Alfonsine

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Sommario degli anni dal '19 al '25-'35
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 L'origine del fascismo  e dell'antifascismo  ad Alfonsine

DAL 1925 AL 1935
AD ALFONSINE...

Mossotti ancora intervenne con coraggio, ma l'aria che tirava non era più la stessa neanche per lui. 
I repubblicani in provincia di Ravenna furono bollati come il nemico pubblico n° 1 e Mossotti venne indicato come il loro portavoce. 
Mussolini non sembrò più interessarsi, come faceva prima, delle questioni sollevate sul giornale nazionale dei repubblicani dal Mossotti stesso

3 gennaio 1925 discorso di Mussolini

Dopo l'omicidio di Giacomo Matteotti avvenuto nel maggio 1924, il 3 gennaio 1925, Mussolini assumendosi la responsabilità "morale" e non materiale dell'omicidio, tentò di chiudere la questione e risolvere la posizione difficile in cui si era venuto a trovare il Partito fascista.  

Quest'intento ebbe esito positivo per Mussolini. Sfidò l’opposizione a presentare l’atto di accusa, con la minaccia che aveva la sfida "nelle quarantott'ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l'area". 

Infatti passò subito dalle parole ai fatti: una circolare del ministro dell’Interno Luigi Federzoni ai prefetti dispose drastiche limitazioni alla libertà di stampa e la chiusura di tutti i circoli dei partiti di opposizione in tutto il Paese. Per ora la linea degli estremisti squadristi e dei loro ‘ras’ aveva abbondantemente convinto il Duce che era gioco stare dalla loro parte

19 gennaio 1925

All'inizio del 1925, ad Alfonsine successe qualcosa che rischiò di far precipitare la situazione, rompendo il precario equilibrio raggiunto. 

Il vecchio Eugenio Gessi, padre di Mino, il 19 gennaio si trovava in piazza in compagnia del maestro Ballardini quando venne apostrofato ed offeso da Giuseppe Faccani (Pinèn), guardia comunale e fascista per "meriti acquisiti" il 2 marzo (data dello scontro con Mino). Gli gridò in faccia che si vergognasse di venire in piazza, e rivolgendosi al maestro Ballardini, con modo piuttosto minaccioso, gli disse: "E lei si vergogni di andare accompagnato con un simile individuo". Questo secondo una denuncia che il Gessi fece all'autorità di P.S.

Contro le sue proprietà i fascisti si erano scatenati più volte (il cinematografo e la boaria incendiati) ma non avevano mai osato, fino ad allora, aggredire la sua persona forse ritenendo controproducente prendersela con questo anziano signore assai stimato in paese.

Quando Mossotti venne a conoscenza dell'accaduto, non ci pensò su due volte e scrisse a Edgardo Nostini, Segretario Provinciale del P. N. F., sua antica conoscenza, ed inviò copia della lettera anche a Dino Grandi, allora Sottosegretario di Stato al Ministero degli Interni, a Roma. 

La lettera di Mossotti fu quanto mai minacciosa e coraggiosa al tempo stesso considerato che erano, quelli, tempi in cui ai fascisti bastava assai poco per far tacere le voci scomode: l'omicidio di Matteotti era veramente recente ed il discorso del 3 gennaio 1925 (in cui Mussolini si assumeva la responsabilità di tutto) lo era ancora di più. 

La lettera ci permette anche di apprendere notizie molto gravi, ad esempio, su Giuseppe Faccani addirittura fermato a Roma perché sospettato di essere andato in quella città per uccidere il Mossotti. Questi mette le mani avanti: l'aggressione a suo suocero Eugenio Gessi è un reato e come tale va denunciato alla magistratura. Limitarsi, come ha fatto Gessi, a rivolgersi solo alla Pubblica Sicurezza non serve a niente vista la connivenza di questa con i fascisti.

Mossotti informò Nostini di una lettera di denuncia inviata al Procuratore del Re di Ravenna:

 In data odierna ho spedito al Procuratore del Re di Ravenna la seguente denuncia: "Lunedì scorso, nella Piazza di Alfonsine, e durante lo svolgersi del mercato, mio suocero Eugenio Gessi, vecchio settantaquattrenne, venne aggredito con ingiurie e minacce dalla guardia comunale Giuseppe Faccani, che era in divisa, armato, ed in attività di servizio. Mio suocero denunciò immediatamente il fatto alla Autorità di Pubblica Sicurezza. Io, invece, come parente e come cittadino che viene a conoscenza di un reato, lo denuncio direttamente alla S.V.". 

