che la poesia è assai corrotta a’ nostri giorni, e che il prurito d’essere filosofi, astronomi, matematici, teologi e poeti fa che molti, invece di assodare l’immaginazione, impiastricciano nei loro versi - o vi entri, o no - il metodo geometrico, il prisma newtoniano, la paralassi, il vacuo, la luce, la velocità, il sole, i pianeti, il zenit, il nadir, il diavolo che li porti, e tante altre sciocchezze, che empiono la bocca senza riempire l’intelletto. In tal modo rendono la poesia un mercato di bagatelle filosofiche, destano nelle anime sagge ed economiche la nausea e l’aborrimento per tutti questi versi che ammorbano in sì gran numero questo povero stivale d’Europa". 

Forte è l’amicizia col Vannetti ed insieme piangono la scomparsa dell’amico Zorzi per il quale il poeta di Rovereto compone un elogio funebre da tutti applaudito. Un’altra amicizia importante è quella che lo lega all’abate Aurelio Bertòla che, come apprendiamo dall’Epistolario, gli invia un saggio sulla letteratura alemanna che il Monti contraccambia con il suo Saggio di poesie; vale la pena sottolineare che, nella lettera del 5 novembre 1779, il Monti manifesta la sua inclinazione a scrivere tragedie:"... Il componimento tragico è quello che mi attirerebbe di più di tutti; ma come appagare l’antica smania che mi divora di scrivere tragedie, se non ho mai potuto mettermi finora in calma lo spirito, costretto a perdere i pensieri in cose che nulla hanno a che fare con la poesia?". 

   

1781 un primo successo nella scalata sociale

Il 13 ottobre 1781 diviene "...segretario del Principe Braschi nipote di Nostro Signore Pio VI..." che gli concederà una casa in Roma, gli garantirà una pensione papale con un’entrata di almeno 12 scudi al mese e lo ospiterà alla sua tavola (nonostante l’opposizione di alcuni principi e cardinali). 

Il Monti ottenne così il titolo onorifico di abate, "e ben presto, adulando,  - scrive il De sanctis - seppe guadagnarsi i favori della Curia e, cantando, procacciarsi, in vent'anni di vita romana, fama di grande poeta".

 INCAPACE DI FARE AFFARI, NONOSTANTE LA SUA BUONA VOLONTÀ, CE LA METTE TUTTA:
 RACCOMANDAZIONI, INTRALLAZZI, MA NON E’ PORTATO…

Insomma il Monti, per merito di un suo poemetto e di alcune raccomandazioni divenne segretario del nipote del papa con un compenso di 12 scudi mensili, cui si aggiunse una pensione papale di 50 scudi annui con l’aumento di altri 50 per 7 anni. Si adoperò, sia pure con esiti modesti, per far fruttare le sue informazioni in mediazioni e senserie a vantaggio suo e della famiglia. Fu così agente d’affari in Roma dei Comuni di Rieti e di Osimo e, dal 1794, del card. Barnaba Chiaramonti. Ma alla fine si giocò gran parte dei soldi. Come?

1782 ... una prima forte delusione amorosa e un avvicinamento al romanticismo e un indebitamento...

Nel 1782 il poeta, mentre si trova tra settembre e ottobre a Firenze in casa dell'improvvisatrice di versi Fortunata Sulgher Fantastici, incontra una giovane donna, di nome Carlotta, della quale s'innamora perdutamente. La critica l'ha identificato nell'educanda Carlotta Stewart, figlia di una certa Rosa Stewart, dama di compagnia della principessa Giustiniani

Per arredare la casa e mostarsi degno di tal fidanzata, Carlotta Stewart, di cui si era talmente innamorato da coltivare un progetto di matrimonio si indebita ma si ritrova povero. Così il matrimonio naufraga per l’opposizione del padre della ragazza, ricco assai più del poeta. Questo amore non arrivato a buon fine si tradusse, oltre che a un notevole indebitamento, nell’elegia del sentimento e della natura dei Pensieri d’amore.

"Io amo Carlotta sopra ogni credere, la mia tenerezza mi ha dettato alcune parole e vorrei che queste passassero sotto i suoi occhi. Amo Carlotta...Ho sentito più volte il furore delle passioni, mi sono abbandonato in preda qualche volta ai disordini, mi sono lusingato che la mia felicità potesse consistere nei disordini e nelle colpe. Mi sono orribilmente ingannato. Carlotta mi ha fatto sentire che non si può essere felice in amore se non si ama un oggetto virtuoso ed innocente". 

 Fortunata e il principe Sigismondo Chigi furono confidenti delle pene amorose del poeta.  Il Chigi (Roma 1736 - Padova 1793), era Custode del Conclave, ebbe fama di liberale e amava la poesia, che praticò con successo, ricevendo anche i complimenti del Visconti. Spirito libero e aperto, si sposò due volte e dovette subire l'accusa, falsa, di aver avvelenato un cardinale per gelosia.

Per Carlotta il poeta Monti scrisse i Pensieri d'amore; cadrebbe dunque l’ipotesi, che trova largo spazio nelle Storie della Letteratura Italiana, relativa al fatto che il Monti abbia derivato questo nome da "Die Leiden des jungen Werthers" (I dolori del giovane Werther) di Goethe.  I Pensieri d'amore adottano uno stile più malinconico e sincero,  dove il poeta freme di passione disperata. Costituiscono le prime avvisaglie di un avvicinamento, forse non emotivo ma certamente formale, alla poetica romantica, tanto che lo stesso Leopardi ne trarrà ispirazione per alcuni dei suoi componimenti più famosi.

 

Nel 1783 esce anche  "Versi a S. E. IL SIG. CONTE D. LUIGI BRASCHI ONESTI" (clicca qui e trovi il testo e l'edizione originale). 

Lo stile del Monti abbandona la fredda adulazione di scritti precedenti, e sembra un'apertura romantica quando apre questa edizione di 'Versi', con gli endecasillabi sciolti in un'elegia

1-  "Al principe Sigismondo Chigi", 
e poi con 
2- Pensieri d'Amore
3- Elegia
4- Canzonetta
5- Sonetto
6- Amor peregrino (alla S.E. Signora DONNA COSTANZA FALCONIERI BRASCHI

Il 1 gennaio 1785: muore il padre e nel testamento il Monti è escluso dalla divisione dei due poderi e della casa, dal momento che il padre scrive "Vincenzo è stato di straordinario dispendio senza contare i soccorsi prestatigli nei primi momenti del soggiorno romano".

Quindi Monti fu escluso da parte dell’asse ereditario a ricompensa delle spese sostenute dalla famiglia per il suo mantenimento; a esplicita riprova di quella partita di dare e avere con i parenti che lo accompagnò per tutta la vita.

Valentissimo nel far versi ma senza la minima attitudine negli affari” 
(disse di lui Giuseppe Compagnoni, coetaneo del Monti e che non ebbe mai di lui una grande opinione).

Biblioteca Comunale di Forlì, Biblioteca Piancastelli, Galleria dei ritratti

Il 3 luglio 1791, nella Chiesa di San Lorenzo, il 36enne abate Monti sposa Teresa Pikler di quindici anni più giovane, attrice di teatro e dedita alla vita mondana di Roma, figlia di Giovanni (celebre incisore di pietre dure) e di Antonia Selli, era nata a Roma nel 1769 e morì a Milano nel 1834. Quel matrimonio fu la fortuna del Monti. Teresa era una donna bellissima e raffinata (dal matrimonio nasceranno due figli, Costanza e Giovanfrancesco che morirà a soli due anni).  

Il Monti, dopo la batosta del primo fallimento amoroso, ritrova un certo equilibrio e Teresa fu la sua guida nelle scelte economiche e forse anche politiche...

Intanto, prima del matrimonio Teresa si fece fare da Monti donazione dell’intero suo patrimonio, presente e futuro, lasciandogli l’usufrutto e la libertà di fare testamento solo per un ventesimo. Le cresciute necessità economiche di Monti, che si era fatto anche carico della famiglia della moglie, ospitando nella sua nuova casa il cognato Giacomo, si accompagnarono, di conseguenza, a rinnovate richieste di denaro alla sua famiglia originaria e a contestazioni sull’amministrazione dei beni, acuite dal dissidio tra il fratello prete Cesare, amministratore dei beni comuni, e l’altro fratello Francesco Antonio.