Mossotti informò Nostini anche di aver scritto al Prefetto "per sapere con quali criteri si sia recentemente affidata nientemeno che l'ufficio delicatissimo di guardia comunale ad un ex anarchico, ad uno dei peggiori elementi di Alfonsine, e per il quale esiste negli archivi dei Carabinieri un voluminoso incartamento". 

Si trattava di Giuseppe Faccani (Pinèn) 

"il quale emerito delinquente, qualche mese fa venne telegraficamente segnalato dal Commissario di P. S. di Alfonsine alla Questura Centrale di Roma come venuto in questa città per porre in atto le sue precedenti minacce contro la mia persona. Arrestato e rimpatriato immediatamente per ordine del capo della Polizia Giudiziaria, - e questo in seguito a personale intervento di S. E. Federzoni - ritornò poi subito a Roma per benevole concessione dell'Ill.mo Prefetto di Ravenna e del Sottosegretario agli Interni, cui il Faccani era stato raccomandato vivamente dal Dott. Alberani, luridissimo imboscato di guerra... e che io avevo in precedenza denunciato al Procuratore del Re di Ravenna come mandante di tutte le violenze perpetrate ai danni della mia famiglia. 

e poi minacciò il Segretario del Fascio di Ravenna

Ti giuro però, per quel che ho di più sacro, che al primo nuovo incidente riprenderò la campagna giornalistica interrotta... sulla attività criminosa che si è svolta e che impunemente si va svolgendo ad Alfonsine. Delle cose di Romagna... me ne occuperò immediatamente, e sino alle ultime conseguenze, nei seguenti due casi: 

1) che vengano commesse violenze (sia verbali che fisiche) contro mio suocero; 

2) che quella canaglia del dott. Alberani ponga la sua candidatura politica. In questi casi, non solo riprenderò la mia campagna giornalistica (e se non è possibile all'interno, se mai non lo ricordassi che sono stato direttore di due quotidiani svizzeri) ma mi porterei candidato contro l'Alberani e tu sai che nel Ravennate io godo largo seguito.

...io spero che tu... interverrai... perché l'unico ed il più vecchio (74 anni) della nostra famiglia, che ancora è rimasto ad Alfonsine in una fattoria lontana dal paese, per provvedere col suo lavoro ai figli vergognosamente esiliati in pieno secolo XX, sia lasciato in pace... 

Mossotti a questo punto avanzò una ulteriore richiesta: "... che sia rimandato ad Alfonsine il carabiniere che era stato trasferito (su pressioni di Alberani) per aver osato mettersi contro Giuseppe Faccani a causa del suo tentativo di nuocere al Mossotti a Roma."

Attenzione, minacciava Mossotti! Lui aveva le prove di tutto e ne aveva consegnato copia ad un alto esponente politico romano: " ... il carabiniere specializzato, traslocato da Alfonsine in seguito al fatto dell'arresto del Faccani e su denuncia del dott. Alberani — l'on. Ponzio possiede il documento probatorio — sia subito rinviato nel paese dove ha svolto un'opera di tutela delle leggi."

Mossotti concludeva la sua lettera con un post scriptum minaccioso: 

"P. S. Ti ricordo anche che io posseggo copia dell'inchiesta fatta dal Console Cottafavi nell'Alfonsine e che suona tutta a mio favore; documento non ancora pubblicato." 

Dino Grandi al Ministero dell'Interno lesse ciò che aveva inviato per conoscenza il Mossotti spedì subito una Riservata - Raccomandata, firmata di suo pugno, al Prefetto di Ravenna: 
"Trasmetto alla S.V. l'unito esposto del Sig. Mossotti nel quale si accenna ad un fatto avvenuto nei giorni scorsi ad Alfonsine, con preghiera di disporre le occorrenti indagini su quanto forma oggetto dell'esposto stesso, provvedendo, qualora ve ne siano gli estremi, per la denuncia all'Autorità Giudiziaria."

Il Prefetto trasmise immediatamente la lettera al Questore aggiungendo che la richiesta proveniva dal Sottosegretario di Stato agli Interni e che l'esposto "è del Tenente Ferruccio Mossotti", tanto perché si capisse bene chi si rifaceva vivo dopo quel periodo di insperato silenzio. 

Il Questore si informò da Alfonsine e passò il tutto al Prefetto, dove in pratica si diceva che erano state fatti i richiami appositi contro Emanuele Faccani, e non contro il figlio Giuseppe Faccani (Pinè), il vero responsabile delle minacce ad Eugenio Gessi, diffidandolo a ingiuriare il Gessi. La relazione affermava inoltre che era stato invitato il Sindaco a prendere gli opportuni provvedimenti, dato che si trattava di un suo dipendente. Non si riteneva poi di dover denunciare il fatto alla competente Autorità Giudiziaria perché in esso non si ritrovavano gli estremi del reato.

Fu evidente che non ci si poteva aspettare dal sindaco Alberani un provvedimento contro un suo dipendente fascista "solo" perchè minacciava apertamene membri della famiglia Gessi. 

Giuseppe Faccani ad Alfonsine non era più il semplice fascista rivestito pubblicamente di camicia nera alla fine marzo del 1924, quando egli rientrò in paese dopo lo scontro con Mino Gessi.

 Egli aveva, velocemente, fatto carriera divenendo, oltre che guardia municipale, membro del Consiglio Direttivo del Fascio alfonsinese, che era diretto da appena cinque persone e precisamente: Mario Monti Segretario Politico, di professione "possidente"; Romildo Sasdelli, Segretario di professione "Segretario sindacale"; Giuseppe Faccani, "guardia municipale"; Girolamo Samaritani, "possidente"; Federico Contarini, "facchino".

Fu questo l'ultimo intervento di Mossotti da antagonista ai fascisti alfonsinesi, che comunque, come tutti gli altri, non determinò nessun risultato.

Il fascismo vincente, con Mussolini che subiva le lotte interne dei vari ras locali, ma che poi se le sapeva ben gestire, portarono alla resa o all'impotenza dei vari oppositori, sia locali che nazionali. 

Cosa rimaneva dell'antifascismo ad Alfonsine

I repubblicani erano divisi tra quelli che volevano allearsi coi fascisti e quelli che davano loro contro. Fu soprattutto dentro l'Associazione ex-combattenti che tale scontro avvenne. 

Mossotti ne fu l'emblema, ma alla fine anche lui dovette arrendersi.

 Gli altri repubblicani antifascisti Guido Errani e il fratello Leonardo, Luigi Felletti e Giuseppe Margotti, Vincenzo Montanari, sempre segnalati e sotto tiro degli squadristi, subirono all'inizio alcune violenze e minacce, perquisizioni e diffide, e anche arresti. Da lì in poi si limitarono a comprare e leggere "La Voce Repubblicana" finché  il 31 ottobre 1926 il quotidiano fu soppresso dal regime fascista. Inoltre non prendevano la tessera del PNF e tendevano, quando potevano a non iscrivere i figli alle varie  associazioni fasciste. 

Nel 31 ottobre del 1926 gli squadristi alfonsinesi di ritorno da una manifestazione a Bologna dove era stato sventato un attentato al Duce, decisero di organizzare l’ennesima azione punitiva. Due repubblicani arrestati dai carabinieri furono sottratti con la forza e duramente percossi da una squadra fascista. A casa di Errani si presentarono due carabinieri per arrestarlo ma lui chiese garanzie per la sua incolumità. Non potendo darla revocarono l’arresto e gli dissero di restare in casa fino a nuovo ordine.

 In quell’anno ci fu poi anche l’attentato al console della milizia fascista Ettore Muti e al Segretario del fascio Renzo Morigi. Rimasero solo feriti dopo aver ucciso il loro attentatore, un anarchico di Piangipane. Di nuovo spedizioni punitive e prelevamenti di casa in casa di una ventina di antifascisti segnalati di Alfonsine. Portati a Modena per quindici giorni furono sottoposti a innumerevoli interrogatori.

Dal 1926 al 1936 l’attività dei repubblicani come di tutti i partiti antifascisti fu ridotta al minimo. Tutto si svolgeva nell’ambiente dei fuorusciti. Nelle case private si riunivano in ristretti gruppi, giusto per mantenere viva la speranza.

L'unica azione rimasta possibile erano discussioni a casa di Battista Calderoni con Otello Guerrini e Luigi Felletti, o al caffè d'Cai, in piazza Monti, dove le discussioni avvenivano anche con i comunisti.