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Filippo Agricola: Ritratto di Costanza Monti Perticari. Roma, Galleria Nazionale d'arte Moderna.


(clicca qui per sapere tutto su Costanza Monti)

 

Nel periodo romano (1778-1797) il Monti era apparso come conservatore in politica e in letteratura, e come il vero interprete del gusto aristocratico della società che gravitava intorno alla corte papale.

Il Monti sembrava convinto che il poeta abbia il compito di decorare la realtà, che altrimenti rimarrebbe vuota e arida: per questo celebrava ed abbelliva i fatti del suo tempo; svolgendo pertanto una poesia di occasione, decorativa, lontana dai problemi sociali e quasi sempre priva di spunti lirici.

Di questo periodo sono  "La bellezza dell'Universo", cantica in terzine che esaltano la potenza della Beltà nella creazione delle cose e degli animali; nella "Prosopopea di Pericle", paragona l'età dì Pio VI con quella del grande ateniese; l'ode "Al Signor di Montgolfier" che celebra la prima ascensione aerea; il poemetto "Il Pellegrino apostolico", scritto in occasione del viaggio del Pontefice a Vienna; i sonetti "Sulla morte di Giuda"; i "Pensieri d'amore"; le due tragedie "Aristodemo", d'argomento classico, e "Galeotto Manfredi", di soggetto medievale, l' "Epistola" in versi sciolti ad Anna Malaspina per la stampa dell' "Aminta" e la "La musogonia" in ottava rima, 

Intanto la vita mondana della moglie Teresa aveva creato attorno a lei e a Monti stesso una serie di nuovi contatti personali tra i quali anche un diplomatico francese il colonnello Marmount, e anche altri intellettuali. 

1793 Vincenzo Monti, ricercato e accarezzato da tutti per la stupenda varietà ed eccellenza delle sue invenzioni poetiche, fu uno che pretendeva ingenuamente di assecondare lo spirito dei tempi conciliando insieme l'Arcadia e la rivoluzione, come a dire la religione cattolica e l'illuminismo, la Corte Pontificia e la massoneria. Ma se questa conciliazione, che era il suo scopo prioritario, poteva riuscire abbastanza facile, e fino a un certo punto, nei versi da recitare per le accademie, meno comoda diventava nella pratica della vita.

Fu così che, come tutti i maggiori ingegni del suo tempo, anche il Monti, annoiato della vecchia Italia oziosa e decadente, aveva accolto con ansiosa simpatia le notizie delle novità francesi, che gli sembrava una ventata di libertà.

Poi s'era sgomentato di quelle violenze autoritarie, di quelle prescrizioni, di quelle stragi, e s'era indotto a biasimarle apertamente.

"In morte di Ugo di Bassville" detta anche "Bassvilliana". 

A Roma nel 1793 fu ucciso dalla furia popolare Hugon (o Hugo) di Bassville, propagandista della rivoluzione, e il Monti compose un poemetto in terzine in cui immagina che, per espiare le sue colpe, l'anima dell'ucciso accompagnata da un angelo, sia spettatrice degli orrori di quella rivoluzione che voleva diffondere. La "Bassvilliana" rimase incompiuta ed è assai lontana dalle altezze della Divina Commedia che il Monti imita nel metro e nella forma di visione; eppure "...c'è in essa gran vigoria descrittiva e, se - come scrive il De Sanctis- fa difetto il calore della passione, c' è quella ricchezza, forse superflua, di colori e di suoni che contribuì in grandissima parte alla fortuna della poesia montiana".

La critica più pungente
che troviamo, ancora oggi, quindi contro il Monti, dal punto di vista letterario, è che, svolgendosi la sua attività in un periodo di profonde trasformazioni, dovute a fatti storici eccezionali, le sue opere celebrano solamente gli aspetti più appariscenti e suggestivi, senza scendere in profondità. 

Ma va detto che "il Monti non cantò di volta in volta i potenti, egli cantò invece sempre se stesso cioè il suo amore per le belle itale note, per le immagini di una grande letteratura, che prima di chiudere un suo glorioso ciclo fa quasi la mostra sfarzosa di tutte le gemme, accumulate in quasi cinque secoli di intensa vita apollinea. Si può essere poeti umani, ma si può essere anche poeti di affetti letterari". (prof. Luigi Russo, in un convegno ad Alfonsine)
     

  

1797 adesione al fermento rivoluzionario: abbandona Roma e diventa anticattolico e bonapartista

"La prontezza con cui Il Monti cambiò spesso atteggiamento politico, per cui fu molto biasimato, nasceva dalla sua impulsività ed dall’essere incauto, come quel popolo, perpetua maggioranza d'ogni società, che da disinteressate illusioni è tratto ad approvare i nuovi avvenimenti della storia e ad innalzare gli idoli, o ad abbatterli, secondo l'abbagliante mutare della fortuna". (da un articolo a firma 'Lector' su'"L'Illustrazione Italiana" n° 42 del 1928)

La società in cui il Monti crebbe era una società priva di fede e "in cui venivano cadendo come scenari vecchi gli stupidi privilegi e le stupide usanze delle classi aristocratiche e clericali". 
In un ambiente di tal fatta "un povero alunno delle Muse, privo di un profondo orientamento storico, doveva vacillare da tutte le parti e finire e limitarsi a interpretare gli avvenimenti politici come le occasioni propizie per l'espansione letteraria della sua musa. In un mondo tutto fragile e che veniva rovinando da tutte le parti, almeno si poteva tenere fede alla bella letteratura, al rigore della disciplina artistica, all'aristocrazia letteraria" (da un articolo a firma 'Lector' su'"L'Illustrazione Italiana" n° 42 del 1928)
 
"Io mi confondo in mezzo a tanti scompigli e sospiro la solitudine di Fusignano, anzi quella dell'Ortazzo in cui sono nato". 
L'esercito del Bonaparte, vittorioso nella valle del Po, scendeva come un'ala d'incendio all'Italia centrale, suscitando vampate di entusíasmo, reminiscenze di classica letteratura, aspettazíoni di popoli in rivolta. La fantasia del poeta fu nuovamente commossa ed esaltata.  

A pochi anni dall'aver scritto "in morte di Ugo di Bassville" dove aveva rivelato uno spirito conservatore e anti rivoluzione francese, forse indirizzato anche dalla moglie Teresa, abbandonò improvvisamente Roma la sera del 3 marzo 1797, celatamente nella carrozza del colonnello francese Marmont, venuto ad imporre al Papa i patti umilianti del trattato di Tolentino. Non era più possibile restare tranquillamente nella capitale del cristianesimo cumulando insieme il beneficio d'una redditizia intimità coi nipoti del Papa e il compiacimento di relazioni segrete con gli emissari della prossima rivoluzione."
Bisogna riconoscere che, messo alle strette, dovendo scegliere, scelse secondo il suo cuore, secondo le propensioni della sua mente e le esortazioni che gli venivano probabilmente dalla moglie e dagli amici ferraresi che già avevano proclamato la repubblica, non secondo i consigli dell'utile immediato.

Il Monti, che fino allora era stato il poeta della tradizione fieramente avverso alla democrazia rivoluzionaria, si trasferì prima a Firenze, dove fu poi raggiunto dalla moglie e dalla figlioletta, e quindi a Bologna dove s'abbracciò con Ugo Foscolo; poi per poco a Venezia, invitato dal suo nuovo amico, e quindi a Milano.

È il momento in cui Napoleone sta conducendo la 1° campagna d'Italia che lo porterà a invadere e ad occupare lo Stato Pontificio fino alla Romagna. 

Nel periodo dal 1797 al 1815 il Monti cambia i temi del suo poetare, per effetto di una maggiore adesione ai fatti.

Il Monti, che fino allora era stato il poeta della tradizione fieramente avverso alla democrazia rivoluzionaria, si trasferì prima a Firenze, dove fu poi raggiunto dalla moglie e dalla figlioletta, e quindi a Bologna dove s'abbraccia con Ugo Foscolo; poi per poco a Venezia, invitato dal suo nuovo amico, e Milano.