I socialisti, dopo la scissione (1921) tra riformisti, massimalisti e comunisti furono i primi a sfaldarsi a livello locale. Una parte entrò nel PNF e nei nuovi sindacati fascisti, altri sentirono che l’aria che tirava non era per loro e dopo aver subito diverse minacce se ne andarono da Alfonsine. Cosi fece l’ex-sindaco Camillo Garavini, come pure il segretario locale dei Sindacati Vincenzo Tarroni: il Garavini si rifugiò a Roma dove trovò anche Bruno Pagani, fotografo ed esponente dei moderati della Federazione Giovanile Socialista. Altri emigrarono in Francia.  

I comunisti furono gli unici a rimanere in qualche modo attivamente antifascisti. Ma dopo le elezioni del 1924 erano tutti schedati e segnalati, oltre che sottoposti a continue percosse, minacce e perquisizioni. Alcuni furono poi varie volte arrestati, inviati in galera e al confino, oppure emigrarono in Francia.

 Emblematica la storia di Eumeo Costa: anima della corrente comunista all'interno della sezione socialista di Alfonsine divenne nel 1921 segretario della nuova sezione comunista. Con i fascisti al potere subì persecuzioni varie, fu costretto a bere olio di ricino fu prelevato con altri e interrogato, gli furono anche fatte promesse e lusinghe con tentativo di corruzione. Al suo diniego fu picchiato e incarcerato. Dopo un mese tornò a casa ma la situazione gli impediva di fare quello che riteneva giusto, e fu costretto così a emigrare in Francia. Anche qui operava politicamente e fu espulso. Andò prima in Lussemburgo, poi in Svizzera, poi rientrò a Milano a lavorare in una fabbrica. Il partito gli consigliò poi di tornare ad Alfonsine per organizzare di nuovo i compagni. E così fu che di nuovo venne arrestato processato e condannato a tre anni di carcere ad Ancona e due in vigilanza speciale. Tornato ad Alfonsine contribuì di nuovo a tenere contatti con i compagni comunisti e ad operare per creare cellule clandestine. Finché poi dovette trasferirsi ad Ancona dove sposò la donna che lo aveva aiutato durante il periodo più duro del carcere. Lì rimase e lì morì nel 1958. 

è sepolto nel cimitero di Alfonsine.

Dal 1925 in poi l'indicazione del PCd'I fu di creare cellule clandestine di 3-5 massimo 7 membri. Questi gruppi non si conoscevano tra loro come militanti e che avevano comunque un legame solo con un coordinatore di vertice. 
Alcuni trovarono modo di confrontarsi a casa di Alvaro Calderoni, frequentato anche dal suo giovane fratello Amos, da e' Profes (Luigi Pattuelli) e da Mario Cassani.

Ma una vera rete organizzativa del partito e una sua ritessitura, in quasi tutta la provincia di Ravenna, dopo i tanti arresti processi e incarcerazioni di quei primi anni di cosiddetta clandestinità, avvenne negli anni 1933-35.

I capisaldi della nuova organizzazione furono Alfonsine, Massalombarda e Conselice. Alfonsine risultò avere la maggior parte di aderenti: 150.

I referenti alfonsinesi furono Ottimo Gallamini, Camillo Bedeschi, Ugo Bonetti, Arturo Montanari (dla canapira), Walter Ancarani, Luigi Bonetti (Rubilent), Sandrino Montanari, Bruno Marchesini, Annibale Manzoli.

Si trovavano a casa di qualcuno e facevano sostanzialmente discussioni politiche generali, oltre che raccogliere fondi per aiutare le famiglie di quelli messi in carcere: il cosiddetto "Soccorso rosso". Inoltre organizzavano anche specie di biblioteche circolanti con libri vari. Quelli che influivano di più sui giovani erano 'La Madre' di Massimo Gorki, 'Il tallone di ferro' di Jack London e 'Furore' di Steinbeck. Per i più grandi c'era 'Guerra e Pace' di Tolstoi,  oltre alle opere di Lenin, Marx, Engels e anche di Stalin.

Il caffè d'Cai in piazza Monti era luogo di ritrovo di antifascisti, e lì si chiaccherava e ci si confrontava, anche tra repubblicani e comunisti, così accadeva in certi negozi da barbiere, come quello di Mario Cassani in via Borse.

A volte i giovanissimi sfidavano il regime diffondendo volantini in proprio, scritti a mano su carta gialla. Ciò provocava poi la reazione dei fascisti con arresti fra gli antifascisti più conosciuti, mettendo in pericolo anche le neonate organizzazioni clandestine..

Come andò a finire per...

Eumeo Costa (comunista) 

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Camillo Garavini (socialista)

Ferruccio Mossotti (ex-combattente)

Guido Errani (repubblicano)

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