Qui si mostrò ardente fautore delle nuove idee, sforzandosi di far dimenticare agli altri il suo passato, e la tanto applaudita e arcinota "Bassvilliana", anzi cercando di far credere che a Roma l'aveva cantata solo per paura.  Fu attaccato da numerosi cisalpini per aver composto precedentemente quel poemetto antirivoluzionario.
 
  "Aveva bisogno di pane; chiese dunque di essere impiegato; ma aveva portato nella valigia un "corpo di reato" difficile da nascondere e contrabbandare: il poemetto della Bassvilliana da lui composto con intonazione antifrancese quando pareva che la rivoluzione dovesse tramontare nei sanguinosi eccessi del Terrore. Quel volumetto di terzine gli aveva procurato l'onore di esser paragonato a Dante; ma ora gli era causa di pungenti dispiaceri. C'erano in giro alcuni poeti, emuli, affamati, e anche molti uomini semplici e dabbene, i quali denunziarono nella Bassvillíana una prova inconfutabile di idee reazionarie. Il disgraziato autore si difese malissimo, protestando d'avere scritto con simulato intendimento, mentre era in Roma circondato da gravi pericoli, e per avere salva la vita".

Fu ottimamente e generosamente difeso con passione dal Foscolo.

Messosi sulla nuova via, il Monti aveva infatti già avviato un brusco cambiamento dei contenuti della sua opera poetica in senso anticattolico e democratico-rivoluzionario. 

Scrive il De Sanctis, con una certa ironia - "esaltò quel che aveva detestato e vilipese ciò che aveva lodato"come confermano i canti Il fanatismo, La superstizione, Il pericolo, e soprattutto il Prometeo, in esaltazione di Napoleone. 
"Il tiranno è caduto. Sorgete" fu un inno che venne cantato alla Scala nel 1799, che può essere considerata una delle liriche più belle di quel genere. 

Per questa attività ricevette dai Francesi cariche ed onori. 

Si leggano ad esempio il grido iniziale:
" Il tiranno è caduto. Sorgete / genti oppresse; natura respira" oppure l’invocazione alla libertà:" O soave dell’alme sospiro, / Libertà che del cielo sei figlia".

All'opposto di come aveva fatto prima, qui glorificava il regicidio, infierendo contro il "vile Capeto" che, alcuni anni prima, aveva, esaltato nei versi della Bassvilliana. 
Da qui il giudizio di "trasformismo" datogli dal De Sanctis.

Tre mesi dopo gli Austriaci tornarono in Milano.

   

Al ritorno degli austriaci è esule a Parigi, dove traduce l'Iliade di Omero (1801). Al ritorno in Italia, dopo la battaglia di Marengo, ottiene una cattedra di eloquenza. 
 

 Al ritorno degli Austriaci fu costretto a fuggire prima a Genova, poi in Savoia e finalmente a Parigi.  

In questo periodo tradusse la Pulcelle di Orleans di Voltaire e iniziò la traduzione dell'Iliade di Omero (1801) che testimonia una profonda conoscenza della classicità, 

Nel frattempo un giovane poeta, Alessandro Manzoni, si cimenta con la poesia nel poemetto "Il trionfo della libertà" di chiara ispirazione montiana.

Dopo la battaglia di Marengo (inizi del 1801) il Monti tornò in Italia. Salutando la patria con l'ode famosa  Bella Italia amate sponde, scritta al tempo della vittoria di Marengo, si mostrò cantore infiammato dell'Italia liberata. Avuta la cattedra d'Eloquenza e Poesia all'Università di Pavia, (un equivalente dell'attuale cattedra di lingua e letteratura italiana) tenne per un anno l'insegnamento, ma nel 1804 interruppe le lezioni ed accettò l'ufficio di poeta del Governo Italiano.

In realtà da allora fu il poeta di Napoleone, che celebrò in parecchi componimenti, fra cui "Il beneficio", "Il Bardo della Selva Nera", "La spada di Federico II", "La palingenesi politica".

"La tranquillità della vita - scrive il De Sanctis - gli ispirò un magnifico poemetto in terza rima "In morte di Lorenzo Mascheroni" detta anche Mascheroniana; qui per bocca dell'autore dell' "Invito a Lesbia Cidonia", salito in Cielo e conversante con il Parini, con il Beccaria e con Pietro Verri, deplora gli esaltati e i demagoghi.

Poi scrisse la sua terza tragedia Caio Gracco, d'argomento romano e l'azione drammatica Teseo musicata dal Paisiello.
 
Nominato "Istoriografo del Regno Italico", scrisse un componimento in onore di Napoleone (Il Beneficio), nella cui prefazione il Monti non si riconosce affatto come istoriografo. 

Nel 1810 portava a termine la meravigliosa traduzione dell 'Iliade, che può considerarsi il suo capolavoro.

    

Con la caduta di Napoleone tornano gli Austriaci: è la Restaurazione. 

Il Monti convive col nuovo regime

Con la caduta di Napoleone ed il ritorno degli Austriaci a Milano abbiamo l'ultimo atto del cosidetto trasformismo montiano.

Nel 1816 il poeta per raggranellare qualche soldo, dovendo pur campare, compone alcuni testi per opere teatrali per i nuovi governanti, da rappresentare alla Scala, alla presenza dell'imperatore e della imperatrice d'Austria, come ad esempio "Il ritorno di Astrea", che giocava sull'assonanza tra Astrea e l'Austria, che tornava a dominare Milano dopo la parentesi napoleonica.

È la fase della Restaurazione, quella meno varia e che rappresenta il declino dell'autore, ormai vecchio e malato (è stato colpito da una paralisi dei muscoli che gli impedisce anche di scrivere). Si impegna particolarmente nelle polemiche letterarie, di cui è frutto, tra l'altro, il Sermone sulla mitologia, dove alle cupe immagini della fantasia nordica e romantica sono contrapposte quelle luminose delle favole classiche, nonché alcuni ritocchi alla Feroniade, poemetto in versi sciolti iniziato nel 1784 a Roma, dove esaltava l'inizio della bonifica delle Paludi Pontine dovuta a Pio VI.

Sono di quest'ultimo periodo della sua attività l'idillio mitologico "Le nozze di Cadmio e di Ermione";  il celebre "Sermone sopra la Mitologia" in difesa del classicismo; ed alcune liriche piene di dolcezza di sentimento,  non prive di sincerità come "Per il giorno onomastico della mia donna", (Teresa Pikler). 

Accettò la proposta di alcune correzioni ed aggiunte al vocabolario della Crusca, in cui difendeva con calore "i diritti della lingua universale italiana contro le arroganti pretensioni dei Toscani, che alla lingua scritta e illustre, comune a tutta la nostra bella penisola, vogliono di sostituire il dialetto particolare che si parla al Mercato Vecchio o nel Casentino".

Afflitto dalla perdita del genero Giulio Perticari, dalle maldicenze contro la bellissima figlia Costanza, da una malattia degli occhi che gli tolse la gioia del lavoro e infine da una paralisi che lo costrinse quasi all'immobilità, Vincenzo Monti trovò ospitalità nella villa dell’amico Luigi Aureggi, a Milano, ove morì abbastanza isolato e in declino, ma amorevolmente assistito dalla moglie, il 13 ottobre 1828, in assoluta povertà: lui che, unico caso nella storia della nostra letteratura, aveva tenuto la scena per oltre un cinquantennio. Lì è sepolto nel cimitero di S. Gregorio.

 

Il processo a Vincenzo Monti 

fatto durante tutto il '900, fino ancora ad oggi (2017), è stato un processo clamorosamente assurdo e clamorosamente ingenue sono state le forme dell'accusa. 

Vincenzo Monti è stato staccato dal paese e dal secolo che fu suo, e giudicato coll'esperienza morale e politica, che noi, "dopo un secolo e mezzo di esperienze, abbiamo potuto maturare. 
Senza dubbio la vigoria dell'ingegno è tale che sorpassa situazione di fatto, e, dove esso non basta, è segno che il suo limite è stato toccato. Altro sviluppo dovevano fare difatti e Vittorio Alfieri e Ugo Foscolo
".

(Prof. Luigi Russo, citato in un articolo di Adis Pasi a pag. 32 di "Quaderni alfonsinesi n° 14)

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